Questa è un’epoca, e di epoca si può a ragion veduta parlare, nella quale
due termini, tra loro indissolubilmente coniugati, ricorrono continuamente
a riempire bocche, pagine di giornali e talk show. Si tratta
dell’impegnativo binomio dei “diritti fondamentali”. Quello di cui quasi
mai si tiene conto è l’esatto significato di uno dei due termini. Quando
ci si riferisce, infatti, al termine “fondamentale” bisogna entrare nel
merito del valore semantico che all’aggettivo si è voluto attribuire a
livello filosofico quando lo si è abbinato al sostantivo “diritto”. Oggi,
quando si pensa a qualcosa di “fondamentale”, viene in mente il sinonimo
“indispensabile” e dunque il “diritto fondamentale” viene interpretato
come qualcosa di cui “non si può fare a meno”. E’ evidente, allora, che
entrino in gioco tutti i distinguo e i relativismi che, di volta in volta,
fanno comodo. Qualcuno osserva infatti: “come facciamo noi a ritenere
fondamentale per altre culture quello che lo è per noi?”. Oppure, al
contrario: “certe cose sono pragmaticamente fondamentali per tutti perché
producono un bene universale che è, via via, il diritto alla vita,
all’istruzione, alla libertà…”.
Così però non si va da nessuna parte perché si è partiti col piede
sbagliato nell’interpretazione dell’aggettivo “fondamentale”. Qualcosa si
definisce fondamentale quando ha un “fondamento”, non quando è “molto
importante”. Ma cos’è il fondamento?
Dobbiamo necessariamente ricorrere all’univocità della logica formale. Il
fondamento è ciò che sta alla base, dunque al principio, e perciò non può
essere messo in discussione né argomentato. E’ quello che, in matematica,
viene definito “assioma”. Per esempio il concetto di “uno”. Se io chiedo a
un ragazzo della mia scuola di spiegarmi perché la matita che gli sto
mostrando è “una”, presumibilmente, dopo il primo attimo di sbigottimento
per la “stupidità” della mia domanda, mi risponderà con un vecchio e
infantile adagio e cioè: “perché sì”. A questo punto io, con sua ancor
maggiore sorpresa, lo loderò davanti a tutti, tanto da suscitare in lui il
sospetto che lo stia prendendo in giro. E’ alla mia seconda domanda che il
ragazzo capirà l’autenticità della mia soddisfazione. La seconda domanda
sarà la seguente: mostrandogli due matite gli domanderò “perché queste
matite sono due?”. Mi guarderà, ancora una volta inebetito per la
rinnovata stupidità della mia domanda, e mi risponderà: “perché sono una
più un’altra!”. Lapalissiano per i nostri alunni. Un po’ meno per chi è
abituato a riempirsi la bocca di un concetto come “diritti fondamentali”
che neanche comprende nel suo significato originale.
In questa prospettiva i diritti fondamentali non sono quelli “maggiormente
importanti” in relazione alla nostra attualmente “superiore” cultura
occidentale, ma sono quelli che non possono essere messi in discussione
perché “immediatamente evidenti”, come l’uno o l’infinito, tanto da non
richiedere per la loro affermazione alcuna giustificazione.
Spesso, però, si scambia per immediatamente evidente qualcosa che invece è
derivato. Per esempio il “contrario”. Mi spiego. Se io dico “bene”,
qualcuno mi risponde “male”, se io dico “amore” qualcuno mi risponde
“odio”, se io dico “bianco” qualcuno mi risponde “nero”.
“Embè? (fa la pecora) – risponderebbe l’inconsapevole saccente - è la
stessa cosa, solo che ognuno è il contrario dell’altro! Dunque ogni cosa
ha pari dignità e diritto ad essere considerata assoluta!”
Errore. Perché se io dico “uno”, tu che rispondi? Rispondi “-1”? E come la
potrei mostrare al mio solito alunno la “-1 matita?”. Allora sì che il
dirigente scolastico mi farebbe ricoverare!
Dunque l’uno esiste, o meglio “è”, il non uno o il -1 invece “non è”.
Veniamo alle cose concrete: io dico bianco. Il bianco”è” la somma di tutti
i colori, dunque è una realtà esistente e non va’ dimostrato. Il nero
invece “è” l’assenza di tutti i colori, dunque è un “non colore”. Possiamo
dire dunque che il nero è il contrario del bianco in quanto è il “non
essere” del bianco e di ogni altro colore. Se qualcuno volesse da me una
dimostrazione dell’esistenza del bianco, sbaglierebbe la domanda. Sarebbe
lui invece a dover dimostrare l’essere del nero, se ci riuscisse.
Questa è la grande e incredibile pretesa degli intellettuali da trecento
anni a questa parte. Spesso chi crede nel bianco è chiamato a dimostrarlo
e chi afferma il nero ritiene di non dovere alcuna spiegazione.
Il diritto “fondamentale” alla vita
La vita è. La morte “non è”, in quanto assenza di vita. La vita non va’
dimostrata in quanto immediatamente evidente. La necessità della morte
va’invece dimostrata in quanto vuole privare un soggetto del diritto
fondamentale (da fondamento) alla vita. Chi dichiara che la morte è un
valore o una necessità deve dimostrarlo perché l’onere della prova spetta
all’accusa e non alla difesa. Chi difende la vita non deve dimostrare
nulla, chi accusa la vita deve dimostrare le ragioni per le quali una vita
può essere interrotta. E qui vengono i guai (guai abilmente elusi dalla
maggior parte dei moderni “pensatori” con la negazione del bisogno di
dover giustificare filosoficamente le loro affermazioni).
In una vita che si “svolge” in un continuum spazio-temporale non esistono
altri momenti di non vita se non l’inizio e la fine. In parole povere (e
scomode): la fecondazione e la morte dell’individuo. Prima della
fecondazione infatti non c’è individuo in quanto non c’è ancora vita
specifica, profondamente e inequivocabilmente “unica” nel suo genere e
nelle sue caratteristiche genetiche. Dopo la morte non c’è più individuo
perché tutto è carne morta, destinata alla putrefazione. Qualunque
intervento venga effettuato tra questo inizio e questa fine è inserito nel
fluire ininterrotto di una vita che si evolve. E tale intervento, nella
misura in cui attenta all’integrità della vita, va giustificato e ne va
dimostrata la liceità. Tutto il resto sono chiacchiere e alibi.
Quando il ministro Sirchia ha, seguendo un suo legittimo (anche
filosoficamente) pensiero, affermato che l’aborto, in qualunque stadio
della crescita sia effettuato, è un omicidio, ha portato rigorosamente
avanti la logica del “fondamento”. Ma i benpensanti hanno subito invocato
le sue dimissioni, come per esempio il verde Pecoraro Scanio che, reduce
dall’affermazione (evoluta in legge sulla tutela degli animali) che la
vita degli animali va’ rispettata (e siamo d’accordo!), si scandalizza se
poi qualcuno afferma che anche quella dell’embrione umano va’ rispettata.
E andrà rispettata fino a quando qualcuno riuscirà a dimostrare che esiste
un momento, nell’evoluzione del soggetto prima del parto, in cui si forma,
nel continuum spazio temporale, una sorta di pausa metafisica.
Quello che non si vuole ammettere, in tutta questa storia, è che il
criterio mediante il quale si vuole decidere della vita altrui non è
“fondato” in alcuna metafisica (come ha dovuto ammettere lo stesso
Capezzone a Giuliano Ferrara nella puntata di 8 e mezzo del 21 settembre
scorso dichiarando l'embrione semplicemente "materiale biologico", senza
peraltro argomentarlo in alcun modo) ma è relativo all’idea che la vita è
tutta qui, che tutto sommato siamo esseri facenti parte un ecosistema nel
quale è il più forte che vince. E l’embrione non è il più forte.
Legittimo. E’ una visione laica della vita, che non afferma, quando non
nega, la realtà trascendente dell’umanità e che quindi assolutizza
l’esperienza del “qui e ora”. Perché allora questa ipocrisia senza fine
che pretende di legare tali scelte al bene di qualcun altro? Si tratta
solo di una scelta comoda. Mi viene in mente l’affermazione soddisfatta di
Capezzone quando, attraverso le cellule staminali, si è salvata la vita di
un bambino: “abbiamo salvato Luca da morte certa con l'intervento sulle
cellule staminali!". Perché quale altro genere di morte conosce il
segretario radicale? La morte non è forse l’unica certezza che abbiamo
nella vita? Il posporla sempre più in là non è forse l’illusione faustiana
della vita eterna o dell’eterna giovinezza? Ecco, questo è un mito laico
che nega ogni valore alla sofferenza e che vede sopra ogni valore il
benessere personale. Che c’è di male? Niente, bisogna solo avere il
coraggio di dirlo.
La legge sulla procreazione medicalmente
assistita
Ma veniamo al dibattito attuale sulla legge 40 del 10 marzo 2004.
Innanzitutto va’ chiarita una grande e voluta mistificazione. Si afferma
che tale legge sia stata fortemente voluta dalla Chiesa cattolica. Beh, è
assolutamente falso perché la Chiesa cattolica, così come per l’aborto, in
merito a tali questioni è ben più “restrittiva” della legge in questione
in quanto, a causa della visione che ha dell’essere umano, la cui dignità
personale per la fede cristiana è tale fin dal momento del concepimento,
non ritiene lecito, in quanto fortemente lesivo dei diritti personali,
alcun intervento che tenda a minare l’integrità della vita umana. Cito
direttamente dal Catechismo della Chiesa cattolica pubblicato l’11 ottobre
1992: La vita umana deve essere rispettata e
protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo
istante della sua esistenza, l'essere umano deve vedersi riconosciuti i
diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere
innocente alla vita (§. 2270). E ancora: L'embrione, poiché fin dal concepimento deve
essere trattato come una persona, dovrà essere difeso nella sua integrità,
curato e guarito, per quanto è possibile, come ogni altro essere umano.
La diagnosi prenatale è moralmente lecita, se “rispetta la vita e
l'integrità dell'embrione e del feto umano ed è orientata alla sua
salvaguardia o alla sua guarigione individuale… Ma essa è gravemente in
contrasto con la legge morale quando contempla l'eventualità, in
dipendenza dai risultati, di provocare un aborto: una diagnosi… non deve
equivalere a una sentenza di morte (§. 2274). Infine: Si devono ritenere leciti gli interventi
sull'embrione umano a patto che rispettino la vita e l'integrità
dell'embrione, non comportino per lui rischi sproporzionati, ma siano
finalizzati alla sua guarigione, al miglioramento delle sue condizioni di
salute o alla sua sopravvivenza individuale.
E’ immorale produrre embrioni umani destinati a essere sfruttati come
‘materiale biologico’ disponibile.
Alcuni tentativi d' intervento sul patrimonio cromosomico o genetico non
sono terapeutici, ma mirano alla produzione di esseri umani selezionati
secondo il sesso o altre qualità prestabilite. Queste manipolazioni sono
contrarie alla dignità personale dell'essere umano, alla sua integrità e
alla sua identità ‘unica, irrepetibile’ (§. 2275)
Come pensare, dunque, che la legge attuale, la quale tali interventi
semplicemente limita, ma non esclude completamente, possa essere accettata
dalla Chiesa e dai cattolici?
E’ evidente che la situazione in cui si trovano quelle migliaia di
embrioni congelati destinati a morire se scongelati è un paradosso. E’ il
paradosso di una “vacatio legis” che ha permesso un precedente abuso. Ma
questo paradosso, di per sé, non nega che quegli embrioni, in quanto
soggetti unici e irripetibili, abbiano una loro dignità umana.
Dunque quelle migliaia di embrioni, purtroppo per loro, vanno
necessariamente messi tra parentesi in questa dissertazione, così come
tutti i milioni di euro spesi per le attrezzature di ricerca, di cui tanto
si sono scandalizzati i medici intervistati da
Report
del 17 settembre scorso (allo stesso modo i nazisti avrebbero potuto
contestare la distruzione delle camere a gas, costate milioni di marchi
dell’epoca) perché se si fa una legge diversa, aperta alla creazione, per
motivi terapeutici, di altri embrioni, sarà un problema per altri milioni
di embrioni-individui ai quali, forse, si potrebbe risparmiare la
squallida fine del divenire, senza essere interpellati ,“pezzi di
ricambio” per gli altri.
Il problema è che l’uomo, con la morte di Dio proclamata da Nietsche, si
illude di essere diventato artefice esclusivo del proprio futuro e di
quello degli altri. Così, spariti i punti di riferimento, quali
l’accettazione della caducità dell’esistenza umana, la speranza in una
vita oltre la morte, la certezza dell’amore di una trascendenza che
provvede ad ognuno secondo il proprio bisogno, l’umanità rischia di
tornare ad essere quello che Hobbes preconizzava già quattro secoli fa, un
branco di lupi famelici dove ognuno diventerà allo stesso tempo vittima e
carnefice. Paolo Aragona
Paolo
Aragona, scrittore, writer, saggista, insegnamento religione, narrativa,
libri, adozione a distanza, Linea Missione, Malawi, HIV, Vita umana,
Fecondazione Assistita