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La Chiesa non si fermi alla morale
di Antonio Socci
«Non ci sono più miracoli, ma solo istruzioni
per l'uso». Ricordo questo folgorante pensiero di Franz Kafka quando vedo
sui giornali le cronache dal Sinodo dei Vescovi (anche ieri sulla prima
pagina di Repubblica). A leggere i quotidiani sembra sia tutto un
discutere su aborto, divorzio, regole e norme di tutti i tipi, come se la
Chiesa fosse al mondo per enucleare divieti e rilasciare permessi e non
per annunciare la liberazione delle creature umane dall'infelicità e dal
non senso.
Tale falsa rappresentazione dipende dalla miopia dei mass media. E da una
cultura laica che tenta di schiacciare la Chiesa sulle questioni morali,
così da stravolgere l'essenza del cristianesimo (che non è anzitutto un
elenco di norme etiche). Ma mi chiedo se non ci sia anche un errore, un
inavvertito scivolamento da parte dei cattolici.
Il cardinale Luciani, che divenne papa Giovanni Paolo I, non aveva timore
di affermare che (noi cristiani) rischiamo di «sostituire lo stupore con
le regole». In effetti quando viene meno lo stupore per ciò che Dio
realmente e misteriosamente compie (che sta compiendo adesso) nella vita e
nella storia umana, subentra una grande preoccupazione moralistica,
organizzativa e regolatrice. E capita spesso che i cristiani e il ceto
clericale confidino più in se stessi, nei propri progetti di riforma o
anche di evangelizzazione, nella propria cultura, nelle proprie capacità
che non nell'iniziativa gratuita di Dio. Cosicché grandi segni di
Misericordia (penso alle apparizioni di Fatima) vengono snobbati e irrisi
dai teologi (e da certi vescovi che lasciarono solo Giovanni Paolo II
nella «consacrazione» richiesta dalla Madonna nel 1917) e grandi santi
sono incompresi e perfino perseguitati dallo stesso ceto ecclesiastico
(penso alle umiliazioni che ha dovuto sopportare Padre Pio le cui stigmate
erano un misterioso e potente richiamo all'Eucarestia).
Il Sinodo è appunto dedicato all'Eucarestia. Per i cristiani non c'è
miracolo più grande. Lo stupore dovrebbe inondarci. E forse - prima di
discutere su mille regole e istruzioni per l'uso - ci si dovrebbe chiedere
perché è diventata così rara l'adorazione eucaristica nelle chiese e si
sono invece moltiplicati i documenti, le riunioni e gli uffici (peraltro
senza nessuna vera efficacia missionaria). Non è questo un sottile ritorno
pratico dell'antico pelagianesimo? Eppure Gesù ci avvertì: «Senza di Me
non potete far nulla».
Si dovrebbe riflettere sull'ammonimento che il cardinale Ratzinger ci ha
rivolto nell'ultima Via Crucis di Giovanni Paolo II, su «quanto Cristo
debba soffrire nella sua stessa Chiesa», sull'«abuso del santo
sacramento», sulla «cattiveria» con cui «celebriamo soltanto noi stessi»,
sulla Parola di Gesù «distorta e abusata», sulla «sporcizia nella Chiesa
anche tra coloro che nel sacerdozio dovrebbero appartenere completamente a
lui», «quanta superbia e autosufficienza!».
Si dovrebbe riflettere sul perché nei libri di certi teologi si leggono
cose tanto «strane» (perfino la resurrezione della carne di Gesù è messa
in dubbio) e - nel post concilio - si sono compiuti tanti abusi nella
liturgia spinti fino oltre il limite dell'ortodossia (non a caso Paolo VI
parlò del «fumo di Satana entrato dentro la Chiesa»). E mentre gli
inventori di tanti abusi teologici e liturgici hanno percorso grandi
carriere, chi desiderava semplicemente pregare come la Chiesa aveva fatto
per due millenni (con la messa in latino) veniva messo al bando. Lo stesso
cardinal Ratzinger ha denunciato «l'atteggiamento di sufficienza» che si
manifesta contro quei fedeli. «Chi oggi sostiene la continuazione di
questa liturgia o partecipa direttamente a celebrazioni di questa natura»,
disse l'attuale Pontefice, «viene messo all'indice; ogni tolleranza viene
meno a questo riguardo. Nella storia non è mai accaduto niente del genere;
così è l'intero passato della Chiesa a essere disprezzato. Come si può
confidare nel suo presente se le cose stanno così? Non capisco nemmeno, ad
essere franco, perché tanta soggezione, da parte di molti confratelli
vescovi, nei confronti di questa intolleranza, che pare essere un tributo
obbligato allo spirito dei tempi, e che pare contrastare, senza un motivo
comprensibile, il processo di necessaria riconciliazione all'interno della
Chiesa».
L'intervento imprevisto del Papa all'assemblea dei vescovi, per
sottolineare il carattere della Santa Messa come sacrificio espiatorio di
Gesù è una forte correzione di tanta teologia postconciliare che pretende
di ridurre la liturgia a una cena conviviale fra amici. Per questo ci si
aspetta dopo questo Sinodo la tanto sospirata liberalizzazione che tolga
quell'odioso divieto della liturgia tradizionale voluto dall'inquisizione
progressista. Anche se non sarà facile allo stesso Pontefice spazzar via i
divieti. Non a caso dopo la sua elezione Ratzinger chiese di pregare per
lui, perché non fuggisse «davanti ai lupi». I lupi sono innanzitutto nel
mondo, ma forse ce n'è qualcuno anche nell'ovile santo. O almeno c'è
qualche cattivo pastore: basti pensare all'ultimo deleterio esempio,
quello del cardinale anonimo che - venendo meno all'«obbligo grave» di
«mantenere il segreto» sul Conclave - ha spifferato tutto il verbale delle
votazioni a un giornalista. E l'ha fatto proprio - a quanto dicono i
vaticanisti - per tentare di condizionare il Papa eletto.
Ci si chiede seriamente se quel cardinale - venendo meno tranquillamente
ai suoi gravi impegni - creda ancora in Dio e tema il suo giudizio. E ci
si chiede se i cristiani - soprattutto gli intellettuali e i teologi -
credano ancora davvero alla «presenza reale» di Gesù Cristo nell'Eucarestia
come i cristiani cinesi che per questo finiscono nei gulag (quanti
miracoli eucaristici nei secoli hanno segnato di misterioso sangue quelle
ostie).
È più importante questo della crisi dell'etica. Anche se i giornali non lo
capiscono. Nel 1968 un'intera generazione rifiutò la Chiesa come
«istituzione» e per la sua morale. Oggi proprio quella generazione sembra
ritrovarla ammirando l'Istituzione bimillenaria e come bussola morale nel
buio del nichilismo. Ma il cristianesimo è molto di più. Sul blog che
l'ottimo Sandro Magister tiene sul sito dell'Espresso ieri si commentava
la conferenza a Pordenone del filosofo nichilista Peter Singer mirata a
spiegare «perché uccidere un infante non è sempre sbagliato». Magister
protestava perché «la conferenza si è svolta nel Convento di San
Francesco» e «gli esponenti cattolici della città pur sollecitati a
prendere posizione, hanno detto o fatto alcunché».
È dovere della Chiesa testimoniare la verità anche sulle terribili
conseguenze del nichilismo, come ha fatto nel recente referendum. Ed è il
mondo stesso che chiede luce alla Chiesa. Ma la luce non è una cultura o
un'etica. È un Uomo, Dio fatto uomo. E la Chiesa sa che per impedire che
l'umanità si autodistrugga non basta un'etica, serve la potenza di Dio.
Così come Gesù - pur avendo orrore di tutte le bestialità che si compivano
al suo tempo - non bandì crociate contro lo schiavismo, le guerre o le
condanne a morte, ma «venne tra noi» con potenza. Scrive Charles Péguy:
«C'era la cattiveria dei tempi anche sotto Roma. Ma Gesù venne. Egli non
perse i suoi anni a gemere e interpellare la cattiveria dei tempi. Egli
tagliò corto. In un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Egli
non si mise a incriminare, ad accusare qualcuno. Egli salvò. Non incriminò
il mondo. Egli salvò il mondo».
(fonte: www.antoniosocci.it)
Paolo
Aragona, scrittore, writer, saggista, insegnamento religione, narrativa,
libri, adozione a distanza, Linea Missione, Malawi, HIV, Vita umana,
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