| Paolo Aragona, Scrittore |
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AFRICA ‘83
Tunisia – Algeria - Primo, Andrea, Paolo, Giacomo- ______________________________________________
Taormina, 4 aprile 1983 – Lunedì
Un’idea balzana, un sogno senza speranza, un progetto con ben poco fondamento… ma la volontà di realizzare qualcosa. E così in una sera di Pasqua, dopo i saluti preoccupati delle mamme e quelli commossi dei papà o di moglie e figlie, è cominciata l’avventura di un viaggio ignoto ma non troppo, che conserva delle ardue imprese di Colombo, Magellano, Cook e Livingstone solo il desiderio di scoprire cose nuove, ma la consapevolezza che in un mondo così nuovo, ma dove nulla è più novità, altro non resta che scoprire in se stessi un uomo nuovo, che solo al contatto con una vita che non è propria può essere ricercato. E questa speranza è quella che mi anima in un viaggio così lungo e non credo che essa sia sola mia prerogativa. Non pare dunque ancora, in queste prime ventiquattro ore di viaggio, che ci stiamo avvicinando verso quel mondo, quello arabo, in cui tanto oggi si parla ma che ancora, nella sua profondità, tanto poco so conosce. Abbiamo percorso autostrade, simbolo di piena “civilizzazione”, attraversato quel famoso stretto di Messina di cui, da sempre, si parla e che da anni ormai è al centro di grandi speculazioni filosofiche circa la possibilità o meno di renderlo più importante con la costruzione di un lunghissimo ponte. Stasera abbiamo visitato Taormina, importante centro turistico della Sicilia bene, e tutto ciò non ci porta ad immaginare la certezza di oggi e l’incertezza di domani. E’ forse questa incertezza che ci fa sognare? Oppure è la realtà del domani che ci rende incerti? So solo che siamo all’inizio di un lungo viaggio, e spero che questo “esodo” verso ciò che non conosciamo duri in eterno, alla ricerca della nostra speranza di cui la civiltà ci sta privando ma della quale l’uomo non può fare a meno. Il perché d’un viaggio senza un’unica meta? Perché come ogni uomo che si rispetti ci piacciono i fossili, ma non piace diventarlo noi: noi speriamo di diventare testimoni del presente e, perché no, del futuro.
Trapani, 5 aprile 1983 - Martedì E’ certamente una sera insolita un po’ per tutti quanti. Non ci è mai capitato di dormire vicino le banchine di un porto, con il mare che fluttua lievemente a pochi metri di distanza; ma è la conclusione più opportuna dopo una giornata trascorsa sul camper, in corsa verso l’Africa. E così anche questa mattina la sveglia molto presto per correre verso Catania, poi Enna, Caltanissetta, Agrigento fino ad arrivare a Trapani nel tardo pomeriggio. La prima, breve sosta, l’abbiamo effettuata in un distributore dove abbiamo fatto colazione e dove abbiamo potuto ammirare, con una sorta di timoroso rispetto, il gigantesco massiccio dell’Etna che fumava copiosamente dal cratere centrale e dalla nuova bocca che da qualche giorno si è aperta. Ho guardato quasi con orgoglio l’enorme vulcano, il più grande d’Europa, il vulcano della terra dei progenitori, un po’ di tutti noi, la fucina di Polifemo che tanta patriarcale riverenza ha generato negli antichi abitanti della Trinacria. Non sono sensazioni costruite, ma dettate profondamente dal pensiero che lui è lì da milioni di anni e da altrettanti scuote quando vuole la terra di Sicilia e i suoi viventi, inerti spettatori della sua volontà. A questo punto doverose sono state le fotografie, misero tentativo di immortalare in una immagine perenne, il presente di oggi e un passato che non ci appartiene, ma che solo è nella mente di coloro che non sono più. Dunque velocemente abbiamo intrapreso la via verso Agrigento, nostra prossima meta. Abbiamo attraversato le montagne di Enna, verdi colli con colori vivaci e sfumati, una campagna completamente originale, di un colore tutto suo, che ha un po’ di tutto e un po’ di niente… “dalle Alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno”… per usare in maniera impropria e in un contesto del tutto diverso le parole di un grande poeta, anche se nulla conosciamo del Reno, del Manzanarre e delle piramidi. Ma è per esprimere la completezza di una natura che stranamente suscita sensazioni nuove, ma altre vissute, forse solo inconsciamente nel desiderio e ne bisogno che l’uomo ha di ritornare ai verdi pascoli del salmo biblico. Una Sicilia tutta particolare “che non ci si aspettava di incontrare”, sono più o meno le sensazioni di Primo, unico nuovo dell’isola, ma non unico nuovo dei luoghi oggi attraversati. Il sole di mezzogiorno ci ha visti arrivare nella valle dei templi, dopo la gran paura di non giungere per mancanza di carburante. La visita è stata piuttosto frettolosa per mancanza di tempo; del resto, se non se ne ha troppo, come fare per riuscire ad impossessarsi delle esalazioni di passato che escono copiose dalle colonne dei templi, dalle tombe paleocristiane, dalle mura dell’antica valle? E’ così per ogni antica rovina: ci si vorrebbe soffermare per cercare di carpire i vecchi segreti della pietra, delle strade, dei templi; ma di fronte all’impossibilità di fare proprio ciò che non lo è si preferisce passare in veloce rassegna, arresi ancora una volta dinnanzi al dilemma del tempo che vive eternamente, di cui la nostra vita è una minuscola frazione, così piccola ma così pregna di significato. Di fronte a ciò che abbiamo visto le fotografie sono state d’obbligo e di diletto. Siamo tornati al camper a abbiamo pranzato con panini. Subito ci siamo messi in marcia verso la Sicilia occidentale; Sciacca, Mazara del Vallo, Marsala e infine Trapani. In effetti non è questa la Sicilia più bella, ma è forse la più povera, quella che offre meno risorse e, per questo, quella che ci presenta paesi più squallidi, paesaggi più aridi, gente più provata. Ha colpito nel segno la considerazione di Primo che ha pensato con commiserazione gli abitanti della zona, una parte della Sicilia che in tutto dà segni di tanta fatica e di poco rendimento; terreni più aridi, qualche capo di bestiame, case coloniche sull’unica strada importante, ma importante perché l’unica. E la gente? La gente affaccendata, in un traffico sproporzionato, ma sempre disposta a dare al turista, allo “straniero” del continente, più informazioni possibili, forse anche inesatte, ma nella loro pochezza, il più esaurienti possibili. Pare gentile la gente di queste parti, e l’ospitalità dei siciliani è ben nota. Pochi esempi ce ne hanno dato prova, ma forse il più palese lo abbiamo avuto io e Giacomo mentre cercavamo Via Garibaldi: un signore nel darci l’indicazione era stato preciso, io e Giacomo, però ad un certo momento , un po’ più avanti, abbiamo mostrato esitazione; il signore ci ha raggiunti e ci ha indicato nuovamente la via. E’ solo semplice cortesia, ma forse mantiene la sua gratuità e la sua spontaneità proprio e perché è di luoghi semplici. Una breve visita a Trapani, una cena con pane carasau frattau ( in assenza di Giacomo a cena da un suo parente), una partita a codice segreto, quattro chiacchiere e la giornata è finita, in attesa dell’inizio dell’avventura più difficile e più sognata. Che Dio ce la mandi buona!… ma se Dio ce la manda lo sarà certamente, anche se forse non tutto capiremo.
Tunisi, 6 aprile 1983 – Mercoledì Finalmente l’Africa! Dopo otto estenuanti ore di mare aperto siamo giunti nel continente nero, sogno proibito per molti, speranza inappagata per altri, progetto riuscito per noi. Non c’è molto da soffermarsi sul viaggio in nave, poiché si è protratto per otto ore consecutive su di una panchina investita dal vento e dai raggi del sole che altro effetto non hanno avuto se non l’abbronzatura che ci hanno prodotto sul viso. La partenza da Trapani è stata effettuata con più di un’ora di ritardo a causa dei numerosi tunisini che aspettavano d’imbarcarsi e che nell’attesa caricavano pacchi su pacchi in container predisposti appositamente per loro. Il viaggio, come già detto, non ha avuto alternativa: mare, solo mare e sempre mare. Lo sbarco, a parte una lunga fila per vistare il passaporto fra spinte, urla e gente che aveva fretta, non ha presentato particolari difficoltà. Alla dogana un arabo molto esigente riguardo le mance, si è dato da fare per farci fare tutto in pochi minuti. E così nel tardo pomeriggio ci siamo avviati da La Goulette verso Tunisi, ancora increduli circa la realtà che tutt’ora ci riguarda. Giunti in città siamo rimasti piuttosto sorpresi nel notare come essa appaia più sotto l’aspetto di una moderna e trafficata città europea piuttosto che sotto le sembianze di una città araba. Strade larghe, trafficate, semafori, gente che corre sono la sue principali caratteristiche. Ma accanto a questa “evoluzione” traspare un certo senso di povertà, di tipica povertà araba che stona abbastanza con quel che gli europei hanno lasciato come impronta. Da ciò ne è derivato, per quanto riguarda noi, un certo senso di cupezza, di rimpianto per la patria, di nostalgia di casa nostra, della nostra città, in apparenza così simile, ma così profondamente diversa. E’ lo stato d’animo di colui che è costretto in terra straniera, dove nessuno lo capisce e dove nessuno lo può aiutare. Non è dunque positivo il primo impatto con la città di Tunisi, tanto europea ma tanto araba, e le due cose, con le loro incompatibilità, creano in noi quel senso di disagio che ci spinge a riscoprire nel più profondo sud quel senso di pace e di libertà che andiamo ricercando; forse domani, a Kairouan qualcosa troveremo.
Kairouan, 7 aprile 1983 – Giovedì Pare che le prime impressioni debbano essere sfatate da quel che oggi, in una intera giornata di perlustrazione, abbiamo potuto vedere. Prima di tutto va rettificato in parte il giudizio che di Tunisi ci eravamo fatti. Questa mattina abbiamo visitato il souk, il mercato, nella parte più vecchia della città. L’impressione ricevuta è indescrivibile, non credo che bastino descrizioni e fotografie per far vivere a chi non c’è stato ciò che si prova nel camminare in un mercato arabo. Ci siamo inoltrati nel souk dalla grande piazza dove si trova l’ambasciata inglese in una via piena di negozi di tutti i generi. Imbarazzante è stato il primo impatto con i mercanti che ci invitavano insistentemente ad ammirare i loro articoli. Così da una via all’altra, da una galleria all’altra, perché spesso i vicoli sono coperti, siamo arrivati nelle vicinanze di una moschea e lì l’atmosfera che già tanto era pregna di Islam, si è fatta satura quasi ad inebriarci e a renderci più sicuri e a nostro agio con quei mercanti che si affaccendavano a dimostrare la bontà e la qualità della loro merce. Il ritorno alla città moderna mi ha trovato un po’ sprovveduto, quasi fossi già abituato a quel ritmo frenetico che la vita tunisina, del souk, impone ai mercanti a ai visitatori. Così siamo tornati al nostro camper, senza nulla aver comprato, cosa che faremo al ritorno, e siamo partiti per la tappa successiva, Kerouan a più di 150 Km. di distanza. Usciti da Tunisi il paesaggio si è fatto sempre più arabo. Prima per la differenza tra Tunisi, città occidentalizzata almeno per la parte nuova, e i paesetti che si succedevano lungo la strada, e poi per la variazione dell’ambiente naturale, sempre più arido e brullo, anche se non ancora desertico. Spesso si potevano notare estese pianure con qualche pascolo d’una fertilità appena bastante, con piccoli agglomerati di casette fatte di pietra, o forse paglia, o fango e paglia. Un ambiente che dava l’idea di quanto la gente del luogo deve faticare per estrarre dalla terra i prodotti che possano bastare al sostentamento di una famiglia. E questo, in verità, non lascia l’animo tranquillo ai turisti che passano di là soltanto per “guardare”. La pausa per la provvista d’acqua ci ha visti protagonisti d’uno spettacolo. Il pubblico era costituito da 4 o 5 bambini che guardavano con curiosità quel che noi facevamo. Abbiamo dato loro qualche caramella, ma chiedevano sigarette. La coscienza di chi sa quale è il danno che esse provocano ha fatto sì che non gliele dessimo. Non so quanto sia stato utile: non sarà per questo che essi non fumeranno e forse li avremmo fatti più contenti per la misera vita che conducono. Abbiamo ripreso la mostra corsa e siamo giunti verso la 12 a Thuburbo Mayus, luogo di notevole interesse archeologico, pochi chilometri prima di Kairouan. La visita si è protratta per circa mezz’ora, dopodiché abbiamo raggiunto Kairouan dove abbiamo subito parcheggiato il camper in uno pseudo campeggio alla periferia della città. Abbiamo pranzato e poi ci siamo recati nella città alla ricerca della grande moschea che fa di Kairouan una delle quattro città più importanti dell’Islam. Il non voler approfittare di guide invadenti ci ha fatto perdere del tempo. Ma proficua per l’interesse cha ha in noi suscitato, è stata la visita alla parte più vecchia della città e del suo souk, dove, è inutile ripeterlo, l’odore della casa di Maometto si è fatto più intenso. Case bianche, vicoli affollati di banchi, negozi, gente che va e che viene, donne con barracano, bambini che chiedono caramelle e “stilò”, tutto ha fatto sì che ci sentissimo sempre meno a nostro agio, ma sempre più soddisfatti per aver cominciato a trovare ciò per cui siamo in viaggio. Ci siamo poi inoltrati alla ricerca della moschea, che abbiamo trovato ma che non abbiamo potuto visitare per la mancanza dei biglietti che avremmo dovuto pre-acquistare non so dove. Siamo allora tornati al camper, dopo una breve visita ad un negozio di tappeti, e abbiamo cenato. Dopo una così stancante giornata, ormai unica cosa che rimane è andare a letto, a sognare casa nostra ma a desiderare, quasi fosse una droga, sempre nuove esperienze, più insolite e meno prevedibili.
Tozeur, 8 aprile 1983 – Venerdì E’ sera. Nelle orecchie l’insolito rumore di musiche orientali, il vociare di giovani a passeggio, il rumore a noi naturale di automobili che passano, Un’altra giornata trascorsa nell’atmosfera ormai più nota del mondo islamico. Questa mattina la sveglia è stata data molto presto per permetterci di fare la tanto sognata doccia dopo diversi giorni di viaggio. Subito dopo siamo partiti verso il sud, la meta era l’oasi di Tozeur, immenso spazio verde (circa 200.000 palme) in un mare di sabbia. Ma andiamo con ordine. L’inizio del lungo cammino non ha presentato novità di particolare interesse, il paesaggio era sempre lo stesso: terre aride anche se non desertiche, interrotte da frequenti estensioni di alberi di ulivo e di mandorlo. La solita gente, la solita vita che sempre più ci stupisce e sempre più ci colpisce. Una vita grama, priva di ciò che appare superfluo, ma piena di fermento, di attività e di voglia di fare. Interessante l’incontro, durante il tragitto, con alcuni bambini che ci presentavano scatolette di latta con dentro cristalli scuri di quarzo. Li abbiamo comprati per pochi dinari. Ma più che l’affare non di eccezionale convenienza, ci ha colpito nuovamente questa mania del commercio che sin da piccoli compare negli arabi, veri artisti in questo campo. Siamo giunti a Tozeur verso l’ora di pranzo e in effetti abbiamo subito consumato il nostro pasto dopo aver però cambiato una quarantina di dollari per le spese da effettuare nel pomeriggio. La visita dei negozi alla ricerca di geodi di “rara bellezza”, il mercanteggiare furioso di Andrea, hanno occupato gran parte del primo pomeriggio. Le conclusioni sono state più o meno positive. Dopo i primo acquisti, più che altro di Andrea e di Primo, abbiamo cercato un altro posto per il camper dopodiché ci siamo tuffati nuovamente nell’anima del mondo islamico: il commercio. Abbiamo acquistato diverse rose del deserto, piuttosto belle, presso la bancarella di un anziano venditore. Chiusi per il momento gli acquisti, abbiamo rivolto il nostro occhio al ben più nobile aspetto turistico della cittadina. Ci siamo così addentrati nell’oasi, un vero paradiso di pace nel caldo del deserto che comincia a diventare soffocante. Moltissime le palme da dattero e bellissimi i verdi angoli dell’oasi. Veramente un’oasi di pace nel chiasso indiavolato dei souk tunisini. La visita a Tozeur è proseguita con “l’eplorazione “ dello zoo con dimostrazione sui rettili, che in altro non consiste che in una visione ravvicinata nella mano della guida, e con la visita dello splendido giardino del paradiso pieno di piante di ogni genere, caratteristiche anche di terre italiane. Tutto bello ma tutto diverso da quello che ognuno di noi si sarebbe aspettato di trovare nel deserto. Piuttosto stanchi siamo tornati in città per gli ultimi acquisti di Giacomo che ha comprato alcuni geodi, peraltro non eccezionalmente belli, ma abbastanza per il prezzo che li ha pagati. La cena è stata rapidamente preparata da Primo e consumata altrettanto rapidamente. Il sonno è poi sopraggiunto e così mi ritrovo solo, con la tenue luce della lampada, a scrivere queste nostre memorie che spero serviranno per ognuno di noi ad apprezzare ancor più di adesso gli stupendi momenti che l’Africa ci sta regalando. A domani con il grande deserto sabbioso del Grande Erg Orientale.
Touggourt, 9 aprile 1983 – Sabato Finalmente il mio sogno si è avverato; poter dormire nel silenzio, sotto le stelle che vegliano, a contatto col deserto, senza intermediari. Siamo infatti accampati in un camping vicino Touggourt, separati dalle dune sabbiose solo da una palizzata. Il silenzio, a parte qualche auto che passa, è assoluto. In questa immensa pace non mi è facile ricordare le avventure capitateci nella giornata, tendo a considerarle con una certa faciloneria. Comunque nulla di particolare è avvenuto prima dell’arrivo alla frontiera algerina, a parte la visita allo Chott el Gerid che abbiamo costeggiato: un’immensa distesa arida e salata formatasi dopo il prosciugamento di una enclave marina. Alla frontiera siamo giunti nel mezzo della mattinata, per altro incominciata per noi molto presto. Tutto senza problemi per la parte tunisina dove il controllo passaporti e il visto di uscita sono state cose molto rapide. Molto più lenta invece è stata la parte algerina, dove il tutto è durato circa un’ora e mezza per concludersi in bellezza con il falò delle cartoline che riproducevano un bambino nordafricano che la casa madre delle Piccole Sorelle mandava alle comunità dell’Algeria. Semplicemente un’osservanza della legge per i doganieri. Ma di quale legge? E così abbiamo proseguito il viaggio per El Oued, prima tappa in Algeria. Qui abbiamo cambiato i mille dinari ciascuno che una recente legge obbliga a cambiare e a spendere, poi abbiamo pranzato e fatto l’assicurazione per il camper. Siamo poi partiti verso Touggourt, tappa ultima della giornata. In questo spazio il paesaggio si è fatto più caratteristico, il tipico paesaggio desertico dell’Africa del Nord: dune sabbiose a perdita d’occhio con radi cespuglietti d’erba senza interesse e utilità, uno spettacolo da non dimenticare; tante volte si è ammirato un documentario, films, filmati, ma mai si potrà avere la strana sensazione che si prova ad ammirarlo e a fotografarlo dal vivo. Ci siamo fermati per questo durante la strada; in una prima tappa per raccogliere rose, un’altra per fare fotografie, nella speranza che esse non renderanno mai nulla la memoria di questi giorni. Abbiamo poi scambiato alcuni vestiti vecchi con delle belle rose del deserto che vendevano alcuni ragazzini lungo la via. Ripreso il cammino abbiamo continuato ad ammirare il paesaggio, consapevoli che trascorsi questi venti giorni, forse per tutta la vita la sua visione non rimarrà che un ricordo e la speranza di rinnovarlo, una speranza che ha la realtà e la durata di un sogno. Siamo giunti a Touggourt nel tardo pomeriggio e subito abbiamo cercato la casa delle Piccole Sorelle per consegnare loro il pacco. Le abbiamo trovate molto in periferia; l’accoglienza dei nativi non è stata delle più gentili, a Primo è arrivato, da mano clandestina e ragazzina, un dattero in testa e le parole spese a nostro riguardo, che del resto non abbiamo capito ma solo intuito, sono state innumerevoli. Questo ha un po’ scoraggiato qualcuno di noi, ci ha un po’ intimoriti per il proseguimento del viaggio. A me personalmente ha dato solo da pensare. Il giudizio più affrettato, più naturale e in apparenza più logico sui bambini del luogo, è stato severo; dal loro aspetto traspariva non solo monelleria ma anche un pizzico di cattiveria. Ma come si può pensare questo di creature che per definizione e per realtà risultano le più semplici e le più pure? Si sa che i bambini agiscono per ciò che i grandi insegnano loro e non si può dare a loro la colpa di ciò che non fa parte della loro natura; e la loro naturale tendenza, come quella di ogni uomo incontaminato dall’odio, dalla rivalità, dalla vendetta e dal pregiudizio, è l’amore verso la verità. Sta a noi, con l’esempio, indicare la giusta via. La nostra amarezza sta dunque nel constatare che gli antichi rancori non sono ancora dimenticati e che la riscoperta dei valori e dei diritti dell’uomo evidenziati in questi due ultimi secoli non dà ancora i suoi frutti o forse, nella peggiore delle ipotesi, è solo un’illusione. Siamo poi andati alla ricerca del camping, quasi fosse un’oasi di pace nella guerra morale che si svolge in continuazione tra bianchi e popolo arabo; una guerra senza chiasso , ma piena di un silenzio che fa ancora più paura. Il nostro viaggio assume allora un altro scopo: cercare di individuare le radici di vendetta che l’islam rivolge contro di noi, e ciò non pare troppo complicato, e cercare di farci promotori, anche solo nei confini del nostro camper, di una rappacificazione dei nostri risentimenti, talvolta amplificati (come i loro del resto) e portare a coloro che incontreremo, anche se pochi, una ventata di pace e di affetto che senza dubbio porterà i suoi frutti. Anche se non li potremo assaporare, l’importante è che essi diano i semi per la crescita di radici sempre più forti.
Ghardaia, 10 aprile 1983 – Domenica Ormai nessun inizio originale può far da prologo a queste pagine di cronaca giornaliera. Tutto procede con il medesimo ritmo e la mattina trascorre come al solito in viaggio; nell’attraversare il deserto, nel fare fotografie, nel raccogliere sabbia e nel guardare, in uno scenario sempre uguale, il tempo che scorre ma che pare fermo. Ed infatti anche questa mattina la partenza è stata fissata molto presto, ancora il sole non era sorto del tutto anche se la luce era abbastanza diffusa dagli strati più densi dell’atmosfera. Il paesaggio si è mantenuto costante per un certo tratto, ma poi è mutato improvvisamente e le dune sabbiose sono scomparse per dar posto ad una landa desolata, sassosa con radi cespugli a variare l’uniformità, per quello che la loro presenza poteva fare. In questo mare di arsura ci siamo fermati per fare colazione. Ci siamo poi messi in marcia verso Ouargla, prima meta della giornata. Nei pressi dell’oasi che prelude al paese appena citato, ci siamo fermati nelle vicinanze di un lago salato dove si godevano il sole e un po’ di umida frescura fenicotteri e uccelli neri di non ben definita specie, almeno per le nostre conoscenze. Abbiamo sostato in questo posto per una mezz’oretta dopodiché ci siamo avviati alla ricerca del Museo Sahariano indicatoci da Airone, ma non lo abbiamo trovato e dunque abbiamo ripreso la marcia in direzione di Ghardaia; paese dalla triste fama, stando a quanto raccontatoci da Andrea circa la sua precedenza esperienza. Ma di negativo altro non abbiamo riscontrato se non i prezzi troppo elevati dei geodi e dei piatti d’ottone. I tappeti, in proporzione erano di un giusto prezzo, anche se non molto belli. C’è da annotare di questa città, la grande possibilità di commercio che offre, ma la scarsa capacità di attuarlo degli algerini rispetto ai tunisini, derivata forse, per quanto abbiamo notato nei nostri confronti, dalla naturale indisposizione che essi hanno verso gli europei. Non si sono verificati da parte dei negozianti quegli assalti tipici dei commercianti tunisini, che un po’ danno noia, ma che d’altro canto incoraggiano il cliente a trattare l’affare. La massima freddezza invece hanno mostrato gli “abitanti” del souk di Ghardaia; non ci ha certo incoraggiato a quel tira e molla tipico invece del mercanteggiare dei souk o dei negozi della Tunisia. Senza nulla aver comprato e con i mille dinari a testa ancora da spendere, ci siamo avviati verso un camping a 60/70 Km. dalla città, molto pubblicizzato dalle guide dell’Algeria. In effetti è situato in un’oasi piena di acqua e addirittura con una piccola piscina che Primo non si è lasciata scappare. Uno dei gestori ci ha spiegato più o meno l’origine del posto descrivendoci tutto in perfetto italiano imparato all’università di Bologna, dove ha svolto i suoi studi. Così una volta cenato ci siamo coricati per la nanna, nuovamente cullati dal dolce e metodico canto dei grilli.
El Golea, 11 aprile 2983 – Lunedì Oggi una splendida giornata. Non forse per il tempo atmosferico, meno limpido ma sempre caldo, quanto per i posti visitati e per gli affari conclusi. Come la solito la partenza di buon mattino verso El Golea, prima tappa di quell’Africa sconosciuta anche ad Andrea, dove inizia il vero deserto, suole ripetere il buon tripolino ogni giorno, come se quello attraversato finora non fosse tale. In effetti ciò che oggi abbiamo visto e sperimentato non ha precedenti in questo nostro viaggio. E forse sarà anche domani a Timimoun, ogni giorno, scendendo più a Sud troveremo l’Algeria più vera, più caratteristica e più povera. Ma è sempre così: ogni cosa che non si è mai vista risulta come novità, e ogni cosa nuova risulta più interessante rispetto alle precedenti; è la caratteristica dell’uomo, che non si accontenta mai e che sempre vuole trovare quel che più interessante e di più soddisfacente la vita può presentargli. Per tornare alla cronaca, questa mattina siamo giunti a El Golea abbastanza presto e subito, seguendo ciò che la guida ci indicava, siamo andati alla tomba di Pére de Foucauld dove ci condotto, indicandoci la via un ragazzino del posto.molto discreto, gentile e molto povero. Qui ci ha lasciati ad una guida-mercante adulta che ci ha fatto vedere in una stanza reperti preistorici (punte di freccia) e legni fossili che abbiamo barattato con del vestiario. Di fuori ad aspettarci, c’era il bambino con altri ragazzetti che ci hanno mostrato delle conchigliette che , alla stessa maniera, abbiamo barattato. Lo abbiamo fatto con piacere visto che valutano più certi articoli, probabilmente inesistenti in questi luoghi o almeno non in commercio, che i dinari che non accettano per nessuna ragione. Che pena però pensare in quale miseria si trovano in uno stato così ricco che li trascura e pensa solo ad armarsi. Erano molto sporchi, con i capelli arruffati che forse non hanno ami conosciuto pulizia, ordine e… pettine. In uno di loro evidenti erano delle rughe sulla fronte e la pelle era bruciata dal sole. Abbiamo poi dato appuntamento ai tre davanti al camping per portarci altre cosette e li abbiamo ricompensati con delle nostre magliette che hanno accettato volentieri. Subito si è sparsa la voce e si sono presentati a noi parecchi tra bambini, ragazzi e ragazzetti con conchigliette fossili, punte di freccia, qualche rara bivalva e un grosso gasteropode. Sempre nella mattinata abbiamo scambiato altri indumenti e ad alcuni abbiamo dato appuntamento per il pomeriggio. Dopo pranzo altre trattative e poi un giro al souk e alla città. Il tutto si è presentato piuttosto male, con un mercato misero, pochi negozi e vie polverose e trascurate. Siamo perciò rientrati verso il camping e durante la strada qualcuno ci ha fermato per altri affari. Abbiamo contrattato con i precedenti, alla presenza di un minorato che nulla aveva di umano ma tutto di scimmia, e con alcuni abbiamo concluso per una grossa conchiglia e delle punte di freccia. Un po’ di respiro e poi via dietro un ragazzino che ci ha portato nella sua casa per mostrarci “le fossile”, un tugurio in un quartiere ancora più squallido. Ma nulla aveva di ciò che cercavamo e per questo ci ha fatto molta pena. Ha rischiato con la polizia (evidentemente il commercio con gli stranieri è proibito), ha ricevuto rimproveri dai suoi compaesani, così ci pare d’aver intravisto, e poi nulla! Chissà quale delusione! E tutto per qualche straccio che avremmo potuto dargli. Se avesse voluto oro glielo avremmo dato, ma non lo vorranno mai avere. Quello che loro cercano è la dignità di potersi sentire uomini, vestiti come gran parte del mondo che li circonda; con l’oro, con i soldi non sanno cosa comprare, non hanno nulla che non sia pane e verdure che possa farli felici, tranne quei pochi indumenti che coloro che passano da lì come noi, possono con loro scambiare. La loro dignità di veri poveri si riconosce anche in questo. Altri bambini in Tunisia, dove stanno meglio anche se non vivono negli agi, avevano il coraggio di chiedere, di pretendere da noi regali. Qui, invece, pare loro naturale che con i turisti si debba barattare; è commercio e non c’è nulla di più onesto, di più giusto e di più dignitoso. Ma anche in questo il governo li castra, chissà con quale stupida legge che come tante altre ha reso l’Algeria un’isola ricca dove il popolo vive nella miseria. Lasciate queste considerazioni non resta che provvedere col comunicare l’affare del giorno concernente in quattro belle conchiglie, di cui una è enorme, scambiate con un paio di miei vecchi jeans, con i miei scarponcini e con una maglietta di Andrea. I mercanti: un paio di ragazzi che da un po’ ci promettevano roba e in effetti hanno portato il meglio. Una semplice ma buona cena ha concluso l’intera giornata e un sonno ristoratore lo ha coronato con i suoi sogni di pace, di novità… e di nostalgia di casa.
Timimoun, 12 aprile 1983 – Martedì Mi circonda un’atmosfera di pace nel paese di Timimoun. Ho la finestra aperta, le voci di Giacomo e Primo che parlano pacatamente seduti fuori sul marciapiede, i rumori di stoviglie di un Andrea affaccendato , il brusio paesano di sottofondo concludono lo scenario uditivo di questa sera. Il campo visivo che ho davanti è solo di bianchi fogli che per poter essere scritti mi riportano indietro a questa mattina, quando già alle 6,20 ci siamo avviati da El Golea in direzione di Timimoun. In verità io ho continuato a sonnecchiare per un paio d’ore scarse, ma il paesaggio , posso immaginarlo, non ha presentato grosse novità. Andando avanti, però lo scenario è diventato sempre più brullo e privo di movimento. Nella sosta che abbiamo fatto per la colazione e per dare un’ occhiata al terreno, non sono passate macchine per tre quarti d’ora! Siamo giunti a Timimoun dopo parecchie ore di viaggio. Ci siamo trovati davanti a delle strane costruzioni di color rosso mattone, rosso però piuttosto strano, e di stile sudanese, come dice Airone. I pinnacoli non fanno difetto e il paese si è presentato come cittadina ordinata e pulita. Poche però le strade asfaltate, e se incatramate ridotte molto male. Ci siamo fermati in una piazza e abbiamo pranzato. Poco dopo un ragazzo si è offerto per guidarci nei posti più caratteristici. Gli abbiamo subito fatto presenti le nostre preferenze, e cioè il voler trovare conchiglie e legno fossile. Ci ha così guidati oltre l’oasi per una stradaccia che ha messo a dura prova il camper, ma alla fine siamo riusciti ad arrivare in una distesa desertica dove, a nostra sorpresa, ci ha fatto vedere minuscoli resti di anellidi fossili con i quali i locali fanno collanine. Ne abbiamo prese un po’ e poi siamo andati verso il luogo dove si reperire legno fossile. Anche in questo caso i ritrovamenti non sono stati dei migliori, ma nel complesso niente male. Il caldo però era insopportabile e per questo abbiamo deciso di congedare il ragazzo prima del previsto con una camicia e 30 dinari, circa 10.000 lire. Prima di andarsene l’algerino ci ha lasciato nei pressi di un campeggio che però non ci ha accolto per motivi incomprensibili. Tornati a parcheggiare nello stesso punto di prima, abbiamo bevuto abbondantemente e poi scritto le cartoline comprate poco prima. Nuovamente ci siamo avviati, questa volta soli a piedi e con meno calura, verso il posto del legno fossile e lì abbiamo fatto incetta di pezzi di medie dimensioni, ma di discreta bellezza. Rientrati carichi in camper abbiamo cenato con la buona pasta alle vongole preparata da Primo che non ci aveva seguito nella nostra ricerca. Ora, mentre scrivo, Andrea che ha finito di lavare le stoviglie e Giacomo stanno sistemando il bagagliaio in un’atmosfera, come già detto, di grande pace e serenità, in contrasto con la cattiva accoglienza e la conseguente impressione ricevuta dal paese e dai suoi abitanti. Forse seguirà una chiacchierata in comune e poi certamente una meritata notte di riposo per ripartire domani di buon’ora verso Beni Abbes, la prima tappa di ritorno verso il Nord.
Taghit. 13 aprile 1983 – Mercoledì Siamo ormai nettamente in marcia verso la patria, sulla via di ritorno che ci deve portare a Tunisi. Dopo la giornata trascorsa a Timimoun, oggi abbiamo passato la maggior parte del tempo in viaggio anticipando così un’altra tappa. Ma andiamo con ordine. Questa mattina, subito dopo esserci svegliati, ci siamo diretti verso il posto che la guida dell’Algeria indicava come miniera di legno fossile. Quale miniera in verità abbiamo trovato! Pezzi di corteccia, rametti, tutto splendido. Ne abbiamo raccolto molto ma il tempo ci ha messo fretta e così siamo ripartiti diretti a Beni Abbes, la tappa che avrebbe dovuto concludere la giornata. Però il tempo impiegato per raggiungerla, comprese numerose fermate di perlustrazione mineraria, non è stato molto e così all’ora di pranzo ci siamo fermati all’entrata del paese per consumare il meritato pasto. Un piccolo riposo nell’afa di un caldo soffocante e poi ci siamo recati in cerca della casa delle Piccole Sorelle per consegnare il resto delle cartoline salvate dal falò della dogana algerina. Le abbiamo trovate subito, e dopo un bicchiere d’acqua, l’unica cosa che in questi luoghi si può offrire e che è sempre ben accetta, ci siamo diretti verso il camper. Preso il coraggio a due mani abbiamo deciso di partire per il luogo che avremmo dovuto raggiungere domani: Taghit. Poche dune, molte pietre e tanto sole: ecco qui lo scenario dei nostri ulteriori 140 Km. Ma all’improvviso l’oasi. Stupenda, verdeggiante dinnanzi un mare di finissima sabbia rosseggiante, sistemata in altrettante favolose dune. Subito abbiamo parcheggiato il camper nel camping gratuito del paese dove c’è acqua abbondante, poi via all’assalto delle dune. Primo ha rinunciato alla scalata, io, Giacomo e Andrea ne abbiamo conquistata una, che fatica! Ma che favola lassù! Un rollino è partito sia ad Andrea che a me, causa forza maggiore… solo qualche fotografia! Giacomo ed io ci siamo poi tolti il gusto di rotolare giù per la duna mentre Andrea ci riprendeva con la cinepresa. Sporchi ma soddisfatti, siamo tornati alla nostra casa viaggiante per farci una doccia ristoratrice. Il cuscus cucinato come al solito magistralmente dal nostro capo-cuoco, nonostante i pochissimi in gradienti a disposizione, ha saziato gli stomaci affamati. Un po’ di bucato approfittando dell’acqua, chiacchierate e sistemazione del camper. Poi a nanna per ripartire domani verso l’ulteriore meta. Nel complesso una buona giornata anche se non caratterizzata da nulla di particolare. Ma un po’ la soddisfazione di portare a casa tanta bella roba oltre agli indimenticabili ricordi, un po’ per il piacere di trovare belle cittadine come Taghit , per giunta ben disposte verso i turisti, ci hanno lasciato questa sera la bocca dolce, di uno zucchero che speriamo si squagli il più tardi possibile.
El Bayad, 14 aprile 1983 – Giovedì Addio deserto! Ieri con Taghit e le sue bellissime dune abbiamo salutato definitivamente il vero deserto sabbioso che da più di una settimana ci accompagnava. Oggi ce la siamo presa più comoda; partenza alle otto in direzione di Ain Sefra, la tappa successiva.Il paesaggio si è fatto via via più brullo, e alle sconfinate distese di sabbia si sono sostituite le prime montagne, prima all’orizzonte e poi… a portata di ruote. Le strade non hanno presentato comunque eccessiva pendenza visto che il dislivello da smaltire (circa 700 metri) era diluito in 36 Km. di percorso. Le soste sono state meno lunghe e più rade, solo per raccogliere sabbia, l’ultima e la più difficile da trovare. Così verso l’ora di pranzo siamo giunti ad Ain Sefra, orribile paese che non offre né il movimento della cittadina evoluta né quello più rilassante della tipica città araba. Insomma ci è apparsa subito come città neutra, senza colore né sapore. Abbiamo allora pranzato all’entrata (in questo caso all’uscita) della città e dopo un breve riposino, abbiamo deciso di coprire alcuni chilometri del lungo tratto di domani. Così verso il tardo pomeriggio siamo arrivati a El Bayad, una città di media grandezza ma carina e movimentata. Forse l’aria montana e più fresca, come ha fatto notare qualcuno di noi, rende questa gente più attiva e meno apatica. Molto passeggio di militari, molti ragazzi. Insomma in complesso niente male. Fatto il doveroso giro di perlustrazione e comprato un chilo di carote siamo tornati al camper dove abbiamo allestito la cena concernente in pane carasau frattau , già mangiato a Trapani, in carote crude e in qualche biscottino. Poi le solite pratiche serali. Degna di nota l’offerta fattaci da un giovane del paese che, per rispettare la tradizione d’ospitalità della sua famiglia, ci ha portato e offerto del pane di casa sua appena sfornato. Abbiamo ricambiato con due pacchetti di sigarette. Che sia solo una manovra interessata? Può darsi, ma in qualunque caso la prima offerta è stata la sua e non ha certo esagerato in sfacciataggine e accattonaggio visto che non ha chiesto nulla in cambio anche se, probabilmente, si aspettava un nostro contraccambio. Ma, al di là delle considerazioni, rimane un gesto simpatico che dà un po’ più di sapore ad una giornata iniziata scialbamente e fino a qui in maniera altrettanto noiosa. Che sia l’assenza del deserto a rendere tutto meno interessante? Oppure è l’abitudine che comincia ad impadronirsi di noi? Non so, comunque il viaggio ci riserva ancora molto, speriamo che la stanchezza non ce lo renda meno interessante.
Biskra, 15 aprile 1983 –Venerdì Sveglia molto mattutina quest’oggi, al canto di raccolta del muezzin. Eravamo infatti posteggiati proprio sotto il minareto di una moschea e la voce che usciva dal megafono non ha potuto non svegliarci. Siamo partiti subito, quando ancora non era sorto il sole. La distanza coperta ieri ci ha consentito di raggiungere Aflou molto presto e così, subito dopo colazione, abbiamo cominciato la ricerca dei negozi di tappeti, che qui pare siano rinomati. La ricerca è stata lunga e vana. Essendo oggi venerdì, giorno festivo per l’Islam, i negozi erano chiusi. Dopo aver visitato l’unico negozio aperto e dopo informazioni inutili, delusi, abbiamo ripreso la marcia per Laghouat ad altrettanti chilometri di distanza, meta prefissata per la giornata. Un breve giro per alcune vie e subito abbiamo trovato un negozio di tappeti dove ne abbiamo acquistati tre di dimensioni medie per 2.400 Dinari. Soddisfatti per la spesa (Andrea si è fatto togliere 300 Dinari) ci siamo avviati al camper, abbiamo pranzato e poi, considerata l’inutilità di rimanere ancora a Laghouat, abbiamo deciso di coprire anche la tappa successiva fino a Bistra (401 Km.). E così sempre attraverso i monti ci siamo messi in cammino. Il percorso si è fatto più agevole, tranne i primi chilometri in rifacimento chissà da quanto, anche perché dai 700 mt. Di Laghouat siamo dovuti passare ai 100 circa di Bistra, dunque tutta discesa. Al paesaggio montuoso si è sostituito una specie di steppa pre-desertica. Per il resto null’altro da considerare visto che il pomeriggio e la sera sono trascorsi in viaggio fra urli di Andrea, chiacchiere e sonni vari degli autisti che si alternavano. Bistra si è presentata come una città moderna e pulita. Abbiamo subito chiesto del Giarden London, una sorta di campeggio gratuito, ma da lì ci hanno mandato a un campeggio organizzato che però richiedeva strani timbri della polizia. Lasciato il posto con un po’ di stizza abbiamo deciso di parcheggiare in un posto isolato vicino ad un albergo dell’Altour. Al canto del muezzin che chiudeva la giornata Primo ha preparato la cena che stiamo (anzi stanno) consumando. Un bel sonno per poi riprendere domani mattina, dopo la visita ai negozi, la marcia verso casa.
Tebessa, 16 aprile 1983 –Sabato Ultima tappa algerina con tre giorni di anticipo sul programma. Domani lasceremo questo paese con un po’ di gioia in verità. Non che non sia bella , direi un’eresia, ma dopo quindici giorni in terra straniera si comincia a sentire il desiderio di casa e in Tunisia ci si sente più vicini all’Italia sia per l’effettiva vicinanza geografica, sia per una maggiore familiarità e corrispondenza con il popolo tunisino, più gentile e ospitale che quello algerino. La notte a Bistra è trascorsa tranquilla, tranne nell’ultima parte quando un cane si è messo a latrare e a piagnucolare vicino al camper. Fatta colazione abbiamo girato un po’ la città e Primo ha comprato in un fornito negozio una bella coperta di lana per il prezzo di 455 Dinari. Il negoziante ostinandosi a non concedere lo sconto, non gli ha permesso di acquistare un tappeto. Cosicché dei 4000 Dinari iniziali rimangono da spenderne ancora 300. Domani si vedrà qui a Tebessa. Fatto l’acquisto siamo partiti in direzione di Batna attraverso le solite montagne che da più giorni ci accompagnano. Il panorama è monotono e abbastanza familiare per noi e ciò rende questi ultimi giorni più noiosi e più lunghi. Giunti a Batna, abbiamo deviato per Timgad, grande città romana le cui rovine sono in ottimo stato di conservazione. Nello spiazzale adiacente all’ingresso abbiamo pranzato, dopo aver fatto alcuni acquisti in un negozio che vendeva cose antiche. Abbiamo comprato alcuni fossili e tre monete romane per Salvatore che me le aveva chieste. Da 450 Dinari ciascuna, Andrea è riuscito a scendere sino a 25 dollari per tre monete ( 110 Dinari circa); un buon affare, almeno credo. Visitate velocemente le rovine abbiamo ripreso la marcia per Kenchella, attraverso strade in uno stato decente, abbastanza ripide e tortuose; questo ci ha rallentato parecchio così come la segnaletica che indicava la strada per Tebessa, tappa definitiva della giornata. Giunti a Tebessa nel tardo pomeriggio, abbiamo cercato un negozio di tappeti che però non abbiamo trovato. L’artizanat era chiuso e per questo motivo dovremo attendere la mattina per fare quest’ultima spesa prima di attraversare la frontiera. Dopo un lungo girovagare e qualche fotografia, siamo tornati al camper dove in questo momento io sto scrivendo seduto al tavolo centrale, Primo sta cucinando la pasta alla carbonara e Giacomo e Andrea stanno mettendo in ordine il legno fossile nel bagagliaio. Dunque addio Algeria, paese bello per i posti, brutto per l’organizzazione, strano per la gente. Ma nel complesso paese che ci ha dato molto col suo deserto, con i suoi momenti di imbarazzo, con i suoi poveri, con i suoi bambini a volte ospitali e simpatici, come questa mattina intorno al camper, e a volte ostili come a Touggourt. Buon appetito e buona notte dunque. La Tunisia e poi l’Italia ci attendono impazienti!
Ain Draham, 17 aprile 1983 – Domenica La bottiglia del brandy mi sta davanti, Primo cerca affannosamente i bicchieri per il cicchetto serale. Andrea, a parte qualche scaramuccia con Giacomo, si sta mettendo a letto. Io, come al solito farò tarda notte per scrivere quel che durante la giornata ha coinvolto noi quattro giovani italiani alla conquista dell’Islam. Questa mattina brutto risveglio per me e Giacomo, destati dalle solite violenze di Andrea a dalle sue esclamazioni. Veloce colazione e poi dritti all’artigianato del tappeto in una via adiacente al nostro parcheggio. Ma di là ci hanno mandato all’altro negozio che li vende. Tappeti bellissimi ma con prezzi non altrettanto belli e così abbiamo continuato la ricerca per comprare qualche cosa da permettere a Primo di spendere gli ultimi 332 Dinari rimasti. Arrivati in una specie di souk, contrattando Andrea ha farro scendere il commerciante da 400 a 332 Dinari e così Primo ha potuto comprare un caratteristico tappeto algerini di modesta bellezza. Abbiamo poi preso la via per la frontiera dopo aver esaurito tutto il resto dei soldi con il pieno di gasolio nel camper e una tanica. La via era molto stretta e s’inerpicava per montagne sempre più verdi e alberate. Dopo 28 Km. di stradaccia appresso a un camion siamo giunti alla frontiera; in verità dopo aver sbagliato strada. Il controllo documenti è stato questa volta abbastanza rapido. Più lente sono state le pratiche per l’entrata in Tunisia. Lasciata definitivamente l?Algeria ci siamo diretti verso il Nord; la nostra meta era il paese da cui sto scrivendo. Il viaggio fino a un certo punto lo abbiamo fatto in compagnia di due poliziotti tunisini che ci hanno chiesto un passaggio. La sosta per il pranzo è stata effettuata a El Kef, piccola cittadina dove però era intenso il traffico, oggi forse per una partita di calcio che si doveva svolgere al campo sportivo. Ripresa la marcia ci siamo sempre più inoltrati sulle montagne tra verdi boschi e distese di prati. Ci siamo fermati per la sosta definitiva 7 Km. prima di questo paese, nel parcheggio di un albergo, in mezzo a sugheri e querce. Qui abbiamo trascorso diverse ore, durante le quali abbiamo rimesso a posto le rose del deserto, ci siamo riposati e trattenuti in conversazione con alcuni italiani che lavorano da queste parti. Nel bel mezzo della pace, però, è arrivato un tizio dell’albergo che ci ha ingiunto, con fare scocciato, di andare via. Siamo ripartiti e dopo aver fatto rifornimento di acqua presso una fontana sulla strada, abbiamo parcheggiato definitivamente nel paese di Ain Draham che già riposa nel sonno. Così come fanno i miei compagni e come, a quest’ora, dovrei fare anche io. Nostalgia del deserto e nostalgia di casa si mescolano nel silenzio di questo borgo, un buon sonno e qualche sogno mi prepareranno ad affrontare domani una nuova giornata.
Tunisi, 18 aprile 1983 – Lunedì Ain Draham non ci ha riservato grosse sorprese durante la notte. La mattina tutto ciò che ha caratterizzato i nostri risvegli è stato fatto con calma. Dopo colazione abbiamo dato un’occhiata al paese per cercare dei lavori in legno che a quanto ci era stato indicato, vengono venduti dai bambini della cittadina. Non avendovi trovato né infanti né un souk decente, abbiamo preso la via verso Tabarka dove, a detta delle guide, vi è molto commercio di corallo direttamente pescato in questi luoghi. In effetti di corallo ce n’è molto ma non sempre a prezzi accessibili. Solo Primo e Andrea ne hanno comprato, io e Giacomo ci siamo limitati a comprare delle pipe per i nostri papà, dopo aver chiaramente cambiato i dollari in banca. Siamo partiti per Tunisi prima dell’ora di pranzo e abbiamo ripreso quel paesaggio di campagna che da qualche giorno ha soppiantato l’assolata aridità delle zone desertiche e pre-desertiche. Miriadi di bambini che uscivano dalle scuole hanno fatto da contorno al nostro passaggio. Ne è derivato un sentimento di serenità e gaiezza che, personalmente, ha reso meno spento un viaggio, per fortuna non molto lungo, che a causa di panorami a noi noti ci stava stancando. Abbiamo pranzato per strada, di fronte a una bancarella che vendeva piatti di creta. Un po’ per compassione, un po’ per aver fatto parlare i venditori( una famiglia di gente povera), Andrea ne ha comprato uno per 2,5 Dinari TN. A Tunisi abbiamo fermato il camper nello stesso parcheggio usato all’andata. Subito ci siamo messi alla ricerca della Posta per telefonare, ma non ci siamo riusciti per l’errore di non omettere dal prefisso di Roma lo zero iniziale, cosa che io avevo detto ma che non era stata presa in considerazione. Falliti questi tentativi siamo andati al souk, bellissimo di sera. Abbiamo acquistato orecchini e bracciali per le sorelle e piatti di rame. Tornati al camper per darci una sistemata prima di andare al ristorante a mangiare un cuscus offerto da Andrea, abbiamo ricevuto una sassata da mano ignota che fa lasciato un bel segno sulla fiancata del camper. Abbiamo così deciso di spostare il camper e lo abbiamo sistemato in una via adiacente al ristorante, in divieto di sosta (lo abbiamo capito poi…). Il couscous era abbastanza buono, così come l’insalata, che era finita, il cioccolato, che era finito, e la torta di mele, che era finita. Forse Andrea si era messo d’accordo con il gestore del ristorante per risparmiare. Tornati al camper e ricevuti incomprensibili rimproveri per la sosta in divieto di sosta mentre si stavano svolgendo dei lavori, siamo incappati in un vigile che ha chiesto i documenti. A parte l’oblò sopra il letto mio e di Giacomo che si era incastrato, nient’altro ha turbato la nostra notte.
Cartagine, 19 aprile 1983 – Martedì Proprio in questo momento stiamo pensando a cosa c’era in questi luoghi 2000 anni fa. Ci troviamo in un posto così pregno di storia e di avvenimenti e non ci rendiamo conto di questo; per noi è Tunisia, è mondo Arabo, è parte del nostro giro turistico. Un giro concluso in anticipo e allungato un po’ per evitare di passare nella noia i giorni che ci rimangono. La mattinata oggi è cominciata presto e la prima meta è stata la Posta per telefonare. Questa volta ci siamo riusciti e tutti, a parte Giacomo abbiamo comunicato con le nostre famiglie. Credo che risentire le voci chi della mamma e chi della moglie abbia fatto sorgere in tutti un po’ di nostalgia. Il resto della mattina è passata con un ‘altra visita al souk, più di perlustrazione del complesso, con una grande puntata finale al negozio di minerali e fossili dove Andrea e Giacomo hanno speso parecchio. Io mi sono limitato a due foulard e un caboscion di corallo da montare su un anello , cosa che mamma mi ha chiesto per telefono. Usciti dal souk siamo partiti per Hammamet, paese sul mare pieno di alberghi e di turisti. E’ un luogo molto elegante, pulito e ben organizzato. La visita al souk, non molto fornito e dotato di commercianti troppo invadenti e un po’ canonici ha dato una brutta impressione del posto per cui, terminata di vedere la città, abbiamo ripreso il camper e ci siamo diretti verso Cartagine a più di 70 Km. di distanza . Giunti alla meta conclusiva della giornata, ci siamo accampati vicino al mare dove casualmente c’era una bancarella di rose del deserto e geodi. Il mercante era un vecchietto col quale Andrea a cominciato a contrattare per tre grandi rose e tre grandi geodi. L’affare è andato molto per le lunghe finché si è concluso barattando la giacca a vento di Giacomo, due cravatte e 35 Dinari. Andrea, poi, assillato da un giovane che vagava con una moneta romana in mano, ha ceduto il suo vecchio orologio non certo per imbrogliare visto che ha cercato dissuadere a lungo l’arabo che insisteva per cambiare la sua patacca (speriamo di no) con quella di Andrea (padella sicura). Preparata la cena, spaghetti con le vongole, l’abbiamo consumata tutta con estrema voracità e ora ci stiamo apprestando ad andare a letto in una delle ultime notti africane.
Cartagine, 20 aprile 1983 –Mercoledì La dama cinese comprata per regalo a Giorgio, ci offre stasera un momento di divertimento e di svago. E’ bello sentire il rumore del mare, il vento che scuote le poche fronde e fa vibrare il camper e rimanere a pensare e a cercare la soluzione di un gioco tanto semplice come concezione ma tanto difficile come soluzione. Il posto che occupa questa sera il camper è lo stesso che lo ospitava ieri sera; ci troviamo in una via contornata da ville e villette e di fronte a noi sta la scogliera con le onde che le si infrangono contro. Già da qualche giorno si è fatto presente in noi quel senso di nostalgia che ci spinge a desiderare casa. La pace di stasera, al contrario, mi fa sentire bene al punto da non sentire la distanza che mi separa da casa. Ma veniamo alla cronaca di oggi. Questa mattina sveglia tardiva. Ci ha infatti svegliato Primo alle 7,45 circa. La colazione era già pronta e subito abbiamo divorato i biscotti con il latte che da quasi venti giorni ci perseguitano. Ci siamo messi in marcia subito dopo verso la spiaggia di La Marsa dove, a quanto detto dalla zia di Andrea che ci veniva più di 50 anni fa, era molto rinomata. Il litorale in effetti è molto bello, comunque non eccezionale. Abbiamo raggiunto la spiaggia molto presto; il sole splendeva, il mare era calmo. Ci siamo ben riscaldati al sole nella speranza di bagnarci poi, ma l’acqua era molto fredda per cui nulla di fatto. Giacomo è tornato al camper seguito dopo non molto da Andrea e da me. I due si sono messi a dormire mentre io e Primo, che nel frattempo aveva finito di arrostirsi al sole, siamo andati a comprare il pane. Tornati abbiamo preparato il pranzo (prosciutto e insalata di arance) e abbiamo mangiato. Breve riposo per me e Primo, considerata la fretta di Andrea e Giacomo che non avevano sonno. Così ci siamo diretti verso una Sebka che la carta indicava nei dintorni, ma non l’abbiamo trovata e così indecisi sul da farsi, abbiamo ripreso la strada per Cartagine. Incontrata una fontana abbiamo fatto il pieno del serbatoio, ormai al limite dell’indispensabile. Un vecchio e alcuni bambini si sono subito avvicinati, il primo per offrire monetine romane che io, Primo e Giacomo abbiamo comprato per pochi Dinari, e i secondi per chiedere caramelle che abbiamo loro dato. Arrivati poi al nostro posto abbiamo fermato il camper e fatto un breve giro nei dintorni. Nuovamente altre offerte di geodi e nuovi acquisti presso il solito vecchietto. Un bel geode per Luigi L. e un piccolo geode per Giacomo. Lasciate con difficoltà le trattative ci siamo barricati nel camper dove abbiamo, anzi deve Primo ha preparato la cena; spaghetti al pesto tranne che per Giacomo. Terminato il pasto, un po’ di dama cinese, una breve chiacchierata e poi presumibilmente a nanna per tornare a Tunisi domani.
Tunisi, 21 aprile 1983 – Giovedì Poche le cose da raccontare circa la giornata di oggi. La notte è trascorsa discretamente bene a Cartagine, dico discretamente perché un forte vento ha infastidito me e Giacomo a causa dell’oblò che non si chiude bene. La mattinata che è seguita, al contrario, non ci ha provocato certamente lo stress che da più di 15 giorni eravamo abituati a sopportare . Ci siamo recati infatti subito dopo colazione a Tunisi per visitare il museo del Bardo, il più importante del mondo per quanto riguarda i mosaici romani; vi è infatti una interessante e vastissima collezione. Abbiamo parcheggiato proprio vicino al museo in un apposito spazio per i turisti. Parecchi erano i visitatori stranieri, dalla Francia, all’Inghilterra, alla Germania; lo abbiamo potuto capire sia dall’aspetto che dalla lingua. La visita, molto piacevole, si protratta per circa un’ora e mezza tra mosaici, antiche suppellettili, gioielli, armi, abiti ecc. Usciti dal museo nella tarda mattinata abbiamo ripreso il camper per tornare al nostro parcheggio in Rue de Cartate. Consumato il pranzo ci siamo riposati un po’ finché le banche hanno aperto i battenti per permettere a Andrea, Primo e a Giacomo (io no perché sono un povero) di cambiare i soldi per le future spese al souk e al supermercato. Al marchè abbiamo comprato più che altro roba mangereccia da portare a casa, specialmente helwua e altri dolciumi. La visita al souk questa volta è stata più rapida e meno fruttuosa. Andrea, in effetti, non era in vena di trattare cosicché ci siamo limitati ad un paio di cinture per Antonella e Laura, ad un estratto di profumo per Antonella C. e poche altre cose. Usciti dal souk sul tardi, poiché prima avevamo cercato la chiesa greca per comprare i ceri a Silvana, ci siamo diretti al camper attraverso vie molto trafficate di gente e Andrea ha offerto a me e a Giacomo una pastarella di discreta bontà. Arrivati al camper, due signori di non ben determinata origine, ci hanno consigliato di cambiare parcheggio poiché il quartiere in cui ci trovavamo non era dei migliori (sassata insegna : Cfr 18/4). Ci hanno così indicato il parcheggio vicino al ministero degli esteri. Niente di peggio. Per ritrovarlo Andrea e Primo ci hanno fatto arrivare al porto a diversi Km, di distanza dal centro. Appena preso il posto Primo ci ha comunicato l’intenzione di offrirci una cena al ristorante. Un po’ di complimenti ( molto, ma molto pochi) e ci siamo avviati. Meta: ristorante Bagdad, quello dell’altra volta. Ottimo questa volta il servizio, ottimo il cuscus, e ottimi i pomodori. Tornati al camper abbiamo subito optato per il letto, la grande invenzione degli ultimi secoli della storia.
Tunisi, 22 aprile 1983 – Venerdì Nell’ultimo giorno di terra tunisina e africana, siamo riusciti a riacciuffare il programma iniziale. Per oggi era previsto shopping e riposo e così è stato. Nella mattinata infatti è stato fatto tutto con estrema calma; la colazione, la ricerca della chiesa greca per comprare i ceri, la visita al souk. Molto pochi gli acquisti; solo qualcos’altro per Pia per finire le 100.000 lire a disposizione, tre casacchine per le cugine di Giacomo e un rametto di corallo grezzo per Andrea. Tornati in camper, sempre per rispettare il programma che indicava, come già detto, giorno di riposo, è stato preparato il pranzo e abbiamo mangiato. Il menù era: prosciutto cotto in scatola, patate lesse e insalata di pomodori, acquistati stamattina al mercato dove, per mancanza di Dinari, Giacomo non ha potuto comprare un camaleonte. Si suppone una grande gioia della mamma e un gran dispiacere per il papà. Pennichella, ozio e partita a master mind fino a verso la 17,30 quando siamo usciti per una passeggiata e per permettere a Primo di telefonare a casa dove però non ha trovato nessuno. Ha così chiamato suo padre e con mezzo Dinaro ha parlato parecchio. Abbiamo girovagato per Tunisi fino all’ora di cena. Abbiamo poi passato un po’ di tempo a chiacchierare e giocare e poi a letto per trascorrere l’ultima notte nel continente nero. Speriamo che non sia l’ultima di sempre, già il mal d’Africa comincia a farsi sentire. A domani con le prime conclusioni e pochi avvenimenti; ci aspetta una giornata di mare.
Roma, 26 aprile 1983 –Martedì A mente fredda quando ormai tutto è concluso, tento di riallacciare i contatti con i giorni passati per trarre le prime conclusioni. Nessuna parola è stata però ancora spesa per narrare le vicende degli ultimi due giorni di viaggio. Il motivo, altre ad una certa stanchezza, sta anche nel poco interesse che le giornate hanno presentato nella loro monotonia. Infatti poco da dire di otto ore di nave, trascorse specialmente nel riposo, e del pernottamento ad Alcamo che ci ha offerto le ore più piacevoli nell’incontro con mio zio Raffaele e con l’ospitalità sua e delle signorine D’Angelo. Partenza per Roma effettuata molto presto, verso le 6,30 e arrivo molto tardi a Ostia, circa a mezzanotte. Le considerazioni da fare sono sicuramente moltissime, ma forse è ancora troppo presto per poter avere dinnanzi con chiarezza tutti i momenti trascorsi in venti giorni d’Africa. Momenti piacevoli, momenti d’incertezza, momenti di entusiasmo, di soddisfazione per aver raggiunto certi posti, momenti di noia, di apatia, momenti di profonda tristezza e amarezza per la nostra realtà di turisti raffrontata con l’odierna realtà degli arabi. Quanti momenti! E quale presunzione tentare di definirli in poche parole! Come rinchiudere in poche pagine le sensazioni suscitate dalla visita ad un altro mondo, ad un universo “di cui tanto si parla ma che tanto poco si conosce”, così avevo affermato poco meno di un mese fa. Ma oggi tutti quei residui che ci rimangono, tutti quei ricordi che confusamente ci si riaffacciano alla mente, ci fanno sentire privilegiati, ci rendono consapevoli che qualche passo in avanti lo abbiamo fatto. Ma queste sono solo parole, un tentativo vero di considerare le cose, di esprimere compiutamente dei sentimenti inesprimibili, sia perché indefiniti, sia perché ancora non tanto bene concepiti. Nella mente di ognuno di noi comunque è presente ogni momento, ogni particolare ricordo, ogni semplice e personale considerazione. Starà al singolo rendere questo viaggio un’esperienza costruttiva che dia un po’ di sapore al grigiore con cui tante volte, per paura di provare e di rischiare, abbiamo tinto e tingiamo la vita. Oppure sarà per noi solo un ricordo di bei tempi, di belle vacanze; rimarrà un ricordo fine a sé stesso. Ma non è certamente questa la funzione del ricordo. Se però questo accadrà spero che le parole scritte in questo quaderno, attraverso qualche ora di sonno perduta, serviranno a risvegliare in noi la forza d’animo e il coraggio di conoscere ciò che per venti giorni è stata la nostra caratteristica. A domani, al viaggio più impegnativo che è la nostra vita grigia di tutti i giorni. Sta a noi attraverso la scoperta del mondo e di noi stessi tingerla di rosa. Buon viaggio! ______________________
Mal d’Africa - Maggio 1983 Se ne è sempre sentito parlare del mal d’Africa; si dice che sia un qualcosa d’insopprimibile, un’intensa sensazione di nostalgia che va al di là di ogni normale senso di rimpianto che caratterizza il nostro presente. Si è sempre detto così, ma non si è mai potuto capire perché, con tanti bei posti che esistono al mondo, proprio l’africa ha avuto questo privilegio e questo potere carismatico. Beh, neanch’io ho mai compreso il perché di ciò, e adesso ecco che comincia ad affacciarsi prima timidamente e poi con maggio impeto, quel profondo senso di rimpianto e poi di disagio per la fine di un’avventura. E’ cominciata per me, Giacomo, Andrea e Primo in una sera di Pasqua, una sera normalissima, con i soliti rumori e i soliti odori di città. Poco per volta, in un arco di due giorni, il distacco prima da Roma, poi dal “Continente” ed infine dall’Italia, imbarcati su un traghetto che, quasi come in un sogno, come nei film, ci stava portando nel tanto ambito, discusso, temuto “Continente Nero”. Il nostro viaggio però di nero ha incontrato poco. Nostra meta era infatti l?Africa del Nord, patria morale di Maometto, con il suo profumo d’Islam e con il suo deserto. Molti si sono stupiti della nostra scelta. Il deserto è visto e considerato come qualcosa di vuoto, privo di suggestione, apportatore di morte. E’ l’Africa che ci offrono i depliant turistici che ci attrae. Eppure, guarda caso, coloro che visitano solamente il bello, ma il falso dell’Africa, non la rimpiangono più dell’isola d’Elba, del Gargano, della Sicilia, della Costa Smeralda. Ma è la visita a un altro mondo che ti fa rimpiangere. E’ la conoscenza di altri valori che te li fa desiderare. Il deserto: si presenta alla nostra immaginazione come un’enorme distesa di sabbia, con un sole infuocato che t’asciuga a qualche oasi qua e là. E le cartoline ritraggono le palme davanti a un mare giallo con il sole rosseggiante del tramonto che stende un velo di rosa sul paesaggio. Il deserto accettabile è questo, per il resto meglio stare a casa nostra, nella bella Italia, tra le nostre care montagne e il mare, pieno di splendida vita. Ma il deserto non è solo quello delle cartoline che altro non offrono che una visuale ristretta della realtà. Può darsi che dietro l’obbiettivo ci sia un traguardo pieno di gente che ti chiede soldi, sigarette, magliette; gente sporca dai capelli arruffati e appiccicati, dalla pelle incrostata di ogni sudiciume e screpolata dal sole. Può darsi che dietro l’obbiettivo ci sia un dromedario morto, con il corpo gonfio pino do mosche, che ha concluso la sua vita di desolazione e di lavoro quasi preannunciando con la sua scena di morte la stessa fine del suo padrone. Può darsi che dietro l’obbiettivo cu sia una bambina che lava panni in mezzo ad acqua sporca di escrementi, del resto l’unica acqua d’una esteso raggio di deserto. Ma davanti all’obbiettivo tutto questa non c’è mai. Anch’io sono partito malato d’esotismo, alla ricerca del tramonto nel deserto da poter fotografare, alla ricerca d’una palma tesa verso il cielo sempre azzurro. Ho trovato la miseria e la rassegnazione, il chiasso indiavolato dei mercati e il silenzio assoluto del deserto che ti parla. E’ il vuoto, l’orizzonte sempre presente che ti invita a riflettere su quello che vedi. La tua voce viaggia molto più, odi a distanze incredibili e tutte le scena d’irreale miseria che il chiasso indiavolato degli islamici ti toglie davanti tornano visibili nello schermo infinito del cielo che ti si para dinnanzi. E le domande insistenti dei bambini che ti tirano da tutte le parti e che t’assillano alla ricerca d’un pantalone, d’una maglietta, d’un paio di scarponcini bucati, le risenti più insistenti anche se non ci sono più per quel momento. E’ il deserto che fa il vuoto in te, che libera il tuo cuore dall’egoismo e dai pregiudizi, dalle proprie certezze e lo fa grande per accogliere dell’umili richieste che non puoi soddisfare se non con un sorriso e tanta comprensione. E’ un languore il mal d’Africa che ti sconvolge, perché ti riporta a contatto con la natura che palpita, con un popolo che cerca di vivere e non si lascia vivere, come noi, adagiato negli agi e in una giungla di cemento che puzza di bruciato. E’ l’odore dell’animo umano che si consuma nel fuoco dell’ “evoluzione” ma che cerca pace nel ritorno al silenzio, all’infinita grandezza dell’amore. E fa male l’Africa, perché ti tocca e non si lascia dimenticare, ma si fa sempre presente , purtroppo solo nel ricordo, quando ormai si è tornati alla propria vita e alla propria felicità.
Paolo Aragona
Paolo Aragona, scrittore, writer, saggista, insegnamento religione, narrativa, libri, adozione a distanza, Linea Missione, Malawi, HIV, Vita umana, Fecondazione Assistita Home Page - chi sono - cosa faccio - la scuola - il volontariato - le passioni - i viaggi - eventi - le pubblicazioni - rassegna stampa - etica - fede - politica - Mappa - Links |
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