Paolo Aragona, Scrittore
 

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Interventi vari

- Cazzo, mia madre! (da "Il Foglio" del 28.03.2006)

- Quella voglia di figli che ignora il senso della vita - di Susanna Tamaro (da "Il Corriere" del 10.06.2005)

 

- Nato da donna - di Paolo Aragona (da "Adotta un politico" 2.06.2005)

 

- Risposta all'amico Geppi (controreplica di Turi Vasile)

 

- Rippa risponde: caro Vasile, noi voteremo quattro SI, tondi e forti di Giuseppe Rippa (da Nuova Agenzia Radicale dell' 8.06.2005)
 

- Astenersi non è un diritto, è un dovere - di Turi Vasile (da Nuova Agenzia Radicale del 8.06.2005)

- L'astensione è un'arma politica contro il quorum - di Gianno Badget Bozzo (da "Il Giornale" del 8.06.2005)

- La falsa scienza dell'onnipotenza - di Umberto Galimberti (da "La Repubblica del 26.01.2002)

- Noi cannibali e i figli di Medea - di Oriana Fallaci (da "Il Corriere" del 3.06.2005)

- Liberare le donne dalla schiavitù del microscopio. I verdi per l'astensione - di Giannozzo Pucci e Carlo Ripa di Meana (da "Il Foglio" del 3.06.2005)

- Botta e risposta tra due lettori di "Metro" (1 giugno 2005)

- Sulla procreazione voto di coscienza o di convenienza? - di Turi Vasile (da “Il Giornale” del 25.05.2005)

- Fecondazione, falso duello tra laici e cattolici - di Claudio Magris (da "Il Corriere della sera" del 20.05.2005)

- Tettamanzi: «L’astensione è giusta ma evitiamo scomuniche tra i cattolici» - di Gian Guido Vecchi (da "Il Corriere della sera" del 17.05.2005)

- Genetica: amica o nemica? - di Maria Devigili (Pro.di.Gio aprile 2004)

- Per la Chiesa l'embrione ha un'anima - di Franca Giansoldati (Apcom 28.01.2005)

 

- Diritti dell’Uomo? Cominciano dall'embrione - di Giuliano Ferrara (da "Il Corriere della sera" del 12.04.2005)

 

- La provetta non è un padre - di Claudio Risé (da "Il Foglio" del 3.02.2005)
 

- Conferenza stampa di presentazione dell'Assemblea Generale della Pontificia Accademia della Vita sul tema: Qualità della vita ed etica della salute" (21-23 febbraio 2005)
 

- Biotecnologie, la fine dell'Uomo - di Francis Fukuyama (dal "Corriere della sera" del 10.02.2005)

- Intervista al Prof. Francesco Agnoli - di Stefano Lorenzetto (da "Il Giornale" del 19.01.2005)

 

- Paladina dell’aborto fa causa agli Usa per abolire l’aborto - di Silvia Kramar (da "Il Giornale" del 17.01.2005)

 

- Bugie staminali - di Angelo L. Vescovi (da "Il Foglio" del 22.01.2005)

 

- Il tropico del dolore - di Antonio Socci (da "Il Giornale" del 30.12.2004)

 

- Il dossettismo ignora la libertà, primo “dogma” del cristiano - Intervista a Turi Vasile (tratto da Quaderni Radicali 53-54 del gennaio-aprile 1997)
 

- Nascite d'artificio (da "Il Foglio" del 4.11. 2004)

 

- L'inno alla vita di un amico, Nunzio Salemi, recentemente scomparso, in un articolo che venne pubblicato all'indomani della sua guarigione dalla leucemia

 

- Legge 40, parla il presidente dei talassemici italiani (da "Il Foglio" del 23.10.2004)

 

- Mantovano (An) mette in guardia: no modifiche alla legge 40, altrimenti è peggio (da "Il Foglio" del 28.10.2004)

 

- E-mail di un amico (29 settembre 2004)

 

- Socci risponde a Capezzone, segretario dei radicali italiani (da "Il Giornale" dell'11.09. 2004)

 

- Perché non voglio dare i figli in pasto al Gusto e al potere - di Luigi Amicone (da "Il Foglio" del 2.07. 2004)

 

- Un referendum sul diritto di esistere - di Luigi Amicone (da "Il Giornale")

 

Cazzo, mia madre!

 


A Parigi è considerato chic, ma Claire racconta con rabbia la sua famiglia con due mamme. Claire è cresciuta con due mamme, vive in Francia, ha ventisette anni e si è sempre sentita perduta. Martine le dice che non deve, perché a Parigi l’omosessualità dei genitori è vista come “un fatto chic”, e lei stessa che prima nascondeva al mondo la gayezza di suo padre, ora la esibisce: “In certi ambienti parigini, essere cresciuti in una famiglia diversa dalle altre è di tendenza, è qualcosa in più”. A Claire sembra “una cosa pazzesca”, visto che ha avuto bisogno di uno psicoterapeuta, visto che per un sacco di tempo ha temuto di diventare lesbica come le sue madri, visto che non si è mai sentita un’eroina di Almodóvar, e oggi ha scritto un libro per provare a capirci qualcosa temendo, come sempre, la reazione della madre (biologica). Perché non tutti stanno perfettamente in mezzo al casino, e non per tutti c’è il
pranzo della domenica sul terrazzo di un film di Ozpetek, stoviglie e vite colorate. “Sognavo di avere una vita banale,
quella che hanno tutti”, e piangeva davanti alle pubblicità simil MulinoBianco, mamma papà figli cane insieme a colazione. Come Irène, che ha avuto una mamma e diverse matrigne passate per casa, voleva i cerchietti in testa e le scarpe di vernice e la madre la vestiva a righe e pois: “Mia madre voleva che mi facessi notare, mentre io passavo il tempo a rasentare i muri”. L’autobiografia di Claire Breton, giovane giornalista francese, tradotta in Italia per Sperling&Kupfer (“Ho due mamme – Crescere in una famiglia diversa”, 15 euro), è anche un’inchiesta sulle altre vite incasinate, quelle di figli in provetta per mamme lesbiche, di figli naturali che a undici anni scoprono che “la zia” con cui vivono fa delle cose nel letto con la mamma, e a scuola non sanno che dire, allora inventano la storiella della migliore amica mollata dal fidanzato che si è trasferita da loro, ma in un’altra stanza. Mentre la mamma e la zia pensano in fondo non c’è problema perché c’è amore, ed Emma, a diciannove anni, ha conosciuto il padre biologico (un donatore di seme) e ha detto al fidanzato: “Sai, oggi ho sentito al telefono il mio sperma…”, cioè tutto quel che le resta di un papà. Ken travestito da drag queenKatlyn non sapeva nemmeno cosa fosse un padre, non ne aveva mai visto uno e le sue due mamme, quando giocavano tutte assieme sul tappeto, organizzavano matrimoni tra due Barbie e provavano a travestire Ken da drag queen, costruivano un mondo femminile senza maschi tra i piedi. Katlyn aveva pochi anni ma voleva una cosa soltanto: che Barbie sposasse Ken e non baciasse le altre Barbie. Ci sono anche le storie d’orgoglio, però, c’è Emile che è nata in provetta ventitré anni fa (una delle prime adulte dell’inseminazione artificiale), ha una mamma naturale e una coparentale, le brillano gli occhi, si sente speciale e parla delle sue due mamme come di due regine. Claire Breton ha parlato con ognuna di loro, e in tutte ha cercato un dolore, magari nascosto, che somigliasse al suo: l’ha trovato nei silenzi, negli psichiatri, nel desiderio ossessivo di una famiglia normale, nella mitomania di Louise che a vent’anni sosteneva di conoscere Madonna o che il suo migliore amico si era suicidato, o che suo fratello aveva la leucemia, perché era l’unico modo che trovava per sopportare le bugie che continuava a raccontarsi su sua madre e la matrigna, vera coppia di lesbiche cui Louise non aveva mai voluto credere. Da qualche parte hanno scritto che la madre di Claire Breton non le parla più, dopo che si è vista nel libro della figlia, dopo che ha letto: “Voglio creare la famiglia che mi è mancata”, e ha scoperto le lacrime e la fatica. Ha scoperto che il casino non è sempre allegro e a pois.

 

Quella voglia di figli che ignora il senso della vita

 

Susanna Tamaro


Non è mia abitudine intervenire nei dibattiti pubblici e tanto meno nelle dispute politiche, perché non mi riconosco nei panni dell’opinionista. Avrei avuto la tentazione di astenermi anche adesso, ma tutto quello che ho letto in queste settimane, soprattutto la lunga testimonianza di Oriana Fallaci su queste pagine, mi ha fatto molto riflettere e così mi è venuto il desiderio di condividere qualche pensiero. Premetto che, sulla questione della legge, concordo pienamente con Giuliano Amato che sosteneva la necessità di modificarla in campo parlamentare, evitando di sottoporla a referendum. Vista la complessità della materia era naturale pensare che questa famigerata legge 40 costituisse solo il primo passo, ancora perfettibile, per tentare di mettere ordine in un settore definito da tutti come Far West. Non ritengo infatti che questioni così profonde e delicate, che toccano l’essenza più misteriosa dell’uomo, siano adatte alla forte infiammabilità propagandistica di una parte politica o dell’altra, di una campagna referendaria. Quando non si pensa per pensieri già pensati, si è facili prede dell’inquietudine e del dubbio.
Il referendum, per la sua stessa essenza, bandisce ogni dubbio, e invita a un manicheismo che nulla ha a che fare con i quesiti che questa legge cerca di ordinare. Reputo poi puro terrorismo demagogico lo spauracchio della inevitabile crociata antiabortista che ne seguirà. Pur essendo assolutamente contraria, per motivi di fede, alla pratica dell’aborto, ritengo che una società civile debba garantire alla donna la possibilità di farlo nel migliore dei modi. Passare da infusi di prezzemolo e da tavoli di mammane a un ospedale è un irrinunciabile segno di civiltà. Lo spettro di un prossimo referendum che vedo già occhieggiare è invece quello sull’eutanasia, che naturalmente verrà proposta sotto una nuova maschera scientista umanitaria: «Volete morire tra atroci sofferenze, malattie umilianti senza sapere quando, oppure spegnervi serenamente nel vostro letto, con i vostri cari accanto, nel momento in cui non sarete più in grado di affrontare con dignità la vita?». Chi non resisterebbe davanti a un invito così allettante? Per una lunga consuetudine con il mondo animale e vegetale, so che l’unica cosa che sta ferocemente a cuore alla natura è la riproduzione. Proprio per questo mi ha stupito il fatto che nessuno si sia chiesto perché ci sia tanta difficoltà ad avere bambini. E questa, a mio avviso, è una domanda fondamentale.
La sterilità generatrice è il dato di fatto del nostro tempo e non è che l’ultimo anello di una catena che ha origine molto più a monte. L'ansia, lo stress, la competizione, l’abbondanza di pesticidi e di prodotti tossici hanno snaturato i cicli biologici della nostra vita. La ricca, supertecnologica, superlibertaria società occidentale è arrivata al capolinea. È una società fatta di esseri disperati che vagano in un deserto popolato di oggetti e hanno in mente un solo concetto: il diritto alla felicità. Dove felicità significa, soprattutto, pieno assolvimento dei desideri, dei sogni, delle istanze di quella cosa piccola e spesso confusa che si chiama ego. E questa felicità è sempre qualcosa che deve ancora venire e che verrà, sempre e comunque, da qualcosa di esterno. Come aveva profetizzato, con straordinario anticipo, il pensatore russo Solov’ëv, la nostra è una società che si basa sulla atomizzazione. Vale a dire che ogni gruppo politico, ogni realtà culturale, ogni scelta di vita afferma la sua verità come totalizzante. Scomparsa l’idea che esista una verità comune a tutti gli uomini, non restano che le verità particolari, che si dilatano, si allargano, si allungano per tentare di trasformarsi in universali, perché il desiderio di assolutizzazione è innato nell’essere umano. Tanto ha necessità di assolutizzare le cose, altrettanto l’animo umano ha bisogno di trovare sempre un capro espiatorio, un nemico al di fuori di sé, qualcuno su cui scaricare la propria insicurezza, la propria paura della diversità, l’incertezza del proprio orizzonte.
Bisogna aver purificato la propria mente e il proprio cuore per sapere che il nemico è sempre dentro di noi e che il giudizio non è una forma di comprensione e di superiorità, ma di prigionia. In questi anni, mi è capitato di accogliere a casa mia molte persone. Persone con grave sindrome di Down, persone che venivano da Paesi lontani, e da vite difficili, persone con gravi malattie, con gravissimi handicap fisici o psichici, bambini che stavano morendo. Mai per un istante mi è passato per la mente, e neppure nella loro, che sarebbe stato meglio se non fossero venute al mondo. E, parlando nei termini della tanto agognata felicità dei sani, devo dire che ho trovato molta più allegria, più energia, più voglia di vivere in queste persone piuttosto che in tanti miei conoscenti che si trascinano di cena in cena, ingolfati in conversazioni zeppe di anatemi e di pregiudizi, che magari inseguono un po’ di serenità con decenni di psicanalisi. Quello che questa società ha fatto dimenticare a tutti è che la ricchezza della vita umana si manifesta nelle relazioni—nella gratuità delle relazioni — e nella capacità di fare progetti, di superare ostacoli.
La nostra mente, col suo vortice continuo di parole, col suo saper costruire concetti sempre più complessi, ha cancellato la verità fondante della vita, la più semplice: ogni essere umano ha bisogno di essere accolto, amato e di amare. Un’altra delle cose che mi ha colpito, in tutta questa campagna, è stato l’accanimento circa il diritto della donna ad avere un figlio. Si tratta senza dubbio di un desiderio naturale e per nessuna ragione condannabile. Ma quando questo desiderio diventa un’ossessiva volontà di potenza, disposta a tutto pur di compiersi, allora si trasforma in qualcosa che è la negazione della vita stessa. Ed è anche il compimento naturale di una società che, con martellamento ossessivo, propone—come unica realtà accettabile e fondante—quella del possesso. Possiedo, dunque sono. Anche i figli entrano in questa logica. Si pensa che avere un figlio, magari anche solo per metà proprio, sia un diritto insindacabile, davanti al quale anche la nostra salute deve essere relegata in secondo piano. Non si accettano più i limiti dell’età e della sterilità. Ci si sottopone a qualsiasi esperimento pur di portare a termine il proprio sogno.
Una società impostata sulla comunione e non sul possesso, invece, anziché proporre un referendum sulla modifica della legge 40 avrebbe lottato per un accorciamento dei tempi dell’adozione, che dovrebbero essere equiparati a quelli di una gravidanza. In nove mesi una coppia dovrebbe poter adottare un bambino, senza l’umiliazione di anni di lungaggini, interrogatori, ridicoli controlli. Questo sì è un vero scandalo di cui nessuno parla. La nostra è una società che, dietro ai grandi discorsi sulla libertà e la realizzazione, sta trasformando l’essere umano in una cosa. Dal momento che siamo cose costruibili in laboratorio, sopprimibili quando sono avariate, cose da cui prendere i pezzi di ricambio — pensiamo all’abominevole mercimonio di organi che avviene a spese del più debole nei Paesi poveri— e non esseri comunque e sempre pieni di dignità, nei quali intravedere le sembianze del fratello, il totalitarismo più aberrante si è già realizzato. Ho accompagnato per otto anni la persona più cara che avevo nell’oscurità dell’Alzheimer e dunque mai mi sognerei di dire che bisogna fermare la ricerca. È giusto ed è più che nobile che l’uomo adoperi la sua intelligenza e il suo sapere per alleviare le sofferenze dei suoi simili. La ricerca è sacrosanta, ma sono anche convinta che si può e si deve compiere entro parametri inviolabili di eticità, senza manipolare gli embrioni, utilizzando, ad esempio, le staminali adulte e i cordoni ombelicali. Anche perché questa frenesia intorno alla manipolazione dell’embrione fa sospettare che ci possa essere sotto qualche lucrosa possibilità di brevetto.
Il martellamento colpevolizzante di questi giorni, che vorrebbe farci sentire tutti mostri desiderosi di vedere i nostri cari morire di Alzheimer, Parkinson o di malattie cardiovascolari, è moralmente ricattatorio oltre che falso. Perché nasconde, dietro l’onnipotenza della scienza, una delle realtà imprescindibili dell’uomo, quello della malattia e della morte come dati fondanti della nostra vita. La malattia, la morte, il dolore chiedono che ci si interroghi, chiedono di essere capiti e chiedono anche che si esercitino quelle attitudini, un tempo tipicamente umane, della compassione e della tenerezza, dell’ascolto e dell’accoglienza, della condivisione. Certo che riusciremo, con i progressi della ricerca, a sconfiggere l’Alzheimer, il Parkinson e a ridurre in modo straordinario la mortalità per cancro, ma è anche altrettanto certo che altre malattie, ancora sconosciute, prenderanno il loro posto, perché lo stato esistenziale dell’essere umano è quello della fragilità e della caducità.
L’ultima riflessione riguarda la tanto drammatizzata potenza manipolatrice della Chiesa. Premetto che non sono cresciuta all’ombra di un campanile, che vengo da una famiglia agnostica e anticlericale, ho avuto un bisnonno che ha fatto causa al Vaticano, naturalmente perdendola e trascinando la famiglia in un gorgo di rovina finanziaria. E pur avendo fede, mantengo dentro di me quella punta di anticlericalismo che rende sano ogni credente. Sono molto critica su alcune posizioni della Chiesa, in particolare quella troppo timida sulla bioetica. «Chissà, se davvero il gene della medusa inserito nella patata può salvare qualche persona dalla fame, perché no?». Come se le multinazionali delle ricerche fossero delle pie donne della San Vincenzo, come se modificare il Dna, mescolare animali e piante secondo i parametri della nostra modesta utilità non fosse un atto altamente sacrilego e preludio di un’apocalisse peraltro già in atto. Follia! Toccare il Dna è come toccare il nucleo dell’atomo, è preparare catastrofi di portata inimmaginabile per quei figli e quei nipoti che tanto caparbiamente abbiamo desiderato. Trovo che la Chiesa abbia una grande responsabilità nel non aver saputo parlare all’uomo contemporaneo, alla sua disperazione, nell’aver proposto, invece della ricchezza con la potenza eversiva del suo messaggio, il moralismo edificante dei buoni sentimenti.
Ma proprio perché conosco bene la Chiesa, non riesco a scorgere, con tutta la buona volontà, le armate minacciose e devastanti del Cardinal Ruini. Chissà, forse, nei sotterranei del Laterano è riuscito a clonare dei cattolici perfetti, ottusi e obbedienti come piace immaginare che siano, pronti come un esercito di termiti a marciare e distruggere tutte le libertà civili tanto faticosamente raggiunte nei secoli. Ma penso che anche qui si tratti di uno spauracchio demagogico. Le chiese sono vuote o semivuote, le teste che ci sono sono per lo più grigie. Molte parrocchie sono abbandonate, i conventi e i seminari più o meno deserti e i preti pochi, quasi tutti anziani o stranieri. Il popolo dei veri credenti è assolutamente minoritario. La comunità ecclesiastica sta attraversando una crisi, a mio avviso profonda e salutare, perché il cristianesimo, da religione socialmente imposta, sta diventando una maturata scelta personale, testimonianza di verità e di vita in una società che, sotto il manto dorato dell’edonismo, ci propone solo negatività, divisione e morte. Non mi è mai capitato di incontrare, nelle persone di fede, forme di autoritarismo e di coercizione. Mai fanatismi, esclusivismi, anatemi né scomuniche, che tanto piacciono ai titolisti dei giornali. Ho sempre trovato invece persone in ricerca, disponibili e aperte, capaci di comprendere la diversità e di accoglierla. Credo che, in questi tempi, la più grande trasgressione sia proprio essere cristiani.
La via della fede, infatti, è una straordinaria via di liberazione e di sapienza. In questo mondo appiattito sulla banalità mediatica e sulla negazione della persona, il cristianesimo è un cammino verso la totalità dell’essere, verso la sua vera libertà che consiste nel fare emergere la parte divina presente in ognuno di noi. Chi segue il cammino della fede non rincorre la felicità saltellando qui e là come un cacciatore di farfalle, ma vive la gioia interiore in ogni momento della sua vita, anche nei più drammatici, perché la dimensione del regno non è quella di un ipotetico al di là, per cui si raccolgono i punti collezionando buone azioni, ma la costruzione di ogni istante, di ogni rapporto nella luce profonda dell’amore. La sapienza ci dice che sono sempre due i modi di fare le cose: uno in armonia con le leggi del creato, e uno contro. Si può edificare una casa sulla roccia, o costruirla sulla sabbia. Esteriormente possono essere uguali, ma alle prime piogge la seconda crollerà, provocando distruzione e morte, mentre la prima resterà in piedi, proteggendo i suoi abitanti. Questo vale per tutte le cose. In qualsiasi rapporto, in qualsiasi attività che noi intraprendiamo abbiamo, alla fine, sempre e soltanto due strade davanti a noi. Si può vivere per il possesso o si può vivere per la comunione. Si può vivere per il potere o si può vivere per l’amore. Si può vivere con il nostro orizzonte ristretto, convinti che sia l’assoluto o si può accettare con umiltà di avere una visione limitata, e che, in questa visione, la vita appaia ora, come apparirà sempre, uno straordinario mistero che, proprio in quanto tale, richiede l’assoluto rispetto. È questo il bivio davanti a cui si trova il nostro mondo. Continuare nella follia faustiana del tutto è possibile e lecito, o fermarsi e invertire la rotta. Distruzione e salvezza sono entrambe nelle nostre mani. A noi sta la responsabilità della scelta.

 

 

Nato da Donna

 

Paolo Aragona

 

Per il ruolo che ricopre in quanto Ministro per le pari opportunità e per la sua presa di posizione in merito al Referendum sulla procreazione assistita, Stefania Prestigiacomo è ormai da diverso tempo al centro di un interesse da parte dei media e di chi ne apprezza o meno qualità politiche e umane.

Anche noi vogliamo, in questo spazio dedicato alla preghiera per i nostri politici, dedicarle alcune riflessioni.

A partire dal  ruolo istituzionale che il Ministro ricopre non possiamo che sottolineare come parlare di ‘pari opportunità' fra i due sessi non significa in alcun modo omologarne caratteristiche e finalità.

Riteniamo che garantire pari opportunità significhi poter portare a compimento il progetto che si addice a ciascuno di noi,in quanto uomini o in quanto donne. Nel caso della donna, a ragione, si sottolinea ormai da anni che la tutela della maternità rappresenti una di queste opportunità: la maternità ha un ruolo umano e sociale determinante e non può che essere considerata un valore aggiunto che, piuttosto che causare discriminazione, deve offrire la riflessione a un mondo troppo spesso interpretato al maschile per il quale la donna, in quanto esperta di “maternità”, deve contribuire a livello sociale ed esistenziale, nel mondo del lavoro come in quello della gestione della cosa pubblica, a riequilibrare una società carente di autentica “femminilità” (intendendo con questo termine qualcosa di molto più profondo rispetto all’idea che essa sia esclusivamente il fascino che emana da un ancheggiare aggraziato o da un proferire moine).

Quello che troviamo invece contraddittorio è l’idea che la maternità sia qualcosa che sta “a parte”.

Che viene dopo.

Che ha una funzione individuale e che appartiene solo alla sfera personale della donna.

Sempre più frequentemente,  e il dibattito referendario ce lo conferma, assistiamo alla pretesa da parte di molte donne di diventare madri a un certo punto della loro vita, quando hanno avviato la propria carriera e sentono che manchi qualcosa alla loro esistenza di donne, una sorta di ciliegina sulla torta. Questo “qualcosa” si chiama figlio, letto e vissuto come fosse un’appendice alla propria vita professionale che deve appagare quel senso di maternità sempre più interpretata come appropriazione dell’altro da sé: mentre da adolescenti ci si preoccupava di rivendicare un’autonomia che ci staccasse dall’idea che noi siamo proprietà dei genitori, all’età prossima alla menopausa si cambia registro e ci si immerge nel ruolo di madre – padrona. E’ una contraddizione che affonda le sue radici nell’idea, ormai sbandierata in ogni dibattito, del diritto alla maternità.

In questo spazio vogliamo ribadire che la maternità e la paternità non sono un diritto, ma un dovere, un ruolo che nasce dal dato di fatto che la vita è affidata, attraverso la procreazione, alla donna e all’uomo, e che la donna ha il compito di alimentarla, di custodirla e di educarla, insieme all’uomo, fino a renderla autonoma. I figli non appartengono a noi, noi ne siamo solo i custodi.

 

Scrive Kahalil Gibran ne Il Profeta:

 

“E una donna che reggeva un bambino al seno disse:

Parlaci dei Figli.

E lui disse:

I vostri figli non sono figli vostri.

Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa.

Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,

E benché vivano con voi non vi appartengono.

Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri:

Essi hanno i loro pensieri.

Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:

Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.

Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi:

La vita procede e non s'attarda sul passato.

Voi site gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.

L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.

Affidatevi con gioia alla mano dell'Arciere;

Poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell'arco.”

 

Con la nostra preghiera vorremmo che fosse proprio sradicata dalla nostra società l’idea ambigua e deleteria che i figli siano qualcosa da produrre, a tutti i costi in buona salute, e da “consumare”,  a nostro esclusivo beneficio, con la conseguenza che se dovessero venire male possano essere buttati e riprodotti in un successivo tentativo.

Vogliamo per questo prendere ad esempio Maria, con il suo “Eccomi, sono la serva del Signore”, e riproporlo a tutte le donne, soprattutto quelle che si professano cristiane, per le quali la vita come dono è un concetto imprescindibile dal loro essere donne e madri.

 

 

Risposta all'amico Geppi (controreplica di Turi Vasile)

 


Non ho dubitato minimamente che la mia nota in cui esprimevo la profonda convinzione che astenersi dal votare il prossimo referendum è più che un diritto, un dovere (senza punto esclamativo) avrebbe trovato ospitalità nell’Agenzia Radicale alla quale collaboro da anni in piena libertà. Il suo direttore Giuseppe Rippa, Geppi per gli amici e anche per me, è uno spirito ampiamente tollerante e liberale (il termine “libertario” così spesso in uso non mi piace perché denota una intransigenza al limite dell’anarchia). Io lo rispetto considerandolo un ammirevole cavaliere dell’utopia; la sua facondia inarrestabile e la sua abilità dialettica mi intimidiscono; la sua onestà intellettuale mi incanta. Con la stessa franchezza dirò che mi aspettavo da lui un commento, alla mia notarella, più convincente e meno superficiale. Non ho difficoltà ad ammettere che la colpa possa essere stata mia perché non mi sono spiegato bene.
Dichiaro definitivamente, per il valore che può avere la dichiarazione di uno senza voce in capitolo come me, che rispetto con profonda sincerità le scelte fatte dall’on. Fini, dall’on. Prestigiacomo, da Giuseppe Rippa, Geppi per gli amici e anche per me, dalla maggioranza della redazione di Agenzia Radicale, da tutti insomma. Ho però la curiosa pretesa di volere rispettata la mia scelta, poiché se rispetto, senza limite alcuno le scelte di tutti, non posso fare a meno di nutrire il medesimo rispetto per le mie proprie.
La mia polemica nei confronti dell’on. Fini e dell’on. Prestigiacomo non riguarda le loro opinioni degne della massima considerazione, ma il modo con cui loro intendono farle prevalere. Potrei dire che “il modo ancor mi offende”
Sono disposto a tollerare, anche se mi ritengo ininfluente, la collaudata incoerenza e la fatuità di un aspirante leader che giudica il fascismo in cui lui ha volente o nolente le radici, un male assoluto, e altre contraddizioni alle quali del resto troppi esempi generalizzati ci hanno abituato con l’alibi delle sofferte, legittime conversioni. Non riesco però a digerire che per giustificare il suo punto di vista dell’ultima ora accusi noi cattolici di azione diseducativa nel praticare l’astensione. Mi sembra paradossale che, pur non volendo polemizzare con la Chiesa, la accusi di essere… corruttrice di minorenni.
Quanto alla Prestigiacomo, non ho mai detto né pensato che lei si sia fatta strumentalizzare dal Comitato per Sì. La mia affascinante corregionaria – e lo dico a sua difesa - sa strumentalizzarsi da sé. Per far prevalere i suoi strillati sììì (abbassi la voce per favore) non esita a sbandierare lo spauracchio della rimessa in discussione della legge sull’aborto, fornendo un’arma all’on. Fassino che subito l’ha fatta propria per incendiare gli animi. In occasione del Gay Pride Day di Milano poi, la nostra ministra, invece di scandalizzarsi per la mostruosa esibizione di venti bambini, ciascuno orfano di due padri viventi, come hanno fatto moltissimi, compreso Alessandro Cecchi Paone, si è doluta a gran voce che sia stato offerto un argomento in più al partito degli astensionisti.
Chiarisco meglio: a me non va giù, anche se non interessa a nessuno, che invece di approfondire la complicata questione, si cerchi di affermare il proprio punto di vista con armi improprie. Sconvolgente è poi l’improvviso imponente schieramento di quanti, avendo criticato fino a ieri Fini e la Prestigiacomo, oggi li esaltano. È una conversione a U che riguarda anche il mio amico Geppi. Così va il mondo…Se si pensa che Vendola, il quale giorni fa a Bari si accostò compunto ai sacramenti, oggi rinnega il Papa perché non ha benedetto le coppie di fatto, il quadro è chiaro.
Questo è il relativismo da cortile nel quale siamo costretti a vivere, figlio di quel relativismo maggiore che Papa Ratzinger combatte coraggiosamente.
Sono felice poi di aver fatto ridere il mio amico Geppi quando – e questa è la mia semplicissima ed esclusiva posizione sottratta ad ogni influenza esterna – ho sostenuto che a parer mio il problema controverso della procreazione, che affonda le radici nel mistero della vita e della morte, non può essere oggetto di un semplicistico referendum popolare in balìa, come si è visto, di tante superficiali emozioni. Abbiamo udito improvvisati scienziati, filosofi, medici dei due campi dissertare nella presunzione di aver capito tutto. Beati loro: io non ho capito molto. Abbiamo letto le sentenze dei veri luminari con pareri diversi, spesso diametralmente opposti. Sbagliato o ingiusto che sia il mio punto di vista, sostengo che è il Parlamento è più abilitato ad approfondire, a sperimentare, a correggere una legge che già c’è. Rida, rida pure il mio amico Rippa; sono contento per lui: il riso fa buon sangue.
Quanto alla sua pretesa di chiudermi la bocca ricorrendo a Pietro Prini, filosofo cattolico, osservo semplicemente che questi, sponsorizzato da Vattimo, è contrastato da altri filosofi cattolici non meno grandi di lui, come, per esempio Vittorio Mathieu. Lo scisma sommerso proposto da Prini è stato oggetto di un vivace dibattito che lo ha messo in minoranza.
Si tratta, comunque, caro Geppi, di temi elevati che poco hanno a che fare con le nostre povere chiacchiere su un problema molto più grande di tutti noi.

 

Rippa risponde: caro Vasile, noi voteremo quattro SI, tondi e forti

Giuseppe Rippa (Direttore di Quaderni Radicali)


Turi Vasile è da anni nostro collaboratore; le sue opinioni sono state da noi rispettate e la sua nota che “inneggia” all’astensione per il voto referendario del 12 e 13 prossimi, sulla legge 40/2004 (procreazione assistita e ricerca scientifica), addirittura identificato come un dovere (!), trova naturale ospitalità sulla nostra agenzia.
Si tratta di un comportamento ovvio, naturalmente legato al modo di realizzare il nostro modello liberale di espressione e di azione.
Qualche puntualizzazione però va fatta e noi la faremo, anche per rispettare la linea della testata e le scelte di quasi tutta la redazione che in questo caso non solo non crede all’astensione, ma è orientata a quattro tondi e forti SI.
Veniamo al merito della “dichiarazione di voto”.
Il mio amico Turi, stimolato dal suo tradizionale sarcasmo, cade in alcune palesi contraddizioni che fanno apparire la sua verve più che una spiritosa e serena espressione critica, una faziosa e tendenziosa intenzione di parte. Nulla da eccepire sulle posizioni di parte. Noi ne siamo la più evidente rappresentazione. A patto però che si chiarisca che tali sono e non vengano camuffate da una retorica consistente, reiteratamente, nel dire una cosa per farne intendere un’altra.
Non è chiaro - ad esempio – se il fatto che il “Comitato per il SI” spinga l’On. Stefania Prestigiacomo come “gradevole effige”, sia un uso subdolo di un soggetto “inconsapevole” e quindi un odioso modo di farla diventare per le sue dichiarazioni (legge sull’aborto in pericolo se il referendum non passa) “un’arma terroristica”, oppure no.
Ma allora viene da chiederci, se l’uso di questo soggetto inconsapevole (ci scusi l’on. Prestigiacomo, ma il nostro è un mero esercizio dialettico, non intende essere un’offesa alla sua persona) è strumentale, non ha iniziato il premier Silvio Berlusconi ad usare questa “effige”, forse per colmare il deserto di presenze femminili nel suo poco esaltante governo?
Delle due l’una: o valutiamo i contenuti delle scelte che le persone fanno e da li partiamo per un giudizio, oppure ci mettiamo a giudicare le persone (cosa tutto sommato poco carina e molto spesso ingiusta) e le loro presunte o reali qualità.
L’on. ministro Prestigiacomo è all’altezza della situazione e la sua personalità politica è matura o sostanzialmente una “effige” senza contenuti? Noi crediamo alla prima ipotesi. Ma se mai fosse vera la seconda l’amico Turi esprima al Capo del Governo, che egli ha votato e che dichiara di voler ancora votare, il suo disappunto per scelte inadeguate.
Turi è sferzante anche con il vice-premier Gianfranco Fini. Solo perché ha manifestato la sua intenzione di votare e di votare tre si e un no. Dagli all’untore. Peccato che non si sia sentito più amareggiato del fatto che alcune squadraccie della destra hanno fatto irruzione in un Comitato per il SI, e ne sono uscite solo con l’intervento della polizia.
Dunque Turi Vasile si astiene.
Scelta legittima, ma per carità evitiamo di affermare che ci si astiene per scongiurare una vacatio legis! Ma quale vacatio legis, questi referendum sono abrogativi di alcune parti della legge, quelle più odiosamente infarcite di divieti e di umiliazioni per le donne, i malati, i genitori che desiderano un figlio.
Circa poi il fatto che il Parlamento se ne occuperà per migliorarla, è tutto da ridere. Innanzitutto perché abbiamo visto questo Parlamento che legge ha fatto, poi perché se vorrà occuparsene nessuno glielo vieterà.
Sarà meglio comunque che se ne occupi avendo il Paese, con un forte esito referendario positivo contro i famigerati divieti, indicato la strada dove vuole andare. Sarà un modo per evitare che tentazioni egemoniche (conquistate dalla somma di astensionisti cronici e forse inconsapevoli e astensionisti politici – in questo caso le questioni di fede c’entrano poco) si possano realizzare, e perché no, anche verso la legge sull’aborto (Prestigiacomo docet!).
Circa poi il concetto di Chiesa Cattolica istituzionalizzata e Chiesa separata, al mio amico voglio offrire un contributo di riflessione che ci viene fornito da un grandissimo filosofo cattolico del nostro tempo: Pietro Prini, al cui pensiero ci sentiamo totalmente vicini.
“Bisogna – scrive Prini – invece rendersi conto che siamo di fronte, come ho già osservato, ad una specie di scisma. Non uno scisma istituzionale, ossia tale da assumere, come avvenuto spesso in passato, la forma di una società ecclesiale separata dalla Chiesa cattolica storicamente istituita. È piuttosto un distacco, semplicemente nascosto, o sommerso, di molti fedeli dalla soggezione agli insegnamenti della gerarchia ecclesiastica della quale non si accettano più posizioni dottrinarie o pratiche pastorali che si ritengono fuori dal tempo e dallo spazio della scienza”.
 

 

Astenersi non è un diritto, è un dovere

Attenzione! La Chiesa sta diffondendo un messaggio altamente diseducativo nell’esortare cattolici e non cattolici a non votare il referendum del 12,13 p.v. - lo afferma il nostro vice-premier detto anche il Fini dicitore, preso nella spirale delle sue contraddizioni. In compenso la rappresentanza dei cattolici è stata assunta ad interim dal ragazzo Capezzone, il quale si dice certo che i fedeli dimostreranno ancora una volta il loro anelito di libertà, come fecero schierandosi a favore del divorzio e dell’aborto.
Così il complicato referendum sulla procreazione assistita, su cui si dividono in modo netto scienziati e filosofi a favore del sì come del no, è stato affidato al popolo, presumibilmente perciò più illuminato di certezze dei soloni anche laici e dei teologi.

In questa occasione la chiesa Cattolica ha dimostrato di essere corruttrice, oscurantista e liberticida.
Ma mi faccino il piacere! – direbbe l’immarcescibile Totò e noi con lui. Porre su questo piano i termini di un referendum che affonda le radici nel mistero della vita e della morte, non solo è sleale, è anche ridicolo, sia pure con la partecipazione dell’on. Stefania Prestigiacomo la cui gradevole effigie ricorre su tutta la grande stampa. Anche l’occhio vuole la sua parte… persino se per guadagnarsi questo privilegio si lancia l’arma terroristica secondo cui la legge sull’aborto è in pericolo. Con ciò si è dato inizio a una nobile staffetta dal momento che l’on. Fassino ha raccolto la fiaccola del ricatto dalle gentili mani delle parità opportunistiche…

Scherzi a parte, se di scherzi si può impunemente parlare con questi chiari di luna, lo scrivente dichiara, anche se non ha voce in capitolo, che si asterrà. Si asterrà con la semplice intenzione di non creare un vuoto, se vincessero i referendari, una vacatio legis destinata a procurare maggiore confusione. Si asterrà perché si augura che la delicata questione torni al Parlamento, sede più competente a deliberare col ricorso a uno studio più approfondito e autorevole, che corregga la attuale legge 40 anche traendo profitto dalle obiezioni che sono intanto affiorate nel corso della campagna pro – e contro – il referendum.

Si asterrà perché, in buona fede, non saprebbe condensare in un sì o in un no una dottrina che non possiede anche se ha fatte le elementari. Per lui astenersi non è un diritto, è un dovere. Coraggioso, libero, sottratto alle ragioni corruttrici della Chiesa Cattolica come all’influenza illuminante della Chiesa Separata rappresentata dal ragazzo Capezzone.


L'astensione è un'arma politica contro il quorum

 

Gianni Badget Bozzo

 

La Conferenza Episcopale italiana ha rifiutato il fatto che la vita venisse messa ai voti, scegliendo con coraggio la strada dell'astensione, ed evitando così una guerra di religione tra il sì e il no. Ha scelto di annoverare tra i suoi sostenitori anche la fila dei vacanzieri e dei demotivati, sfidando il moralismo di coloro che, anche nella Chiesa, volevano dalla gerarchia il comodo ruolo del «no» duro e puro. Ritenendo un danno alla vita la cancellazione della legge, la Conferenza Episcopale ha scelto di combattere un referendum politico coi mezzi della politica, e cioè con il mezzo politico che distrugge i referendum come tali, cioè l'astensione. Ha scelto di combattere l'avversario non con le proprie armi, ma con le armi dell'avversario. A sfida politica in forma religiosa, la Cei ha risposto con scelta religiosa in forma politica. La Cei può vincere o perdere questa battaglia. Se la vince, si troverà di fronte a una crociata contro la Chiesa «oscurantista», se la perde si troverà di fronte il dileggio per aver perduto.
Tuttavia, la Chiesa italiana ha fatto un gesto coraggioso e non si è mascherata dietro la sottile ipocrisia di salvare l'anima dicendo di «no». Avrebbe avuto la lode di tutti, compresi gli scienziati e i Radicali, ben lieti di una Chiesa che si mette fuori gioco e non combatte con le armi del mondo: cosa che le è stata fortemente rimproverata.
Il cardinale Ruini si è dimostrato un grande uomo di Chiesa e un grande stratega, e lo rimarrà anche se il giorno del referendum dovesse piovere e gli italiani non andassero al mare.

Ma quel che più conta, oltre al coraggio del cardinale Ruini, è stato il fatto che il Papa abbia citato il referendum nel suo intervento all'assemblea generale della Conferenza Episcopale italiana. Era già pronta, ed è stata anche tentata, persino da D'Alema, la distinzione tra la posizione del Papa e quella della Conferenza Episcopale, ma il testo del Papa era troppo chiaro.
Con Papa Ratzinger la Chiesa entra in guerra contro il mondo del relativismo, non più coperta dal velo di grande popolarità umana che avvolgeva Giovanni Paolo II. Il Papa tedesco deve contare sul rigore delle sue analisi, con la sua magnifica denuncia dell'ideologia dei diritti umani, con la comprensione profonda del fatto che l'ateismo sottile e scientista del XXI secolo è ancora più radicale e pericoloso dell'ateismo materialista e totalizzante del comunismo del XX secolo.
Infine, se guardiamo l'opera del cardinale Ratzinger, essa è una magnifica sintesi, un vero sillabo, degli errori del relativismo, di cui egli ha colto la punta infuocata: in nome della relatività dell'uomo possederne il corpo in modo assoluto, usare la sua vita come materiale per una riprogrammazione infinita.
Benedetto XVI non ha il temperamento conciliante di Benedetto XV, da cui ha preso il nome. Ha capito che l'unico modo con cui si tiene unita la Chiesa (ed anche le Chiese) è quello di affrontare fino in fondo la sfida all'uomo che oggi la scienza e la tecnologia pongono.
La sua è una svolta antropologica, umana, storica e reale ben diversa da quella fasulla della teologia post-conciliare del secolo scorso. Un Papa che sfida il mondo.

Certo, era l'ultima cosa che potevamo pensare da un professore di teologia di Tubinga chiamato alla cattedra di Pietro.
Lo Spirito Santo e la storia hanno sempre capacità di sorprendere. Forse questo coraggio eviterà, in Italia, la «zapateriade».
 

La falsa scienza dell'onnipotenza

Umberto Galimberti

Negli Usa, una donna affittando il proprio utero a pagamento, ha generato due gemelli per una coppia italiana la quale, non potendo generare, aveva inviato per corriere alla signora due embrioni. Le storie individuali non si giudicano. Troppi sono i segreti dell'esistenza ignoti non solo agli altri ma persino a se stessi. Quindi lasciamo ai due genitori ciò che custodisce la loro scelta, per occuparci della scelta in sé, già praticabile in America e non ammessa dalla legislazione italiana.
Alla base di questa scelta non si fatica a scorgere un senso di onnipotenza, per cui io posso fare quel che natura non mi concede. E questo grazie alla tecnica che è in grado di realizzare il mio desiderio chiedendomi però come prezzo quello di visualizzare il mio e l'altrui corpo come semplici macchine, alcune delle quali forniscono la materia prima, altre il laboratorio per la sua elaborazione.
Questo processo di materializzazione, per cui io non coincido più con il mio corpo, ma me ne servo come di uno strumento a mia disposizione, è l'esatta definizione della schizofrenia, dove un processo di dissociazione mi fa fare esperienza del mio corpo come di qualcos'altro da me.
È questo un fenomeno che ciascuno di noi conosce quando si ammala, quando cioè il corpo, invece di essere il veicolo, diventa l'ostacolo da superare per essere al mondo. Allora a far senso non è più il mondo, ma il corpo che la malattia trasforma da soggetto di intenzioni a oggetto d'attenzione. Lo spazio che interessa si riduce alle dimensioni dell'organismo e il tempo al decorso della malattia. Questa dissociazione tra il nostro io e il nostro corpo, che ogni malattia porta inevitabilmente con sé, è il primo segno della nostra fuoriuscita dal mondo, è un'anticipazione della morte. La stessa anticipazione che notiamo in ogni anoressica che vive il suo corpo come un impedimento alla piena realizzazione di sé. E perciò lo mortifica, sottoponendolo a indescrivibili pratiche di digiuno, nell'illusione di poter realizzare l'ideale di sé solo prescindendo dal corpo.
Questo genere di dissociazione è la stessa che troviamo alla base di tutte quelle pratiche mediche che possono realizzare desideri di generazione solo persuadendo che noi non siamo il nostro corpo, ma il corpo è solo una macchina a disposizione del nostro desiderio.
No signori, non è così. Da che mondo è mondo è proprio il corpo a segnare il limite delle nostre possibilità e dei nostri desideri. E tentare di oltrepassare il limite significa infilarsi in quei deliri di onnipotenza dove un Io decorporeizzato tratta il proprio corpo come si trattano le cose, maneggiandolo e intervenendo come si maneggiano e si interviene sulle cose.
A questa mentalità materialista, tipica dell'Occidente, la cui cultura prevede che in linea di massima ogni desiderio possa essere realizzato, persino al di là dei limiti della materia, ha dato man forte da un lato la religione cristiana che ha fissato nell'anima il principio dell'identità personale riducendo il corpo a pura carne da redimere, e dall'altro la scienza medica che, per le sue giuste esigenze di metodo, ha ridotto il "corpo" a semplice "organismo" privo di ogni connotato egoico, di ogni valenza psichica e intenzionale, fino a concepirlo come un qualsiasi oggetto di natura, simile in tutto e per tutto alle altre cose che la scienza trova nel mondo e sottopone alla sua analisi in vista dei fini che si propone.
Adottando il punto di vista scientifico, divenuto ormai mentalità comune, ciascuno di noi finisce per concepire il proprio corpo solo come sua estraneità, e così perde quel senso di intima appartenenza per cui non dico, quando "sono" stanco, di "avere" un corpo stanco. Perché il corpo non è un mio "avere", ma è il mio "essere".
E non è un prescindere dal proprio "intimo essere" parlare dei propri ovuli o dei propri semi come di cose di cui posso "disporre", oppure del proprio utero come di qualcosa che posso "affittare"? Se è vero, come diceva Heidegger, che "il linguaggio parla" ciò che queste espressioni dicono non è forse quell'intima dissociazione tra sé e il proprio corpo che riscontriamo alla base dei più gravi squilibri mentali? Con ciò non si vuol dire che i due genitori che hanno inviato gli embrioni in America, dove hanno affittato l'utero di una donna che li ha poi generati, siano degli squilibrati, certo hanno dato anch'essi il loro contributo a quella mentalità che considera il corpo un semplice strumento a disposizione di un desiderio che non conosce limiti. È una mentalità questa molto pericolosa, perché quando il nostro corpo è ridotto al rango di "materia prima", dite un po' voi dove può cadere, ormai, la differenza tra l'uomo e le cose? E se questa differenza cade, quale altro criterio abbiamo per riconoscere un uomo?

 

Botta e risposta tra due lettori di "Metro"

 

Botta

 

Il desiderio di un figlio corrisponde a un istinto innato dell'essere umano, cosi come è insito nell'umana natura l'istinto alla procreazione. Può capitare, però, che una coppia di aspirandi genitori incontri degli ostacoli, quali sterilità e infertilità e che il processo per dare vita a un figlio risulti più lungo e complesso. In tutto questo, il cammino, già di per sé difficile, è ulteriormente complicato dalla legge 40/2004 oggi argomento di scottante attualità che chiama in causa un Paese intero dai laici al cattolici, dagli scienziati ai medici, dai politici di destra a quelli di sinistra, ai cittadini.
Ritengo che sia una legge densa di contraddizioni, inappropriata e insensata e che, oltretutto, rischiando di arrestare la ricerca scientifica, rischia di rigettare l'Italia in un'oscurità medievale.
Secondo tale legge, che Iimita a 3 il numero ovociti da fecondare proibendo la conservazione di quelli in eccesso (sui quali la ricerca scientifica potrebbe condurre gli studi per trovare una cura a malattie come il Parkinson, la sclerosi o il diabete), il medico è costretto a impiantare nell'utero della donna anche embrioni malati, attenendosi al divieto di qualsiasi forma di selezione che tale legge prevede,
mettendo rischio sia la salute del feto che quella della donna; qualora ci fosse un ripensamento all'impianto nell'utero da parte della coppia, il medico dovrebbe obbligare la donna a un impianto coatto.
Questa legge non solo è aberrante per la donna e per la sua dignità ma lede anche la libertà riproduttiva individuale, un diritto che dovrebbe essere indiscutibile in una società democratica. Ritengo che, in materia di procreazione assistita, lo Stato (e tanto meno la Chiesa) non dovrebbe intromettersi e credo che non spetti a una legge stabilire ciò che è giusto o ciò che è sbagliato per la vita altrui.
La norma, inoltre, equipara i diritti dell'ovulo fecondato a quelli di una persona in netta contraddizione con ciò che sancisce il codice civile (tali diritti si acquisiscono al momento della nascita) e la legge sull'aborto rivelando, a mio parere, la logica
bigotta e dottrinaria che ne ha orientato l'intera stesura.
Lo Stato, che a mio parere ha dimostrato la sua grande incompetenza nel campo delle conoscenze scientifiche con una legge che non tutela affatto la salute della donna, non dovrebbe entrare nella sfera privata e morale delle singole persone
decidendo chi può usufruire della procreazione assistita (vietata ai single e alle coppie totalmente sterili e decidendo quanti e quali embrioni possano venire impiantati nella donna. Mi rendo anche conto, però, che il potere politico non può disinteressarsi
completamente di questa questione ma da qui a ledere le libertà individuali ce ne corre. Per fortuna il referendum sembra ridare speranza a tutte quelle coppie che per avere un figlio ora ricorrono alla "procreazione turistica" e alla clandestinità. Si voterà soprattutto per consentire la ricerca sulle cellule staminali, per proteggere la salute delle donne e per consentire la fecondazione eterologa Apprezzo i partiti politici che sostengono la libertà di coscienza, disdegno gli altri.
Non condivido la predica della Chiesa che divulgando la sua interpretazione del mondo incita all'astensione. Io voterò quattro sì e spero che tutte le persone con un po' di buon senso facciano lo stesso.


Martina Lacerenza (studentessa)

 

Risposta


Ritengo doveroso rispondere a quanto espresso dalla studentessa (!)
Lacerenza nella rubrica "L'opinione" del 1° giugno, anche se è difficile condensare in poche righe argomenti che dovrebbero essere sviluppati in molte pagine.
Se però la Lacerenza ha avuto un intero trafiletto a disposizione, mi si dovrebbe consentire per par condicio almeno uno spazio analogo per confutare un congruo numero di imprecisioni ed errori grossolani frutto di luoghi comuni e ignoranza.

1) la legge 40/2004 non proibisce la crioconservazione degli ovociti in eccesso bensì quella degli embrioni in eccesso rispetto ai 3 ammessi (e non è una differenza da poco: gli ovociti sono cellule gametiche, gli embrioni sono organismi viventi con corredo cromosomico autonomo diploide)

2) il divieto di effettuare una "diagnosi genetica" sugli embrioni da impiantare impedisce la condotta "eugenetica" che, nonostante i distinguo e le precisazioni dei suoi sostenitori, di fatto porta a una "selezione" prenatale (addirittura pre-utero) dei concepiti, che non è eticamente distinguibile dalla selezione razziale o psicofisica praticata dagli antichi Spartani sugli esseri deformi o, più recentemente, dai medici nazisti con conseguente eliminazione dei "prodotti biologici venuti male"

3) se è vero che la legge "mette a rischio la salute del feto" nel senso che non impedisce la eventuale nascita di un feto portatore di malattie, è anche vero che è molto peggio uccidere lo stesso embrione-feto per risolvere il problema alla radice. non facendolo nascere!

4) inoltre, portando alle conseguenze estreme questo ragionamento -embrione portatore di malattie = embrione sbagliato = embrione da distruggere) allora si potrebbe arrivare un domani non troppo lontano a decidere di distruggere anche i portatori di handicap psico-fisici (per non farli soffrire!), e questo in barba alle leggi sulla tutela dei disabili e invalidi civili che tutti, anche trasversalmente, accettiamo e riteniamo giuste in quanto espressione di una società civile e solidaristica

5) la salute della donna sarebbe molto più danneggiata dall'inserimento in utero di un numero maggiore di embrioni in un unico tempo (con eventuale rischio di gravidanze plurigemellari) o dal ricorso a successive plurime inseminazioni usando embrioni crioconservati in stand-by, senza contare che nessuno può garantire che tali embrioni "congelati", magari utilizzati dopo anni dalla loro creazione, siano ancora capaci di sviluppo senza problemi di anomalie genetiche o cromosomiche

6) lo Stato e ancora di più la Chiesa non hanno il diritto di intromettersi, ma ne hanno il dovere: lo Stato in quanto istituzione suprema deputata alla supervisione di un regolare e armonico sviluppo della società mediante imposizione di norme che regolino l'ordinato svolgimento della vita del consesso civile senza che la libertà di uno vada a interferire con la libertà degli altri, nel rispetto della morale prodotta dalla società stessa; la Chiesa in quanto ente spirituale e comunità dei credenti perché deve dare indicazioni chiare ed inequivocabili ai cristiani sui problemi fondamentali della vita come pure sui comportamenti pratici da attuare nel quotidiano. Infatti la Chiesa non impone obblighi ai cittadini italiani, ma spiega la sua posizione ai fedeli. Chi è ateo, o appartiene a un'altra confessione o religione o è agnostico può ignorare liberamente i dettami della Chiesa. Cosa che, per inciso, potrebbe fare anche un cristiano ma dimostrando però incoerenza. Che significa poi "(lo Stato) non dovrebbe
stabilire ciò che è giusto o ciò che è sbagliato per la vita altrui": la vita dell'embrione? La vita della madre? La vita in genere? Lo Stato non deve decidere della vita dell'embrione ma lo deve decidere la madre o magari il medico? Attendo chiarimenti.

7) È vero che la legge stabilisce che la capacità giuridica si acquisisce alla nascita, ma sempre la legge tutela anche i diritti del nascituro tant'è, per esempio, che le sanzioni per le lesioni personali a una donna incinta che producano un aborto sono sanzionate in misura maggiore rispetto alle stesse in una donna non gravida, senza contare la teorica tutela dell'embrione-feto espressa dalla legge 194/1978

8) la legge 40/2004 sarà bigotta ma è maturata nel corso di due legislature, una di sinistra e una di destra, e tirare in ballo proprio adesso accuse di bigottismo è quanto mai sospetto

9) in quanto alla ventilata possibilità di consentire la fecondazione assistita per i singles o addirittura per gli omosessuali: ma di che stiamo parlando? Chi dovrebbe essere inseminato e da chi? Già l'adozione per tali categorie è vietata, e per motivi non discriminatori come farebbe intendere la nostra studentessa "pasionaria", ma solo nell'interesse esclusivo del bambino nascituro, che si troverebbe privato della dimensione familiare madre-padre fondamentale per un corretto e naturale sviluppo psicologico, in quanto nel caso del single si troverebbe senza una delle due figure
chiave (e la neuropsichiatria infantile spiega bene quali siano i problemi dei bambini che crescono senza uno dei due genitori per il suo decesso o per una separazione legale), nel caso di coppia omosessuale si troverebbe privo di riferimenti genitoriali normali con conseguente confusione dei ruoli e anomalie relazionali nello sviluppo psicosessuale.
Figuriamoci se allora ha un senso, per quelle stesse categorie cui per fortuna (dei bambini) è preclusa dalla legge l'adozione, consentire loro di costruirsi un bimbo in provetta tipo "acquisto al supermercato"!!!

In fin dei conti ogni cosiddetto "diritto" citato dai fautori del SI' (diritto della donna, diritto delle coppie sterili, diritto dei singles, diritto delle coppie gay ecc) se andiamo a ben guardare esprime solo ed esclusivamente l'interesse assoluto, al di sopra della legge e, quel che è peggio, al di sopra della morale, di categorie di individui, mentre nessuno dei fautori del SI' parla o si preoccupa dei diritti dell'embrione, ridotto praticamente a un mero oggetto (di desiderio, di consumo o che altro) di cui si disconosce spudoratamente la caratteristica principale: di rappresentare indiscutibilmente una vita con caratteristiche di unicità ed esclusività.
Col risultato che lo si può studiare, congelare, scongelare, impiantare, distruggere come se fosse una coltura batterica e nulla più. Per finire quindi, se la signora Lacerenza è convinta nel suo intimo del SI' io rispetto la sua opinione, però che non cerchi di convincere la gente con argomenti privi di fondamento mescolando concetti diversi in maniera confusa e imprecisa.


Cristiano Grosso (medico)

 

Sulla procreazione voto di coscienza o di convenienza?

Turi Vasile

Il 12 e il 13 giugno prossimi saremo dunque chiamati, in base a un referendum popolare, a pronunciarci sull’abrogazione o meno della legge 40/2004 in materia di procreazione assistita. Il cittadino, con un semplice sì o con in semplice no, dovrà esprimere il suo giudizio su un problema che affonda le radici nel mistero della vita; ma può, volendo, esercitare il diritto di astenersi. Sull’argomento è sorta una vivacissima discussione nella quale si confrontano teologi, scienziati, filosofi, giornalisti e politici, molto spesso con invasioni di alcuni nei campi altrui e con sottili distinzioni come quella tra potenza e atto o con motivazioni secondo le quali può sopprimersi una vita per salvarne o correggerne un’altra.
Si tratta, in ogni modo, di una questione la cui soluzione è incerta, dibattuta e, nonostante la presunta validità obiettiva della scienza, opinabile. Affidare una materia così scottante a chi non possiede dottrina e cultura sufficienti per esprimere un verdetto, senza offesa per la preparazione media degli italiani a cui lo stesso scrivente appartiene, è iniziativa incauta e temeraria. Il referendum è però uno strumento previsto dalla Costituzione e, pur mugugnando, dobbiamo accettarlo quando deborda dalle nostre comuni conoscenze e competenze.
C’è da augurarsi che se ciascuno non può esprimersi secondo scienza, si pronunci almeno secondo coscienza, conformemente con la propria formazione e, perché no?, col proprio sentimento avendo anch’esso il diritto di entrare nell’inquietante gioco. La prospettiva della possibilità generica della manipolazione della vita non può infatti lasciarci indifferenti, anche perché molti segnali si manifestano da tempo nel campo fantastico che spesso precede la realtà.
Per non andare lontano né sul difficile basti citare la commedia di Massimo Bontempelli Minnie la Candida o il film di Ridley Scott Blade Runner secondo cui sarebbero già tra noi esseri misteriosamente alieni, come nel primo caso, o replicanti frutto dell’ingegneria genetica, come nel secondo. Il corpo, definito da Novalis tempio unitario della memoria, sarebbe come tale sconsacrato e metaforicamente privato di radici certe.
Limitiamoci, nella nostra angustia, a ripetere con enfasi che ci si attenga almeno alla propria coscienza e buona fede e non, come è da sospettare, a motivi funzionali, secondo convinzioni di parte o convenienze di chi, dopo aver partecipato caldamente alla formazione della legge, voglia rimetterla in discussione o addirittura abrogarla, per distinguersi politicamente.
Nichi Vendola, che è il condensato delle contraddizioni correnti nel nostro Paese, si dice perplesso come cattolico, ma dichiara che voterà quattro sì perché “così ha deciso il mio partito e la sinistra”. Il pericolo che il referendum sia ancora una volta un pretesto, espressione di un falso scopo, è moralmente insopportabile. Chi si astiene non confessa infine di essere incapace a decidere, sostiene bensì di affidarsi alle regole della democrazia parlamentare per il mantenimento di una legge perfettibile da parte, appunto, del Parlamento che quando conviene è considerato sovrano assoluto e quando no viene disinvoltamente privato della sua prerogativa attraverso un voto popolare diretto.

 

 Fecondazione, falso duello tra laici e cattolici

Claudio Magris
I quesiti impliciti nella legge 40 e di conseguenza nei referendum abrogativi la cui votazione è stata indetta per il 12 e 13 giugno sono già abbastanza complessi perché ci si possa permettere il lusso di complicarli ulteriormente con questioni inesistenti, quali ad esempio la pretesa contrapposizione, sui temi in gioco, fra cattolici, o comunque credenti, e laici. Come ho avuto occasione di scrivere ripetutamente sul Corriere negli ultimi trent’anni e come non mi stancherò di ripetere, tale equivoca contrapposizione si fonda sulla crassa ignoranza del significato del termine «laico». Esso non indica affatto l’opposto di «cattolico» o di «credente» e non indica, di per sé, né un credente né un agnostico né un ateo.
Laicità è un abito mentale, la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che può essere invece solo oggetto di una fede - a prescindere dal professarla o meno - e di distinguere le sfere di ambiti delle diverse competenze, ciò che spetta allo Stato e ciò che spetta alla Chiesa, ciò che compete alla legge e ciò che compete alla morale e così via. La laicità non coincide con alcuna filosofia o ideologia, ma è l’attitudine critica ad articolare le proprie convinzioni secondo regole e principi logici che non possono essere condizionati, nella loro coerenza, da alcuna fede religiosa o politica, senza cadere in un pasticcio, sempre oscurantista come tutti i pasticci. In tal senso la cultura - anche una cultura cattolica - se è tale è sempre laica, così come la logica - quella di San Tommaso o di un pensatore ateo - non può non affidarsi a criteri di pura razionalità e così come la dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un santo della Chiesa, deve obbedire soltanto alle leggi della matematica.
Uno dei più grandi laici che ho conosciuto è Arturo Carlo Jemolo, cattolico fervente e religiosissimo e maestro di diritto e di libertà, il quale sapeva che il Vangelo può muovere l’animo a creare una società più giusta, ma non può tradursi direttamente in articoli di legge, come pretendono gli aberranti fondamentalisti d’ogni specie; coerentemente, Jemolo avversava la scuola privata, confessionale o no. De Gasperi e Fanfani erano entrambi credenti, ma il primo era un politico laico e il secondo no; tante volte politici anticlericali si sono rivelati faziosi e intolleranti come i sanfedisti e dunque niente affatto laici, perché laicità significa anzitutto tolleranza, dubbio rivolto pure alle proprie certezze, autoironia, demistificazione di tutti gli idoli, anche dei propri. Sulla questione dell’aborto, ad esempio, le parole più alte e più chiare le ha dette un grande laico come Norberto Bobbio in una memorabile intervista rilasciata a Giulio Nascimbeni sul Corriere della Sera l’8 maggio 1981. In un discorso pacato e argomentato con la sua magistrale intelligenza logica, etica e giuridica, Bobbio sottolineava il diritto fondamentale del concepito, si stupiva che i laici lasciassero ad altri «il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere». Rispettoso della religione e della Chiesa ma estraneo a quest’ultima - ebbe infatti, per sua scelta, funerali civili - Bobbio non difendeva astrattamente la vita e ovviamente affermava il sacrosanto diritto di non voler avere figli e di non averne ossia di non concepire; riconosceva anche il diritto di disporre della propria vita e di rifiutarla: «Il suicida dispone della sua singola vita. Con l’aborto si dispone di una vita altrui».
A confondere le idee sull’aborto ha contribuito non poco - non in linea di principio, ma nella propaganda di fatto - la Chiesa, abbinandolo indebitamente e scorrettamente alla contraccezione (favorendo così implicitamente l’equivoco di chi lo considera un sia pur spinto metodo contraccettivo) e parlando retoricamente di «vita». Non è la vita che va incensata, perché è discutibile che essa meriti ossequio; quel che è certo è che devono essere rispettati i singoli viventi, che non hanno chiesto di nascere né meritato di morire.
Non so se venire al mondo sia un bene o no; so che si deve rispettare e tutelare chi è venuto al mondo. La vita di un uomo è una curva ininterrotta dal momento del concepimento a quello della morte, una curva che procede verso il potenziamento per poi declinare verso il progressivo impoverimento biologico e intellettuale; una parabola che è esposta alle aggressioni delle malattie, della denutrizione, della violenza, delle carenze affettive, e non conosce soluzioni di continuità. Fra un neonato e un uomo di vent’anni c’è più differenza di quanto ce ne sia tra il medesimo neonato e lui stesso al settimo mese di gestazione o fra questo settimo mese e il quarto e così via. Ciò che varia è il rapporto affettivo e sociale che gli altri instaurano con questo essere: si è ovviamente ben più legati a un figlio di 3 anni che a un infante nato da un’ora, si soffre diversamente per una persona cara a seconda che muoia nel pieno delle sue qualità e dei suoi rapporti con noi oppure in una stadio di età o di malattia che l’abbia da tempo esclusa da ogni relazione con noi.
Ma la reazione sentimentale di un uomo non è il metro del diritto di un altro. Sono temi su cui, trent’anni fa, scrisse un memorabile articolo Pasolini. Un laico - credente o no - dinanzi alla formulazione di una legge non deve essere condizionato da alcuna Chiesa, nè positivamente nè negativamente. Se la Chiesa cattolica impone nel terzo comandamento di santificare le feste, questa, per un credente o praticante, non è una ragione per imporre a sensi di legge di andare a Messa. Se la Chiesa nel quarto e nel settimo comandamento condanna l’omicidio e il furto, questa, per un ateo, non è una ragione per depennare giuridicamente il reato di omicidio o di furto. Il laico non si scandalizza se il cardinale Ruini o i democratici di sinistra suggeriscono di non votare a un referendum - come il primo ha fatto a proposito di quello del prossimo 12 giugno e i secondi hanno fatto a proposito del referendum del 15 giugno 2003 sull’articolo 18, perché entrambi hanno diritto di parlare e di venire ascoltati o tenuti in non cale, ma non hanno diritto di esercitare la minima pressione.
Un laico si sarebbe augurato che il Tg1 del 10 maggio scorso (ore 20), oltre a dedicare giustamente ampio spazio al Comitato del sì ai referendum, avesse almeno nominato il Comitato Scienza e vita, di orientamento opposto, e si augura che le argomentazioni di Angelo Vescovi, scienziato e biologo contrario alla manipolazione embrionale che ha ottenuto notevolissimi risultati in esperimenti con cellule staminali adulte vengano ascoltate, anche dai media, non meno (nè più) di quelle di rispettabili ma meno significativi prelati concordi con lui o di quelle di Carlo Alberto Redi, scienziato su posizioni antitetiche. E un laico si augura pure che, comunque la si pensi in merito alla liceità dell’aborto, nessuno lo consideri una giusta misura anticrimine, come ha fatto, in un peregrino articolo, l’illustre economista di Chicago, Steven Levitt, secondo il quale l’aborto, eliminando bambini indesiderati, elimina future persone destinate a diventare, causa le loro carenze affettive, criminali. Come ha scritto sul Piccolo del 26 aprile Francesco Magris, sembra di leggere quel racconto di Philip Dick in cui s’immagina un mondo nel quale la polizia, grazie agli indovini, prevede i crimini futuri e punisce i loro futuri possibili autori prima che li abbiano commessi.
Anche lo tsunami, secondo questo modo di ragionare, ha eliminato, fra le sue vittime, probabilmente qualche possibile futuro delinquente come qualche possibile futuro genio. Ma non è così che ragiona la ragiona laica, vale a dire la ragione tout-court...

 

 

Tettamanzi: «L’astensione è giusta ma evitiamo scomuniche tra i cattolici»

Gian Guido Vecchi

MILANO — La linea è chiara come l’«irrinunciabile diritto-dovere» della Chiesa di intervenire su scelte «che decidono il futuro stesso dell’umanità» e indicare il non voto quale mezzo più efficace per non peggiorare una legge che è già «al limite della soglia di tollerabilità». Ma la questione, spiega l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, non può finire con il referendum. Disteso, l’aria serena, il cardinale parla al primo piano dell’Arcivescovado con accenti tolleranti, spiega che le indicazioni della Chiesa sono come quelle «di una madre a un figlio» e mette in guardia i cattolici dalla tentazione, letteralmente «diabolica», di dividersi: «Evitino ogni forma più o meno larvata di "reciproca scomunica"». Anche perché l’impegno dovrà proseguire ben oltre il voto, «quella della vita è una delle sfide principali del nostro tempo».


Che effetto le ha fatto, eminenza, il dibattito degli ultimi mesi sulla procreazione assistita?
«Rilevo che il dibattito presenta un aspetto positivo, perché attira l’attenzione di tanti ad interessarsi di questioni di cui spesso si tace, mentre sono importanti e decisive per ogni uomo e per la società. Devo però aggiungere che questo dibattito non sempre è stato corretto e non sempre ha saputo affrontare alcune questioni. Da parte di molti si è preferito parlare per slogan, semplificando e assolutizzando alcuni aspetti, giungendo persino a falsare i termini dei problemi in discussione. Di più: non sempre sono stati messi in luce i valori in gioco; e, quando lo si è fatto, non si è discusso adeguatamente il tema—importante e, per qualche verso, discriminante in ordine ad un confronto referendario — del rapporto tra la legge morale e quella civile. Devo dire, ancora, di alcune prese di posizione pregiudizialmente chiuse a ogni vero e serio confronto. Così, ad esempio, la contrapposizione tra cultura cattolica e cultura laica: la ritengo del tutto inaccettabile, perché qui in gioco non è una "questione cattolica", ma una questione pienamente "umana". È in gioco la vita umana, il bene fondamentale per ogni persona, sia essa cattolica o no, credente o no, di destra o di sinistra».
Che cosa risponderebbe a chi ha attaccato il cardinale Ruini, per l’indicazione del "non voto"?
«La Chiesa—se non vuole venir meno alla sua identità e missione — non può esimersi dall’intervenire di fronte a scelte etiche e legislative di primaria importanza come quelle che toccano la vita dell’uomo e, quindi, la sua inviolabile dignità di persona e che decidono del futuro stesso dell’umanità. Gli interventi del presidente della Cei scaturiscono da questo "diritto-dovere" della Chiesa, lo esprimono e lo esercitano. Si tratta di un "diritto-dovere" irrinunciabile che, in una società veramente libera e democratica, non può essere soggetto a nessuna forma di limitazione, a meno di dimostrare che l’esercitarlo sia contro il bene comune!»
In questo caso, però, non ci si limitava al principio, si indicava un comportamento...
«Se si rileggono con pacatezza e onestà gli interventi del cardinale Ruini, si nota immediatamente che essi offrono, anzitutto, gli elementi essenziali per un giudizio etico sulla legge sottoposta a referendum. Sottolineano, poi, con insistenza la necessità di un’informazione corretta ed equilibrata e di una formazione davvero attenta ai valori in gioco. Dando anche voce all’indicazione del Comitato "Scienza vita" di non partecipare al voto, affermano che "in concreto è necessaria la più grande compattezza nell’aderire all’indicazione del Comitato, per non favorire, sia pure involontariamente, il disegno referendario", che consiste nel sopprimere alcune parti della legge 40, con il risultato di peggiorarla da un punto di vista etico. Aggiungo che lo stesso presidente della Cei, insieme con i vescovi del Consiglio permanente, ha precisato con cura che il senso autentico di questa indicazione non è affatto una scelta di disimpegno, ma l’esatto contrario».
Sì, ma per la Chiesa è legittimo consigliare il non voto?
«Questo consiglio è di per se stesso del tutto legittimo, a prescindere da chi lo formula. Come precisano, infatti, gli esperti del diritto e come, per altro, è stato indicato da esponenti politici di primo piano in altre occasioni referendarie, la non partecipazione al voto nel caso dei referendumabrogativi è una delle scelte possibili previste già nella nostra Costituzione. Il non votare, allora, è un modo per esprimere democraticamente la propria volontà di cittadini, che è il primo gradino della libertà democratica. Al dire dei giuristi, nel caso dei referendum abrogativi, diversamente che nelle elezioni amministrative e politiche, non sussiste un dovere civico di votare. Anzi, la libera scelta di votare o di non votare è un ingrediente essenziale del congegno referendario. Ora se il consiglio del non votare è legittimo, legittimo rimane da chiunque venga dato: anche dalla Chiesa e, in essa, anche dai vescovi. Perché meravigliarsene o rimanerne scandalizzati?»
Forse perché viene visto come un’ingerenza?
«La Chiesa è "madre e maestra", come ci ha ricordato Giovanni XXIII in una sua famosa enciclica sociale. Come "maestra", ha il compito di "insegnare", ossia di annunciare la verità del Vangelo e la fede con tutte le sue conseguenze sui valori e sulle esigenze etiche dell’uomo. Come "madre", può e deve orientare e guidare i suoi figli, indicando la strada più sicura per vivere in fedeltà al Vangelo. E questo tanto più se la Chiesa, come vuole il Signore e quindi come è il suo "ruolo", rimane pienamente inserita nelle vicende e nelle problematiche del mondo, testimoniando nella società quei valori che le vengono dal Vangelo e che sono capaci di rendere più giusta e più umana l’intera convivenza. E sono valori che la Chiesa è chiamata a proporre in modo coerente e convincente, con gesti e argomentazioni che sanno interrogare anche chi non è cristiano e suscitare e favorire anche il suo consenso. È innanzitutto in questa prospettiva di Chiesa "madre e maestra" che si pone, e dunque va letto, il consiglio espresso dai vescovi».
L'indicazione è vincolante, per un cattolico?
«Per la verità, le indicazioni dei vescovi sono più di una. La prima, la più sostanziale e vincolante, è che a partire dalla retta ragione ci sono diritti fondamentali che vanno salvaguardati: il diritto alla vita e all’integrità fisica di ogni essere umano, compreso l’embrione; i diritti della famiglia e del matrimonio come istituzione; il diritto per il figlio ad essere concepito, messo al mondo ed educato dai suoi genitori in un contesto di vita matrimoniale».
Ma una legge dello Stato può assumere tali valori?
«Si tratta di diritti che costituiscono dei "limiti invalicabili" oltre i quali la legge civile, proprio in forza della propria finalizzazione al bene comune, non può andare, senza la sua perdita di forza e di credibilità. Sono come la "soglia di tolleranza" che non può essere oltrepassata. Se invece venisse superata, ad essere negato sarebbe qualche cosa di intrinsecamente essenziale alla dignità della persona umana, così come a non poter essere ottenuto sarebbe lo stesso bene comune, cui la legge deve sempre mirare».
Diceva che le indicazioni sono più d’una...
«L’altra indicazione dei vescovi è che la legge 40 è una legge che "sotto diversi e importanti profili non corrisponde all’insegnamento etico della Chiesa, ma ha comunque il merito di salvaguardare alcuni principi e criteri essenziali". In altre parole, è una legge la cui "soglia di tollerabilità" è già al limite: non può, dunque, essere superata, come avverrebbe abrogando le parti indicate nei quesiti referendari. Di qui un’altra precisa e vincolante indicazione: questa legge non può — non deve — essere peggiorata. Ma questo avverrebbe votando "sì" ai referendum, mentre rimarrebbero aperte come eticamente possibili (almeno sotto il profilo teorico) le due strade del votare "no" e del "non votare". In particolare, l’indicazione della "non partecipazione al voto" deve dirsi "vincolante" in forza delle ragioni, di ordine "pratico e prudenziale", che vengono portate per difenderla e promuoverla. E sono ragioni non deboli né peregrine che molte persone del mondo scientifico, culturale, professionale e politico — persone competenti e di diversa appartenenza non solo partitica, ma anche culturale e religiosa —hanno illustrato in questi mesi e che il Comitato "Scienza vita" ha cercato e continua a cercare di diffondere e di chiarire. Nella prospettiva ecclesiale sopra ricordata, leggo l’indicazione del "non votare" analogamente a quella che una madre — guidata da vero amore per i figli, di cui comunque riconosce la maturità e rispetta la libertà — si sente in dovere di dare a un proprio figlio quando è di fronte a scelte importanti, addirittura decisive, per la sua esistenza. È un’indicazione da prendere in grande considerazione e che solo per gravi motivi si potrebbe disattendere senza sentirsi in qualche modo a disagio o in colpa».
Cosa direbbe ai cattolici che invece vogliono votare?
«Direi che non devono, con il loro voto, peggiorare la legge. Chiederei, poi, che prendano in seria considerazione le motivazioni che accompagnano il consiglio, da più parti espresso, di non andare a votare, esprimendo così "un doppio no": il "no" al peggioramento di questa legge e il "no" ad un uso dell’istituto referendario che, anche in questa occasione, sembra quanto mai discutibile, se non addirittura guidato da inaccettabili strumentalizzazioni. Li inviterei, ancora, ad interrogarsi sugli effetti che, nel concreto panorama attuale delle posizioni, questa loro scelta potrebbe avere: sia in ordine al raggiungimento del "quorum" per la validità del referendum, sia in ordine ad un’eventuale affermazione dei "sì", che porterebbero all’inaccettabile peggioramento della legge. Sento, infine, vivo il bisogno di rivolgere un forte e accorato invito a tutti i cattolici: evitino ogni forma, più o meno larvata, di "reciproca scomunica". Non è forse una tentazione "diabolica" che, se seguita, porterebbe a deleterie e infondate "divisioni" e "lacerazioni" del tessuto ecclesiale?»
Che dice, invece, ai fedeli della sua diocesi?
«Dico, anzitutto, che su questi temi è necessaria una più limpida e costante opera di informazione e di formazione, che è parte integrante e permanente della missione evangelizzatrice della Chiesa. Ed è, quindi, un’opera che deve continuare anche dopo il referendum. E al riguardo tutti, con competenze e forme diverse, dobbiamo sentirci fortemente responsabilizzati».
In che senso?
«Quella della vita, in realtà, è una delle "sfide" principali del nostro tempo, anche nel nostro Paese e nella nostra comunità cristiana: accogliere, tutelare e promuovere la vita umana di ogni persona e in tutte le sue condizioni e fasi di sviluppo è un grave dovere morale, che ci interpella come uomini e come cristiani. Ma, nello stesso tempo e non meno, questo è un grave dovere civile, che ci interpella come cittadini. Lo è perché la vita fisica, per ogni uomo e donna, costituisce il fondamento di ogni altro bene di cui l’uomo possa godere sulla terra: la libertà, l’amore, la pace, la salute, lo sviluppo, la cultura, le relazioni interpersonali, il benessere economico e altri ancora. Accogliere, tutelare e promuovere la vita umana, allora, è la condizione originaria e necessaria perché si possa realizzare il bene comune. Interessarsi di questi problemi e partecipare attivamente a livello culturale, sociale e politico perché— di fronte a ogni minaccia e ad una sempre più diffusa "cultura della morte"—si affermi e si diffonda una vera "cultura della vita", è questione di tale portata presente e futura che non può lasciare indifferente e inerte nessuno! E nel segno della concretezza devo dire che la "partecipazione", di cui sto parlando, chiede di esprimersi anche in questa vicenda referendaria, con scelte precise che non portino ad un peggioramento dell’attuale legge italiana sulla procreazione medicalmente assistita».
 

 

Genetica: amica o nemica?

Maria Devigili,
È giusto un aborto per evitare di dare alla luce un figlio in cui si sono individuati problemi di carattere genetico? Si può stabilire, in base ad una selezione tra embrioni fecondati, quali sono “degni” di svilupparsi e quali no? Queste sono solo alcune delle domande ipotizzabili alla luce delle nuove possibilità offerteci dalle biotecnologie e, in particolare, dai nuovi metodi di analisi prenatale. La possibilità di fare una selezione degli embrioni a seconda delle qualità genetiche suona ancora come qualcosa di strano. Eppure, i presupposti non mancano. La mappatura del genoma umano è stata dichiarata completata nel 2000 (ad opera della Celera Genomics) e i ricercatori hanno già individuato i singoli geni deputati all’insorgere di alcune malattie come la fibrosi cistica e la distrofia muscolare di Duchenne. Per ora, le nuove conoscenze genetiche hanno avuto un grande impatto più sulla ricerca stessa che sulle persone o sulla sanità pubblica. Questo non significa che il riscontro sulla realtà quotidiana non ci sia ancora stato. Nel febbraio del 2000 il Presidente Clinton ha firmato un ordine esecutivo che proibisce l’utilizzo dell’informazione genetica da parte dei datori di lavoro e delle agenzie assicurative. Questo perché negli U.S.A i test genetici sono ormai all’ordine del giorno tanto che si è parlato dell’eventualità di stilare una sorta di passaporto genetico per ogni cittadino. Il rischio che qualcuno possa fare discriminazioni in base alle probabilità di sviluppare malattie genetiche non è poi così remoto.

L’importanza del “carattere”
L’amniocentesi, così come altre forme di analisi intrauterine, consente ormai da diversi anni di evidenziare eventuali malformazioni genetiche e molte donne possono decidere sulla scorta dei risultati di interrompere o meno la gravidanza. Pratiche diffuse, ma non ancora universalmente accettate. Intanto però, nei laboratori, la ricerca fa passi da gigante, superando, di fatto, i tempi della discussione. E anche la pratica non è tanto indietro. Lo scorso anno, tre coppie australiane hanno ricevuto l’autorizzazione a dare alla luce dei bambini che potrebbero diventare donatori compatibili per i loro fratellini, colpiti da un tipo molto raro di anemia. Ancora, in Francia, grazie alla manipolazione genetica è stato possibile far nascere un bambino privo di una malformazione epatica che aveva già causato la morte di altri tre fratellini. E questo solo per fare degli esempi. Ma la notizia pervenutaci lo scorso anno dagli U.S.A ha dell’incredibile, almeno ,per chi è tradizionalmente convinto che “non sentire” sia un handicap. Una coppia di donne sorde omosessuali ha volontariamente scelto di generare ,grazie all’inseminazione artificiale, due figli non udenti come loro. E’ giusto? E’ sbagliato? Ognuno ha la sua idea a riguardo e sarebbe bello conoscere anche l’idea del nascituro al riguardo. Al pari di opportunità molto promettenti, come il trattamento di malattie finora incurabili, lo sviluppo biotecnologico potrebbe offrirci anche discutibili opzioni di “eugenetica”(branca della genetica, volta a migliorare le caratteristiche della specie umana). Come dice il filosofo e sociologo contemporaneo Jurgen Habermas: “(…) fare shopping in un supermarket genetico è uno scenario del futuro su cui si è a lungo incentrato il dibattito bioetico negli U.S.A. Se non siamo sicuri di volere davvero questo tipo di eugenetica personalizzata, dovremmo stare attenti agli sviluppi in questa direzione delle pratiche di cui oggi si discute”.

Quelle vite “indegne di essere vissute”
La genetica e la biotecnologia moderna permettono di utilizzare metodi di eugenetica completamente nuovi, come ,appunto, la selezione prenatale basata sulle qualità genetiche. L’eugenetica(dal greco: buona nascita) ossia lo sforzo di migliorare la razza umana attraverso il controllo della riproduzione, è stato ed è tuttora un aspetto controverso della ricerca biomedica.
La storia dell’eugenetica è segnata da terribili esempi di “lucidi” deliri collettivi come fu il programma di sterilizzazione e di eliminazione , Aktion T4 il suo nome , organizzato in Germania dal regime nazista. Un programma che mirava a “rendere puro il popolo tedesco” e ad “eliminare tutte le impurità , rappresentate da disabili fisici, malati mentali, persone con difetti congeniti. Il tutto per assecondare l’idea che una società non può essere gravata dal peso di individui non in grado di produrre, da “involucri vuoti le cui vite sono indegne di essere vissute”, come amava definirli Hitler. Pertanto, queste persone, non avevano il diritto di procreare né tantomeno di vivere. L’idea nazista di eugenetica è riassunta perfettamente nelle parole di H. W. Kranz (1897-1945) direttore dell’Istituto di Eugenetica dell’Università di Giessen: “Esiste un numero assai elevato di persone che, pur non essendo passibili di pena, sono da considerarsi veri e propri parassiti, scorie dell’umanità. Si tratta di una moltitudine di disadattati che può raggiungere il milione, la cui predisposizione ereditaria può essere debellata solo attraverso la loro eliminazione dal processo riproduttivo” Dal 1934 al 1939 vennero sterilizzate centinaia di migliaia di persone considerate non produttive. Non soddisfatta, la macchina nazista passò all’eliminazione fisica della sua “zavorra umana”. Negli anni 1940 e 1941 oltre 70.000 persone vennero uccise. Tutto all’insaputa dei famigliari a cui per altro si mandava una cortese lettera di condoglianze. Inoltre, non mancarono gli scienziati che approfittarono dell’ingente materiale umano per compiere esperimenti raccapriccianti e per testare le tecniche di sterminio che sarebbero cominciate su larga scala di lì a poco tempo. Ma purtroppo, l’esempio nazista è solo uno dei più lampanti. Anche Paesi insospettabilmente socialdemocratici attuarono una politica di eugenetica. Negli Stati Uniti, in Svezia, in Canada, nei paesi dell’area scandinava le sterilizzazioni coatte sono continuate fino agli anni ’70 ( si parla di centinaia di migliaia di persone sterilizzate perché considerate immorali e socialmente inadeguate). Questo, nonostante la sbandierata indignazione del mondo “civile” nei confronti della scoperta dei crimini dell’eugenetica nazista, nonostante che, nel 1948, molti di questi stessi Paesi avessero sottoscritto la “Convenzione sulla prevenzione e repressione dei crimini di genocidio” nella quale si equiparava esplicitamente la sterilizzazione alle altre forme di sterminio. Da questo, forse, si può desumere che l’eugenetica può attecchire anche nelle più “civili” democrazie occidentali. E’un rischio sempre presente in una società in cui è dominante la ricerca del profitto a tutti i costi e per cui l’ individuo vale più in termini di efficienza produttiva che di soggettiva capacità umana.

 

 

Per la Chiesa l'embrione ha un'anima
Intervista a Bruno Forte, uno dei maggiori teologi italiani: "In qualunque momento lo sviluppo viene interrotto violentemente per decisione di altri viene di fatto soppressa una vita umana".
Franca Giansoldati
Città del Vaticano, 28 gen. (Apcom) - Per la Chiesa anche l'embrione è dotato di un'anima e, pertanto, ha diritto al rispetto dovuto all'essere umano. Uno dei più accreditati teologi italiani, monsignor Bruno Forte, autore di decine di pubblicazioni di carattere filosofico e teologico, da qualche mese nominato dal Papa arcivescovo di Chieti, in una intervista ad Apcom, spiega perché per la Chiesa l'embrione va difeso.
"Persona - afferma Forte - implica la singolarità di un essere umano e la sua capacità di relazione. L'embrione è già un essere singolare, relazionato non solo a coloro da cui provengono le componenti originarie che lo costituiscono, ma anche alla sorgente ultima di ogni vita, che il credente riconosce in Dio: anche dal punto di vista strettamente biologico, l'embrione non è solo recettore passivo, ma interagisce con il suo ambiente vitale. È caratteristica dell'essere umano in ogni fase del suo sviluppo entrare in una rete di relazioni di reciprocità, che comprende anche la corrispondenza alla sorgente ultima di vita e d'amore, che è il Creatore. Pertanto sia pure in una fase molto primitiva, l'embrione è posto in un'analoga rete di relazioni di interscambio vitale". Ma si può affermare senza ombra di dubbio che ha un'anima? "Sì, se con questo si intende che non è solo animato e vitale, ma che gli è anche dovuto il rispetto da dare all'essere umano personale".
"Questo concetto -aggiunge monsignor Forte- è oggi molto più chiaro che non in epoche precedenti grazie alla ricerca scientifica, che ha mostrato come lo zigote possieda una propria identità individuale sin dal concepimento. E anche se c'è totipotenzialità, non si può ignorare che l'identità individuale e la sua capacità relazionale si vanno sviluppando man a mano".
La Chiesa non si stanca di ripetere al mondo che ogni fase della vita umana costituisce un momento dello sviluppo unitario dell'essere personale: che cosa comporta questa convinzione? "La conseguenza è chiara: in qualunque momento questo sviluppo è interrotto violentemente per decisione di altri - risponde monsignor Forte -, viene di fatto soppressa una vita umana. La differenza che c'è tra un adulto e un bambino è evidente, ma questo non vuol dire che il bambino sia meno persona umana dell'adulto e che sia lecito sopprimerlo. Così come il bambino, anche un embrione nel suo iniziale sviluppo ha delle precise e uniche potenzialità in atto di svilupparsi, un programma inscritto nei geni che è in atto di realizzarsi (dal colore degli occhi alle potenzialità intellettive, dalla statura alle attitudini relazionali...)".
Riguardo alla ricerca sugli embrioni e ai rischi di sconfinare nell'eugenetica il teologo Forte ricorda che "se si afferma il principio della manipolabilità dell'embrione, allora si apre la strada a ogni altra forma di manipolazione sull'essere umano, perché legittimare la violenza o l'arbitrio su una fase di sviluppo dell'essere umano non è in contraddizione con la possibilità di esercitare la stessa violenza su altri stadi di esso".
Quanto ai milioni di embrioni criocongelati, molti dei quali in attesa di essere distrutti, il teologo illustra che per la Chiesa cattolica la questione è drammatica, perché si profila lo scenario di una presunta onnipotenza della ricerca che può dare libero spazio alla volontà di dominio dell'uomo sull'uomo. E in molti non esitano a parlare di 'genocidio' in atto. "E' il grande dramma che lo sviluppo delle scienze in questi campi pone alla coscienza umana. Quando si crea una banca di embrioni si pone un gravissimo problema etico".
"Purtroppo -aggiunge Forte - la scienza si è avventurata in sentieri rischiosi con un eccesso di pregiudizio che ha fatto ritenere assoluta la disponibilità di intervento sull'embrione. Ma per la nostra società e per il suo futuro la questione etica qui in gioco è tutt'altro che secondaria. Non si può sostenere che l'essere umano sia un essere umano 'minore', depotenziato, solo perché è ancora nel grembo della madre o è in una fase iniziale del suo sviluppo. Di fronte ad esseri umani viventi, sebbene allo stadio primordiale, è come se ammettessimo una possibilità di selezione. Ciò che abbiamo condannato unanimemente per la barbarie di tutte le violenze perpetrate dall'uomo sull'uomo, ed in particolare per la tragedia dei vari genocidi che hanno funestato il cosiddetto 'secolo breve', non si può ignorare di fronte agli scenari che si aprono con la conservazione degli embrioni. La manipolazione di essi va condannata fermamente e rifiutata in nome del valore assoluto e della dignità dell'essere umano personale in ogni stadio della sua esistenza".

28 gennaio 2005


 

 

Diritti dell’Uomo? Cominciano dall'embrione

Giuliano Ferrara

Caro direttore, Giuliano Amato e Giorgio Tonini sono due persone serie. Uno è laico, ma sensibile alle questioni di coscienza poste dai cattolici e dai laici non laicisti, non dogmatici, cioè da noi. L’altro è cattolico, ma sensibile alle questioni poste alla sua visione delle cose dalla società secolare, dai suoi comportamenti concreti, e dai riflessi che la legislazione intorno a questioni di coscienza e di cultura (e perfino di fede) possono avere sulla condizione delle donne, delle famiglie, della scienza medica. Sono due sconfitti che non mollano la ricerca di un compromesso che appare, forse non èma appare, fuori tempo massimo. Ci piacciono anche per questo.
Sull’aborto, per esempio, la pensano come noi, e come noi sono usciti sconfitti, almeno parzialmente, dalla pratica ormai trentennale dell’aborto legalizzato. È una pratica disumana, l’aborto, ma una legge che la regoli, che impedisca l’aborto clandestino, che affermi un drammatico primato della donna nella gestione della maternità, è divenuta assolutamente necessaria. La sconfitta è nelle cifre: la legalizzazione poteva essere uno strumento provvisorio di salvezza dalla dannazione della clandestinità, e dei suoi alti costi umani, e invece è diventata uno strumento barbarico di politica anticoncezionale.
Ciò che era un peccato contro l’umanità, dove «peccato» è in questo caso unione perfetta di significati morali laici e fideistici, ora è pratica ambulatoriale libera affidata alla sola volontà del soggetto, senza limiti e dunque senza alcuna spinta culturale a superare il suo costo. Molti milioni di esseri umani formati sono da tre decenni uccisi e scartati per le più varie ragioni, ma sempre e tutte legate, salvo quelle strettamente terapeutiche, al desiderio e alla volontà sovrana dell’individuo formato, accettato, ratificato come essere sociale, e forte del suo diritto-potere, nell’indifferenza verso l’individuo debole, senza difese naturali o legali.
Un progetto di mediazione/1. Giuliano Amato e Giorgio Tonini, parlamentari del centrosinistra, collaborano da tempo al progetto di una mediazione sulla fecondazione assistita, per adesso sconfitto dalla legge 40 e dal referendum che ne vuole abrogare le parti sostanziali. Vorrebbero comprendere alcune delle ragioni in campo: quelle non-dogmatiche, non direttamente discendenti dall’avversione di principio alla scienza libera e alla libertà di fecondazione artificiale, che attribuiscono alla Chiesa istituzionale, depositaria di una dottrina che essi giudicano pre-galileiana.
Vorrebbero parlare anche a quei laici, e qui ci sentiamo direttamente tirati in ballo, che si battono da tempo perché anche le ragioni di quella Chiesa siano valutate e pesate, e perché la discussione sul che fare sia libera da ogni pregiudizio, di ogni segno, e strettamente legata alla ragione che elabora le categorie del pensiero logico, ma anche all’intuizione umana, naturale, di ciò che è giusto e di ciò che è ingiusto alla luce di una visione non ottusa, aperta alla terra dei desideri e al cielo delle idee, dell’uomo e del suo posto nelmondo. Insomma, sono due persone che si pongono, nel XXI secolo della tecnica trionfante e dei costumi liberi, il problema del limite rispetto all’uso indiscriminato sull’altro, sugli altri, del nostro potere umano.
Ma contro quel che giudicano l’irrealismo dei divieti posti dalla legge 40, propongono un’altra soluzione, con una proposta di legge presentata in Parlamento e argomenti sottoscritti ieri da Amato in un lungo articolo del Corriere della Sera. La sostanza della mediazione proposta, che ha probabili addentellati riservati fin dentro la gerarchia cattolica, è la seguente. Punto primo. Voi dite che la vita comincia con la fecondazione, noi non lo possiamo negare. Non lo nega il biologo e genetista Edoardo Boncinelli, non lo nega la scienza.
Ma il problema non è la vita, bensì il nucleo embrionale della vita, la vita individuale, quella di un essere umano per la sostanza già formato in natura con tutto il suo codice genetico irripetibile. Ora, affermano Amato e Tonini, la scienza biologica e genetica ci dice che prima dell’esserci dell’embrione c’è il pre-embrione, cioè un ovocita che ha accolto il seme fecondo ma, questione di ore, questione di tempo, ancora non ha sviluppato quell’unione del maschile e del femminile che definisce l’individuo e ne è il segno di realtà, di esistenza in vita.
Amato dice che è così, e basta. Che questo è il verdetto della scienza, e rifiutarlo è tornare a prima di Galileo. E aggiunge: se è così, che si crioconservino gli ovociti fecondati, per poi impiantare solo e soltanto gli embrioni necessari alla procreazione. In questo modo non si produrranno, ciò che è anatema per i difensori della legge 40 e per una parte cospicua del pensiero filosofico anche laico moderno, embrioni, cioè esseri umani, per la manipolazione genetica a fini di ricerca. Sarebbe l’uovo di Colombo. Risolverebbe senza danni per nessuno la questione del limite dei tre embrioni da impiantare posto dalla legge 40.
Obiezione/1. Non essendo stupido né insensibile, Amato capisce che la distinzione tra una vita umana fecondata e una vita umana personale che arriva dopo una parentesi, una no man’s land abitata dagli ovociti non sviluppati, dagli ootidi, è troppo sottile anche per lui.È però vero che perfino Joseph Ratzinger, ragionando di queste cose con Ernesto Galli della Loggia, ebbe modo di essere prudente, e anche lui distinse tra vita in generale e vita personale, certamente vita umana. Così Amato dice: invocate il principio di precauzione, perché vi sembra esile la base di questo ragionamento sostenuto da dati empirici? Tenete però conto del fatto che il principio di precauzione deve essere ragionevole: a volte precauzione significa evitare il male maggiore, rassegnarsi a quello minore.
Il male maggiore sarebbe in questo caso impedire che il desiderio di figli abbia il suo corso con l’aiuto della tecnica, il male minore un residuo dubbio che ci sia continuità fra quello stadio dell’ootide, del pre-embrione, e quello successivo, e che dunque si torni all’uso della vita umana fecondata come mezzo, insomma alla sua negazione. La mia obiezione è semplice. Primo, inverto male maggiore e male minore. Quel residuo dubbio sull’uso come mezzo di una vita umana in corso di sviluppo pesa di più del desiderio di aver figli con l’assistenza della tecnica. Secondo, nego una premessa non verificata. È infatti poco empirico, poco galileiano, affermare che con questa legge 40, con i suoi divieti, si impedisce la fecondazione medicalmente assistita. E i dati sulla attività di fecondazione artificiale dopo il varo e l’esecutività della legge dimostrano che non c’è un drammatico o anche solo rilevante calo delle natalità ottenute con queste metodiche.
Il vero problema posto dalla legge e dal referendum abrogazionista è quello della illimitata libertà di ricerca scientifica, costi quel che costi, significhi quel che significhi. Secondo Amato i sostenitori della legge argomentano in modo dogmatico, ma è vero l’opposto: sono gli abrogazionisti che agitano una bandiera ideologica e miracolistica, qualche volta perfino una certezza sciamanica o stregonesca nelle magnifiche sorti e progressive della scienza. Loro vogliono inequivocabilmente: la diagnosi preimpianto sistematica,