Paolo Aragona, Scrittore
 

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Interventi vari

- Cazzo, mia madre! (da "Il Foglio" del 28.03.2006)

- Quella voglia di figli che ignora il senso della vita - di Susanna Tamaro (da "Il Corriere" del 10.06.2005)

 

- Nato da donna - di Paolo Aragona (da "Adotta un politico" 2.06.2005)

 

- Risposta all'amico Geppi (controreplica di Turi Vasile)

 

- Rippa risponde: caro Vasile, noi voteremo quattro SI, tondi e forti di Giuseppe Rippa (da Nuova Agenzia Radicale dell' 8.06.2005)
 

- Astenersi non è un diritto, è un dovere - di Turi Vasile (da Nuova Agenzia Radicale del 8.06.2005)

- L'astensione è un'arma politica contro il quorum - di Gianno Badget Bozzo (da "Il Giornale" del 8.06.2005)

- La falsa scienza dell'onnipotenza - di Umberto Galimberti (da "La Repubblica del 26.01.2002)

- Noi cannibali e i figli di Medea - di Oriana Fallaci (da "Il Corriere" del 3.06.2005)

- Liberare le donne dalla schiavitù del microscopio. I verdi per l'astensione - di Giannozzo Pucci e Carlo Ripa di Meana (da "Il Foglio" del 3.06.2005)

- Botta e risposta tra due lettori di "Metro" (1 giugno 2005)

- Sulla procreazione voto di coscienza o di convenienza? - di Turi Vasile (da “Il Giornale” del 25.05.2005)

- Fecondazione, falso duello tra laici e cattolici - di Claudio Magris (da "Il Corriere della sera" del 20.05.2005)

- Tettamanzi: «L’astensione è giusta ma evitiamo scomuniche tra i cattolici» - di Gian Guido Vecchi (da "Il Corriere della sera" del 17.05.2005)

- Genetica: amica o nemica? - di Maria Devigili (Pro.di.Gio aprile 2004)

- Per la Chiesa l'embrione ha un'anima - di Franca Giansoldati (Apcom 28.01.2005)

 

- Diritti dell’Uomo? Cominciano dall'embrione - di Giuliano Ferrara (da "Il Corriere della sera" del 12.04.2005)

 

- La provetta non è un padre - di Claudio Risé (da "Il Foglio" del 3.02.2005)
 

- Conferenza stampa di presentazione dell'Assemblea Generale della Pontificia Accademia della Vita sul tema: Qualità della vita ed etica della salute" (21-23 febbraio 2005)
 

- Biotecnologie, la fine dell'Uomo - di Francis Fukuyama (dal "Corriere della sera" del 10.02.2005)

- Intervista al Prof. Francesco Agnoli - di Stefano Lorenzetto (da "Il Giornale" del 19.01.2005)

 

- Paladina dell’aborto fa causa agli Usa per abolire l’aborto - di Silvia Kramar (da "Il Giornale" del 17.01.2005)

 

- Bugie staminali - di Angelo L. Vescovi (da "Il Foglio" del 22.01.2005)

 

- Il tropico del dolore - di Antonio Socci (da "Il Giornale" del 30.12.2004)

 

- Il dossettismo ignora la libertà, primo “dogma” del cristiano - Intervista a Turi Vasile (tratto da Quaderni Radicali 53-54 del gennaio-aprile 1997)
 

- Nascite d'artificio (da "Il Foglio" del 4.11. 2004)

 

- L'inno alla vita di un amico, Nunzio Salemi, recentemente scomparso, in un articolo che venne pubblicato all'indomani della sua guarigione dalla leucemia

 

- Legge 40, parla il presidente dei talassemici italiani (da "Il Foglio" del 23.10.2004)

 

- Mantovano (An) mette in guardia: no modifiche alla legge 40, altrimenti è peggio (da "Il Foglio" del 28.10.2004)

 

- E-mail di un amico (29 settembre 2004)

 

- Socci risponde a Capezzone, segretario dei radicali italiani (da "Il Giornale" dell'11.09. 2004)

 

- Perché non voglio dare i figli in pasto al Gusto e al potere - di Luigi Amicone (da "Il Foglio" del 2.07. 2004)

 

- Un referendum sul diritto di esistere - di Luigi Amicone (da "Il Giornale")

 

Cazzo, mia madre!

 


A Parigi è considerato chic, ma Claire racconta con rabbia la sua famiglia con due mamme. Claire è cresciuta con due mamme, vive in Francia, ha ventisette anni e si è sempre sentita perduta. Martine le dice che non deve, perché a Parigi l’omosessualità dei genitori è vista come “un fatto chic”, e lei stessa che prima nascondeva al mondo la gayezza di suo padre, ora la esibisce: “In certi ambienti parigini, essere cresciuti in una famiglia diversa dalle altre è di tendenza, è qualcosa in più”. A Claire sembra “una cosa pazzesca”, visto che ha avuto bisogno di uno psicoterapeuta, visto che per un sacco di tempo ha temuto di diventare lesbica come le sue madri, visto che non si è mai sentita un’eroina di Almodóvar, e oggi ha scritto un libro per provare a capirci qualcosa temendo, come sempre, la reazione della madre (biologica). Perché non tutti stanno perfettamente in mezzo al casino, e non per tutti c’è il
pranzo della domenica sul terrazzo di un film di Ozpetek, stoviglie e vite colorate. “Sognavo di avere una vita banale,
quella che hanno tutti”, e piangeva davanti alle pubblicità simil MulinoBianco, mamma papà figli cane insieme a colazione. Come Irène, che ha avuto una mamma e diverse matrigne passate per casa, voleva i cerchietti in testa e le scarpe di vernice e la madre la vestiva a righe e pois: “Mia madre voleva che mi facessi notare, mentre io passavo il tempo a rasentare i muri”. L’autobiografia di Claire Breton, giovane giornalista francese, tradotta in Italia per Sperling&Kupfer (“Ho due mamme – Crescere in una famiglia diversa”, 15 euro), è anche un’inchiesta sulle altre vite incasinate, quelle di figli in provetta per mamme lesbiche, di figli naturali che a undici anni scoprono che “la zia” con cui vivono fa delle cose nel letto con la mamma, e a scuola non sanno che dire, allora inventano la storiella della migliore amica mollata dal fidanzato che si è trasferita da loro, ma in un’altra stanza. Mentre la mamma e la zia pensano in fondo non c’è problema perché c’è amore, ed Emma, a diciannove anni, ha conosciuto il padre biologico (un donatore di seme) e ha detto al fidanzato: “Sai, oggi ho sentito al telefono il mio sperma…”, cioè tutto quel che le resta di un papà. Ken travestito da drag queenKatlyn non sapeva nemmeno cosa fosse un padre, non ne aveva mai visto uno e le sue due mamme, quando giocavano tutte assieme sul tappeto, organizzavano matrimoni tra due Barbie e provavano a travestire Ken da drag queen, costruivano un mondo femminile senza maschi tra i piedi. Katlyn aveva pochi anni ma voleva una cosa soltanto: che Barbie sposasse Ken e non baciasse le altre Barbie. Ci sono anche le storie d’orgoglio, però, c’è Emile che è nata in provetta ventitré anni fa (una delle prime adulte dell’inseminazione artificiale), ha una mamma naturale e una coparentale, le brillano gli occhi, si sente speciale e parla delle sue due mamme come di due regine. Claire Breton ha parlato con ognuna di loro, e in tutte ha cercato un dolore, magari nascosto, che somigliasse al suo: l’ha trovato nei silenzi, negli psichiatri, nel desiderio ossessivo di una famiglia normale, nella mitomania di Louise che a vent’anni sosteneva di conoscere Madonna o che il suo migliore amico si era suicidato, o che suo fratello aveva la leucemia, perché era l’unico modo che trovava per sopportare le bugie che continuava a raccontarsi su sua madre e la matrigna, vera coppia di lesbiche cui Louise non aveva mai voluto credere. Da qualche parte hanno scritto che la madre di Claire Breton non le parla più, dopo che si è vista nel libro della figlia, dopo che ha letto: “Voglio creare la famiglia che mi è mancata”, e ha scoperto le lacrime e la fatica. Ha scoperto che il casino non è sempre allegro e a pois.

 

Quella voglia di figli che ignora il senso della vita

 

Susanna Tamaro


Non è mia abitudine intervenire nei dibattiti pubblici e tanto meno nelle dispute politiche, perché non mi riconosco nei panni dell’opinionista. Avrei avuto la tentazione di astenermi anche adesso, ma tutto quello che ho letto in queste settimane, soprattutto la lunga testimonianza di Oriana Fallaci su queste pagine, mi ha fatto molto riflettere e così mi è venuto il desiderio di condividere qualche pensiero. Premetto che, sulla questione della legge, concordo pienamente con Giuliano Amato che sosteneva la necessità di modificarla in campo parlamentare, evitando di sottoporla a referendum. Vista la complessità della materia era naturale pensare che questa famigerata legge 40 costituisse solo il primo passo, ancora perfettibile, per tentare di mettere ordine in un settore definito da tutti come Far West. Non ritengo infatti che questioni così profonde e delicate, che toccano l’essenza più misteriosa dell’uomo, siano adatte alla forte infiammabilità propagandistica di una parte politica o dell’altra, di una campagna referendaria. Quando non si pensa per pensieri già pensati, si è facili prede dell’inquietudine e del dubbio.
Il referendum, per la sua stessa essenza, bandisce ogni dubbio, e invita a un manicheismo che nulla ha a che fare con i quesiti che questa legge cerca di ordinare. Reputo poi puro terrorismo demagogico lo spauracchio della inevitabile crociata antiabortista che ne seguirà. Pur essendo assolutamente contraria, per motivi di fede, alla pratica dell’aborto, ritengo che una società civile debba garantire alla donna la possibilità di farlo nel migliore dei modi. Passare da infusi di prezzemolo e da tavoli di mammane a un ospedale è un irrinunciabile segno di civiltà. Lo spettro di un prossimo referendum che vedo già occhieggiare è invece quello sull’eutanasia, che naturalmente verrà proposta sotto una nuova maschera scientista umanitaria: «Volete morire tra atroci sofferenze, malattie umilianti senza sapere quando, oppure spegnervi serenamente nel vostro letto, con i vostri cari accanto, nel momento in cui non sarete più in grado di affrontare con dignità la vita?». Chi non resisterebbe davanti a un invito così allettante? Per una lunga consuetudine con il mondo animale e vegetale, so che l’unica cosa che sta ferocemente a cuore alla natura è la riproduzione. Proprio per questo mi ha stupito il fatto che nessuno si sia chiesto perché ci sia tanta difficoltà ad avere bambini. E questa, a mio avviso, è una domanda fondamentale.
La sterilità generatrice è il dato di fatto del nostro tempo e non è che l’ultimo anello di una catena che ha origine molto più a monte. L'ansia, lo stress, la competizione, l’abbondanza di pesticidi e di prodotti tossici hanno snaturato i cicli biologici della nostra vita. La ricca, supertecnologica, superlibertaria società occidentale è arrivata al capolinea. È una società fatta di esseri disperati che vagano in un deserto popolato di oggetti e hanno in mente un solo concetto: il diritto alla felicità. Dove felicità significa, soprattutto, pieno assolvimento dei desideri, dei sogni, delle istanze di quella cosa piccola e spesso confusa che si chiama ego. E questa felicità è sempre qualcosa che deve ancora venire e che verrà, sempre e comunque, da qualcosa di esterno. Come aveva profetizzato, con straordinario anticipo, il pensatore russo Solov’ëv, la nostra è una società che si basa sulla atomizzazione. Vale a dire che ogni gruppo politico, ogni realtà culturale, ogni scelta di vita afferma la sua verità come totalizzante. Scomparsa l’idea che esista una verità comune a tutti gli uomini, non restano che le verità particolari, che si dilatano, si allargano, si allungano per tentare di trasformarsi in universali, perché il desiderio di assolutizzazione è innato nell’essere umano. Tanto ha necessità di assolutizzare le cose, altrettanto l’animo umano ha bisogno di trovare sempre un capro espiatorio, un nemico al di fuori di sé, qualcuno su cui scaricare la propria insicurezza, la propria paura della diversità, l’incertezza del proprio orizzonte.
Bisogna aver purificato la propria mente e il proprio cuore per sapere che il nemico è sempre dentro di noi e che il giudizio non è una forma di comprensione e di superiorità, ma di prigionia. In questi anni, mi è capitato di accogliere a casa mia molte persone. Persone con grave sindrome di Down, persone che venivano da Paesi lontani, e da vite difficili, persone con gravi malattie, con gravissimi handicap fisici o psichici, bambini che stavano morendo. Mai per un istante mi è passato per la mente, e neppure nella loro, che sarebbe stato meglio se non fossero venute al mondo. E, parlando nei termini della tanto agognata felicità dei sani, devo dire che ho trovato molta più allegria, più energia, più voglia di vivere in queste persone piuttosto che in tanti miei conoscenti che si trascinano di cena in cena, ingolfati in conversazioni zeppe di anatemi e di pregiudizi, che magari inseguono un po’ di serenità con decenni di psicanalisi. Quello che questa società ha fatto dimenticare a tutti è che la ricchezza della vita umana si manifesta nelle relazioni—nella gratuità delle relazioni — e nella capacità di fare progetti, di superare ostacoli.
La nostra mente, col suo vortice continuo di parole, col suo saper costruire concetti sempre più complessi, ha cancellato la verità fondante della vita, la più semplice: ogni essere umano ha bisogno di essere accolto, amato e di amare. Un’altra delle cose che mi ha colpito, in tutta questa campagna, è stato l’accanimento circa il diritto della donna ad avere un figlio. Si tratta senza dubbio di un desiderio naturale e per nessuna ragione condannabile. Ma quando questo desiderio diventa un’ossessiva volontà di potenza, disposta a tutto pur di compiersi, allora si trasforma in qualcosa che è la negazione della vita stessa. Ed è anche il compimento naturale di una società che, con martellamento ossessivo, propone—come unica realtà accettabile e fondante—quella del possesso. Possiedo, dunque sono. Anche i figli entrano in questa logica. Si pensa che avere un figlio, magari anche solo per metà proprio, sia un diritto insindacabile, davanti al quale anche la nostra salute deve essere relegata in secondo piano. Non si accettano più i limiti dell’età e della sterilità. Ci si sottopone a qualsiasi esperimento pur di portare a termine il proprio sogno.
Una società impostata sulla comunione e non sul possesso, invece, anziché proporre un referendum sulla modifica della legge 40 avrebbe lottato per un accorciamento dei tempi dell’adozione, che dovrebbero essere equiparati a quelli di una gravidanza. In nove mesi una coppia dovrebbe poter adottare un bambino, senza l’umiliazione di anni di lungaggini, interrogatori, ridicoli controlli. Questo sì è un vero scandalo di cui nessuno parla. La nostra è una società che, dietro ai grandi discorsi sulla libertà e la realizzazione, sta trasformando l’essere umano in una cosa. Dal momento che siamo cose costruibili in laboratorio, sopprimibili quando sono avariate, cose da cui prendere i pezzi di ricambio — pensiamo all’abominevole mercimonio di organi che avviene a spese del più debole nei Paesi poveri— e non esseri comunque e sempre pieni di dignità, nei quali intravedere le sembianze del fratello, il totalitarismo più aberrante si è già realizzato. Ho accompagnato per otto anni la persona più cara che avevo nell’oscurità dell’Alzheimer e dunque mai mi sognerei di dire che bisogna fermare la ricerca. È giusto ed è più che nobile che l’uomo adoperi la sua intelligenza e il suo sapere per alleviare le sofferenze dei suoi simili. La ricerca è sacrosanta, ma sono anche convinta che si può e si deve compiere entro parametri inviolabili di eticità, senza manipolare gli embrioni, utilizzando, ad esempio, le staminali adulte e i cordoni ombelicali. Anche perché questa frenesia intorno alla manipolazione dell’embrione fa sospettare che ci possa essere sotto qualche lucrosa possibilità di brevetto.
Il martellamento colpevolizzante di questi giorni, che vorrebbe farci sentire tutti mostri desiderosi di vedere i nostri cari morire di Alzheimer, Parkinson o di malattie cardiovascolari, è moralmente ricattatorio oltre che falso. Perché nasconde, dietro l’onnipotenza della scienza, una delle realtà imprescindibili dell’uomo, quello della malattia e della morte come dati fondanti della nostra vita. La malattia, la morte, il dolore chiedono che ci si interroghi, chiedono di essere capiti e chiedono anche che si esercitino quelle attitudini, un tempo tipicamente umane, della compassione e della tenerezza, dell’ascolto e dell’accoglienza, della condivisione. Certo che riusciremo, con i progressi della ricerca, a sconfiggere l’Alzheimer, il Parkinson e a ridurre in modo straordinario la mortalità per cancro, ma è anche altrettanto certo che altre malattie, ancora sconosciute, prenderanno il loro posto, perché lo stato esistenziale dell’essere umano è quello della fragilità e della caducità.
L’ultima riflessione riguarda la tanto drammatizzata potenza manipolatrice della Chiesa. Premetto che non sono cresciuta all’ombra di un campanile, che vengo da una famiglia agnostica e anticlericale, ho avuto un bisnonno che ha fatto causa al Vaticano, naturalmente perdendola e trascinando la famiglia in un gorgo di rovina finanziaria. E pur avendo fede, mantengo dentro di me quella punta di anticlericalismo che rende sano ogni credente. Sono molto critica su alcune posizioni della Chiesa, in particolare quella troppo timida sulla bioetica. «Chissà, se davvero il gene della medusa inserito nella patata può salvare qualche persona dalla fame, perché no?». Come se le multinazionali delle ricerche fossero delle pie donne della San Vincenzo, come se modificare il Dna, mescolare animali e piante secondo i parametri della nostra modesta utilità non fosse un atto altamente sacrilego e preludio di un’apocalisse peraltro già in atto. Follia! Toccare il Dna è come toccare il nucleo dell’atomo, è preparare catastrofi di portata inimmaginabile per quei figli e quei nipoti che tanto caparbiamente abbiamo desiderato. Trovo che la Chiesa abbia una grande responsabilità nel non aver saputo parlare all’uomo contemporaneo, alla sua disperazione, nell’aver proposto, invece della ricchezza con la potenza eversiva del suo messaggio, il moralismo edificante dei buoni sentimenti.
Ma proprio perché conosco bene la Chiesa, non riesco a scorgere, con tutta la buona volontà, le armate minacciose e devastanti del Cardinal Ruini. Chissà, forse, nei sotterranei del Laterano è riuscito a clonare dei cattolici perfetti, ottusi e obbedienti come piace immaginare che siano, pronti come un esercito di termiti a marciare e distruggere tutte le libertà civili tanto faticosamente raggiunte nei secoli. Ma penso che anche qui si tratti di uno spauracchio demagogico. Le chiese sono vuote o semivuote, le teste che ci sono sono per lo più grigie. Molte parrocchie sono abbandonate, i conventi e i seminari più o meno deserti e i preti pochi, quasi tutti anziani o stranieri. Il popolo dei veri credenti è assolutamente minoritario. La comunità ecclesiastica sta attraversando una crisi, a mio avviso profonda e salutare, perché il cristianesimo, da religione socialmente imposta, sta diventando una maturata scelta personale, testimonianza di verità e di vita in una società che, sotto il manto dorato dell’edonismo, ci propone solo negatività, divisione e morte. Non mi è mai capitato di incontrare, nelle persone di fede, forme di autoritarismo e di coercizione. Mai fanatismi, esclusivismi, anatemi né scomuniche, che tanto piacciono ai titolisti dei giornali. Ho sempre trovato invece persone in ricerca, disponibili e aperte, capaci di comprendere la diversità e di accoglierla. Credo che, in questi tempi, la più grande trasgressione sia proprio essere cristiani.
La via della fede, infatti, è una straordinaria via di liberazione e di sapienza. In questo mondo appiattito sulla banalità mediatica e sulla negazione della persona, il cristianesimo è un cammino verso la totalità dell’essere, verso la sua vera libertà che consiste nel fare emergere la parte divina presente in ognuno di noi. Chi segue il cammino della fede non rincorre la felicità saltellando qui e là come un cacciatore di farfalle, ma vive la gioia interiore in ogni momento della sua vita, anche nei più drammatici, perché la dimensione del regno non è quella di un ipotetico al di là, per cui si raccolgono i punti collezionando buone azioni, ma la costruzione di ogni istante, di ogni rapporto nella luce profonda dell’amore. La sapienza ci dice che sono sempre due i modi di fare le cose: uno in armonia con le leggi del creato, e uno contro. Si può edificare una casa sulla roccia, o costruirla sulla sabbia. Esteriormente possono essere uguali, ma alle prime piogge la seconda crollerà, provocando distruzione e morte, mentre la prima resterà in piedi, proteggendo i suoi abitanti. Questo vale per tutte le cose. In qualsiasi rapporto, in qualsiasi attività che noi intraprendiamo abbiamo, alla fine, sempre e soltanto due strade davanti a noi. Si può vivere per il possesso o si può vivere per la comunione. Si può vivere per il potere o si può vivere per l’amore. Si può vivere con il nostro orizzonte ristretto, convinti che sia l’assoluto o si può accettare con umiltà di avere una visione limitata, e che, in questa visione, la vita appaia ora, come apparirà sempre, uno straordinario mistero che, proprio in quanto tale, richiede l’assoluto rispetto. È questo il bivio davanti a cui si trova il nostro mondo. Continuare nella follia faustiana del tutto è possibile e lecito, o fermarsi e invertire la rotta. Distruzione e salvezza sono entrambe nelle nostre mani. A noi sta la responsabilità della scelta.

 

 

Nato da Donna

 

Paolo Aragona

 

Per il ruolo che ricopre in quanto Ministro per le pari opportunità e per la sua presa di posizione in merito al Referendum sulla procreazione assistita, Stefania Prestigiacomo è ormai da diverso tempo al centro di un interesse da parte dei media e di chi ne apprezza o meno qualità politiche e umane.

Anche noi vogliamo, in questo spazio dedicato alla preghiera per i nostri politici, dedicarle alcune riflessioni.

A partire dal  ruolo istituzionale che il Ministro ricopre non possiamo che sottolineare come parlare di ‘pari opportunità' fra i due sessi non significa in alcun modo omologarne caratteristiche e finalità.

Riteniamo che garantire pari opportunità significhi poter portare a compimento il progetto che si addice a ciascuno di noi,in quanto uomini o in quanto donne. Nel caso della donna, a ragione, si sottolinea ormai da anni che la tutela della maternità rappresenti una di queste opportunità: la maternità ha un ruolo umano e sociale determinante e non può che essere considerata un valore aggiunto che, piuttosto che causare discriminazione, deve offrire la riflessione a un mondo troppo spesso interpretato al maschile per il quale la donna, in quanto esperta di “maternità”, deve contribuire a livello sociale ed esistenziale, nel mondo del lavoro come in quello della gestione della cosa pubblica, a riequilibrare una società carente di autentica “femminilità” (intendendo con questo termine qualcosa di molto più profondo rispetto all’idea che essa sia esclusivamente il fascino che emana da un ancheggiare aggraziato o da un proferire moine).

Quello che troviamo invece contraddittorio è l’idea che la maternità sia qualcosa che sta “a parte”.

Che viene dopo.

Che ha una funzione individuale e che appartiene solo alla sfera personale della donna.

Sempre più frequentemente,  e il dibattito referendario ce lo conferma, assistiamo alla pretesa da parte di molte donne di diventare madri a un certo punto della loro vita, quando hanno avviato la propria carriera e sentono che manchi qualcosa alla loro esistenza di donne, una sorta di ciliegina sulla torta. Questo “qualcosa” si chiama figlio, letto e vissuto come fosse un’appendice alla propria vita professionale che deve appagare quel senso di maternità sempre più interpretata come appropriazione dell’altro da sé: mentre da adolescenti ci si preoccupava di rivendicare un’autonomia che ci staccasse dall’idea che noi siamo proprietà dei genitori, all’età prossima alla menopausa si cambia registro e ci si immerge nel ruolo di madre – padrona. E’ una contraddizione che affonda le sue radici nell’idea, ormai sbandierata in ogni dibattito, del diritto alla maternità.

In questo spazio vogliamo ribadire che la maternità e la paternità non sono un diritto, ma un dovere, un ruolo che nasce dal dato di fatto che la vita è affidata, attraverso la procreazione, alla donna e all’uomo, e che la donna ha il compito di alimentarla, di custodirla e di educarla, insieme all’uomo, fino a renderla autonoma. I figli non appartengono a noi, noi ne siamo solo i custodi.

 

Scrive Kahalil Gibran ne Il Profeta:

 

“E una donna che reggeva un bambino al seno disse:

Parlaci dei Figli.

E lui disse:

I vostri figli non sono figli vostri.

Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa.

Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,

E benché vivano con voi non vi appartengono.

Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri:

Essi hanno i loro pensieri.

Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:

Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.

Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi:

La vita procede e non s'attarda sul passato.

Voi site gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.

L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.

Affidatevi con gioia alla mano dell'Arciere;

Poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell'arco.”

 

Con la nostra preghiera vorremmo che fosse proprio sradicata dalla nostra società l’idea ambigua e deleteria che i figli siano qualcosa da produrre, a tutti i costi in buona salute, e da “consumare”,  a nostro esclusivo beneficio, con la conseguenza che se dovessero venire male possano essere buttati e riprodotti in un successivo tentativo.

Vogliamo per questo prendere ad esempio Maria, con il suo “Eccomi, sono la serva del Signore”, e riproporlo a tutte le donne, soprattutto quelle che si professano cristiane, per le quali la vita come dono è un concetto imprescindibile dal loro essere donne e madri.

 

 

Risposta all'amico Geppi (controreplica di Turi Vasile)

 


Non ho dubitato minimamente che la mia nota in cui esprimevo la profonda convinzione che astenersi dal votare il prossimo referendum è più che un diritto, un dovere (senza punto esclamativo) avrebbe trovato ospitalità nell’Agenzia Radicale alla quale collaboro da anni in piena libertà. Il suo direttore Giuseppe Rippa, Geppi per gli amici e anche per me, è uno spirito ampiamente tollerante e liberale (il termine “libertario” così spesso in uso non mi piace perché denota una intransigenza al limite dell’anarchia). Io lo rispetto considerandolo un ammirevole cavaliere dell’utopia; la sua facondia inarrestabile e la sua abilità dialettica mi intimidiscono; la sua onestà intellettuale mi incanta. Con la stessa franchezza dirò che mi aspettavo da lui un commento, alla mia notarella, più convincente e meno superficiale. Non ho difficoltà ad ammettere che la colpa possa essere stata mia perché non mi sono spiegato bene.
Dichiaro definitivamente, per il valore che può avere la dichiarazione di uno senza voce in capitolo come me, che rispetto con profonda sincerità le scelte fatte dall’on. Fini, dall’on. Prestigiacomo, da Giuseppe Rippa, Geppi per gli amici e anche per me, dalla maggioranza della redazione di Agenzia Radicale, da tutti insomma. Ho però la curiosa pretesa di volere rispettata la mia scelta, poiché se rispetto, senza limite alcuno le scelte di tutti, non posso fare a meno di nutrire il medesimo rispetto per le mie proprie.
La mia polemica nei confronti dell’on. Fini e dell’on. Prestigiacomo non riguarda le loro opinioni degne della massima considerazione, ma il modo con cui loro intendono farle prevalere. Potrei dire che “il modo ancor mi offende”
Sono disposto a tollerare, anche se mi ritengo ininfluente, la collaudata incoerenza e la fatuità di un aspirante leader che giudica il fascismo in cui lui ha volente o nolente le radici, un male assoluto, e altre contraddizioni alle quali del resto troppi esempi generalizzati ci hanno abituato con l’alibi delle sofferte, legittime conversioni. Non riesco però a digerire che per giustificare il suo punto di vista dell’ultima ora accusi noi cattolici di azione diseducativa nel praticare l’astensione. Mi sembra paradossale che, pur non volendo polemizzare con la Chiesa, la accusi di essere… corruttrice di minorenni.
Quanto alla Prestigiacomo, non ho mai detto né pensato che lei si sia fatta strumentalizzare dal Comitato per Sì. La mia affascinante corregionaria – e lo dico a sua difesa - sa strumentalizzarsi da sé. Per far prevalere i suoi strillati sììì (abbassi la voce per favore) non esita a sbandierare lo spauracchio della rimessa in discussione della legge sull’aborto, fornendo un’arma all’on. Fassino che subito l’ha fatta propria per incendiare gli animi. In occasione del Gay Pride Day di Milano poi, la nostra ministra, invece di scandalizzarsi per la mostruosa esibizione di venti bambini, ciascuno orfano di due padri viventi, come hanno fatto moltissimi, compreso Alessandro Cecchi Paone, si è doluta a gran voce che sia stato offerto un argomento in più al partito degli astensionisti.
Chiarisco meglio: a me non va giù, anche se non interessa a nessuno, che invece di approfondire la complicata questione, si cerchi di affermare il proprio punto di vista con armi improprie. Sconvolgente è poi l’improvviso imponente schieramento di quanti, avendo criticato fino a ieri Fini e la Prestigiacomo, oggi li esaltano. È una conversione a U che riguarda anche il mio amico Geppi. Così va il mondo…Se si pensa che Vendola, il quale giorni fa a Bari si accostò compunto ai sacramenti, oggi rinnega il Papa perché non ha benedetto le coppie di fatto, il quadro è chiaro.
Questo è il relativismo da cortile nel quale siamo costretti a vivere, figlio di quel relativismo maggiore che Papa Ratzinger combatte coraggiosamente.
Sono felice poi di aver fatto ridere il mio amico Geppi quando – e questa è la mia semplicissima ed esclusiva posizione sottratta ad ogni influenza esterna – ho sostenuto che a parer mio il problema controverso della procreazione, che affonda le radici nel mistero della vita e della morte, non può essere oggetto di un semplicistico referendum popolare in balìa, come si è visto, di tante superficiali emozioni. Abbiamo udito improvvisati scienziati, filosofi, medici dei due campi dissertare nella presunzione di aver capito tutto. Beati loro: io non ho capito molto. Abbiamo letto le sentenze dei veri luminari con pareri diversi, spesso diametralmente opposti. Sbagliato o ingiusto che sia il mio punto di vista, sostengo che è il Parlamento è più abilitato ad approfondire, a sperimentare, a correggere una legge che già c’è. Rida, rida pure il mio amico Rippa; sono contento per lui: il riso fa buon sangue.
Quanto alla sua pretesa di chiudermi la bocca ricorrendo a Pietro Prini, filosofo cattolico, osservo semplicemente che questi, sponsorizzato da Vattimo, è contrastato da altri filosofi cattolici non meno grandi di lui, come, per esempio Vittorio Mathieu. Lo scisma sommerso proposto da Prini è stato oggetto di un vivace dibattito che lo ha messo in minoranza.
Si tratta, comunque, caro Geppi, di temi elevati che poco hanno a che fare con le nostre povere chiacchiere su un problema molto più grande di tutti noi.

 

Rippa risponde: caro Vasile, noi voteremo quattro SI, tondi e forti

Giuseppe Rippa (Direttore di Quaderni Radicali)


Turi Vasile è da anni nostro collaboratore; le sue opinioni sono state da noi rispettate e la sua nota che “inneggia” all’astensione per il voto referendario del 12 e 13 prossimi, sulla legge 40/2004 (procreazione assistita e ricerca scientifica), addirittura identificato come un dovere (!), trova naturale ospitalità sulla nostra agenzia.
Si tratta di un comportamento ovvio, naturalmente legato al modo di realizzare il nostro modello liberale di espressione e di azione.
Qualche puntualizzazione però va fatta e noi la faremo, anche per rispettare la linea della testata e le scelte di quasi tutta la redazione che in questo caso non solo non crede all’astensione, ma è orientata a quattro tondi e forti SI.
Veniamo al merito della “dichiarazione di voto”.
Il mio amico Turi, stimolato dal suo tradizionale sarcasmo, cade in alcune palesi contraddizioni che fanno apparire la sua verve più che una spiritosa e serena espressione critica, una faziosa e tendenziosa intenzione di parte. Nulla da eccepire sulle posizioni di parte. Noi ne siamo la più evidente rappresentazione. A patto però che si chiarisca che tali sono e non vengano camuffate da una retorica consistente, reiteratamente, nel dire una cosa per farne intendere un’altra.
Non è chiaro - ad esempio – se il fatto che il “Comitato per il SI” spinga l’On. Stefania Prestigiacomo come “gradevole effige”, sia un uso subdolo di un soggetto “inconsapevole” e quindi un odioso modo di farla diventare per le sue dichiarazioni (legge sull’aborto in pericolo se il referendum non passa) “un’arma terroristica”, oppure no.
Ma allora viene da chiederci, se l’uso di questo soggetto inconsapevole (ci scusi l’on. Prestigiacomo, ma il nostro è un mero esercizio dialettico, non intende essere un’offesa alla sua persona) è strumentale, non ha iniziato il premier Silvio Berlusconi ad usare questa “effige”, forse per colmare il deserto di presenze femminili nel suo poco esaltante governo?
Delle due l’una: o valutiamo i contenuti delle scelte che le persone fanno e da li partiamo per un giudizio, oppure ci mettiamo a giudicare le persone (cosa tutto sommato poco carina e molto spesso ingiusta) e le loro presunte o reali qualità.
L’on. ministro Prestigiacomo è all’altezza della situazione e la sua personalità politica è matura o sostanzialmente una “effige” senza contenuti? Noi crediamo alla prima ipotesi. Ma se mai fosse vera la seconda l’amico Turi esprima al Capo del Governo, che egli ha votato e che dichiara di voler ancora votare, il suo disappunto per scelte inadeguate.
Turi è sferzante anche con il vice-premier Gianfranco Fini. Solo perché ha manifestato la sua intenzione di votare e di votare tre si e un no. Dagli all’untore. Peccato che non si sia sentito più amareggiato del fatto che alcune squadraccie della destra hanno fatto irruzione in un Comitato per il SI, e ne sono uscite solo con l’intervento della polizia.
Dunque Turi Vasile si astiene.
Scelta legittima, ma per carità evitiamo di affermare che ci si astiene per scongiurare una vacatio legis! Ma quale vacatio legis, questi referendum sono abrogativi di alcune parti della legge, quelle più odiosamente infarcite di divieti e di umiliazioni per le donne, i malati, i genitori che desiderano un figlio.
Circa poi il fatto che il Parlamento se ne occuperà per migliorarla, è tutto da ridere. Innanzitutto perché abbiamo visto questo Parlamento che legge ha fatto, poi perché se vorrà occuparsene nessuno glielo vieterà.
Sarà meglio comunque che se ne occupi avendo il Paese, con un forte esito referendario positivo contro i famigerati divieti, indicato la strada dove vuole andare. Sarà un modo per evitare che tentazioni egemoniche (conquistate dalla somma di astensionisti cronici e forse inconsapevoli e astensionisti politici – in questo caso le questioni di fede c’entrano poco) si possano realizzare, e perché no, anche verso la legge sull’aborto (Prestigiacomo docet!).
Circa poi il concetto di Chiesa Cattolica istituzionalizzata e Chiesa separata, al mio amico voglio offrire un contributo di riflessione che ci viene fornito da un grandissimo filosofo cattolico del nostro tempo: Pietro Prini, al cui pensiero ci sentiamo totalmente vicini.
“Bisogna – scrive Prini – invece rendersi conto che siamo di fronte, come ho già osservato, ad una specie di scisma. Non uno scisma istituzionale, ossia tale da assumere, come avvenuto spesso in passato, la forma di una società ecclesiale separata dalla Chiesa cattolica storicamente istituita. È piuttosto un distacco, semplicemente nascosto, o sommerso, di molti fedeli dalla soggezione agli insegnamenti della gerarchia ecclesiastica della quale non si accettano più posizioni dottrinarie o pratiche pastorali che si ritengono fuori dal tempo e dallo spazio della scienza”.
 

 

Astenersi non è un diritto, è un dovere

Attenzione! La Chiesa sta diffondendo un messaggio altamente diseducativo nell’esortare cattolici e non cattolici a non votare il referendum del 12,13 p.v. - lo afferma il nostro vice-premier detto anche il Fini dicitore, preso nella spirale delle sue contraddizioni. In compenso la rappresentanza dei cattolici è stata assunta ad interim dal ragazzo Capezzone, il quale si dice certo che i fedeli dimostreranno ancora una volta il loro anelito di libertà, come fecero schierandosi a favore del divorzio e dell’aborto.
Così il complicato referendum sulla procreazione assistita, su cui si dividono in modo netto scienziati e filosofi a favore del sì come del no, è stato affidato al popolo, presumibilmente perciò più illuminato di certezze dei soloni anche laici e dei teologi.

In questa occasione la chiesa Cattolica ha dimostrato di essere corruttrice, oscurantista e liberticida.
Ma mi faccino il piacere! – direbbe l’immarcescibile Totò e noi con lui. Porre su questo piano i termini di un referendum che affonda le radici nel mistero della vita e della morte, non solo è sleale, è anche ridicolo, sia pure con la partecipazione dell’on. Stefania Prestigiacomo la cui gradevole effigie ricorre su tutta la grande stampa. Anche l’occhio vuole la sua parte… persino se per guadagnarsi questo privilegio si lancia l’arma terroristica secondo cui la legge sull’aborto è in pericolo. Con ciò si è dato inizio a una nobile staffetta dal momento che l’on. Fassino ha raccolto la fiaccola del ricatto dalle gentili mani delle parità opportunistiche…

Scherzi a parte, se di scherzi si può impunemente parlare con questi chiari di luna, lo scrivente dichiara, anche se non ha voce in capitolo, che si asterrà. Si asterrà con la semplice intenzione di non creare un vuoto, se vincessero i referendari, una vacatio legis destinata a procurare maggiore confusione. Si asterrà perché si augura che la delicata questione torni al Parlamento, sede più competente a deliberare col ricorso a uno studio più approfondito e autorevole, che corregga la attuale legge 40 anche traendo profitto dalle obiezioni che sono intanto affiorate nel corso della campagna pro – e contro – il referendum.

Si asterrà perché, in buona fede, non saprebbe condensare in un sì o in un no una dottrina che non possiede anche se ha fatte le elementari. Per lui astenersi non è un diritto, è un dovere. Coraggioso, libero, sottratto alle ragioni corruttrici della Chiesa Cattolica come all’influenza illuminante della Chiesa Separata rappresentata dal ragazzo Capezzone.


L'astensione è un'arma politica contro il quorum

 

Gianni Badget Bozzo

 

La Conferenza Episcopale italiana ha rifiutato il fatto che la vita venisse messa ai voti, scegliendo con coraggio la strada dell'astensione, ed evitando così una guerra di religione tra il sì e il no. Ha scelto di annoverare tra i suoi sostenitori anche la fila dei vacanzieri e dei demotivati, sfidando il moralismo di coloro che, anche nella Chiesa, volevano dalla gerarchia il comodo ruolo del «no» duro e puro. Ritenendo un danno alla vita la cancellazione della legge, la Conferenza Episcopale ha scelto di combattere un referendum politico coi mezzi della politica, e cioè con il mezzo politico che distrugge i referendum come tali, cioè l'astensione. Ha scelto di combattere l'avversario non con le proprie armi, ma con le armi dell'avversario. A sfida politica in forma religiosa, la Cei ha risposto con scelta religiosa in forma politica. La Cei può vincere o perdere questa battaglia. Se la vince, si troverà di fronte a una crociata contro la Chiesa «oscurantista», se la perde si troverà di fronte il dileggio per aver perduto.
Tuttavia, la Chiesa italiana ha fatto un gesto coraggioso e non si è mascherata dietro la sottile ipocrisia di salvare l'anima dicendo di «no». Avrebbe avuto la lode di tutti, compresi gli scienziati e i Radicali, ben lieti di una Chiesa che si mette fuori gioco e non combatte con le armi del mondo: cosa che le è stata fortemente rimproverata.
Il cardinale Ruini si è dimostrato un grande uomo di Chiesa e un grande stratega, e lo rimarrà anche se il giorno del referendum dovesse piovere e gli italiani non andassero al mare.

Ma quel che più conta, oltre al coraggio del cardinale Ruini, è stato il fatto che il Papa abbia citato il referendum nel suo intervento all'assemblea generale della Conferenza Episcopale italiana. Era già pronta, ed è stata anche tentata, persino da D'Alema, la distinzione tra la posizione del Papa e quella della Conferenza Episcopale, ma il testo del Papa era troppo chiaro.
Con Papa Ratzinger la Chiesa entra in guerra contro il mondo del relativismo, non più coperta dal velo di grande popolarità umana che avvolgeva Giovanni Paolo II. Il Papa tedesco deve contare sul rigore delle sue analisi, con la sua magnifica denuncia dell'ideologia dei diritti umani, con la comprensione profonda del fatto che l'ateismo sottile e scientista del XXI secolo è ancora più radicale e pericoloso dell'ateismo materialista e totalizzante del comunismo del XX secolo.
Infine, se guardiamo l'opera del cardinale Ratzinger, essa è una magnifica sintesi, un vero sillabo, degli errori del relativismo, di cui egli ha colto la punta infuocata: in nome della relatività dell'uomo possederne il corpo in modo assoluto, usare la sua vita come materiale per una riprogrammazione infinita.
Benedetto XVI non ha il temperamento conciliante di Benedetto XV, da cui ha preso il nome. Ha capito che l'unico modo con cui si tiene unita la Chiesa (ed anche le Chiese) è quello di affrontare fino in fondo la sfida all'uomo che oggi la scienza e la tecnologia pongono.
La sua è una svolta antropologica, umana, storica e reale ben diversa da quella fasulla della teologia post-conciliare del secolo scorso. Un Papa che sfida il mondo.

Certo, era l'ultima cosa che potevamo pensare da un professore di teologia di Tubinga chiamato alla cattedra di Pietro.
Lo Spirito Santo e la storia hanno sempre capacità di sorprendere. Forse questo coraggio eviterà, in Italia, la «zapateriade».
 

La falsa scienza dell'onnipotenza

Umberto Galimberti

Negli Usa, una donna affittando il proprio utero a pagamento, ha generato due gemelli per una coppia italiana la quale, non potendo generare, aveva inviato per corriere alla signora due embrioni. Le storie individuali non si giudicano. Troppi sono i segreti dell'esistenza ignoti non solo agli altri ma persino a se stessi. Quindi lasciamo ai due genitori ciò che custodisce la loro scelta, per occuparci della scelta in sé, già praticabile in America e non ammessa dalla legislazione italiana.
Alla base di questa scelta non si fatica a scorgere un senso di onnipotenza, per cui io posso fare quel che natura non mi concede. E questo grazie alla tecnica che è in grado di realizzare il mio desiderio chiedendomi però come prezzo quello di visualizzare il mio e l'altrui corpo come semplici macchine, alcune delle quali forniscono la materia prima, altre il laboratorio per la sua elaborazione.
Questo processo di materializzazione, per cui io non coincido più con il mio corpo, ma me ne servo come di uno strumento a mia disposizione, è l'esatta definizione della schizofrenia, dove un processo di dissociazione mi fa fare esperienza del mio corpo come di qualcos'altro da me.
È questo un fenomeno che ciascuno di noi conosce quando si ammala, quando cioè il corpo, invece di essere il veicolo, diventa l'ostacolo da superare per essere al mondo. Allora a far senso non è più il mondo, ma il corpo che la malattia trasforma da soggetto di intenzioni a oggetto d'attenzione. Lo spazio che interessa si riduce alle dimensioni dell'organismo e il tempo al decorso della malattia. Questa dissociazione tra il nostro io e il nostro corpo, che ogni malattia porta inevitabilmente con sé, è il primo segno della nostra fuoriuscita dal mondo, è un'anticipazione della morte. La stessa anticipazione che notiamo in ogni anoressica che vive il suo corpo come un impedimento alla piena realizzazione di sé. E perciò lo mortifica, sottoponendolo a indescrivibili pratiche di digiuno, nell'illusione di poter realizzare l'ideale di sé solo prescindendo dal corpo.
Questo genere di dissociazione è la stessa che troviamo alla base di tutte quelle pratiche mediche che possono realizzare desideri di generazione solo persuadendo che noi non siamo il nostro corpo, ma il corpo è solo una macchina a disposizione del nostro desiderio.
No signori, non è così. Da che mondo è mondo è proprio il corpo a segnare il limite delle nostre possibilità e dei nostri desideri. E tentare di oltrepassare il limite significa infilarsi in quei deliri di onnipotenza dove un Io decorporeizzato tratta il proprio corpo come si trattano le cose, maneggiandolo e intervenendo come si maneggiano e si interviene sulle cose.
A questa mentalità materialista, tipica dell'Occidente, la cui cultura prevede che in linea di massima ogni desiderio possa essere realizzato, persino al di là dei limiti della materia, ha dato man forte da un lato la religione cristiana che ha fissato nell'anima il principio dell'identità personale riducendo il corpo a pura carne da redimere, e dall'altro la scienza medica che, per le sue giuste esigenze di metodo, ha ridotto il "corpo" a semplice "organismo" privo di ogni connotato egoico, di ogni valenza psichica e intenzionale, fino a concepirlo come un qualsiasi oggetto di natura, simile in tutto e per tutto alle altre cose che la scienza trova nel mondo e sottopone alla sua analisi in vista dei fini che si propone.
Adottando il punto di vista scientifico, divenuto ormai mentalità comune, ciascuno di noi finisce per concepire il proprio corpo solo come sua estraneità, e così perde quel senso di intima appartenenza per cui non dico, quando "sono" stanco, di "avere" un corpo stanco. Perché il corpo non è un mio "avere", ma è il mio "essere".
E non è un prescindere dal proprio "intimo essere" parlare dei propri ovuli o dei propri semi come di cose di cui posso "disporre", oppure del proprio utero come di qualcosa che posso "affittare"? Se è vero, come diceva Heidegger, che "il linguaggio parla" ciò che queste espressioni dicono non è forse quell'intima dissociazione tra sé e il proprio corpo che riscontriamo alla base dei più gravi squilibri mentali? Con ciò non si vuol dire che i due genitori che hanno inviato gli embrioni in America, dove hanno affittato l'utero di una donna che li ha poi generati, siano degli squilibrati, certo hanno dato anch'essi il loro contributo a quella mentalità che considera il corpo un semplice strumento a disposizione di un desiderio che non conosce limiti. È una mentalità questa molto pericolosa, perché quando il nostro corpo è ridotto al rango di "materia prima", dite un po' voi dove può cadere, ormai, la differenza tra l'uomo e le cose? E se questa differenza cade, quale altro criterio abbiamo per riconoscere un uomo?

 

Botta e risposta tra due lettori di "Metro"

 

Botta

 

Il desiderio di un figlio corrisponde a un istinto innato dell'essere umano, cosi come è insito nell'umana natura l'istinto alla procreazione. Può capitare, però, che una coppia di aspirandi genitori incontri degli ostacoli, quali sterilità e infertilità e che il processo per dare vita a un figlio risulti più lungo e complesso. In tutto questo, il cammino, già di per sé difficile, è ulteriormente complicato dalla legge 40/2004 oggi argomento di scottante attualità che chiama in causa un Paese intero dai laici al cattolici, dagli scienziati ai medici, dai politici di destra a quelli di sinistra, ai cittadini.
Ritengo che sia una legge densa di contraddizioni, inappropriata e insensata e che, oltretutto, rischiando di arrestare la ricerca scientifica, rischia di rigettare l'Italia in un'oscurità medievale.
Secondo tale legge, che Iimita a 3 il numero ovociti da fecondare proibendo la conservazione di quelli in eccesso (sui quali la ricerca scientifica potrebbe condurre gli studi per trovare una cura a malattie come il Parkinson, la sclerosi o il diabete), il medico è costretto a impiantare nell'utero della donna anche embrioni malati, attenendosi al divieto di qualsiasi forma di selezione che tale legge prevede,
mettendo rischio sia la salute del feto che quella della donna; qualora ci fosse un ripensamento all'impianto nell'utero da parte della coppia, il medico dovrebbe obbligare la donna a un impianto coatto.
Questa legge non solo è aberrante per la donna e per la sua dignità ma lede anche la libertà riproduttiva individuale, un diritto che dovrebbe essere indiscutibile in una società democratica. Ritengo che, in materia di procreazione assistita, lo Stato (e tanto meno la Chiesa) non dovrebbe intromettersi e credo che non spetti a una legge stabilire ciò che è giusto o ciò che è sbagliato per la vita altrui.
La norma, inoltre, equipara i diritti dell'ovulo fecondato a quelli di una persona in netta contraddizione con ciò che sancisce il codice civile (tali diritti si acquisiscono al momento della nascita) e la legge sull'aborto rivelando, a mio parere, la logica
bigotta e dottrinaria che ne ha orientato l'intera stesura.
Lo Stato, che a mio parere ha dimostrato la sua grande incompetenza nel campo delle conoscenze scientifiche con una legge che non tutela affatto la salute della donna, non dovrebbe entrare nella sfera privata e morale delle singole persone
decidendo chi può usufruire della procreazione assistita (vietata ai single e alle coppie totalmente sterili e decidendo quanti e quali embrioni possano venire impiantati nella donna. Mi rendo anche conto, però, che il potere politico non può disinteressarsi
completamente di questa questione ma da qui a ledere le libertà individuali ce ne corre. Per fortuna il referendum sembra ridare speranza a tutte quelle coppie che per avere un figlio ora ricorrono alla "procreazione turistica" e alla clandestinità. Si voterà soprattutto per consentire la ricerca sulle cellule staminali, per proteggere la salute delle donne e per consentire la fecondazione eterologa Apprezzo i partiti politici che sostengono la libertà di coscienza, disdegno gli altri.
Non condivido la predica della Chiesa che divulgando la sua interpretazione del mondo incita all'astensione. Io voterò quattro sì e spero che tutte le persone con un po' di buon senso facciano lo stesso.


Martina Lacerenza (studentessa)

 

Risposta


Ritengo doveroso rispondere a quanto espresso dalla studentessa (!)
Lacerenza nella rubrica "L'opinione" del 1° giugno, anche se è difficile condensare in poche righe argomenti che dovrebbero essere sviluppati in molte pagine.
Se però la Lacerenza ha avuto un intero trafiletto a disposizione, mi si dovrebbe consentire per par condicio almeno uno spazio analogo per confutare un congruo numero di imprecisioni ed errori grossolani frutto di luoghi comuni e ignoranza.

1) la legge 40/2004 non proibisce la crioconservazione degli ovociti in eccesso bensì quella degli embrioni in eccesso rispetto ai 3 ammessi (e non è una differenza da poco: gli ovociti sono cellule gametiche, gli embrioni sono organismi viventi con corredo cromosomico autonomo diploide)

2) il divieto di effettuare una "diagnosi genetica" sugli embrioni da impiantare impedisce la condotta "eugenetica" che, nonostante i distinguo e le precisazioni dei suoi sostenitori, di fatto porta a una "selezione" prenatale (addirittura pre-utero) dei concepiti, che non è eticamente distinguibile dalla selezione razziale o psicofisica praticata dagli antichi Spartani sugli esseri deformi o, più recentemente, dai medici nazisti con conseguente eliminazione dei "prodotti biologici venuti male"

3) se è vero che la legge "mette a rischio la salute del feto" nel senso che non impedisce la eventuale nascita di un feto portatore di malattie, è anche vero che è molto peggio uccidere lo stesso embrione-feto per risolvere il problema alla radice. non facendolo nascere!

4) inoltre, portando alle conseguenze estreme questo ragionamento -embrione portatore di malattie = embrione sbagliato = embrione da distruggere) allora si potrebbe arrivare un domani non troppo lontano a decidere di distruggere anche i portatori di handicap psico-fisici (per non farli soffrire!), e questo in barba alle leggi sulla tutela dei disabili e invalidi civili che tutti, anche trasversalmente, accettiamo e riteniamo giuste in quanto espressione di una società civile e solidaristica

5) la salute della donna sarebbe molto più danneggiata dall'inserimento in utero di un numero maggiore di embrioni in un unico tempo (con eventuale rischio di gravidanze plurigemellari) o dal ricorso a successive plurime inseminazioni usando embrioni crioconservati in stand-by, senza contare che nessuno può garantire che tali embrioni "congelati", magari utilizzati dopo anni dalla loro creazione, siano ancora capaci di sviluppo senza problemi di anomalie genetiche o cromosomiche

6) lo Stato e ancora di più la Chiesa non hanno il diritto di intromettersi, ma ne hanno il dovere: lo Stato in quanto istituzione suprema deputata alla supervisione di un regolare e armonico sviluppo della società mediante imposizione di norme che regolino l'ordinato svolgimento della vita del consesso civile senza che la libertà di uno vada a interferire con la libertà degli altri, nel rispetto della morale prodotta dalla società stessa; la Chiesa in quanto ente spirituale e comunità dei credenti perché deve dare indicazioni chiare ed inequivocabili ai cristiani sui problemi fondamentali della vita come pure sui comportamenti pratici da attuare nel quotidiano. Infatti la Chiesa non impone obblighi ai cittadini italiani, ma spiega la sua posizione ai fedeli. Chi è ateo, o appartiene a un'altra confessione o religione o è agnostico può ignorare liberamente i dettami della Chiesa. Cosa che, per inciso, potrebbe fare anche un cristiano ma dimostrando però incoerenza. Che significa poi "(lo Stato) non dovrebbe
stabilire ciò che è giusto o ciò che è sbagliato per la vita altrui": la vita dell'embrione? La vita della madre? La vita in genere? Lo Stato non deve decidere della vita dell'embrione ma lo deve decidere la madre o magari il medico? Attendo chiarimenti.

7) È vero che la legge stabilisce che la capacità giuridica si acquisisce alla nascita, ma sempre la legge tutela anche i diritti del nascituro tant'è, per esempio, che le sanzioni per le lesioni personali a una donna incinta che producano un aborto sono sanzionate in misura maggiore rispetto alle stesse in una donna non gravida, senza contare la teorica tutela dell'embrione-feto espressa dalla legge 194/1978

8) la legge 40/2004 sarà bigotta ma è maturata nel corso di due legislature, una di sinistra e una di destra, e tirare in ballo proprio adesso accuse di bigottismo è quanto mai sospetto

9) in quanto alla ventilata possibilità di consentire la fecondazione assistita per i singles o addirittura per gli omosessuali: ma di che stiamo parlando? Chi dovrebbe essere inseminato e da chi? Già l'adozione per tali categorie è vietata, e per motivi non discriminatori come farebbe intendere la nostra studentessa "pasionaria", ma solo nell'interesse esclusivo del bambino nascituro, che si troverebbe privato della dimensione familiare madre-padre fondamentale per un corretto e naturale sviluppo psicologico, in quanto nel caso del single si troverebbe senza una delle due figure
chiave (e la neuropsichiatria infantile spiega bene quali siano i problemi dei bambini che crescono senza uno dei due genitori per il suo decesso o per una separazione legale), nel caso di coppia omosessuale si troverebbe privo di riferimenti genitoriali normali con conseguente confusione dei ruoli e anomalie relazionali nello sviluppo psicosessuale.
Figuriamoci se allora ha un senso, per quelle stesse categorie cui per fortuna (dei bambini) è preclusa dalla legge l'adozione, consentire loro di costruirsi un bimbo in provetta tipo "acquisto al supermercato"!!!

In fin dei conti ogni cosiddetto "diritto" citato dai fautori del SI' (diritto della donna, diritto delle coppie sterili, diritto dei singles, diritto delle coppie gay ecc) se andiamo a ben guardare esprime solo ed esclusivamente l'interesse assoluto, al di sopra della legge e, quel che è peggio, al di sopra della morale, di categorie di individui, mentre nessuno dei fautori del SI' parla o si preoccupa dei diritti dell'embrione, ridotto praticamente a un mero oggetto (di desiderio, di consumo o che altro) di cui si disconosce spudoratamente la caratteristica principale: di rappresentare indiscutibilmente una vita con caratteristiche di unicità ed esclusività.
Col risultato che lo si può studiare, congelare, scongelare, impiantare, distruggere come se fosse una coltura batterica e nulla più. Per finire quindi, se la signora Lacerenza è convinta nel suo intimo del SI' io rispetto la sua opinione, però che non cerchi di convincere la gente con argomenti privi di fondamento mescolando concetti diversi in maniera confusa e imprecisa.


Cristiano Grosso (medico)

 

Sulla procreazione voto di coscienza o di convenienza?

Turi Vasile

Il 12 e il 13 giugno prossimi saremo dunque chiamati, in base a un referendum popolare, a pronunciarci sull’abrogazione o meno della legge 40/2004 in materia di procreazione assistita. Il cittadino, con un semplice sì o con in semplice no, dovrà esprimere il suo giudizio su un problema che affonda le radici nel mistero della vita; ma può, volendo, esercitare il diritto di astenersi. Sull’argomento è sorta una vivacissima discussione nella quale si confrontano teologi, scienziati, filosofi, giornalisti e politici, molto spesso con invasioni di alcuni nei campi altrui e con sottili distinzioni come quella tra potenza e atto o con motivazioni secondo le quali può sopprimersi una vita per salvarne o correggerne un’altra.
Si tratta, in ogni modo, di una questione la cui soluzione è incerta, dibattuta e, nonostante la presunta validità obiettiva della scienza, opinabile. Affidare una materia così scottante a chi non possiede dottrina e cultura sufficienti per esprimere un verdetto, senza offesa per la preparazione media degli italiani a cui lo stesso scrivente appartiene, è iniziativa incauta e temeraria. Il referendum è però uno strumento previsto dalla Costituzione e, pur mugugnando, dobbiamo accettarlo quando deborda dalle nostre comuni conoscenze e competenze.
C’è da augurarsi che se ciascuno non può esprimersi secondo scienza, si pronunci almeno secondo coscienza, conformemente con la propria formazione e, perché no?, col proprio sentimento avendo anch’esso il diritto di entrare nell’inquietante gioco. La prospettiva della possibilità generica della manipolazione della vita non può infatti lasciarci indifferenti, anche perché molti segnali si manifestano da tempo nel campo fantastico che spesso precede la realtà.
Per non andare lontano né sul difficile basti citare la commedia di Massimo Bontempelli Minnie la Candida o il film di Ridley Scott Blade Runner secondo cui sarebbero già tra noi esseri misteriosamente alieni, come nel primo caso, o replicanti frutto dell’ingegneria genetica, come nel secondo. Il corpo, definito da Novalis tempio unitario della memoria, sarebbe come tale sconsacrato e metaforicamente privato di radici certe.
Limitiamoci, nella nostra angustia, a ripetere con enfasi che ci si attenga almeno alla propria coscienza e buona fede e non, come è da sospettare, a motivi funzionali, secondo convinzioni di parte o convenienze di chi, dopo aver partecipato caldamente alla formazione della legge, voglia rimetterla in discussione o addirittura abrogarla, per distinguersi politicamente.
Nichi Vendola, che è il condensato delle contraddizioni correnti nel nostro Paese, si dice perplesso come cattolico, ma dichiara che voterà quattro sì perché “così ha deciso il mio partito e la sinistra”. Il pericolo che il referendum sia ancora una volta un pretesto, espressione di un falso scopo, è moralmente insopportabile. Chi si astiene non confessa infine di essere incapace a decidere, sostiene bensì di affidarsi alle regole della democrazia parlamentare per il mantenimento di una legge perfettibile da parte, appunto, del Parlamento che quando conviene è considerato sovrano assoluto e quando no viene disinvoltamente privato della sua prerogativa attraverso un voto popolare diretto.

 

 Fecondazione, falso duello tra laici e cattolici

Claudio Magris
I quesiti impliciti nella legge 40 e di conseguenza nei referendum abrogativi la cui votazione è stata indetta per il 12 e 13 giugno sono già abbastanza complessi perché ci si possa permettere il lusso di complicarli ulteriormente con questioni inesistenti, quali ad esempio la pretesa contrapposizione, sui temi in gioco, fra cattolici, o comunque credenti, e laici. Come ho avuto occasione di scrivere ripetutamente sul Corriere negli ultimi trent’anni e come non mi stancherò di ripetere, tale equivoca contrapposizione si fonda sulla crassa ignoranza del significato del termine «laico». Esso non indica affatto l’opposto di «cattolico» o di «credente» e non indica, di per sé, né un credente né un agnostico né un ateo.
Laicità è un abito mentale, la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che può essere invece solo oggetto di una fede - a prescindere dal professarla o meno - e di distinguere le sfere di ambiti delle diverse competenze, ciò che spetta allo Stato e ciò che spetta alla Chiesa, ciò che compete alla legge e ciò che compete alla morale e così via. La laicità non coincide con alcuna filosofia o ideologia, ma è l’attitudine critica ad articolare le proprie convinzioni secondo regole e principi logici che non possono essere condizionati, nella loro coerenza, da alcuna fede religiosa o politica, senza cadere in un pasticcio, sempre oscurantista come tutti i pasticci. In tal senso la cultura - anche una cultura cattolica - se è tale è sempre laica, così come la logica - quella di San Tommaso o di un pensatore ateo - non può non affidarsi a criteri di pura razionalità e così come la dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un santo della Chiesa, deve obbedire soltanto alle leggi della matematica.
Uno dei più grandi laici che ho conosciuto è Arturo Carlo Jemolo, cattolico fervente e religiosissimo e maestro di diritto e di libertà, il quale sapeva che il Vangelo può muovere l’animo a creare una società più giusta, ma non può tradursi direttamente in articoli di legge, come pretendono gli aberranti fondamentalisti d’ogni specie; coerentemente, Jemolo avversava la scuola privata, confessionale o no. De Gasperi e Fanfani erano entrambi credenti, ma il primo era un politico laico e il secondo no; tante volte politici anticlericali si sono rivelati faziosi e intolleranti come i sanfedisti e dunque niente affatto laici, perché laicità significa anzitutto tolleranza, dubbio rivolto pure alle proprie certezze, autoironia, demistificazione di tutti gli idoli, anche dei propri. Sulla questione dell’aborto, ad esempio, le parole più alte e più chiare le ha dette un grande laico come Norberto Bobbio in una memorabile intervista rilasciata a Giulio Nascimbeni sul Corriere della Sera l’8 maggio 1981. In un discorso pacato e argomentato con la sua magistrale intelligenza logica, etica e giuridica, Bobbio sottolineava il diritto fondamentale del concepito, si stupiva che i laici lasciassero ad altri «il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere». Rispettoso della religione e della Chiesa ma estraneo a quest’ultima - ebbe infatti, per sua scelta, funerali civili - Bobbio non difendeva astrattamente la vita e ovviamente affermava il sacrosanto diritto di non voler avere figli e di non averne ossia di non concepire; riconosceva anche il diritto di disporre della propria vita e di rifiutarla: «Il suicida dispone della sua singola vita. Con l’aborto si dispone di una vita altrui».
A confondere le idee sull’aborto ha contribuito non poco - non in linea di principio, ma nella propaganda di fatto - la Chiesa, abbinandolo indebitamente e scorrettamente alla contraccezione (favorendo così implicitamente l’equivoco di chi lo considera un sia pur spinto metodo contraccettivo) e parlando retoricamente di «vita». Non è la vita che va incensata, perché è discutibile che essa meriti ossequio; quel che è certo è che devono essere rispettati i singoli viventi, che non hanno chiesto di nascere né meritato di morire.
Non so se venire al mondo sia un bene o no; so che si deve rispettare e tutelare chi è venuto al mondo. La vita di un uomo è una curva ininterrotta dal momento del concepimento a quello della morte, una curva che procede verso il potenziamento per poi declinare verso il progressivo impoverimento biologico e intellettuale; una parabola che è esposta alle aggressioni delle malattie, della denutrizione, della violenza, delle carenze affettive, e non conosce soluzioni di continuità. Fra un neonato e un uomo di vent’anni c’è più differenza di quanto ce ne sia tra il medesimo neonato e lui stesso al settimo mese di gestazione o fra questo settimo mese e il quarto e così via. Ciò che varia è il rapporto affettivo e sociale che gli altri instaurano con questo essere: si è ovviamente ben più legati a un figlio di 3 anni che a un infante nato da un’ora, si soffre diversamente per una persona cara a seconda che muoia nel pieno delle sue qualità e dei suoi rapporti con noi oppure in una stadio di età o di malattia che l’abbia da tempo esclusa da ogni relazione con noi.
Ma la reazione sentimentale di un uomo non è il metro del diritto di un altro. Sono temi su cui, trent’anni fa, scrisse un memorabile articolo Pasolini. Un laico - credente o no - dinanzi alla formulazione di una legge non deve essere condizionato da alcuna Chiesa, nè positivamente nè negativamente. Se la Chiesa cattolica impone nel terzo comandamento di santificare le feste, questa, per un credente o praticante, non è una ragione per imporre a sensi di legge di andare a Messa. Se la Chiesa nel quarto e nel settimo comandamento condanna l’omicidio e il furto, questa, per un ateo, non è una ragione per depennare giuridicamente il reato di omicidio o di furto. Il laico non si scandalizza se il cardinale Ruini o i democratici di sinistra suggeriscono di non votare a un referendum - come il primo ha fatto a proposito di quello del prossimo 12 giugno e i secondi hanno fatto a proposito del referendum del 15 giugno 2003 sull’articolo 18, perché entrambi hanno diritto di parlare e di venire ascoltati o tenuti in non cale, ma non hanno diritto di esercitare la minima pressione.
Un laico si sarebbe augurato che il Tg1 del 10 maggio scorso (ore 20), oltre a dedicare giustamente ampio spazio al Comitato del sì ai referendum, avesse almeno nominato il Comitato Scienza e vita, di orientamento opposto, e si augura che le argomentazioni di Angelo Vescovi, scienziato e biologo contrario alla manipolazione embrionale che ha ottenuto notevolissimi risultati in esperimenti con cellule staminali adulte vengano ascoltate, anche dai media, non meno (nè più) di quelle di rispettabili ma meno significativi prelati concordi con lui o di quelle di Carlo Alberto Redi, scienziato su posizioni antitetiche. E un laico si augura pure che, comunque la si pensi in merito alla liceità dell’aborto, nessuno lo consideri una giusta misura anticrimine, come ha fatto, in un peregrino articolo, l’illustre economista di Chicago, Steven Levitt, secondo il quale l’aborto, eliminando bambini indesiderati, elimina future persone destinate a diventare, causa le loro carenze affettive, criminali. Come ha scritto sul Piccolo del 26 aprile Francesco Magris, sembra di leggere quel racconto di Philip Dick in cui s’immagina un mondo nel quale la polizia, grazie agli indovini, prevede i crimini futuri e punisce i loro futuri possibili autori prima che li abbiano commessi.
Anche lo tsunami, secondo questo modo di ragionare, ha eliminato, fra le sue vittime, probabilmente qualche possibile futuro delinquente come qualche possibile futuro genio. Ma non è così che ragiona la ragiona laica, vale a dire la ragione tout-court...

 

 

Tettamanzi: «L’astensione è giusta ma evitiamo scomuniche tra i cattolici»

Gian Guido Vecchi

MILANO — La linea è chiara come l’«irrinunciabile diritto-dovere» della Chiesa di intervenire su scelte «che decidono il futuro stesso dell’umanità» e indicare il non voto quale mezzo più efficace per non peggiorare una legge che è già «al limite della soglia di tollerabilità». Ma la questione, spiega l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, non può finire con il referendum. Disteso, l’aria serena, il cardinale parla al primo piano dell’Arcivescovado con accenti tolleranti, spiega che le indicazioni della Chiesa sono come quelle «di una madre a un figlio» e mette in guardia i cattolici dalla tentazione, letteralmente «diabolica», di dividersi: «Evitino ogni forma più o meno larvata di "reciproca scomunica"». Anche perché l’impegno dovrà proseguire ben oltre il voto, «quella della vita è una delle sfide principali del nostro tempo».


Che effetto le ha fatto, eminenza, il dibattito degli ultimi mesi sulla procreazione assistita?
«Rilevo che il dibattito presenta un aspetto positivo, perché attira l’attenzione di tanti ad interessarsi di questioni di cui spesso si tace, mentre sono importanti e decisive per ogni uomo e per la società. Devo però aggiungere che questo dibattito non sempre è stato corretto e non sempre ha saputo affrontare alcune questioni. Da parte di molti si è preferito parlare per slogan, semplificando e assolutizzando alcuni aspetti, giungendo persino a falsare i termini dei problemi in discussione. Di più: non sempre sono stati messi in luce i valori in gioco; e, quando lo si è fatto, non si è discusso adeguatamente il tema—importante e, per qualche verso, discriminante in ordine ad un confronto referendario — del rapporto tra la legge morale e quella civile. Devo dire, ancora, di alcune prese di posizione pregiudizialmente chiuse a ogni vero e serio confronto. Così, ad esempio, la contrapposizione tra cultura cattolica e cultura laica: la ritengo del tutto inaccettabile, perché qui in gioco non è una "questione cattolica", ma una questione pienamente "umana". È in gioco la vita umana, il bene fondamentale per ogni persona, sia essa cattolica o no, credente o no, di destra o di sinistra».
Che cosa risponderebbe a chi ha attaccato il cardinale Ruini, per l’indicazione del "non voto"?
«La Chiesa—se non vuole venir meno alla sua identità e missione — non può esimersi dall’intervenire di fronte a scelte etiche e legislative di primaria importanza come quelle che toccano la vita dell’uomo e, quindi, la sua inviolabile dignità di persona e che decidono del futuro stesso dell’umanità. Gli interventi del presidente della Cei scaturiscono da questo "diritto-dovere" della Chiesa, lo esprimono e lo esercitano. Si tratta di un "diritto-dovere" irrinunciabile che, in una società veramente libera e democratica, non può essere soggetto a nessuna forma di limitazione, a meno di dimostrare che l’esercitarlo sia contro il bene comune!»
In questo caso, però, non ci si limitava al principio, si indicava un comportamento...
«Se si rileggono con pacatezza e onestà gli interventi del cardinale Ruini, si nota immediatamente che essi offrono, anzitutto, gli elementi essenziali per un giudizio etico sulla legge sottoposta a referendum. Sottolineano, poi, con insistenza la necessità di un’informazione corretta ed equilibrata e di una formazione davvero attenta ai valori in gioco. Dando anche voce all’indicazione del Comitato "Scienza vita" di non partecipare al voto, affermano che "in concreto è necessaria la più grande compattezza nell’aderire all’indicazione del Comitato, per non favorire, sia pure involontariamente, il disegno referendario", che consiste nel sopprimere alcune parti della legge 40, con il risultato di peggiorarla da un punto di vista etico. Aggiungo che lo stesso presidente della Cei, insieme con i vescovi del Consiglio permanente, ha precisato con cura che il senso autentico di questa indicazione non è affatto una scelta di disimpegno, ma l’esatto contrario».
Sì, ma per la Chiesa è legittimo consigliare il non voto?
«Questo consiglio è di per se stesso del tutto legittimo, a prescindere da chi lo formula. Come precisano, infatti, gli esperti del diritto e come, per altro, è stato indicato da esponenti politici di primo piano in altre occasioni referendarie, la non partecipazione al voto nel caso dei referendumabrogativi è una delle scelte possibili previste già nella nostra Costituzione. Il non votare, allora, è un modo per esprimere democraticamente la propria volontà di cittadini, che è il primo gradino della libertà democratica. Al dire dei giuristi, nel caso dei referendum abrogativi, diversamente che nelle elezioni amministrative e politiche, non sussiste un dovere civico di votare. Anzi, la libera scelta di votare o di non votare è un ingrediente essenziale del congegno referendario. Ora se il consiglio del non votare è legittimo, legittimo rimane da chiunque venga dato: anche dalla Chiesa e, in essa, anche dai vescovi. Perché meravigliarsene o rimanerne scandalizzati?»
Forse perché viene visto come un’ingerenza?
«La Chiesa è "madre e maestra", come ci ha ricordato Giovanni XXIII in una sua famosa enciclica sociale. Come "maestra", ha il compito di "insegnare", ossia di annunciare la verità del Vangelo e la fede con tutte le sue conseguenze sui valori e sulle esigenze etiche dell’uomo. Come "madre", può e deve orientare e guidare i suoi figli, indicando la strada più sicura per vivere in fedeltà al Vangelo. E questo tanto più se la Chiesa, come vuole il Signore e quindi come è il suo "ruolo", rimane pienamente inserita nelle vicende e nelle problematiche del mondo, testimoniando nella società quei valori che le vengono dal Vangelo e che sono capaci di rendere più giusta e più umana l’intera convivenza. E sono valori che la Chiesa è chiamata a proporre in modo coerente e convincente, con gesti e argomentazioni che sanno interrogare anche chi non è cristiano e suscitare e favorire anche il suo consenso. È innanzitutto in questa prospettiva di Chiesa "madre e maestra" che si pone, e dunque va letto, il consiglio espresso dai vescovi».
L'indicazione è vincolante, per un cattolico?
«Per la verità, le indicazioni dei vescovi sono più di una. La prima, la più sostanziale e vincolante, è che a partire dalla retta ragione ci sono diritti fondamentali che vanno salvaguardati: il diritto alla vita e all’integrità fisica di ogni essere umano, compreso l’embrione; i diritti della famiglia e del matrimonio come istituzione; il diritto per il figlio ad essere concepito, messo al mondo ed educato dai suoi genitori in un contesto di vita matrimoniale».
Ma una legge dello Stato può assumere tali valori?
«Si tratta di diritti che costituiscono dei "limiti invalicabili" oltre i quali la legge civile, proprio in forza della propria finalizzazione al bene comune, non può andare, senza la sua perdita di forza e di credibilità. Sono come la "soglia di tolleranza" che non può essere oltrepassata. Se invece venisse superata, ad essere negato sarebbe qualche cosa di intrinsecamente essenziale alla dignità della persona umana, così come a non poter essere ottenuto sarebbe lo stesso bene comune, cui la legge deve sempre mirare».
Diceva che le indicazioni sono più d’una...
«L’altra indicazione dei vescovi è che la legge 40 è una legge che "sotto diversi e importanti profili non corrisponde all’insegnamento etico della Chiesa, ma ha comunque il merito di salvaguardare alcuni principi e criteri essenziali". In altre parole, è una legge la cui "soglia di tollerabilità" è già al limite: non può, dunque, essere superata, come avverrebbe abrogando le parti indicate nei quesiti referendari. Di qui un’altra precisa e vincolante indicazione: questa legge non può — non deve — essere peggiorata. Ma questo avverrebbe votando "sì" ai referendum, mentre rimarrebbero aperte come eticamente possibili (almeno sotto il profilo teorico) le due strade del votare "no" e del "non votare". In particolare, l’indicazione della "non partecipazione al voto" deve dirsi "vincolante" in forza delle ragioni, di ordine "pratico e prudenziale", che vengono portate per difenderla e promuoverla. E sono ragioni non deboli né peregrine che molte persone del mondo scientifico, culturale, professionale e politico — persone competenti e di diversa appartenenza non solo partitica, ma anche culturale e religiosa —hanno illustrato in questi mesi e che il Comitato "Scienza vita" ha cercato e continua a cercare di diffondere e di chiarire. Nella prospettiva ecclesiale sopra ricordata, leggo l’indicazione del "non votare" analogamente a quella che una madre — guidata da vero amore per i figli, di cui comunque riconosce la maturità e rispetta la libertà — si sente in dovere di dare a un proprio figlio quando è di fronte a scelte importanti, addirittura decisive, per la sua esistenza. È un’indicazione da prendere in grande considerazione e che solo per gravi motivi si potrebbe disattendere senza sentirsi in qualche modo a disagio o in colpa».
Cosa direbbe ai cattolici che invece vogliono votare?
«Direi che non devono, con il loro voto, peggiorare la legge. Chiederei, poi, che prendano in seria considerazione le motivazioni che accompagnano il consiglio, da più parti espresso, di non andare a votare, esprimendo così "un doppio no": il "no" al peggioramento di questa legge e il "no" ad un uso dell’istituto referendario che, anche in questa occasione, sembra quanto mai discutibile, se non addirittura guidato da inaccettabili strumentalizzazioni. Li inviterei, ancora, ad interrogarsi sugli effetti che, nel concreto panorama attuale delle posizioni, questa loro scelta potrebbe avere: sia in ordine al raggiungimento del "quorum" per la validità del referendum, sia in ordine ad un’eventuale affermazione dei "sì", che porterebbero all’inaccettabile peggioramento della legge. Sento, infine, vivo il bisogno di rivolgere un forte e accorato invito a tutti i cattolici: evitino ogni forma, più o meno larvata, di "reciproca scomunica". Non è forse una tentazione "diabolica" che, se seguita, porterebbe a deleterie e infondate "divisioni" e "lacerazioni" del tessuto ecclesiale?»
Che dice, invece, ai fedeli della sua diocesi?
«Dico, anzitutto, che su questi temi è necessaria una più limpida e costante opera di informazione e di formazione, che è parte integrante e permanente della missione evangelizzatrice della Chiesa. Ed è, quindi, un’opera che deve continuare anche dopo il referendum. E al riguardo tutti, con competenze e forme diverse, dobbiamo sentirci fortemente responsabilizzati».
In che senso?
«Quella della vita, in realtà, è una delle "sfide" principali del nostro tempo, anche nel nostro Paese e nella nostra comunità cristiana: accogliere, tutelare e promuovere la vita umana di ogni persona e in tutte le sue condizioni e fasi di sviluppo è un grave dovere morale, che ci interpella come uomini e come cristiani. Ma, nello stesso tempo e non meno, questo è un grave dovere civile, che ci interpella come cittadini. Lo è perché la vita fisica, per ogni uomo e donna, costituisce il fondamento di ogni altro bene di cui l’uomo possa godere sulla terra: la libertà, l’amore, la pace, la salute, lo sviluppo, la cultura, le relazioni interpersonali, il benessere economico e altri ancora. Accogliere, tutelare e promuovere la vita umana, allora, è la condizione originaria e necessaria perché si possa realizzare il bene comune. Interessarsi di questi problemi e partecipare attivamente a livello culturale, sociale e politico perché— di fronte a ogni minaccia e ad una sempre più diffusa "cultura della morte"—si affermi e si diffonda una vera "cultura della vita", è questione di tale portata presente e futura che non può lasciare indifferente e inerte nessuno! E nel segno della concretezza devo dire che la "partecipazione", di cui sto parlando, chiede di esprimersi anche in questa vicenda referendaria, con scelte precise che non portino ad un peggioramento dell’attuale legge italiana sulla procreazione medicalmente assistita».
 

 

Genetica: amica o nemica?

Maria Devigili,
È giusto un aborto per evitare di dare alla luce un figlio in cui si sono individuati problemi di carattere genetico? Si può stabilire, in base ad una selezione tra embrioni fecondati, quali sono “degni” di svilupparsi e quali no? Queste sono solo alcune delle domande ipotizzabili alla luce delle nuove possibilità offerteci dalle biotecnologie e, in particolare, dai nuovi metodi di analisi prenatale. La possibilità di fare una selezione degli embrioni a seconda delle qualità genetiche suona ancora come qualcosa di strano. Eppure, i presupposti non mancano. La mappatura del genoma umano è stata dichiarata completata nel 2000 (ad opera della Celera Genomics) e i ricercatori hanno già individuato i singoli geni deputati all’insorgere di alcune malattie come la fibrosi cistica e la distrofia muscolare di Duchenne. Per ora, le nuove conoscenze genetiche hanno avuto un grande impatto più sulla ricerca stessa che sulle persone o sulla sanità pubblica. Questo non significa che il riscontro sulla realtà quotidiana non ci sia ancora stato. Nel febbraio del 2000 il Presidente Clinton ha firmato un ordine esecutivo che proibisce l’utilizzo dell’informazione genetica da parte dei datori di lavoro e delle agenzie assicurative. Questo perché negli U.S.A i test genetici sono ormai all’ordine del giorno tanto che si è parlato dell’eventualità di stilare una sorta di passaporto genetico per ogni cittadino. Il rischio che qualcuno possa fare discriminazioni in base alle probabilità di sviluppare malattie genetiche non è poi così remoto.

L’importanza del “carattere”
L’amniocentesi, così come altre forme di analisi intrauterine, consente ormai da diversi anni di evidenziare eventuali malformazioni genetiche e molte donne possono decidere sulla scorta dei risultati di interrompere o meno la gravidanza. Pratiche diffuse, ma non ancora universalmente accettate. Intanto però, nei laboratori, la ricerca fa passi da gigante, superando, di fatto, i tempi della discussione. E anche la pratica non è tanto indietro. Lo scorso anno, tre coppie australiane hanno ricevuto l’autorizzazione a dare alla luce dei bambini che potrebbero diventare donatori compatibili per i loro fratellini, colpiti da un tipo molto raro di anemia. Ancora, in Francia, grazie alla manipolazione genetica è stato possibile far nascere un bambino privo di una malformazione epatica che aveva già causato la morte di altri tre fratellini. E questo solo per fare degli esempi. Ma la notizia pervenutaci lo scorso anno dagli U.S.A ha dell’incredibile, almeno ,per chi è tradizionalmente convinto che “non sentire” sia un handicap. Una coppia di donne sorde omosessuali ha volontariamente scelto di generare ,grazie all’inseminazione artificiale, due figli non udenti come loro. E’ giusto? E’ sbagliato? Ognuno ha la sua idea a riguardo e sarebbe bello conoscere anche l’idea del nascituro al riguardo. Al pari di opportunità molto promettenti, come il trattamento di malattie finora incurabili, lo sviluppo biotecnologico potrebbe offrirci anche discutibili opzioni di “eugenetica”(branca della genetica, volta a migliorare le caratteristiche della specie umana). Come dice il filosofo e sociologo contemporaneo Jurgen Habermas: “(…) fare shopping in un supermarket genetico è uno scenario del futuro su cui si è a lungo incentrato il dibattito bioetico negli U.S.A. Se non siamo sicuri di volere davvero questo tipo di eugenetica personalizzata, dovremmo stare attenti agli sviluppi in questa direzione delle pratiche di cui oggi si discute”.

Quelle vite “indegne di essere vissute”
La genetica e la biotecnologia moderna permettono di utilizzare metodi di eugenetica completamente nuovi, come ,appunto, la selezione prenatale basata sulle qualità genetiche. L’eugenetica(dal greco: buona nascita) ossia lo sforzo di migliorare la razza umana attraverso il controllo della riproduzione, è stato ed è tuttora un aspetto controverso della ricerca biomedica.
La storia dell’eugenetica è segnata da terribili esempi di “lucidi” deliri collettivi come fu il programma di sterilizzazione e di eliminazione , Aktion T4 il suo nome , organizzato in Germania dal regime nazista. Un programma che mirava a “rendere puro il popolo tedesco” e ad “eliminare tutte le impurità , rappresentate da disabili fisici, malati mentali, persone con difetti congeniti. Il tutto per assecondare l’idea che una società non può essere gravata dal peso di individui non in grado di produrre, da “involucri vuoti le cui vite sono indegne di essere vissute”, come amava definirli Hitler. Pertanto, queste persone, non avevano il diritto di procreare né tantomeno di vivere. L’idea nazista di eugenetica è riassunta perfettamente nelle parole di H. W. Kranz (1897-1945) direttore dell’Istituto di Eugenetica dell’Università di Giessen: “Esiste un numero assai elevato di persone che, pur non essendo passibili di pena, sono da considerarsi veri e propri parassiti, scorie dell’umanità. Si tratta di una moltitudine di disadattati che può raggiungere il milione, la cui predisposizione ereditaria può essere debellata solo attraverso la loro eliminazione dal processo riproduttivo” Dal 1934 al 1939 vennero sterilizzate centinaia di migliaia di persone considerate non produttive. Non soddisfatta, la macchina nazista passò all’eliminazione fisica della sua “zavorra umana”. Negli anni 1940 e 1941 oltre 70.000 persone vennero uccise. Tutto all’insaputa dei famigliari a cui per altro si mandava una cortese lettera di condoglianze. Inoltre, non mancarono gli scienziati che approfittarono dell’ingente materiale umano per compiere esperimenti raccapriccianti e per testare le tecniche di sterminio che sarebbero cominciate su larga scala di lì a poco tempo. Ma purtroppo, l’esempio nazista è solo uno dei più lampanti. Anche Paesi insospettabilmente socialdemocratici attuarono una politica di eugenetica. Negli Stati Uniti, in Svezia, in Canada, nei paesi dell’area scandinava le sterilizzazioni coatte sono continuate fino agli anni ’70 ( si parla di centinaia di migliaia di persone sterilizzate perché considerate immorali e socialmente inadeguate). Questo, nonostante la sbandierata indignazione del mondo “civile” nei confronti della scoperta dei crimini dell’eugenetica nazista, nonostante che, nel 1948, molti di questi stessi Paesi avessero sottoscritto la “Convenzione sulla prevenzione e repressione dei crimini di genocidio” nella quale si equiparava esplicitamente la sterilizzazione alle altre forme di sterminio. Da questo, forse, si può desumere che l’eugenetica può attecchire anche nelle più “civili” democrazie occidentali. E’un rischio sempre presente in una società in cui è dominante la ricerca del profitto a tutti i costi e per cui l’ individuo vale più in termini di efficienza produttiva che di soggettiva capacità umana.

 

 

Per la Chiesa l'embrione ha un'anima
Intervista a Bruno Forte, uno dei maggiori teologi italiani: "In qualunque momento lo sviluppo viene interrotto violentemente per decisione di altri viene di fatto soppressa una vita umana".
Franca Giansoldati
Città del Vaticano, 28 gen. (Apcom) - Per la Chiesa anche l'embrione è dotato di un'anima e, pertanto, ha diritto al rispetto dovuto all'essere umano. Uno dei più accreditati teologi italiani, monsignor Bruno Forte, autore di decine di pubblicazioni di carattere filosofico e teologico, da qualche mese nominato dal Papa arcivescovo di Chieti, in una intervista ad Apcom, spiega perché per la Chiesa l'embrione va difeso.
"Persona - afferma Forte - implica la singolarità di un essere umano e la sua capacità di relazione. L'embrione è già un essere singolare, relazionato non solo a coloro da cui provengono le componenti originarie che lo costituiscono, ma anche alla sorgente ultima di ogni vita, che il credente riconosce in Dio: anche dal punto di vista strettamente biologico, l'embrione non è solo recettore passivo, ma interagisce con il suo ambiente vitale. È caratteristica dell'essere umano in ogni fase del suo sviluppo entrare in una rete di relazioni di reciprocità, che comprende anche la corrispondenza alla sorgente ultima di vita e d'amore, che è il Creatore. Pertanto sia pure in una fase molto primitiva, l'embrione è posto in un'analoga rete di relazioni di interscambio vitale". Ma si può affermare senza ombra di dubbio che ha un'anima? "Sì, se con questo si intende che non è solo animato e vitale, ma che gli è anche dovuto il rispetto da dare all'essere umano personale".
"Questo concetto -aggiunge monsignor Forte- è oggi molto più chiaro che non in epoche precedenti grazie alla ricerca scientifica, che ha mostrato come lo zigote possieda una propria identità individuale sin dal concepimento. E anche se c'è totipotenzialità, non si può ignorare che l'identità individuale e la sua capacità relazionale si vanno sviluppando man a mano".
La Chiesa non si stanca di ripetere al mondo che ogni fase della vita umana costituisce un momento dello sviluppo unitario dell'essere personale: che cosa comporta questa convinzione? "La conseguenza è chiara: in qualunque momento questo sviluppo è interrotto violentemente per decisione di altri - risponde monsignor Forte -, viene di fatto soppressa una vita umana. La differenza che c'è tra un adulto e un bambino è evidente, ma questo non vuol dire che il bambino sia meno persona umana dell'adulto e che sia lecito sopprimerlo. Così come il bambino, anche un embrione nel suo iniziale sviluppo ha delle precise e uniche potenzialità in atto di svilupparsi, un programma inscritto nei geni che è in atto di realizzarsi (dal colore degli occhi alle potenzialità intellettive, dalla statura alle attitudini relazionali...)".
Riguardo alla ricerca sugli embrioni e ai rischi di sconfinare nell'eugenetica il teologo Forte ricorda che "se si afferma il principio della manipolabilità dell'embrione, allora si apre la strada a ogni altra forma di manipolazione sull'essere umano, perché legittimare la violenza o l'arbitrio su una fase di sviluppo dell'essere umano non è in contraddizione con la possibilità di esercitare la stessa violenza su altri stadi di esso".
Quanto ai milioni di embrioni criocongelati, molti dei quali in attesa di essere distrutti, il teologo illustra che per la Chiesa cattolica la questione è drammatica, perché si profila lo scenario di una presunta onnipotenza della ricerca che può dare libero spazio alla volontà di dominio dell'uomo sull'uomo. E in molti non esitano a parlare di 'genocidio' in atto. "E' il grande dramma che lo sviluppo delle scienze in questi campi pone alla coscienza umana. Quando si crea una banca di embrioni si pone un gravissimo problema etico".
"Purtroppo -aggiunge Forte - la scienza si è avventurata in sentieri rischiosi con un eccesso di pregiudizio che ha fatto ritenere assoluta la disponibilità di intervento sull'embrione. Ma per la nostra società e per il suo futuro la questione etica qui in gioco è tutt'altro che secondaria. Non si può sostenere che l'essere umano sia un essere umano 'minore', depotenziato, solo perché è ancora nel grembo della madre o è in una fase iniziale del suo sviluppo. Di fronte ad esseri umani viventi, sebbene allo stadio primordiale, è come se ammettessimo una possibilità di selezione. Ciò che abbiamo condannato unanimemente per la barbarie di tutte le violenze perpetrate dall'uomo sull'uomo, ed in particolare per la tragedia dei vari genocidi che hanno funestato il cosiddetto 'secolo breve', non si può ignorare di fronte agli scenari che si aprono con la conservazione degli embrioni. La manipolazione di essi va condannata fermamente e rifiutata in nome del valore assoluto e della dignità dell'essere umano personale in ogni stadio della sua esistenza".

28 gennaio 2005


 

 

Diritti dell’Uomo? Cominciano dall'embrione

Giuliano Ferrara

Caro direttore, Giuliano Amato e Giorgio Tonini sono due persone serie. Uno è laico, ma sensibile alle questioni di coscienza poste dai cattolici e dai laici non laicisti, non dogmatici, cioè da noi. L’altro è cattolico, ma sensibile alle questioni poste alla sua visione delle cose dalla società secolare, dai suoi comportamenti concreti, e dai riflessi che la legislazione intorno a questioni di coscienza e di cultura (e perfino di fede) possono avere sulla condizione delle donne, delle famiglie, della scienza medica. Sono due sconfitti che non mollano la ricerca di un compromesso che appare, forse non èma appare, fuori tempo massimo. Ci piacciono anche per questo.
Sull’aborto, per esempio, la pensano come noi, e come noi sono usciti sconfitti, almeno parzialmente, dalla pratica ormai trentennale dell’aborto legalizzato. È una pratica disumana, l’aborto, ma una legge che la regoli, che impedisca l’aborto clandestino, che affermi un drammatico primato della donna nella gestione della maternità, è divenuta assolutamente necessaria. La sconfitta è nelle cifre: la legalizzazione poteva essere uno strumento provvisorio di salvezza dalla dannazione della clandestinità, e dei suoi alti costi umani, e invece è diventata uno strumento barbarico di politica anticoncezionale.
Ciò che era un peccato contro l’umanità, dove «peccato» è in questo caso unione perfetta di significati morali laici e fideistici, ora è pratica ambulatoriale libera affidata alla sola volontà del soggetto, senza limiti e dunque senza alcuna spinta culturale a superare il suo costo. Molti milioni di esseri umani formati sono da tre decenni uccisi e scartati per le più varie ragioni, ma sempre e tutte legate, salvo quelle strettamente terapeutiche, al desiderio e alla volontà sovrana dell’individuo formato, accettato, ratificato come essere sociale, e forte del suo diritto-potere, nell’indifferenza verso l’individuo debole, senza difese naturali o legali.
Un progetto di mediazione/1. Giuliano Amato e Giorgio Tonini, parlamentari del centrosinistra, collaborano da tempo al progetto di una mediazione sulla fecondazione assistita, per adesso sconfitto dalla legge 40 e dal referendum che ne vuole abrogare le parti sostanziali. Vorrebbero comprendere alcune delle ragioni in campo: quelle non-dogmatiche, non direttamente discendenti dall’avversione di principio alla scienza libera e alla libertà di fecondazione artificiale, che attribuiscono alla Chiesa istituzionale, depositaria di una dottrina che essi giudicano pre-galileiana.
Vorrebbero parlare anche a quei laici, e qui ci sentiamo direttamente tirati in ballo, che si battono da tempo perché anche le ragioni di quella Chiesa siano valutate e pesate, e perché la discussione sul che fare sia libera da ogni pregiudizio, di ogni segno, e strettamente legata alla ragione che elabora le categorie del pensiero logico, ma anche all’intuizione umana, naturale, di ciò che è giusto e di ciò che è ingiusto alla luce di una visione non ottusa, aperta alla terra dei desideri e al cielo delle idee, dell’uomo e del suo posto nelmondo. Insomma, sono due persone che si pongono, nel XXI secolo della tecnica trionfante e dei costumi liberi, il problema del limite rispetto all’uso indiscriminato sull’altro, sugli altri, del nostro potere umano.
Ma contro quel che giudicano l’irrealismo dei divieti posti dalla legge 40, propongono un’altra soluzione, con una proposta di legge presentata in Parlamento e argomenti sottoscritti ieri da Amato in un lungo articolo del Corriere della Sera. La sostanza della mediazione proposta, che ha probabili addentellati riservati fin dentro la gerarchia cattolica, è la seguente. Punto primo. Voi dite che la vita comincia con la fecondazione, noi non lo possiamo negare. Non lo nega il biologo e genetista Edoardo Boncinelli, non lo nega la scienza.
Ma il problema non è la vita, bensì il nucleo embrionale della vita, la vita individuale, quella di un essere umano per la sostanza già formato in natura con tutto il suo codice genetico irripetibile. Ora, affermano Amato e Tonini, la scienza biologica e genetica ci dice che prima dell’esserci dell’embrione c’è il pre-embrione, cioè un ovocita che ha accolto il seme fecondo ma, questione di ore, questione di tempo, ancora non ha sviluppato quell’unione del maschile e del femminile che definisce l’individuo e ne è il segno di realtà, di esistenza in vita.
Amato dice che è così, e basta. Che questo è il verdetto della scienza, e rifiutarlo è tornare a prima di Galileo. E aggiunge: se è così, che si crioconservino gli ovociti fecondati, per poi impiantare solo e soltanto gli embrioni necessari alla procreazione. In questo modo non si produrranno, ciò che è anatema per i difensori della legge 40 e per una parte cospicua del pensiero filosofico anche laico moderno, embrioni, cioè esseri umani, per la manipolazione genetica a fini di ricerca. Sarebbe l’uovo di Colombo. Risolverebbe senza danni per nessuno la questione del limite dei tre embrioni da impiantare posto dalla legge 40.
Obiezione/1. Non essendo stupido né insensibile, Amato capisce che la distinzione tra una vita umana fecondata e una vita umana personale che arriva dopo una parentesi, una no man’s land abitata dagli ovociti non sviluppati, dagli ootidi, è troppo sottile anche per lui.È però vero che perfino Joseph Ratzinger, ragionando di queste cose con Ernesto Galli della Loggia, ebbe modo di essere prudente, e anche lui distinse tra vita in generale e vita personale, certamente vita umana. Così Amato dice: invocate il principio di precauzione, perché vi sembra esile la base di questo ragionamento sostenuto da dati empirici? Tenete però conto del fatto che il principio di precauzione deve essere ragionevole: a volte precauzione significa evitare il male maggiore, rassegnarsi a quello minore.
Il male maggiore sarebbe in questo caso impedire che il desiderio di figli abbia il suo corso con l’aiuto della tecnica, il male minore un residuo dubbio che ci sia continuità fra quello stadio dell’ootide, del pre-embrione, e quello successivo, e che dunque si torni all’uso della vita umana fecondata come mezzo, insomma alla sua negazione. La mia obiezione è semplice. Primo, inverto male maggiore e male minore. Quel residuo dubbio sull’uso come mezzo di una vita umana in corso di sviluppo pesa di più del desiderio di aver figli con l’assistenza della tecnica. Secondo, nego una premessa non verificata. È infatti poco empirico, poco galileiano, affermare che con questa legge 40, con i suoi divieti, si impedisce la fecondazione medicalmente assistita. E i dati sulla attività di fecondazione artificiale dopo il varo e l’esecutività della legge dimostrano che non c’è un drammatico o anche solo rilevante calo delle natalità ottenute con queste metodiche.
Il vero problema posto dalla legge e dal referendum abrogazionista è quello della illimitata libertà di ricerca scientifica, costi quel che costi, significhi quel che significhi. Secondo Amato i sostenitori della legge argomentano in modo dogmatico, ma è vero l’opposto: sono gli abrogazionisti che agitano una bandiera ideologica e miracolistica, qualche volta perfino una certezza sciamanica o stregonesca nelle magnifiche sorti e progressive della scienza. Loro vogliono inequivocabilmente: la diagnosi preimpianto sistematica, la privatizzazione assoluta di tutta la faccenda nel rapporto esclusivo tra utenti e medici, la produzione di embrioni in numero illimitato a scopo di ricerca scientifica, la fecondazione eterologa, la declassificazione del «concepito » a nullità giuridica senza individualità.
Un progetto di mediazione/2. La seconda mediazione proposta da Amato riguarda gli embrioni attualmente crioconservati, cioè i bambini prodotti nel disordine legislativo ed etico amigliaia, poi messi in frigorifero in attesa di un destino incerto, probabilmente il deperimento e la morte per la grande maggioranza tra loro: essendo truce e irrimediabile il loro destino, tanto vale usarli per la ricerca, questi bambini. Diciamo «bambini» perché implicitamente ma onestamente il ragionamento di Amato riconosce (in un passaggio usa perfino la parola incriminata dai politicamente corretti: «uccidere») che gli embrioni sono l’inizio di un bambino. Secondo Amato quegli embrioni sono figli pre-morti. Corpicini da cui si potrebbero prelevare materiali genetici per migliorare la vita degli altri. Insomma: la prima mediazione sta nel disegnare la figura del pre-embrione, escludendo quindi la sovrapproduzione e la messa in frigo degli embrioni, la seconda sta nella libertà di ricerca sugli embrioni già prodotti e crioconservati, i bambini pre-morti.
Obiezione/2.Ma stavolta la distinzione balza agli occhi. Un bambino pre-morto è un bambino atteso che non arriva alla vita dispiegata e muore prima di poter fiorire, mentre un embrione crioconservato è un bambino fabbricato da noi, che ci è venuto male o è da noi scartato per qualche ragione o è per nostra scelta in sovrannumero nella catena produttiva. Più Amato piange sul destino amaro dell’embrione abbandonato, più dovrebbe santificare una legge che intende vietarne la sovrapproduzione. Più capisce, e lo capisce, l’assurdo etico di un potere illimitato di creazione e distruzione in mano alla tecnica umana senza guida etica, più dovrebbe adoperarsi non per fare la lezione a noi, in nome di Galileo, ma per dare qualche scossa ai suoi, in nome di Kant.
Una voce americana ha detto di recente: gli embrioni crioconservati sono esseri umani condannati a morte, e nessuno pensa che i condannati a morte possano, in ragione della ineluttabilità del loro destino, essere usati come cavie per la ricerca scientifica. Non sapremmo dire meglio. Sapremmo solo aggiungere che qualcuno questo lo ha pensato, negli anni Trenta in Germania.
Ed è curiosa circostanza che eugenetica, eliminazione dei disabili attraverso il distacco del tubo nutritivo (caso di Terri Schiavo), e ora queste altre bellurie si affaccino al nuovo secolo come inconsapevole portato del secolo appena scomparso, in particolare del suo decennio nero.
Gran finale. Amato riconduce tutto il senso più profondo della discussione, quello non banalmente medico ma culturale e filosofico, alla sua base, facendo però qualche pasticcio. La base della controversia, dice lui, è il dettato dottrinale della Chiesa, che nella sostanza è contraria alla fecondazione artificiale perché lega la procreazione all’amore coniugale, e dunque al sesso. Invece, sostiene Amato citando Tonini, l’amore riguarda la vita di coppia o la vita coniugale, e non si realizza attraverso il sesso se non in modo capriccioso e volubile. Se dunque escludiamo la fecondazione eterologa e limitiamo alle sole coppie sterili le metodiche di procreazione assistita, conclude Amato, che problema c’è?
Anche qui c’è un progresso, bisogna ammetterlo, e Amato e Tonini sono candidati alla sconfitta nel loro campo per il solo fatto di sostenere queste limitazioni alla fecondazione artificiale, arrivate peraltro solo con la contestata legge 40. Basta che si guardino d’intorno. Mail punto di fondamentale importanza è un altro. La Chiesa non sostiene affatto che il sesso ha significato esclusivamente in relazione alla procreazione. Al contrario. Ad Amato sarebbe bastato leggere una recente conferenza di Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, per capire che la Chiesa moderna e conservatrice (la migliore, quella di Giovanni Paolo II) considera il sesso donazione totale di sé all’altro, e i figli come frutto di un’attesa della totalità dell’uomo e della donna piuttosto che produzione del desiderio senza sesso. La Chiesa moderna e conservatrice è più amica del sesso di quanto lo sia la Chiesa laicista e secolarizzatrice che affida l’eros al condom, all’aborto e alla provetta.
Senatore Amato, senatore Tonini. Le vostre intenzioni sono le migliori. Ma per mediare bisogna partire da una base oggettiva riconosciuta. Voi non volete riconoscere, perché politicamente non potete farlo, che la posizione di chi sostiene la legge 40 è nella sostanza questa: sarebbe meglio farne niente di queste provette, mavista la situazione, che servano solo a modificare le conseguenze dell’infertilità, non a devastare con una nuova eugenetica il panorama etico del nostro tempo.
È una posizione di compromesso, di mediazione già raggiunta tra parlamentari laici e cattolici. Mentre la posizione abrogazionista dice: provetta libera, ricerca libera, e nessun limite alla libertà di ricerca, perché l’embrione è un ricciolo di materia o un grumo di materia inerte (definizioni testuali di LidiaRavera e diDaniele Capezzone). Noi abbiamo già mediato il mediabile. Voi, se volete mediare, non dovete rivolgervi a noi, ma ai vostri amici galileiani.
12 aprile 2005


 

 

 

La provetta non è un padre

Claudio Risé

(psicoanalista, autore del libro “Il padre, assente inaccettabile”, Edizioni San Paolo)Le ragioni di uno psicoanalista per dire no alla fecondazione eterologa

Cominciamo con un racconto, di quelli che si sentono di frequente nello studio dell’analista. A farlo è una donna il cui marito è spesso assente per lavoro, e ora è rientrato a casa, oppure una moglie reduce da una “pausa di riflessione”, una separazione più o meno lunga, con il marito. “Quando mio marito era via, di notte, prima uno poi l’altro, i bambini arrivavano regolarmente nel mio letto. Lo so che non va bene, che quest’intimità è eccessiva, che crea dipendenza e morbosità, che devono abituarsi al proprio, di letto. E spesso non dormo neppure bene, quando ci sono loro. Ma scacciarli è difficilissimo. Se ne vanno, poi tornano. E ricacciarli mi fa fatica. Anche perché, anche se non va bene, averli lì accanto è dolce, e caldo, se non scalciano troppo.
Beh, quando mio marito è tornato, hanno fatto, prima l’uno poi l’altro, un giro di ricognizione. Poi visto che il papà era lì, lungo, disteso, pesante, e addormentato, se ne sonoandati. Senza tornare. E l’indomani non hanno fatto storie per alzarsi, vestirsi, uscire in tempo per la scuola. Senza che lui dicesse nulla. Taceva, li guardava. Ma c’era”. Questa piccola, ripetuta, narrazione, dà una prima, modesta (ma non troppo) spiegazione di “a cosa serve il padre”, perché la sua esistenza, e presenza, personale sia così importante. Il padre serve, semplicemente a consentire che ogni cosa prenda il suo posto. A partire dal posto del padre si definisce l’ordine simbolico in cui si dispone il resto della famiglia. Si ri/costituisce un mondo familiare, un ritmo, orari, abitudini, regole, che sottraggono tutti gli altri all’angoscia di doverle inventare ogni volta, confermandole, o mutandole, ogni volta che viene voglia di farlo.
Poiché però “il proprio posto”, per esempio il proprio letto, definisce, e non tanto superficialmente, la nostra collocazione nel mondo, il padre, assegnandocelo, ci consente di vivere nel mondo. Non è per banale curiosità che Edipo vuole sapere chi è suo padre: perché da questa informazione deriva, per lui come per noi, la conoscenza di aspetti essenziali della propria identità e del proprio destino. Non essendo informati dei quali si finisce (come Edipo, e come molti bambini attardatisi nel letto materno, perché nessun padre ha ripreso il suo posto) con lo “sposare” la propria madre. Con conseguente sciagura personale, e di tutta la comunità coinvolta, sia che si tratti di Tebe o di Gratosoglio, alle porte di Milano. Sofocle, che ne ha raccontato la storia tanto tempo fa, ha di sicuro più autorità, e competenza, nella conoscenza della natura umana, dei promotori dei referendum che vorrebbero fare del padre un optional. Anche a Sigmund Freud, che faceva del superamento del complesso di Edipo, attraverso l’implicita minaccia di castrazione da parte del padre, il rito di ingresso nella società, e la vicenda strutturante della personalità e del soggetto psicologico, i fautori delle provette-padri dovrebbero dare un’occhiata.
Anche perché tutta l’esperienza analitica successiva, che sempre più spesso non ha trovato nei pazienti tracce di Edipo, perché non c’era più nessun padre con cui contendere e il letto della madre era libero, ha trovato, invece, in questi “nuovi” pazienti tardomoderni, gli sterminati e disorientati “terrains vagues” della psicosi. Occorre, infatti, non confondere gli sviluppi delle scienze e delle tecniche con le risorse psichiche dell’essere umano, che resta del tutto simile al bisavolo che si sdraiava sul lettino del dottor Freud, a Vienna. Perché ciò che ci aiuta a non diventare pazzi, la conoscenza del limite umano, è anche un’esperienza di direzione. Quell’esperienza promossa dal padre: vai nel tuo letto. Un no, e un’assegnazione di territorio personale.
La madre, invece, per suo programma simbolico, indipendente dall’indole personale, accoglie, nutre, appaga il bisogno. E quindi, per il divieto del messaggio contraddittorio che regge l’ordine naturale (lo stesso che fa che l’acqua tolga la sete, e quindi non la moltiplichi), non lo frustra, quel bisogno; fatica invece a limitarlo, a inibirlo, a dirottarlo. E, in assenza di padre, ciò impedisce nel giovane la formazione dell’autostima, che nasce proprio dalla consapevolezza del limite, e insieme del possesso di un proprio posto nel mondo. Una recente inchiesta del Cnr sugli adolescenti conferma che essi mancano oggi dell’autostima necessaria per affrontare la vita. La psicologa Patrizia Vermigli, coordinatrice della ricerca, sottolinea la relazione tra bassa autostima e sbiadimento della figura paterna. E afferma: “In quest’ultimo studio abbiamo rilevato che è il padre la figura più importante per gli adolescenti. E’ lui il genitore che dà sostegno quando si tratta di socializzare o di ‘buttarsi’ nelle situazioni nuove, che aiuta il ragazzo a staccarsi dal nido e ad essere più autonomo facendo affidamento solo sulle proprie forze. La madre, invece, lo vuole tenere vicino a sé, ha più difficoltà a lasciarlo allontanare. Questo è un atteggiamento che frena la maturazione dell’adolescente, e che può provocare anche una scarsa autostima e una difficoltà a socializzare con i coetanei”.
La madre fatica insomma – come è del tutto naturale – a dire quel “no”, fondativi della personalità, che infatti sia Lacan che Foucault, (cui anche occorrerebbe dare un’occhiata prima di delirare di altri “Brave new world”), vedono come parola tipicamente paterna.
Il padre è, dunque, figura del limite, “di qui non si può andare”, e di direzione, di senso – nel significato, appunto di orientamento, “cerca la tua strada, che io comincio a proporti”). Limite e spinta direzionale che derivano anche dal fatto che ci ha messo nel mondo lui, con quel primo getto ben centrato; la nostra storia è cominciata lì. E’ quindi lui la prima figura che ci garantisce un’appartenenza: ha messo in moto il processo da cui ha preso forma la nostra vita.
Ma quest’appartenenza originaria, di certo poco democratica (non siamo stati interpellati), e quindi di nuovo conferma di limite, di non onnipotenza, è anche nucleo fondante della nostra identità. E dunque del nostro possibile destino: se so da dove vengo, mi viene più facile intravedere dove posso andare.
Mentre se questo padre creatore, con la sua spinta dinamica, non è presente, faccio molta più fatica a elaborare un progetto, a muovermi, ad andare da qualsiasi parte. La “società senza padri”, come da tempo viene chiamata la società occidentale, con padri poco presenti, o cacciati dai divorzi, è caratterizzata da figli che rimangono nella casa genitoriale, spesso con la madre, fino a maturità avanzata. La legge di questa società è fatta, spesso, da Corti giudiziarie, come la nostra Cassazione, che impone ai padri assenti, o cacciati, di mantenere questi figli impigriti ed esigenti, finché trovino un lavoro a loro gradito. Il padre, figura del limite, ci spinge invece a darci una mossa, come del resto fece lui a suo tempo. Mentre la sua assenza ci consente di stagnare in una simil-onnipotenza, con gli assegni che lui passa alla mamma dietro ingiunzione giudiziaria. Un’organizzazione poco stancante, ma di sicuro disagio psichico.
A questa caduta di vitalità e di spinta dinamica appartengono anche lo smarrimento di relazione coi sentimenti e le passioni (sostituite da “modelli” mediatici fabbricati), la moltiplicazione di fobie di ogni genere, lo stesso aumento della sterilità, che è poi la somatizzazione della paura, o il disinteresse, a riprodursi: ormai quasi il quaranta per cento dei maschi bianchi, in occidente, non è in grado di fecondare. Tutti questi fenomeni illustrano la progressiva “passività” dello stile di vita dominante, gradualmente trasferito sotto la guida del principio femminile-materno della soddisfazione del bisogno, marginalizzando nella zona “politicamente scorretta”, quindi ormai trasgressiva, quello maschile, e paterno, della consapevolezza del limite, e dell’azione personale. Il padre è figura del limite anche quando taglia, se fa il suo mestiere, la simbiosi in cui si prolunga il rapporto con la madre, se un terzo, che è poi lui, non prende l’iniziativa di interromperla. E poiché la simbiosi materna è un’immagine di totalità, anche se dopo la nascita questa totalità è diventata più immaginaria, e/o delirante che reale, questo padre che la taglia da una parte ci libera, e ci fa soggetti umani, autonomi, consegnati alla – faticosa – avventura della ricerca quotidiana. Di cui fa parte anche l’autentica esperienza della relazione, impossibile fino a quando siamo chiusi nella fusione con la madre. Possiamo dire Tu, incontrare l’altro, e il mondo, soltanto quando il padre, il terzo, ha rotto il contenitore simbiotico, promuovendo la formazione dell’Io. Dall’altra parte però, ancora una volta, questa nascita/liberazione simbolica ci limita: l’appagamento non è più dichiarato come garantito, il nutrimento neppure. Ma soprattutto c’è una norma, l’indicazione del proprio posto nel mondo, con cui confrontarsi. Il girotondo simbiotico (l’Uroboro come lo chiamavano Jung e Neumann), madre-figlio è per sempre interrotto; occorre trovare una strada, non necessariamente rettilinea, ma insomma una strada, una direzione. E il padre, se fa il suo mestiere, è lì per indicarcela. Una strada, non una galera su cui imbarcarci. Ma in questa indicazione di direzione, che interrompe il rispecchiamento narcisistico nella madre, il padre fonda anche la nostra libertà. Quella di accettare la direzione paterna, o di mandarlo a quel paese, come il figlio della parabola, che se ne va, e torna, più tardi, malconcio. E il padre fa tagliare i tessuti migliori per i suoi nuovi vestiti. Tutte cose difficili da fare per la provetta, o il donatore sconosciuto. Eppure la “modernità liquida”, come l’ha chiamata Zygmunt Baumann, non tollera forme fisse proprio perché costituiscono anche dei limiti, indicatori di direzioni che fatalmente sostituirebbero lo stagnare in una rumorosa ed esibita confusione, fintamente onnipotente. Qualcuno, come Gèrard Mendel, di scuola freudiana, ha già detto, almeno dal ’68, che questa intolleranza è dovuta al carattere psicotico della nostra coscienza collettiva, dei nostri valori dominanti. Psicotici proprio perché hanno cominciato a far fuori il padre già da molto tempo, ben prima del referendum su cui l’Italia andrà a votare (che rappresenta tuttavia una tappa significativa del processo).
I risultati del modello di cultura del “father disposable”, del padre usa e getta, come è stato chiamato in America, sono, ormai, lì da vedere (e hanno fortemente contribuito alla riconferma di George Bush alla presidenza degli Stati Uniti). Gli uffici del Censimento americani informano che: il 90 per cento di tutti gli homeless, persone senza dimora, e dei figli fuggiti da casa, non avevano un padre in famiglia. Il 70 per cento dei giovani delinquenti ospitati in istituzioni statali venivano da famiglie dove non c’era il padre. L’85 per cento dei giovani che si trovano in carcere sono cresciuti senza padri. Il 63 per cento dei giovani che si tolgono la vita hanno padri assenti. Questi dati non vanno interpretati certo secondo un rigido rapporto di causa-effetto, ma come manifestazione di un forte fattore di rischio, quello sì.
Se il padre infatti è figura del limite, e il “segno del padre” indica la capacità di reggere le ferite, e le perdite che la vita infligge, la “società senza padri”, (dove già oggi la fabbrica dei divorzi riduce spesso il genitore maschio a individuo senza casa, homeless, emarginato, deviante), è un’aggregazione di persone, incapaci di reggere le ferite della vita. I figli senza padre vedono la perdita come un affronto personale, più che come una prova dell’esistenza, legata anche al destino spirituale dell’individuo. Di queste “perdite”, incomprensibili e inaccettabili, fa anche parte il sacrificio di dover riconoscere il principio d’autorità, scalzato assieme alla figura paterna. Se non bisogna più obbedire al padre, che, secondo i proponenti di alcuni quesiti referendari, non è più previsto e riconoscibile, perché allora assecondare il vigile, il bigliettaio, chiunque chieda di obbedire a una norma? Perché non allagare il liceo Parini, e altri successivamente? Perché non uccidersi “per protesta” contro il brutto voto o il mancato acquisto di un motorino? Il “sacrificio”, inteso non tanto come sacralizzazione, “sacrum facere”, ma semplicemente come rinuncia necessaria per ottenere qualcosa, attraverso un investimento sul proprio futuro, sembra sempre più impossibile da reggere. Oltretutto, l’ideologia della vita come spettacolo, dove il successo premierà l’esibizione narcisistica e non il sacrificio, toglie ogni prestigio sociale all’esperienza della privazione, finalizzata a una crescita futura. I concetti base dell’etica, indispensabile per sviluppare la volontà, vengono completamente disattivati dall’ideologia del “padre eliminabile”. Così, il “dovere” è ormai considerato quasi una parolaccia, come tutto ciò che è vagamente collegato al paterno. Il “diritto”, dal canto suo, perde il suo lato scomodo, di ciò che dobbiamo agli altri, per diventare esclusivamente acquisitivo: ciò che gli altri devono a noi. Non c’è da stupirsene. Secondo la psicanalisi, nello psichismo collettivo infatti, il diritto, così come la “vera razionalità, che mostra una fermezza sempre uguale e temperata dall’amore” (Mendel), sono attributi legati all’immagine simbolica, ma anche fisica, del padre. Quando il padre viene invece “rimosso”, come già avviene, fisicamente e simbolicamente, nella società occidentale tardomoderna, il livello del pieno sviluppo della personalità viene solo faticosamente ed episodicamente raggiunto, e l’individuo non riesce mai a staccarsi dai livelli psicologici precedenti, sperimentati durante l’infanzia. Si prenda la celebrata banca dello sperma online, www.mannotincluded.com, cioè “uomo-non-compreso”, dedicata in modo specifico alle lesbiche che desiderano avere un figlio. Ai clienti è permesso indicare le proprie preferenze su gruppo etnico, colore degli occhi, altezza e peso del donatore (che comunque rimane anonimo). Inseminazione artificiale, controllo sulle caratteristiche del nascituro attraverso quelle del padre “online”, controllo artificiale su un processo naturale come quello della nascita, appropriazione finale del nascituro da parte di una coppia che lo priva della figura paterna: sono tutte manifestazioni caratteristiche del mondo onnipotente, ipercontrollante, e affettivamente sadico della nevrosi ossessiva. Una forma patologica oppressa da un sentimento della natura di cui non ci si fida, perché è mancata l’esperienza dell’affidamento al padre, buon custode, e creatore amoroso. Questa mancanza, è stata d’altronde spesso accompagnata, nel processo di dissoluzione della famiglia, dall’assenza della calda affettività della madre “buona”.
Il sadico-ossessivo non si fida della natura perché teme metta a rischio il proprio potere, che vorrebbe assoluto. “La natura è cattiva”, diceva il marchese de Sade nell’immaginare le sue torture, “per questo dobbiamo essere più cattivi di lei”. La società senza padri riesce facilmente a essere più “cattiva” della natura. E’ stata più cattiva della natura anche in quell’altro recente caso, sempre inglese, delle due donne, anch’esse lesbiche, non udenti che hanno preteso di scegliere un figlio (attraverso la selezione di embrioni) che come loro fosse privo dell’udito. La perversione sadica, caratteristica dell’attuale società occidentale priva del padre, non si accontenta di esercitarsi tra chi già la condivide, ma vuole permeare aggressivamente l’intera società, trascinando crudelmente altri individui nel proprio dramma. E la relativa passività, a livello di commento e di iniziativa, nei confronti di episodi come quello appena ricordato, e di tutto il discorso, e la pratica, di fecondazione artificiale, è in realtà sintomo di sottomissione conformista al modello dominante.
Viviamo in una società perversa che moltiplica il malessere? Ebbene accettiamolo senza far storie: questa sembra essere, per ora, la reazione della maggioranza, nella sua componente passivo-conformista. I dati forniti dalle ricerche e dai censimenti sui disturbi psicologici dei figli cresciuti in assenza di padri confermano con precisione queste analisi. Dal lato delle manifestazioni sadico-aggressive, i figli cresciuti senza padre hanno più del doppio di possibilità di essere coinvolti in episodi di aggressività criminale. Secondo i dati forniti dal ministero della Giustizia americano il 72 per cento degli adolescenti omicidi, il 60 per cento degli stupratori, e il 70 per cento dei prigionieri condannati a lunghe condanne è cresciuto in case senza padre. Fra i giovani che esprimono comportamenti violenti a scuola la situazione familiare è 11 volte su 1 quella dell’assenza del padre. Anche dal lato della passività masochistica, i figli senza padre sono coinvolti come vittime in episodi di abuso, 40 volte di più dei figli che vivono col proprio padre. Ciò è anche, naturalmente, conseguenza dell’assenza di quella funzione di “custode”, che è propria del padre. Ma rispecchia profondamente anche la tendenza a scivolare nella passività nelle relazioni con gli altri, conseguenza di una bassa autostima, e del non essere stati “collocati al proprio posto nel mondo” dalla figura del padre iniziatore. Il 69 per cento dei bimbi sessualmente abusati viene da case in cui il padre biologico era assente.
Figura istitutiva dell’ordine simbolico familiare, figura del limite, dal confronto col quale si struttura una personalità non inflazionata, figura dell’origine, e del destino, operatore della rottura della simbiosi con la madre: questo, e altro, è la figura paterna nella vita della persona. Il suo sguardo d’amore e di approvazione fonda nella figlia la stima in sé come persona, dopo che nella relazione con la madre ha trovato la conferma alla propria femminilità. Il corpo del padre, e il suo stile nel trattare col corpo degli altri, e col mondo, diventano la misura sulla quale il figlio maschio scopre, e costruisce, la propria identità maschile. E’ amaro accettare che tutta questa ricchezza affettiva, culturale, simbolica, spirituale, comunque indispensabile alla crescita dell’umano, rischi di venir liquidata in cambio di vaghe promesse di una scienza incerta, erronea per definizione, e della confusione tra libertà e delirio di onnipotenza.

 

 

 

Conferenza stampa di presentazione dell'Assemblea Generale della Pontificia Accademia della Vita sul tema: Qualità della vita ed etica della salute" (21-23 febbraio 2005)

Intervento di Mons. Elio Sgreccia - Vescovo Presidente

La finalità intesa dal titolo della Conferenza Internazionale, che si accompagna alla XI Assemblea della Pontificia Accademia per la Vita, è quella di compiere un discernimento intorno a due concetti di grande attualità e pregnanza: quello di "qualità di vita" e quello di "salute"; si tratta evidentemente di due concetti che veicolano messaggi tendenti ad una certa sintonia.

Le società sviluppate spingono verso il raggiungimento del migliore livello di qualità di vita e le organizzazioni internazionali intendono assicurare il migliore livello di salute. Questo a partire dagli anni ‘50 in poi.

Che cosa si intenda esattamente con l'espressione "qualità di vita" non è ancora chiaro al grande pubblico e forse neppure ai politici stessi. Neppure un'attenta analisi della letteratura pertinente chiarisce in modo soddisfacente quali siano i contenuti e i parametri di questa qualità.

Non è sempre precisato se si tratta di parametri medico-sanitari, per cui, ad es., nella cartella clinica di un paziente che ha subito un intervento chirurgico si descrive non soltanto il tipo di intervento praticato, le terapie offerte e il percorso riabilitativo previsto, ma si descrive anche (e ciò è prescritto) qual è il livello di qualità di vita che si conserva, intendendo per qualità di vita il grado di autonomia psico-fisica, delle qualità cognitive, la capacità lavorativa residua, la capacità di recupero dei rapporti con la società, con la famiglia e con il mondo del lavoro. Senza dubbio, questo è un significato medico accettabile.

Ma si parla di qualità di vita anche in senso socio-economico: ad esempio, tutti avvertono che la qualità di vita, e cioè i beni di consumo di cui gode la società di oggi, in Italia o in Europa, è più grande di quello che esisteva prima della guerra. Si parla anche di qualità della vita in senso ecologico, un significato questo sempre più pressante e che, come è ovvio, si riferisce alle condizioni ambientali favorevoli alla salute in termini di cibo, acqua, aria, vegetazione, spazi liberi nella città, etc.

Accanto a queste accezioni, progressivamente è emerso un altro significato ben diverso, di carattere spiccatamente riduttivo, perché riferentesi prioritariamente al benessere fisico della persona inteso in senso "selettivo"; in base ad esso, infatti, si afferma che ove non esista un accettabile livello di qualità di vita, la vita stessa perde di valore e non merita di essere vissuta. Di conseguenza, in questa prospettiva, il termine "qualità di vita" assume un carattere oppositivo a quello di "sacralità di vita": in sostanza, si assolutizza la qualità e si relativizza la sacralità. Anzi, si dà al concetto di sacralità anche un significato negativo quale quello di un "vitalismo" ingiustificato.

Si comprende bene come, in una prospettiva interpretativa del genere, il concetto di qualità di vita finisca per implicare anche le questioni dell’eutanasia e dell’eugenismo.

Compito della riflessione proposta dalla PAV sarà, allora, quello di contribuire ad un'opera di chiarificazione concettuale, individuando quali siano i significati compatibili e congrui con la dignità e il diritto alla vita di ogni essere umano e quali, al contrario, si dimostrino incompatibili con tali valori.

Qualcosa di simile al processo descritto per la qualità di vita, si è verificato circa il termine "salute" ed il concetto che esso esprime. La salute è un bene importante per l'uomo; certo non può essere considerato un bene assoluto, poiché la salute suppone quanto meno la sussistenza del valore fondamentale della vita; inoltre, in un'ottica cristiana, soltanto la comunione con Dio (nella pienezza della vita eterna) deve essere considerata un valore assoluto, tanto che per compiere i propri doveri verso Dio e verso il prossimo si può - e talora si deve - accettare anche il rischio di consumare o compromettere la propria salute, e persino la propria vita.

Rimane però vero che, quantunque la salute non rappresenti il bene ultimo della persona, essa costituisce comunque un bene molto importante che esige il dovere morale di conservarla, sostenerla e recuperarla; prevenzione, cura e riabilitazione sono impegni rivolti alla promozione del bene "salute" e all’eliminazione del suo contrario, cioè la malattia.

Ma da quando la OMS ha definito la salute come "completo benessere di natura fisica, psichica e sociale", questo valore è diventato utopico e mitico, inducendo un concetto di benessere edonistico e, talvolta, con significati perfino letali. Basti pensare al fatto che, a motivo della salute della donna, è stato legalizzato l’aborto, e per realizzare i programmi della cosiddetta "salute riproduttiva", oltre all’aborto, si propongono campagne di sterilizzazione, di diffusione della contraccezione di emergenza, ecc.; tutto ciò, si dice, allo scopo di tutelare un bene, la salute, ma di fatto attraverso la soppressione e la negazione di un bene più grande che è la vita del figlio. Fin dove arriva, allora, il cosiddetto "diritto alla salute"? Esiste un diritto alla salute "a tutti i costi"? O esiste piuttosto un diritto alle cure?

Ma quello che maggiormente meriterebbe di essere messo in luce - e speriamo che il Congresso della PAV consenta questa indagine - è la motivazione di fondo che ha consentito questo viraggio concettuale dei due termini, da un significato del tutto accettabile ad un significato negativo per la vita stessa, in qualche modo al servizio di una cultura della morte.

Come è avvenuto questo? Mi sembra di poter accennare almeno ad una causa profonda; non so se vedo giusto! E’ avvenuta, se così si può dire, una specie di congiunzione di fattori:

a) un fattore di natura filosofica, ovvero l'emergenza di una filosofia utilitarista ed edonista; il bene è ridotto a ricerca del piacere e sconfitta dal dolore, (è la definizione di J. Bentham); anzi, secondo P. Singer, la vita personale è definita dalla capacità di sentire piacere e/o dolore.

b) un fattore più ampiamente culturale: il secolarismo etico e l’indifferentismo. Non esiste l’aldilà, non esiste l’eternità beata, né ha senso il dolore (vedi il Manifesto sull’Eutanasia dell'anno ’74), quello che conta è lo spazio terreno di benessere.

c) un fattore economico-sociale. La disponibilità vera o presunta del benessere economico-sociale che è il fine della politica mondiale.

E’ compito della Accademia per la Vita rintracciare questa "congiunzione perversa di astri" per poter suggerire una visione correttiva e un orizzonte diverso di speranza. Specialmente di fronte ai dati di malessere ed infelicità che si constatano in relazione alla diffusione delle cosiddette "malattie del benessere", al crollo antieconomico della natalità in termini demografici proprio a carico dell’occidente e in termini di miseria del terzo mondo.

 

 

 

Biotecnologie, la fine dell'Uomo

Francis Fukuyama


Nel corso di molti degli ultimi decenni è nato uno strano movimento di liberazione nel mondo progredito. Le sue crociate mirano molto più in alto di quanto non facciano i propugnatori di campagne sui diritti civili, delle femministe o dei difensori dei diritti dei gay. Non vogliono niente di meno che liberare la razza umana dai propri vincoli biologici: dal punto di vista dei transumanisti, gli esseri umani devono sottrarre il proprio destino biologico dal processo cieco di variazione casuale e di adattamento dell'evoluzione e portare la specie a uno stadio successivo. La prospettiva di liquidare i transumanisti come un culto strano, niente di più che fantascienza presa seriamente, è allettante: guardate soltanto i loro eccessivi siti web e i loro recenti comunicati stampa ( uno proclama « I pensatori cyborg si occupano del futuro dell'umanità » ).

I piani di alcuni transumanisti che volevano farsi congelare criogenicamente nella speranza di essere riportati in vita in un'era futura sembrano soltanto confermare il posto del movimento ai margini del mondo intellettuale. Ma il principio fondamentale del transumanismo secondo cui un giorno useremo la biotecnologia per diventare più forti, più intelligenti, meno inclini alla violenza e più longevi, è veramente così strampalato? Un certo transumanismo è implicito in molti dei programmi di ricerca della biomedicina contemporanea. Le nuove procedure e tecnologie che emergono dai laboratori e dagli ospedali, che si tratti di farmaci per modificare l'umore, di sostanze per incrementare la massa muscolare o cancellare selettivamente la memoria, di screening genetico prenatale o di terapia genetica, possono essere facilmente usate tanto per « migliorare » la specie quanto per alleviare le malattie.

Anche se i rapidi progressi della biotecnologia ci lasciano spesso un senso di vago disagio, la minaccia intellettuale o morale che rappresentano non è facile da identificare. Dopo tutto, la razza umana è un insieme confuso abbastanza triste, con le nostre malattie ostinate, i limiti fisici e la brevità della vita. Aggiungete le gelosie, la violenza e le ansie costanti dell'umanità e il progetto dei transumanisti comincia a sembrare assolutamente ragionevole. Se fosse tecnologicamente possibile, perché non dovremmo voler essere superiori alla nostra specie attuale? L'apparente ragionevolezza del progetto, specialmente se considerato in piccoli miglioramenti, costituisce già una parte del suo pericolo. Ma è possibile che noi ci serviremo a piccoli bocconi delle offerte tentatrici della biotecnologia senza renderci conto che esse hanno uno spaventoso costo morale. La prima vittima del transumanismo potrebbe essere l'uguaglianza.

La Dichiarazione di Indipendenza degli Usa dice che « tutti gli uomini sono creati uguali » . Donne e neri non furono inclusi quando Thomas Jefferson scrisse la dichiarazione nel 1776. Le società progredite hanno lentamente e faticosamente capito che solo il fatto di essere esseri umani dà a una persona il diritto all'uguaglianza politica e legale. In effetti abbiamo tracciato una linea rossa attorno all'essere umano e abbiamo detto che è sacrosanto. Alla base di questa idea dell'uguaglianza dei diritti c'è il credo secondo cui tutti possediamo un'essenza umana che oscura differenze manifeste quali il colore della pelle, la bellezza e persino l'intelligenza. Questa essenza, e l'idea che gli individui possiedano dunque un valore intrinseco, è al centro del liberalismo politico. Ma modificare questa essenza è il nucleo del progetto transumanista.

Se cominciamo a trasformarci in qualcosa di superiore, quali diritti rivendicheranno queste creature migliorate e quali diritti possiederanno in confronto a quelli lasciati indietro? Se alcuni vanno avanti, potranno gli altri permettersi di non seguirli? Queste domande sono abbastanza inquietanti all'interno delle società ricche e sviluppate. Aggiungete le implicazioni per i cittadini dei Paesi più poveri del mondo, per i quali le meraviglie della biotecnologia rimarranno probabilmente irraggiungibili, e la minaccia all'idea di uguaglianza diventa ancora più forte. I sostenitori del transumanismo pensano di capire ciò che costituisce un buon essere umano e sono contenti di lasciare indietro gli esseri limitati, mortali, naturali che vedono intorno a sé a favore di qualcosa di migliore.

Ma capiscono veramente i valori umani più importanti? Grazie ai nostri ovvi difetti, noi esseri umani siamo il prodotto miracolosamente complesso di un lungo processo evolutivo, un prodotto la cui interezza è molto più della somma delle nostre parti. Le nostre caratteristiche buone sono intimamente collegate a quelle cattive: se non fossimo violenti e aggressivi, non saremmo in grado di difenderci; se non avessimo sentimenti di esclusività non saremmo leali a coloro che ci sono vicini; se non provassimo mai la gelosia, non proveremmo mai l'amore. Persino la nostra mortalità gioca una funzione critica nel consentire alla nostra specie nel suo insieme di sopravvivere e di adattarsi. Modificare una sola delle nostre caratteristiche- chiave implica la modifica di un insieme complesso e interconnesso di qualità e noi non saremo mai in grado di prevedere il risultato finale. Nessuno sa quali possibilità tecnologiche emergeranno dall'automodificazione umana.

Ma possiamo già vedere la tentazione di una sfida prometeica nel modo in cui prescriviamo farmaci per incidere sul comportamento e la personalità dei nostri figli. Il movimento ambientalista ci ha insegnato l'umiltà e il rispetto per l'integrità della natura non umana. Abbiamo bisogno di una simile umiltà per quanto riguarda la nostra natura umana. Se non la svilupperemo presto, potremmo invitare i transumanisti a deturpare l'umanità con i loro bulldozer genetici e i loro centri commerciali psicotropici.

 

 

 

Intervista al Prof. Francesco Agnoli

Stefano Lorenzetto


Questo ragazzone di 30 anni sembra nato per giocare a basket e frequentare discoteche. Invece sta qui, inginocchiato sul pavimento del salotto, a pronunciare parole gravi: «Ma chi chiacchiera di embrioni lo saprà che a 18 giorni c’è già un cuore pulsante? E che a sei settimane il bambino ha le dita formate? E che tra l’ottava e la dodicesima settimana, quando i medici praticano la cosiddetta riduzione embrionale, cioè uccidono i feti “difettosi” o in sovrappiù, c’è una creatura perfetta di otto centimetri che sente la voce della mamma, si sveglia quando lei si sveglia, s’addormenta quando lei s’addormenta? Com’è possibile stabilire per referendum che è lecito immolare i nascituri sull’altare della ricerca scientifica?». Il professor Francesco Agnoli, docente di storia a Trento, studioso di filosofia della scienza, fondatore del circolo culturale Il Castello, autore di libri politicamente scorrettissimi, a cominciare da una Storia dell’aborto nel mondo che contiene immagini agghiaccianti, preferisce la posizione eretta a quella seduta perché ha mal di schiena. Se ogni tanto si mette in ginocchio, con i gomiti appoggiati al tavolo, è solo per dare requie alla colonna vertebrale. Eppure in quel preciso istante le sue argomentazioni assumono il tono di un’invocazione: «C’è la congiura del silenzio. Nessuno spiega che nella fecondazione artificiale l’ovaio viene gonfiato farmacologicamente fino a raggiungere le dimensioni di un melone. Né che le donne vanno incontro a gestosi, placente previe, malformazioni fetali, gravidanze extrauterine, lesioni vascolari. Né che l’iperstimolazione ovarica può provocare una sindrome pericolosa per la loro stessa vita. Né che vengono sacrificati 92 embrioni su 100. Né che solo il 15% delle coppie ottiene il figlio desiderato. Né che per i bambini nati così esiste il dubbio della comparsa di anomalie tardive, malattie di tipo degenerativo a carico del sistema nervoso e dei muscoli. Non sono io ad affermare tutto questo, bensì il campione della sperimentazione, uno dei maggiori esperti di fisiopatologia della riproduzione umana, il professor Carlo Flamigni, direttore dell’Istituto di clinica ostetrica e ginecologica di Bologna, nel suo libro La procreazione assistita edito dal Mulino».
Si rimette in piedi. «Un famoso ginecologo romano “coltiva” gli spermatozoi umani su tessuti ricavati dai testicoli dei topi e s’è vantato d’aver fatto nascere tre bambini, due a Roma e uno in Sardegna, grazie a questo metodo folle. Stanno costruendo l’homunculus che i discepoli di Paracelso volevano creare sul finire del 1500 alla corte di Rodolfo II d’Asburgo, l’imperatore-alchimista il cui nome è legato alla leggenda del Golem, la creatura senza spirito, l’automa. Persino il diessino Gianni Vattimo, filosofo progressista, s’è sentito in dovere di lanciare l’allarme: “C’è il rischio che degli embrioni si faccia commercio, che si operino manipolazioni illimitate, tali da creare mostri, individui adibiti a deposito di organi per trapianti, schiavi. Potrà apparire scandaloso ma non lo è poi tanto: dell’embrione come tale non ci importa niente”».
Il tono di voce è passato dalla supplica alla requisitoria. Tradizione di famiglia: suo padre, Carlo Alberto Agnoli, è presidente del Tribunale dei minori di Trento, quindi alle prese con i drammi che nascono dal desiderio di paternità ma anche con l’infanzia violata, comprata, venduta; suo zio, Francesco Mario Agnoli, storico delle insorgenze controrivoluzionarie in Italia durante il dominio napoleonico, ha fatto parte del Consiglio superiore della magistratura.
Francesco Agnoli vive a Trento con i genitori. L’anno prossimo porterà all’altare Michela, ingegnere. Ha due fratelli più grandi già sposati e cinque nipoti che lo adorano.


Perché difende gli embrioni, passando per nemico della scienza?
«Seguo le orme di mio padre, che fu tra i promotori della raccolta di firme per il referendum abrogativo della legge sull’aborto».
Lo perse.
«Si fermò al 32%. Colpa delle divisioni dei cattolici: ebbe aiuto solo dal cardinale Albino Luciani. Gli italiani hanno deciso che di aborto bisogna discutere dal punto di vista filosofico. Vietato far sapere che ricercatori svedesi hanno escogitato una tecnica di trapanazione del cranio del feto da vivo fra la 18ª e la 28ª settimana, tecnica poi perfezionata da scienziati statunitensi addirittura fino all’ottavo mese di gestazione, al fine di aspirare con una cannula la substantia nigra del tronco cerebrale per studi di ipotetica efficacia sulle neurodegenerazioni provocate dal morbo di Parkinson. Vietato far vedere le foto degli esperimenti su bambini nati vivi da aborti legali».
Come invece fa lei nel suo libro.
«Pensi che per aver riprodotto quelle immagini di corpicini smembrati e gettati nella spazzatura alcuni giovani sono stati denunciati per oltraggio al comune senso del pudore. E il professor Agostino Sanfratello, docente di filosofia del diritto dall’Università di Teramo, ha subìto addirittura un processo».
Che hanno fatto di male?
«Hanno smascherato il grande inganno. I sostenitori dell’aborto si rifugiano nella filosofia perché non possono mostrare la realtà: crani fracassati con i ferri chirurgici. Ma la filosofia classica è sempre partita dalla realtà. Loro invece partono dall’idea. È il degrado della filosofia moderna. Le utopie sanguinarie del ’900 vengono tutte da lì: prescindono dalla realtà. L’uomo non è più intelligente, da intus legere, non legge dentro la realtà: vuole esserne dominatore e plasmatore al pari di Dio. Fra totalitarismo e biotecnologie non c’è nessuna differenza. Marx che abbatte la famiglia e Hitler che sopprime le etnie fanno proprio questo: rimodellano la realtà esistente senza tenerne conto. Aldous Huxley, figlio del famoso biologo e fratello del premio Nobel della scienza, teorizzava la Fiv, fecondazione artificiale in vitro, già nel ’32».
In che termini?
«La riproduzione umana sarà soggetta a un controllo centralizzato; avverrà da ovuli conservati artificialmente e fecondati in vitro, quindi la nascita sarà anonima e plurigemina, fino a 96 gemelli identici da un solo uovo; la famiglia diverrà un istituto superfluo; agendo sul processo di ossigenazione del cervello durante lo sviluppo dell’embrione, si creeranno a tavolino caste di uomini superiori, dotati fisicamente e intellettualmente, e caste di uomini inferiori da adibire ai lavori più ingrati».
Pensa davvero che si sia imboccata questa strada?
«I più sono convinti che dalla Fiv nascano figli sani, belli, biondi. Non è così. Anzi nell’80-85% dei casi non nasce proprio nulla. È L’Unità a parlare di “calvario” per chi vi si sottopone, “con l’angoscia di fallire di nuovo e con le tensioni che nascono nella coppia, il senso di frustrazione e di sconfitta”. Ogni Fiv costa sui 4.000 euro. Ci sono donne che vi fanno ricorso 13-14 volte».
Un giro d’affari enorme.
«È il motivo per cui si sono accantonati gli studi sulla sterilità e s’è puntato tutto sulla Fiv, eseguita quasi unicamente in cliniche private. La donna, stimolata a produrre non uno ma dieci ovuli per volta, rischia - è Flamigni a scriverlo nel suo libro - parti prematuri, gravidanze multiple, bimbi nati piccoli, parti cesarei, con una mortalità perinatale del 20% circa. Lo stesso professore avverte che “sembra giusticato il timore di un aumento delle malformazioni fetali e dell’incidenza di anomalie dei cromosomi sessuali”. Nel ’98 in Scozia è uscito dalla provetta un bebè che aveva gli organi sessuali sia maschili che femminili, un ermafrodito».
In Scozia, non a Bologna.
«Guardi, il professor Flamigni ha fatto nascere 34 bimbi mediante crioconservazione dei gameti femminili. Dopodiché ha scritto: “Per uscire dalla fase sperimentale è necessario dare, ai 34 già nati, almeno altri 200 fratelli. Solo così riusciremo a sapere se il congelamento degli ovociti è realmente innocuo e potremo sostituirlo al congelamento degli embrioni”».
In pratica vuol creare 234 persone a rischio allo scopo di capirne di più.
«Si possono usare le donne e i bimbi come cavie? Me lo dica lei. E poi all’embrione in vitro manca il colloquio crociato, cioè quel complesso di segnali chimici con cui il corpo della madre lo riconosce. Ne consegue un’alta probabilità di aborti, con tutto ciò che questa tragedia comporta di per sé in una donna e a maggior ragione in una donna già in crisi, stressata da pratiche mediche invasive».
La legge 40 approvata dal Parlamento, che radicali e sinistra vorrebbero cancellare, mette al riparo dalla sperimentazione selvaggia.
«La legge 40 vieta la fecondazione eterologa con ovuli o sperma di donatori, la clonazione, la sperimentazione sugli embrioni, gli uteri in affitto, le mamme-nonne, la fecondazione post mortem con seme congelato che farebbe nascere bimbi già orfani di padre. E impedisce l’accesso alla Fiv da parte di single e omosessuali. Ma sarebbe stato preferibile se deputati e senatori avessero votato una legge di un solo articolo».
Quale?
«“È vietata la fecondazione artificiale in quanto sperimentazione su donne, bambini, embrioni”. Il centrodestra, che ha fatto questa legge, è il primo a non avere il coraggio di difenderla».
Perché la legge 40 non sta bene alle opposizioni?
«La cultura radicale e di sinistra è contro l’uomo».
Ma se Pannella è il paladino dei diritti umani.
«Quella dei radicali è la perversione della libertà. L’aspetto più grottesco è che oggi vogliono la Fiv a tutti i costi per far nascere i figli in provetta, mentre appena ieri, attraverso il Cisa, Centro informazione sterilizzazione aborto, praticavano la soppressione di embrioni e feti con una specie di pompa per bicicletta nella clinica fiorentina del compiacente dottor Giorgio Conciani, sostenitore dell’eutanasia, radiato dall’Ordine dei medici per istigazione al suicidio, che coerentemente pose fini ai suoi giorni impiccandosi a una trave in cantina. E qual è una delle cause di sterilità che il professor Flamigni cita più volte nel suo libro? Pagina 10: “Il diffuso ricorso all’aborto volontario e l’uso di anticoncezionali endouterini”. Siamo al paradosso assoluto».
S’arriverà al referendum?
«Sì».
Lei e suoi amici lo perderete?
«Non possiamo vincerlo perché i mezzi d’informazione ci sono preclusi. Abbiamo un’unica possibilità: sperare che le persone di buon senso si astengano, non vadano a votare, facendo così mancare il quorum. Coloro che si battono per farla abrogare, la legge 40 non l’hanno nemmeno letta, posso garantirglielo. Si limitano a ripetere slogan insulsi, del tipo: “È contro le donne, è contro la ricerca scientifica”. Ma neppure fra i parlamentari ho trovato gente informata sul problema, tanto che a molti di loro mi sono sentito in dovere di consegnare una relazione tecnica compilata dal mio consulente, il medico Luca Poli, un ex radicale. Ho partecipato in Veneto a un dibattito televisivo con Pietrangelo Pettenò, consigliere regionale di Rifondazione comunista. Finita la diretta, dietro le quinte gli ho chiesto a quattrocchi: “Ma tu sai che cosa dice la legge 40?”. E lui: “Ma no, io ho tre figli...”. Mauro Bondi, segretario provinciale dei Ds a Trento, è arrivato a scrivere sull’Adige che raccoglie firme per il referendum affinché venga consentita la ricerca scientifica che potrebbe salvare un ragazzo di Cagliari in radioterapia per un tumore».
Non è così?
«Illudono i malati. Affermano che 10-12 milioni di pazienti afflitti dalle più diverse patologie - cancro, sclerosi, Parkinson, Alzheimer, diabete - guariranno come per incanto grazie alla ricerca sugli embrioni. Una colossale impostura. Vogliono la crioconservazione degli embrioni per poi lavorarci sopra. Pretendono che gli siano consegnati quelli già congelati e che nessuno reclama per farci i loro esperimenti. Ma il professor Angelo Vescovi, massimo esperto di cellule staminali adulte, avverte che le cellule embrionali hanno una potenzialità cancerogena. E Vescovi è un ateo».
Sarebbe diverso se fosse credente?
«Di questi argomenti l’episcopato non parla, tranne rare eccezioni. È l’inverno della Chiesa. San Pio X temeva più l’indifferenza dei buoni che la malvagità dei cattivi».
Da storico sa dirmi a quando risalgono le prime fecondazioni artificiali?
«Alla storia della magia. L’aspirazione a impossessarsi della natura in senso prometeico, cambiandole i connotati, diventa forte dopo il Medioevo, con Marsilio Ficino, Giovan Battista Dalla Porta, Paracelso. Dalla Porta, per esempio, si dedica alla sperimentazione genetica sui cavalli. Alla corte di Rodolfo II, imperatore a Praga, i seguaci di Paracelso fanno putrefare il seme maschile nel ventre equino col demenziale proposito di veder “nascere un vero e vivo fanciullo umano”. Il sovrano, probabilmente pazzo per una tara genetica, si circonda di feti mostruosi conservati sotto vetro, s’interessa di uomini pesce e bambini rettili, incita la sua accolita di stregoni a pastrocchiare con gelatine, corna di bue, veleno di rospi. L’opus magnum di questi maghi è rappresentato da un bambino dentro l’alambicco. Ci siamo arrivati».
Che cosa pensa della coppia bianca uscita dal Policlinico di Modena con due gemelli di colore perché in una pipetta non lavata erano rimasti gli spermatozoi di un nordafricano?
«Siamo venuti a sapere di quest’ultimo incidente solo perché i neonati erano neri. La fecondazione eterologa, vietata dalla legge, può essere comodamente eseguita di nascosto. Le lesbiche si procurano lo sperma nelle banche del seme e si fanno i figli in casa da sole col kit di autoinseminazione artificiale, come ha orgogliosamente rivelato Titti De Simone, fondatrice di Arcilesbica e parlamentare di Rifondazione comunista».
Un far west.
«Esattamente quello lasciato dai signori della prima Repubblica fino all’approvazione della legge 40, se si eccettua una circolare dell’85 firmata da Costante Degan, ministro dc della Sanità, che s’appellava genericamente alla deontologia della classe medica. Qualcuno mi deve spiegare perché nell’avanzatissima Svezia la fecondazione eterologa non si fa quasi più».
Provi a spiegarlo lei.
«L’eterologa postula la crioconservazione di ovuli, seme, embrioni, ma nessuno può dire quale sia il tempo massimo consentito. La rivista Human reproduction, pubblicata dalla Oxford University, ha citato un esperimento con sperma congelato 21 anni fa. Stanno testando la data di scadenza sulle donne, sulla vita».
La frutta fresca congelata in estate fa schifo già a Natale.
«Infatti su 100 embrioni tirati fuori dall’azoto liquido, 30 risultano morti. È evidente che anche gli altri 70 saranno in parte deteriorati, ma l’ineffabile Flamigni non è in grado di quantificare: “Alcuni mostrano di avere almeno una cellula danneggiata”. Pagina 81. Però lui li impianta ugualmente. Che cosa nascerà da embrioni danneggiati trasferiti in utero? Al difensore della procreazione assistita interessa ben poco: avendo compiuto 71 anni, ha confessato candidamente che non arriverà “a vedere come andrà a finire”».
Quali conseguenze si possono ipotizzare sulla psiche di un bimbo che apprende d’essere venuto al mondo in laboratorio?
«Il professor Carlo Bellieni, docente di terapia neonatale all’Università di Siena, parla di “sindrome del sopravvissuto”».
Vale a dire?
«Quando il bambino viene a sapere che per farlo nascere a tutti i costi sono stati sacrificati un tot di embrioni soprannumerari e un tot di suoi fratelli gemelli, sviluppa o un forte senso di colpa, del tipo “altri sono morti per lasciar vivere me”, o un delirio di onnipotenza, “io ce l’ho fatta perché sono indistruttibile”».
Ma degli embrioni già congelati e inutilizzati lei che farebbe?
«Non so, non ho studiato il problema. Forse è meglio lasciarli morire. Non so che dire, veramente. Dipendesse dai radicali e dai verdi, dovrebbero essere impiegati per esperimenti. Negli Usa e in Cina hanno già creato l’embrione coniglio e l’embrione mucca. Nell’ex Jugoslavia hanno tentato di fecondare le scimmie con seme umano. Per fortuna la legge 40 vieta espressamente “ibridi e chimere”. Cioè mostri. I verdi hanno questa straordinaria sensibilità: sono contro i pomodori Ogm però si battono per i figli geneticamente modificati».
Un bimbo è guarito dalla talassemia grazie a un trapianto di cellule staminali donate dai suoi fratelli gemelli. Bisognava lasciarlo malato, condannato per tutta la vita a trasfusioni di sangue ogni 15 giorni?
«La diagnosi preimpianto è vietata in Italia. I medici di Pavia hanno dovuto fare l’esame del Dna su 12 ovuli fecondati in vitro in Turchia. Solo tre, giudicati sani e compatibili, sono stati impiantati nell’utero della madre e due hanno attecchito. Gli altri nove li hanno soppressi. Il fatto che da un’azione cattiva nasca qualcosa di buono non la rende moralmente accettabile. Il male non può essere ammesso per legge. Se nel ’600 i chirurghi avessero fatto le autopsie sui vivi, anziché sui morti, di sicuro gli studi di anatomia sarebbero progrediti molto più velocemente, consentendo di salvare milioni di vite. Stiamo correndo verso l’eugenetica propugnata dal dottor Joseph Mengele, l’angelo sterminatore di Auschwitz».
Vuol fermare la ricerca?
«Ma insomma: ammesso e non concesso che la sperimentazione sugli embrioni portasse a qualche risultato, diverrebbe lecito ucciderli prima che diventino uomini al solo scopo di prolungare la vita di altri uomini?».
Non bisogna porre limiti alla conoscenza, ribattono i positivisti.
«A loro ha già risposto André Frossard, accademico di Francia, figlio del primo segretario del partito comunista francese, nel suo saggio Il diavolo forse, quando ricordava che l’irresponsabilità è un inalienabile privilegio della condizione scientifica e che nessuno degli alchimisti di Los Alamos, artigiani della morte istantanea, perse il sonno per Hiroshima e Nagasaki: fu un aviatore a entrare nei trappisti dopo aver sganciato la bomba atomica. Coloro che gliel’avevano fornita non lo accompagnarono neppure fino alla porta del convento. Concludeva Frossard: “Il giorno in cui, e vi dico che non tarderà molto, i vostri biologi avranno trovato il modo di cambiare la natura umana agendo sulle sue cellule iniziali, essi se ne serviranno, statene certi, anche se dovessero in un primo momento popolare la terra di fenomeni da baraccone”».
Ma ai genitori sterili che cercano disperatamente di avere un figlio, lei che cosa si sente di dire?
«A un malato di cancro che cosa ci si sente di dire? Un figlio è un dono, non un diritto».


 

 


Paladina dell’aborto fa causa agli Usa per abolire l’aborto

Silvia Kramar
  da New York

Il 22 gennaio del 1973 la Corte suprema americana aveva pronunciato la sentenza a favore una giovane donna incinta. Sostenuta da un nugolo di ambiziosi avvocati, Jane Roe (uno pseudonimo) aveva fatto causa a un giudice texano per legalizzare l’aborto. La sua battaglia era arrivata fino a Washington, e il caso «Roe versus Wade» aveva trasformato la storia sociale e politica americana, legalizzando l’interruzione di gravidanza.

Trent’anni fa Jane Roe era stata tenuta nascosta ai media, che inutilmente avevano cercato di scoprire chi si nascondesse dietro lo pseudonimo con cui una donna sola aveva osato sfidare le più alte sfere governative. Oggi, invece, uscirà allo scoperto con il suo vero nome: Norma McCorvey. Tornerà alla Corte suprema, ancora seguita da un nugolo di avvocati e dal carosello dei media, per cambiare di nuovo la storia.

La nuova mozione, «McCorvey versus Hill», adesso vuole far vietare l’aborto, elencandone tutti gli aspetti negativi ignorati trent’anni fa. L’annuncio verrà dato due giorni prima dell’inaugurazione del secondo quadriennio di un’amministrazione repubblicana che, su questo tema difficile, ha scelto un basso profilo, ma che non potrà ignorare l’appello di questa signora dalle idee ben chiare.

«Da quell’infelice giorno del 1973, 45 milioni di famiglie americane sono state toccate dall’aborto», ci ha detto Norma McCorvey. «Le conseguenze psicologiche, per le donne, sono sempre devastanti, e poi di questa pratica, in America, ancora si muore», ha proseguito questa donna sulla sessantina dal vivace accento texano, capelli rossissimi e un sorriso da nonna.

«Oggi sappiamo molto di più sulle interruzioni di gravidanza. Il mondo cambia, cambiamo anche noi e mettiamo fine a questo straziante olocausto nazionale», dichiara. «Io sono cambiata profondamente: ho trovato Dio, che mi ha regalato il dono della fede». Dopo una vita devastata da droghe, alcol e vizi, l’8 agosto del 1995 Norma McCorvey si è fatta battezzare immergendosi in una piscina texana; è diventata anche lei, come milioni di americani, una cristiana rinata. C’erano i fotografi e le televisioni, c’erano i picchetti dei «pro choice» (favorevoli all’autodecisione della madre), che l’hanno definita una traditrice.

«Ma è ora che si sappia veramente la mia storia», spiega la McCorvey con una nota di sarcasmo. «Sono un personaggio scomodo, lo so, ma lo sono sempre stata». Nel 1973 «Jane Roe» non aveva abortito: mentre la sua avvocatessa, Sarah Weddington, portava avanti la battaglia legale, lei aveva messo al mondo una bimba e l’aveva data in adozione. Simbolo per oltre trent’anni di tutte le speranze femministe, fiore all’occhiello del Partito democratico, regina del movimento «pro choice», aveva cercato di interrompere la maternità, ma alla sua legale serviva una donna gravida. «Se avessi avuto un aborto fuorilegge, come aveva fatto in Messico la mia avvocatessa Sarah, sarebbe tutto finito nel nulla. Avevano bisogno della gravidanza per portare avanti la mozione».

«Jane Roe» era solo una ragazza spaventata, con un passato difficile. «La nonna si era guadagnata da vivere facendo la prostituta; poi, invecchiando, leggendo i tarocchi. Mia madre era cattolica, il papà era un testimone di Geova che riparava televisori. Io sono una mezzo sangue Cherokee e Cajun, non ho mai finito le scuole medie. Ho vissuto per trent’anni da alcolizzata, fra droga e rapporti omosessuali».

Ha avuto tre figlie e sono state tutte adottate. «Mentre aspettavo la prima, mio marito mi ha picchiata a sangue, accusandomi di essere incinta di un altro. Poi la mamma me l’ha portata via quando le ho confessato di essere lesbica». La seconda volta, quando si è svegliata in sala operatoria, la neonata era sparita. «E la terza l’infermiera, per sbaglio, ha aperto la porta con in braccio la mia piccola. Quando se ne è accorta ha richiuso di scatto, ma l’avevo già vista. Quella bambina mi aveva spinto a cambiare la storia».

Quasi per caso: appena aveva scoperto di essere in stato interessante, la McCorvey si era recata a Dallas da un avvocato che si occupava di adozioni, e questi l’aveva messa in contatto con Sarah Weddington, il legale che avrebbe preparato la mozione per la Corte suprema.

«Credevo che volesse far legalizzare l’aborto nel Texas», ha spiegato la McCorvey. «Invece mi trasformò in “Jane Roe”. Una volta inserito il mio nome sulla mozione non ebbe più bisogno di me: Sarah mi promise di rimanermi vicina, di farsi viva quando sarebbe nata la piccola, invece mi abbandonò».

Scoprì che «Roe vs. Wade» era stato approvato leggendo i giornali. Erano passati anni. «Chiamai Connie, la mia compagna, e le dissi: “Sai, sono io Jane Roe”. Scoppiò a ridere ma qualcosa nel mio silenzio la convinse».

«Jane Roe» era un personaggio scomodo per il movimento femminista, che ormai aveva preso in mano le redini dell’aborto: «Ero ignorante, bestemmiavo, non mi sapevo vestire, non potevo appartenere al mondo delle giovani laureate di Vassar e di Harvard, che durante una marcia per l’aborto, a Washington, mi tennero nascosta tra la folla. Scandivano il nome di “Jane Roe” ma preferivano restassi nella retroguardia».

Nel 1989 fu scoperta da un’avvocatessa californiana, Gloria Allred, che la portò a vivere in California e fece di lei una star dei media. «La rete televisiva Nbc girò una miniserie sulla mia storia con l’attrice Holly Hunter. Sarah Weddington ebbe un contratto di consulente, io non vidi un centesimo».

Passò da un’intervista all’altra: era l’eroina del movimento per la libertà di scelta, e una notte qualcuno cercò di ucciderla. «Mi svegliai di soprassalto mentre qualcuno su un camion crivellava di colpi la casa. Connie e io ci terrorizzammo ma il movimento pro choice aveva ancora bisogno di me». Quando David Souter fu nominato alla Corte suprema venne invitata a parlare accanto ai grossi nomi del movimento femminista: Kate Michelman, Faye Wattleton, Eleanor Smeal. «Fu quest’ultima che, a cena, mi rimproverò di aver messo i gomiti sul tavolo. “Non è da lady”, disse. Al che risposi: “Ma non siamo femministe? E ci preoccupiamo di fare le lady?”. Il senatore Jeseph Biden mi chiese chi fossi. Risposi che ero Norma McCorvey, cioè Jane Roe. La famosa Jane Roe. “Anche se le altre credono di esserlo, in realtà sono io”. Biden rimase a guardarmi con gli occhi spalancati, ma ero stanca di sentirmi dire che il movimento aveva scelto male. Certo non avevo le loro lauree e la loro classe, ma diventai così scomoda che nel 1993 non fui neanche invitata alla Casa Bianca dal presidente Clinton, per i festeggiamenti del ventennale di “Roe vs. Wade”».

Per anni la McCorvey è vissuta di piccoli espedienti con la compagna, Connie, finché non le fu offerto di aprire una clinica per gli aborti col nome di “Jane Roe”. «Accettai, ma era una bugia: in cambio di sei dollari l’ora divenni la segretaria, la tuttofare: prendevo appuntamenti, spiegavo alle clienti che non era un bambino ma solo “una mestruazione mancata”.

Spesso mentivamo sulla durata della gravidanza perché oltre le dieci settimane le pazienti dovevano pagare il doppio. Poi quando andavo nella cella frigorifera e vedevo i pezzi, le gambe e le teste dei feti conficcati a quattro o cinque in una giara, tornavo a casa e mi ubriacavo».

Il 31 marzo del 1995 i «pro life» di Operation Rescue affittarono l’ufficio accanto alla clinica di Dallas, e la sua vita diventò un inferno «Marciavano davanti alle mie finestre con slogan come “L’aborto ferma un cuore che batte”, “L’aborto è l’olocausto americano”, «È un figlio non una scelta”: la corazza cominciò a sgretolarsi. Nella clinica c’era un medico, Arnie, che faceva gli interventi a piedi scalzi. Fino al 1997 le nostre cliniche erano meno regolate del laboratorio di un veterinario. Da noi si poteva fumare anche in sala operatoria. Ero io a tenere la mano delle donne. Quando piangevano dicevo solo: “Tesoro, è logico che tu pianga, ti abbiamo dato una potente iniezione di Valium”».

Facevano aborti anche nel secondo trimestre di gravidanza. Un giorno una ragazza alzò la testa, vide il piedino del bimbo e si mise a urlare. «Dovetti dirle che si sbagliava, ma mentre stava pagando mi puntò gli occhi arrossati in faccia: “Lo sa benissimo cos’ho visto. Mi avevate detto che non era ancora un bimbo”. Non ce la facevo più».

Un giorno un volontario del movimento per la vita le urlò per strada: «Norma, ma hai mai avuto un aborto?». «Entrai in sala operatoria, mi stesi sul lettino, misi le gambe sui cavalletti. Mi immedesimai nelle migliaia di ragazze che vi passavano ogni mese. Scoppiai a piangere. Mi trascinai fino a casa e chiamai il pusher, volevo della coca. “Norma, hai detto che volevi smettere”, mi disse. “Non te la vendo più”. Feci amicizia coi miei “vicini” del movimento per la vita: erano sereni, dedicati, vivevano per i precetti del cristianesimo».

C’era una donna, Ronda Mackey, che lavorava per Operation Rescue: erano su fronti opposti ma divennero amiche. Aveva una figlia, Elisabeth, di sette anni. «La invitai a giocare nel mio ufficio, in clinica. Lei mi chiese di andare con loro in chiesa. Durante una Messa caddi in ginocchio e chiesi perdono a Dio per tutto quello che avevo fatto».

Norma McCorvey adesso tornerà nel carosello dei media per convincere gli americani che l’aborto è omicidio. Visto il momento politico e la grande evangelizzazione di molti Stati, una possibilità esiste. Lei vive solo per quello.

«Una delle confessioni che devo fare è che nel 1973 ho mentito, dichiarando di essere rimasta incinta dopo essere stata violentata da una banda. Sarah Weddington ci basò buona parte della mozione, sapendo che gli americani sarebbero certo stati a favore dell’interruzione di gravidanza per una donna stuprata. Ma non era vero. Avevo mentito. La legge che ha ucciso milioni di vite era nata da una bugia».


 


Bugie staminali

di Angelo L. Vescovi

Angelo L. Vescovi è uno dei più importanti studiosi del mondo nel campo delle cellule staminali. Pronuncierà questo intervento il 31 gennaio all’Accademia dei Lincei al convegno sui “problemi e le prospettive della procreazione assistita” organizzato dall’Isle.

Una delle ragioni alla base dello scontro sulla legge che regolamenta la produzione di embrioni umani riguarda la possibilità di utilizzarli al fine di isolare cellule staminali embrionali pluripotenti. Essendo queste cellule in grado di produrre qualunque tipo di cellula matura dei tessuti del nostro organismo, esiste la possibilità che le cellule staminali embrionali possano essere utilizzate per lo sviluppo di numerose terapie rigenerative ad oggi incurabili, quali il diabete, il morbo di Alzheimer eccetera. Questa tesi è sicuramente logica e sostenibile fintanto che si accetti il fatto che si sta parlando di prospettive future e non di terapie già esistenti o in rapido divenire, e che si sta parlando di una delle numerose vie percorribili.

Purtroppo, il messaggio che incautamente viene trasmesso al grande pubblico e al legislatore è di ben altra natura e diametralmente opposto a quello che la realtà dei fatti ci propone.

Ci viene infatti spesso spiegato il contrario del vero, e cioè che le cellule staminali embrionali rappresentano se non l’unica (concetto che comunque in molti propongono), sicuramente la via migliore per lo sviluppo di terapie cellulari salvavita. Si allude spesso, nemmeno troppo velatamente, al fatto che le terapie a base di cellule staminali embrionali sarebbero addirittura già disponibili.

Non posso mancare di notare come un tale approccio è totalmente infondato e pone il cittadino, presto chiamato a decidere sulla validità della legge sulla fecondazione assistita, di fronte ad un dubbio dilaniante: lasciare morire milioni di persone o permettere l’uso degli embrioni umani per generare cellule salvavita? Ovviamente, in un contesto simile la natura dell’embrione umano viene stravolta, negata e banalizzata fino a renderlo un semplice “grumo di cellule”, qualcosa di sacrificabile ignorando gli enormi problemi etici che questo sacrificio solleva.

In realtà il sacrificio non è per nulla necessario.

Non ci sono terapie “embrionali”

A dispetto di un oggettivo, significativo potenziale terapeutico, non esistono terapie, nemmeno sperimentali, che implichino l’impiego di cellule staminali embrionali. Non è attualmente possibile prevedere se e quando questo diverrà possibile, data la scarsa conoscenza dei meccanismi che regolano l’attività di queste cellule, che ci impediscono di produrre le cellule mature necessarie per i trapianti, e data la intrinseca tendenza delle staminali embrionali a produrre tumori.

Secondo, ma non meno importante, esistono numerose terapie salvavita che rappresentano realtà cliniche importanti, quali le cure per la leucemia, le grandi lesioni ossee, le grandi ustioni, il trapianto di cornea. Tutte queste si basano sull’utilizzo di cellule staminali adulte. Inoltre, sono in fase di avvio nuove sperimentazioni sul paziente che implicano l’utilizzo di cellule staminali cerebrali umane.

Terzo, le terapie cellulari per le malattie degenerative non si basano solo sul trapianto di cellule prodotte in laboratorio. Esistono tecniche altrettanto promettenti basate sull’attivazione delle cellule staminali nella loro sede di residenza. Saranno quindi le cellule del paziente stesso che si occuperanno di curare la malattia, una volta stimolate con opportuni farmaci. Ovviamente, trattandosi delle cellule staminali del paziente stesso, i problemi di rigetto che, ricordiamolo, possono esistere col trapianto di staminali sia embrionali che adulte, in questo caso non sussistono.

Quarto: la produzione di cellule staminali embrionali può avvenire senza passare attraverso la produzione di embrioni. Sono infatti in corso studi grazie ai quali è possibile deprogrammare le cellule adulte fino a renderle uguali alle staminali embrionali senza mai produrre embrioni. Si tratta di una procedura che ha la stessa probabilità di funzionare della clonazione umana, ma scevra da problemi etici e che produce cellule al riparo da rischi di rigetto.

Da quanto descritto sopra, emerge molto chiaramente la seguente conclusione: il dibattito riguardante la legge sulla fecondazione assistita deve avvenire in assenza delle pressioni emotive e psicologiche che, artatamente, vengono fatte scaturire dalla supposta inderogabile necessità di utilizzare gli embrioni umani per produrre cellule staminali embrionali che rappresenterebbero l’unica o la migliore via per la guarigione di molte malattie terribili e incurabili.

Questa affermazione è incauta non solo perché fondata su concetti facilmente questionabili ma anche in relazione all’esistenza di linee di ricerca, di sviluppo e di cure almeno altrettanto valide, molto più vicine alla messa in opera nella clinica corrente e prive di controindicazioni etiche. Il dibattito sulla legge deve quindi incentrarsi sugli aspetti relativi alla dignità dell’embrione e al suo riconoscimento come vita umana a tutti gli effetti.

In questo contesto, mi permetto di concludere che, nella mia scala di valori di laico e agnostico, il diritto alla vita dell’embrione precede inequivocabilmente il diritto alla procreazione.


 

 

 

Il tropico del dolore

Antonio Socci

Ci angoscia da giorni il pianto straziato di tutte quelle madri. Quante vittime innocenti: ogni giorno migliaia in più. Certo, da noi c'è anche chi riesce a dispiacersi per il fatto di aver perso una vacanza prenotata e la caparra (dimenticando di averla scampata). Ma tanti sono sinceramente addolorati. Fanno la telefonata al numero verde per "regalare un euro" a quei poveracci e anche di più. Molti pregano. Tuttavia sappiamo qual è la legge ferrea dei media. Fra due o tre settimane questa sciagura non sarà più in prima pagina e neanche nei titoli dei tiggì.

Se non fosse per quel centinaio di italiani ancora introvabili, forse - diciamoci la verità - avremmo già una gran voglia di "distrarci". Lo si vede su giornali e tiggì: pian piano la normalità riguadagna spazio e anche le fatuità (che in tv, peraltro, non hanno mai perso la scena). Fanno capolino gli oroscopi per il 2005, il menù del cenone e si dibatte della telenovela fra Mastella e Prodi: fra un po' tornerà pure la Lecciso. Sono pronti a milioni a passare dalle immagini delle isole della tragedia alla nuova edizione dell' "Isola dei famosi".

E' anche ovvio che si volti pagina. E' così che si sopravvive alla condizione umana. La strage verrà prima o poi archiviata sotto la voce "Cataclismi asiatici". Com'è accaduto alle 200 mila vittime del Delta del Gange (nel novembre del 1970), di cui ci ha parlato splendidamente Mario Cervi, e al terremoto che esattamente un anno fa, lo stesso giorno del maremoto (il 26 dicembre 2003) ha raso al suolo la città storica di Bam, in Iran, facendo 20 mila morti (a proposito: chi si ricorda più di questi fatti?).

L'uomo non può sopportare troppo dolore, né troppa realtà. Ha bisogno di fuggire nella rassicurante banalità e nei lustrini dell'illusione con nani e ballerine. Ieri Giuliano Ferrara mi ha scritto che "senza routine e senza Mastella, non percepiremmo l'eccezione" che sarebbe "il tragico". Ma proprio qui sta l'abbaglio, caro Giuliano. Tu pensi davvero che noi viviamo nella "Penisola dei famosi", cioè in una normalità, occidentale e benestante, dove il tragico è "l'eccezione"?

Certo, viviamo benone a confronto del resto del mondo ed è pazzesco che lo dimentichiamo così spesso. Ma davvero pensiamo che "il tragico" sia il cataclisma che ogni tanto si abbatte da qualche parte? Non stiamo dimenticando qualcosa? La nostra vita dov'è? Io penso che il tragico sia la sorte quotidiana degli esseri umani, ogni giorno della storia, dalla notte dei tempi, per tutti: occidentali compresi. E penso che ciò che corrode l'Occidente, quello che tu, amico Ferrara, chiami nichilismo, sia innanzitutto una cultura che censura questa condizione di mendicanti che tutti, anche noi occidentali, viviamo. Esagero? Mi sbaglio? Può darsi.

Ma penso ai 100 mila poveretti la cui sorte in questi giorni ci addolora e poi rifletto su un'altra cifra: ogni anno ben 17 milioni di persone muoiono nel mondo per le "normalissime" e silenziose malattie cardiovascolari (solo in Italia le vittime sono 242 mila all'anno e in Europa 4 milioni). Un mare di morti che non vediamo, morti - per così dire - di routine, in linde camere di ospedale (conosciamo quanto dolore e quanta solitudine vi si respirano?). Potremmo aggiungere i 9 milioni di esseri umani spazzati via ogni anno dal cancro. E' la normale ecatombe con cui conviviamo senza pensarci (salvo quando ci tocca personalmente, magari in una persona amata).

Anche oggi è in corso questa tragedia, anche se la scienza ha fatto "grandi conquiste" (l'Oms prevede che il numero di vittime per le malattie cardiovascolari addirittura s'incrementerà di 250 mila all'anno fino al 2020). Certo è già tantissimo avere a disposizione le cure della medicina moderna (tanta parte dell'umanità, purtroppo, non ne dispone), ma alla fine, a ben vedere, effimera resta la vita e dolorosa è la sorte umana. Si dirà che c'è una bella differenza fra un'onda anomala e quelle patologie. Ma perché?

In entrambi i casi grida la spaventosa fragilità della nostra condizione e la forza travolgente e cieca della natura: sia nella sua maestosa potenza devastatrice (basta un sussulto dell'oceano per sommergere tante minuscole creature), sia nei suoi incontrollabili meccanismi microscopici (basta un nonnulla che ostruisca le nostre arterie ed egualmente a milioni veniamo sopraffatti ogni anno).

La differenza sta solo nel fatto che l'onda anomala va in mondovisione e così pure le sue vittime, tutte insieme. Ma allora questa tragedia non ci sconvolge perché è "l'eccezione", ma perché è visibile e ci apre gli occhi sulla normalità della morte quotidiana che non vogliamo mai vedere, che censuriamo. Ogni giorno vengono al mondo nuove creature e una miriade di esseri umani viene spazzata via. E' un batter d'occhio, la vita umana. Dice la Sacra Scrittura che la stirpe degli uomini è "come l'erba che germoglia al mattino:/ al mattino fiorisce, germoglia,/ alla sera è falciata e dissecca". Ma tutto questo c'induce alla saggezza? C'è nel mondo una sorgente di saggezza, quella che Thomas S. Eliot nei suoi "Cori da La Rocca " chiamava " la Straniera ", ed è lei che ammonisce: "Ricordati che sei polvere e polvere tornerai".

Un pensiero attribuito al grande Leonardo - che aveva una percezione terribile dell'uomo e della sua miseria - recita amaramente: "Gli uomini nascono e vivono senza rendersi conto o interrogarsi sulla vita, di loro spesso restano solo cessi pieni". Un giudizio sferzante. Forse troppo. Al tramonto di un anno dovremmo lasciar spazio piuttosto alla pietà. Siamo poveracci, dovremmo aver compassione gli uni degli altri. Come nella "Ginestra" leopardiana. D'altra parte non è necessaria la brutale forza del vulcano, basta la nostra debolezza. Nel 1999 sono morte nel mondo 3 milioni di persone per cause dirette o indirette dovute al banalissimo fumo: un morto ogni dieci secondi (fra il 1950 e il 2000 circa 62 milioni di persone sono decedute per questo). Si calcola che nel 2025 i morti a "causa del fumo" saranno 10 milioni all'anno: uno ogni tre secondi. Quando si dice la banalità del male.

Basta così poco. Siamo veramente effimeri. A metà fra durezza della natura e gravi responsabilità umane sta un'altra ecatombe quotidiana di cui fatichiamo ad accorgerci: secondo l'Oms circa 10 milioni di morti ogni anno per fame e povertà, 6 milioni dei quali sono bambini sotto i cinque anni. Gran parte dei quali si potrebbe salvare con pochissimo. Sì, perché spesso anziché soccorrerci noi cooperiamo con la crudeltà della natura e la superiamo in ferocia.

Proprio in quell'Asia oggi flagellata dal disastro naturale, per la precisione nella Cina di Mao, in un paio di anni, dal 1959 al 1960, furono fatte morire di fame 30 milioni di persone, perlopiù contadini, a causa delle follie del regime. E in Indocina - specialmente nella Cambogia dei Khmer rossi - negli anni Settanta se ne massacrarono altri milioni, a volte a colpi di piccone sul cranio, sempre per deliri ideologici. E - per stare alla zona del disastro - come dimenticare il genocidio di Timor est e la strage per fame in corso in Corea del Nord? Par di vedere il tremendo Novecento dell'Europa dei genocidi. Non solo la natura, ma anche la storia - come diceva Hegel - è un'orrida macelleria.

La tragicità non è l'eccezione. Siamo tutti naufraghi. E il Cristianesimo, il mio amico Giuliano lo sa bene, non è uno spunto per imbastire belle polemiche culturali e dividersi fra neocon e nichilisti. E' la salvezza, il trionfo sulla morte. Oppure è un imbroglio.

Antonio Socci

 

 

 

Il dossettismo ignora la libertà, primo “dogma” del cristiano

 Intervista a Turi Vasile (tratto da Quaderni Radicali 53-54 del gennaio-aprile 1997)

Cattolici e politica: un binomio quanto mai decisivo nella storia del nostro paese. Attorno ad esso hanno ruotato e continuano a ruotare tattiche e strategie dei principali schieramenti. Il paradosso è che, nella rabberciata scenografia bipolare italiana, i cattolici non rappresentano uno dei due poli ma permeano tanto l’uno che l’altro.

Qualcuno se ne meraviglia e tuttavia, a ben guardare, lo stupore è ingiustificato se solo si rifletta a come le direttrici essenziali del percorso storico-politico italiano siano state tracciate già nel Medioevo; e non siano mutate poi molto nel corso dei secoli. Col predominio del guelfismo sul ghibellinismo si insataurò infatti una dialettica insana nel confronto tra i poteri, laddove poté esercitarsi l’influenza tutta temporale di un’autorità che disponeva di una legittimazione superiore a ogni altra.

Chiusa la parentesi del non expedit di Pio x, sin dall’epoca pre-fascista i cattolici hanno occupato una posizione centrale anche nel giovane Stato unitario. Il loro ingresso da protagonisti sulla scena è segnato dal Patto Gentiloni dell’ottobre 1913, con il quale prese avvio quella collaborazione coi laici che ha rappresentato una delle costanti e, a un tempo, la principale anomalia della politica italiana, consistente nella presenza di un soggetto politico in grado di spendere sul piano del confronto con gli altri la preziosa moneta della “salvezza dell’anima”. Anomalia che si insiste a coltivare e che, a parer nostro, mantiene invece intatti i suoi contorni di ambiguità.

Ambigua in fondo risulta pure la definizione di “cattolico liberale”, a indicare un raggruppamento che, nella stessa accoppiata terminologica, già contiene in sé le ragioni di un equivoco irrisolto. Equivoco che perdura, come perdurano gli effetti di quel Patto che determinò una sorta di tutela sui governi, assicurando sì loro l’appoggio elettorale dei cattolici ma condizionandone irrimediabil­mente l’operato. Proprio con la proposta di Vincenzo Ottorino Gentiloni, scrive Leonardo Sciascia in 1912+1,

 

si apriva il lungo tempo - che arriva fino a noi, che è da credere andrà oltre la nostra vita - delle transazioni, delle conciliazioni, degli accordi... Il patto Gentiloni. I patti lateranensi. L’articolo 7 dei patti lateranensi votato dalla Costituente repubblicana. L’unità o solidarietà nazionale di ieri, con Moro immolato su quell’altare. A modo di apologo mi affiora il ricordo della sola volta che ho visto e ascoltato Giorgio La Pira. A Messina, alla grande mostra di Antonello, trentatré anni fa [1953 ndr]... La Pira raccontava del consiglio comunale di Firenze, del Parlamento, di quel che voleva, di quel che a volte riusciva ad ottenere. L’accordo. “Si deve essere d’accordo” ripeteva. Tutti d’accordo. Muoveva le piccole mani come a modellarlo materialmente, l’accordo: docile e dolcissimo impasto. Ne avevo un senso quasi di vertigine: e me ne ritraevo, come da una finestra aperta sul vuoto, guardando i quadri di Antonello, che non mi pareva d’accordo. Luminosi e freddi come diamante tutti; e quei ritratti che sogguardavano di scetticismo, d’ironia... (cfr. in Opere 1984-1989, Bompiani, p. 269).

 

In questa ricerca dell’accordo ha le sue radici la prassi consociativa, che di per sé potrebbe anche sembrare innocua e ovvia. Chi non condivide l’idea che la politica si basi sui compromessi e sulla capacità dei suoi protagonisti di contemperare le varie esigenze? A non apparire innocuo nella frase di La Pira citata da Sciascia è il verbo: “si deve essere d’accordo”. In nome di quel “dovere” si pregiudica il resto (e che resto, perfino la vita!), innescando una spirale senza fine davvero vertiginosa e devastante al pari di certo machiavellismo di maniera tanto caro ai totalitaristi di ogni bandiera.

Sarebbe bene non trascurare come la corrispondenza - ideale e materiale - tra certi cattolici e i comunisti si sia fissata nel secondo dopoguerra per l’appunto sulla disponibilità a subordinare la politica a questo tipo di imperativi. Ad avvicinarli, prima ancora che le contingenze, ha contribuito la comunanza di una placenta che, al suo interno, coltivava in definitiva una sincera repulsione per l’individualità e le sue prerogative. All’individuo entrambi contrappongono qualcosa di più ampio (la comunità, la società, lo Stato-partito) e, in nome di ciò, pronti entrambi a limitarne il grado di autonomia e responsabilità.

Dal lato del cattolicesimo, uno dei più convinti promotori dell’abbraccio col Pci fu certamente Giuseppe Dossetti che, proprio alla vigilia della morte, ha avuto modo di veder compiersi il suo disegno. Lo conferma Miriam Mafai in un editoriale scritto in occasione della sua scomparsa per «La Repubblica» (16 dicembre), dove si legge: “Nel pensiero di Dossetti ci sono molti elementi che troviamo nel bagaglio politico dello schieramento che ha vinto il 21 aprile, formato dall’incontro tra post-comunisti e post-democristiani”. Che nell’Ulivo possa riconoscersi in qualche modo la meta che Dossetti perseguiva è del resto comprovato dalla presenza, in qualità di leader della coalizione, di Romano Prodi.

Prodi, già presidente dell’Iri, oltre a essere stato un discepolo del dossettismo, meglio di ogni altro ne incarna la  doppia matrice. “Infatti - come ricorda Fabrizio Cicchitto in un articolo de «Il Foglio» del 20 dicembre - esistono ‘due’ Dossetti, non come ambiguità, ma come complessità di una storia”. Una storia che vede sì Dossetti riservare a se stesso l’isolamento monacale e il distacco dello studioso, ma che - d’altro canto - non gli impedisce di predisporre una irreversibile conquista della Dc da parte dei suoi “amici”. È cosa nota che la corrente di Iniziativa democratica guidata da Amintore Fanfani fu il frutto della progettazione dossettiana. Una volta assicuratosi il controllo del partito, Fanfani - scrive Cicchitto - si adoperò quindi “per costruire, attraverso le partecipazioni statali, l’Iri, l’Eni, la Cassa del Mezzogiorno, gli enti di bonifica, un capillare sistema di potere che rendesse la Dc autonoma dalla Confindustria”. Ciò ha garantito una solidità finanziaria della Dc, contraltare di quella del Pci derivante soprattutto dai “trasferimenti” di rubli dal Pcus. Gli altri partiti hanno ricercato, in modo generalizzato, sostegni economici in grado di bilanciare una competizione altrimenti squilibrata. La strada fu aperta allora, non va dimenticato.

Con questi precedenti, diventa quindi difficile immaginare un rapporto tra laici e cattolici che non degeneri soltanto in una spartizione, al di là delle buone intenzioni di chi ne fa magari oggetto di epigrafi e motti di intento per riviste. Di qui anche lo scetticismo sia verso quanti ripropongono ancora una volta politiche all’insegna di un condominio di centro, sia per coloro che celebrano la vocazione “sociale” del cattolicesimo come fattore unificante rispetto alla sinistra di estrazione marxista. 

Da parte dei radicali non si è comunque rinunciato a trovare motivi e occasioni di avvicinamento alla sensibilità cattolica. Operazione quanto mai ardua, se si pensa agli ostacoli rappresentati dai macigni del divorzio e dell’aborto, che hanno indubbiamente scavato un solco profondo, forse però sopravvalutato. Essa ha tuttavia potuto realizzarsi laddove ha prevalso non tanto un opportunistico accostamento di gruppi, ma l’incontro fra persone dai valori condivisi. È il caso della frequentazione che «QR» ha da tempo con Turi Vasile, interpellato di seguito proprio sul tema dei rapporti fra cattolici e politica.

Avendolo di fronte, col suo sguardo azzurro che trasmette vivacità e freschezza a dispetto dei capelli bianchi, ci si rende conto che appartiene al novero di quei cattolici nient’affatto integralisti (né tanto meno di sagrestia) che al centro della loro spiritualità collocano la libertà: dono divino che esalta l’uomo come tale e che va tutelato da qualsiasi minaccia massificante. Sia questa risultato della sottomissione a ideologie materialiste o della rinuncia da parte della Chiesa a contrastarle. È appunto nella sacralità attribuita all’individuo, autonomo e responsabile, che si registra la sintonia con le istanze proprie dei libertari. Qui l’armonia è completa.

L’intervista ha offerto, a chi scrive, una ragione in più di soddisfazione. Nelle risposte gli è stato infatti possibile riconoscere, adornato dall’eloquio del­l’intervistato, il contenuto di conversazioni con persone care. Ed anche per questo è grato a Turi Vasile.

 

* * *

 

Spesso hai dichiarato di non sapere di politica e che, quando te ne occupi, lo fai da dilettante. Però, ai tempi delle elezioni del ’48, il tuo impegno non poteva certo definirsi dilettantesco: vogliamo provare a rievocare quel periodo?

In verità, nel ’48, la mia non fu una militanza politica. Tant’è che dopo le elezioni quell’esperienza non ebbe alcun seguito, benché non fossero mancate attrattive anche piuttosto lusinghiere. In effetti mi si poteva aprire davanti la carriera politica, ma evitai accuratamente di intraprendere quella strada e lo feci per una volontà e una scelta ben ponderate. Né ho mai avuto a pentirmene, perché ritengo che la politica prima o poi finisca inevitabilmente per costringere un uomo a troppi compromessi con se stesso.

Allora io obbedii a una chiamata, a una missione: era il momento in cui il nostro paese poteva essere travolto dal pericolo comunista e mi trovai al fianco di un uomo straordinario, Luigi Gedda. Lo affiancavo sia come capo ufficio stampa dell’Unione degli uomini cattolici e sia come capo dell’ufficio psicologico dei Comitati civici. Comitati che in tre mesi riuscirono a organizzarsi in modo capillare e a dare un contributo decisivo nella lotta anti-comunista. Gedda è stato un grandissimo organizzatore, aveva un carisma eccezionale e noi lo seguimmo con questo preciso intento. Due erano, infatti, le direttrici della nostra propaganda: l’anti-astensionismo e l’anti-comunismo. Che poi quest’ultimo abbia favorito la Democrazia cristiana è un fatto puramente incidentale e non credo di rivelare niente di straordinario dicendo che i rapporti tra Gedda e De Gasperi erano assolutamente gelidi.

Rispetto alla volontà politica del partito, non c’era affatto un rapporto subalterno, né tanto meno di sudditanza. La distinzione era anzi nettissima, come altrettanto netta era la posizione che assumemmo al momento della competizione elettorale. Da un lato temevamo l’astensionismo e, dall’altro, giudicavamo quanto di più deleterio potesse accadere l’eventuale vittoria del Fronte popolare egemonizzato dai comunisti, specie nel momento delicato che vivevamo dopo il disastro della guerra.

Da dove scaturiva una convinzione così forte e sentita?

Lavorando nell’ufficio psicologico, da Gedda che si era consultato con Pio xii e con il sostituto alla Segreteria di Stato che all’epoca era Montini, avevo avuto notizie raccapriccianti circa la situazione dei paesi del comunismo reale. Si trattava di documenti di prima mano che provenivano dalle cosiddette chiese del silenzio, le chiese del martirio. Dalla loro traduzione, risultato dell’attento lavoro di un nostro consulente espertissimo nelle lingue slave, conoscemmo le tragiche condizioni in cui versavano le popolazioni dei paesi dominati dal comunismo.

Quella fu la base, non dico del nostro sentimento di ribellione verso un pericolo che minacciava a valanga l’Italia, quanto contro i soprusi e le violenze in sé che annichilivano del tutto la persona umana: com’era possibile immaginare che un regime capace di efferatezze simili, solo col cambio del fuso orario, assumesse caratteri accettabili? Noi denunciammo tutte queste atrocità e le denunciammo al limite dell’incredibilità. Erano talmente feroci le notizie di cui disponevamo da rendersi disgraziatamente incredibili. Dovemmo attendere il 20° Congresso del Pcus per avere non solo conferma di ogni cosa, ma addirittura un quadro ancor più sconvolgente di quello da noi rappresentato otto anni prima.

Allora il nostro anti-comunismo venne invece dichiarato viscerale per cui la Dc ci presentava come i parenti poveri, di cui vergognarsi. Per anni la Dc ha operato un’emarginazione che ha colpito noi “intellettuali cattolici”. Emarginati due volte: dai comunisti, per ovvie ragioni, e dai democristiani che avevano dato in appalto tutti i problemi della cultura alla sinistra intenti com’erano a occuparsi delle banche... 

L’anti-comunismo non trovava perciò motivazione solo in fattori politici e sociali, ma in ragioni più profonde...

Certo. Non era mica dovuto alla paura dei sovietici. Nient’affatto. E d’altro canto, la stessa Azione Cattolica - alla quale facevamo riferimento - era sorta per promuovere un tipo nuovo di militante cattolico, proveniente dal mondo contadino o dai ceti medio bassi, che nulla aveva a che vedere coi notabili clericali di un tempo. Non si trattava, insomma, di difendere uno status sociale o patrimoniale. No, a confronto erano piuttosto due modi opposti di concepire l’uomo. Da un lato avevamo l’appiattimento materialistico che aveva in odio l’individuo e, dall’altro, l’esaltazione della persona che è tale solo in quanto libera di scegliere.

Nel ’48, papa Pacelli lanciò la scomunica nei confronti dei comunisti. Eppure, e non da oggi, il comunismo è spesso percepito quasi come una variante del messaggio evangelico da molti che si dicono cattolici. Come mai?

I primi segni di questa tendenza c’erano già nel ’48: teorico di un cattolicesimo attratto dal comunismo fu ad esempio Franco Rodano. Già nell’immediato dopoguerra, quindi, andava insinuandosi quello che poi avremmo chiamato il dossettismo, tutto proteso verso un’azione politica che intervenga sulla società. Al contrario, noi dell’Azione Cattolica miravamo a cambiare l’uomo, convinti com’eravamo che l’uomo buono crea una società buona. È con questo spirito che ci impegnammo nella battaglia politica del ’48: una volta assicurata la vittoria dell’anti-comunismo considerammo portato a termine il nostro compito e ciascuno si dedicò alla propria professione. Lasciavamo con la speranza che tutto quello che avevamo fatto fruttificasse.

Invece non vi è stata alcuna possibilità di seguito, perché anche nell’Azione Cattolica si è fatta strada questa sorta di attrazione fatale per un’ideologia che non ha nulla a che fare coi princìpi cristiani. Il fenomeno avvalora una mia desolante constatazione: la rivoluzione cristiana, dopo duemila anni o non è cominciata o ha dato soltanto consapevolezza e coscienza puramente teorica, senza mai incarnarsi nella storia come avrebbe dovuto.

Forse la Chiesa è un’altra, forse è solo quella dei primissimi cristiani. In un certo senso una battuta d’arresto al cristianesimo la diede già Costantino. A lui si deve se i cattolici si inserirono nella realtà storica seguendo i binari del potere temporale dei papi. Del processo di secolarizzazione subìto dalla Chiesa fa parte in fondo lo stesso monachesimo che caratterizzò tanta parte del Medioevo: contrariamente a quel che si pensa, infatti, l’asceta, il monaco era molto più incarnato nella storia di quello che sembrava non esserlo. Il che vale anche per una figura di sant’uomo come Dossetti... 

Perché? 

Voglio raccontare un episodio. Quando, il 15 dicembre scorso, Dossetti è morto ho telefonato a un amico, ex dirigente dell’Azione cattolica dei miei tempi, il quale mi ha detto queste testuali parole: Dio gli perdoni. Allora, ho chiesto: che cosa gli deve perdonare? È un uomo santo, un uomo che con le buone intenzioni ha cercato di creare un progresso della società cristiana... E l’amico mi ha risposto: per quanto riguarda le virtù teologali ha certamente assolto alla fede e alla carità.

Ho riflettuto su queste parole, e cioè sulla terza virtù che era stata lasciata da parte: la speranza. Dossetti ha sicuramente esercitato la carità, così come non possono certo esprimersi dubbi circa la sua fede. Sulla speranza, tuttavia, agisce il pesante condizionamento di una concezione pragmatistica, fondata su un eccesso di ottimismo che è proprio ciò che lo distanzia da come io sento il cristianesimo. Proprio il suo ottimismo, l’ottimismo che il Regno dei Cieli possa realizzarsi sulla terra segna un baratro, un abisso incolmabile fra Dossetti e il pessimismo cristiano, tipico del comune sentire di molti come me. Anche se pessimismo forse oggi non rende come dovrebbe il suo contenuto, contraddistinto da una certa forma di disincanto rispetto alle più immediate occorrenze della vita e che, per l’appunto, si alimenta di speranza. Nel senso, cioè, che questo pessimismo è alla fine l’unico davvero vincente, in quanto proiettato verso un ottimismo definitivo.

Per me il cristiano,  quello vero della Rivoluzione cristiana, crede infatti che il Regno dei Cieli possa realizzarsi solo in cielo ma lavora come se esso debba venire domani. Questo è l’impegno che ha sempre caratterizzato la vita dei tanti che si riconoscevano nell’Azione Cattolica dell’immediato dopoguerra.

Al contrario, Dossetti era immerso in un ottimismo storico...

 Paradossalmente, dunque, si potrebbe dire che Dossetti trascuri la visione trascendente...

 Sì, perché ogni prospettiva è affidata alla città degli uomini, anziché a quella di Dio. Con quali risultati lo vediamo: l’ottimismo dossettiano crede di potersi realizzare attraverso una filosofia puramente materialista e concede così credito a ideologie che hanno prodotto nel mondo orrori inenarrabili e che ancora continuano a moltiplicarsi. Oggi abbiamo al governo gli epigoni di Dossetti, i cosiddetti catto-comunisti, i quali non hanno però il suo spessore culturale, né hanno la sua carità incomparabile. Tuttavia così subiscono questa specie di retorica attrazione dando luogo a quello che davvero definirei un regime: siamo circondati da una politica di oppressione. Se riuscirà a superare il punto morto in cui si trova, dovuto alla sua incapacità, ho la sensazione che durerà a lungo.

Per una strana contraddizione - ma le contraddizioni purtroppo sono e il sale e la maledizione dell’uomo - il monaco Dossetti ha influito, attraverso la prassi dei politici suoi seguaci, su quello che era l’atteggiamento dei cattolici, finendo per favorire l’adorazione del vitello d’oro. Pur partendo da posizioni di apparente ascesi, ha determinato un processo politico puramente materialistico: lo ha indirettamente incoraggiato.

 Cosicché ogni attenzione, come dicevi, si è concentrata sulle banche... Ecco, ma al di là dei risvolti immediatamente politici, nell’ambito della Chiesa stessa è manifesta la ricerca ad ogni costo di rapportarsi con la realtà circostante: che ne pensi? Come reagisci alle messe con la chitarra?

 Non ho alcuna difficoltà a dire che sono contrario a questa Chiesa che ha paura dei suoi dogmi. Nel momento in cui perfino la scienza mira a dimostrare che l’uomo non discende dalla scimmia, ma addirittura il contrario e va quindi demolendosi scientificamente il mito di Darwin, la Chiesa mostra d’essere indulgente con chi parla di una discendenza dell’uomo dalla scimmia.

C’è un desiderio smodato di accattivarsi l’opinione pubblica, mentre a mio avviso la religione va considerata come una strada stretta, così come del resto ne parla il Vangelo. Si rincorre invece ogni tipo di facilitazione, anche per l’assolvimento dei precetti più insignificanti e banali: che vanno dalla cancellazione delle giornate di penitenza alle comunioni senza digiuno. Tutte facilitazioni che, secondo me, rappresentano un’attenuazione di quello che dovrebbe essere il rigore religioso. In definitiva, non ci resta altro che questo: principi gratuiti, che non hanno nessuna finalizzazione se non quella di essere una sofferenza dello Spirito. La cosa mi immalinconisce molto e mi pare che questa compiacenza sia colpevole...

Rimpiangi la tradizione?

No, la mia non è una nostalgia soltanto tradizionalistica. Anche se qualche volta può capitare anche a me di ricordare con rammarico la celebrazione di una messa in latino. Ma non è questo, non sono affatto un laudator temporis acti: sono il primo a non credere che il passato sia stato perfetto... Il fatto è che ora sento mancare lo spirito di sacrificio. La verità è che la concezione cristiana non comporta un percorso facile e il suo traguardo è sempre più in là di quel che si creda... 

Mi sembra di capire che, secondo te, rispetto alla pratica odierna della comunità dei credenti gli insegnamenti impartiti nell’Azione Cattolica di un tempo si collochino su un piano ben diverso. Vorresti dire cosa li caratterizzava?

Avevamo l’illusione - forse assurda, utopistica ma secondo me solo l’utopia è degna di essere considerata - di cambiare l’uomo. Fatto che, di per sé, presenta anche un pericolo perché potrebbe significare violentarlo. A tal fine si possono, infatti, utilizzare i metodi della costrizione, mentre il nostro obiettivo era di cambiarlo rispettandolo. Cambiare l’uomo attraverso la persuasione: in ciò consisteva l’apostolato.

Un altro aspetto importante era la gioia che pervadeva ogni momento esistenziale: servire il Signore in letizia, questo era per noi uno degli slogan ricorrenti. E in effetti c’era una gioia che ora non ritrovo più, nonostante le chitarre. Un’esplosione di gioia...

Fondamentale era poi il senso del peccato, di cui si è persa traccia nella società dei nostri giorni. Il senso del peccato altro non significava che affidare all’uomo la responsabilità individuale della sua salvezza e della sua perdizione. Senza assoggettarlo a quello che è venuto fuori dalla cultura psicanalitica e dai complessi, che deresponsabilizza l’uomo e lo consegna a fattori a lui estranei. I complessi sono sempre dovuti a fatti ambientali, genetici o familiari. L’individuo è stato così totalmente deresponsabilizzato e la Chiesa, a poco a poco, attraverso un’indulgenza eccessiva, ha favorito questo andazzo...

Il peccato è quanto di più drammatico l’uomo possa vivere, ma è anche il segno della sua libertà, della sua assoluta libertà. Proprio Gedda ha lavorato molto in questo senso, visto che da un punto di vista scientifico è uno dei più importanti rappresentanti dell’approfondimento delle teorie di Mendel. Studiando i casi dei gemelli, è riuscito a dimostrare che i condizionamenti durano sino a un certo punto: oltre si erge l’assoluta libertà dell’individuo.

Altro che conservatorismo o reazione: il cattolicesimo per me è la religione della libertà. Dice il Vangelo: non sarai mai tentato al di sopra delle tue forze. Ed è una cosa stupenda, perché se fossimo tentati al di sopra delle nostre forze potremmo essere annientati o salvati indipendentemente dalle nostre scelte. Il Vangelo dice che siamo in grado di fare una lotta alla pari con l’angelo e con il demonio. Possiamo cioè non essere assoggettati a giustificazioni continue, che limitano l’importanza della dignità della persona umana.

Il cristianesimo come religione della persona, in contrapposizione con l’annichilimento determinato dalle ideologie totalizzanti, mi pare tuttavia che vada sempre più sfumando. E sia sostituito da concezioni dedite più che altro a un’azione terrena. Concezioni, a dire il vero, contrastanti con il messaggio pastorale che proviene da Woytila. Come mai questo dissidio quasi mai emerge chiaramente?

Esiste sempre una grande paura di perdere consenso. Inoltre, non va mai dimenticato che la Chiesa resiste da duemila anni ed è sorretta da una forza che ci sfugge. Nella sua storia non sono mancati certo i tempi bui, ma ciononostante sopravvive.

E sopravvive anche lo spirito che l’Azione Cattolica di un tempo cercava di alimentare, sebbene forse sia poco visibile. Io che mi sento arrivato all’ultimo capitolo della mia vita tanto afflitto, dopo aver percorso longitudinalmente i tre quarti di questo secolo feroce, devo dire che mi sembra stia venendo fuori una gioventù in grado di recuperare antichi princìpi e questo mi riempie di speranza. È una sensazione che mi proviene dai contatti occasionali durante le presentazioni dei miei libri in alcune scuole: nei licei vedo dei ragazzi, dai 15 ai 18 anni, i quali - completamente strappati all’influsso del ’68 - vivono in questo momento una crisi benefica, di recupero dei valori che credevamo perduti.

 Sono valori che hanno difficoltà ad esprimersi nell’attuale contesto. Senza contare che, su un piano più direttamente legato alla cronaca, si registra sovente l’intervento di esponenti cattolici che propalano ovunque (dai giornali ai varietà televisivi) indicazioni di comportamento che si potrebbero perfino ritenere svianti rispetto a quelli evangelici. Come giudichi, ad esempio, l’enfasi data al perdono pubblico - direi meglio alla sua retorica - o al pentitismo in quanto tale, svincolato da ogni riparazione?

 Il problema che hai sollevato è forse uno dei fenomeni più vergognosi dei nostri giorni.Devo dire che la televisione - e lo dice uno che da sempre è assertore della televisione come una necessità e un progresso nell’espressione e nel linguaggio degli uomini - ha amplificato la tentazione dell’esibizionista. Sacerdoti o laici che siano, sempre più spesso ci imbattiamo in pseudo-predicatori o moralisti preoccupati più di carezzare secondo il pelo gli astanti, che non di dire parole sagge e sincere.

È vero che oggi prevale una retorica del perdono: al contrario, il perdono dovrebbe essere una sofferenza dello Spirito. Gratuita e silenziosa, essa appartiene all’intimità. Jacinto Benavente (1866-1954), drammaturgo spagnolo, premio Nobel 1922 della letteratura, diceva che il perdono - così come oggi viene esercitato - presuppone invece un po’ d’oblio, un po’ di disprezzo e molta convenienza. È questo l’inquinamento col quale dobbiamo fare i conti. E che ciò abbia influito sulla natura profonda dell’idea stessa di perdono è dimostrato dal fatto che si è sentito il bisogno di coniare un neologismo orrendo per indicare questo tipo di atteggiamento: perdonismo.

Ancor peggiore è il pentitismo. Il pentimento è il risultato di una sofferenza silenziosa, interiore; mentre oggi è praticato in senso doppiamente utilitaristico. Da un lato per ottenere impunità e vantaggi, dall’altro per compiacere la tesi degli accusatori, i quali hanno bisogno di raffronti essendo incapaci di procurarseli attraverso mezzi propri, cioè appropriati. La giustizia, infatti, ha abdicato al tentativo di arrivare alla verità, in favore della trama, perversa e abbietta, intessuta dai cosiddetti pentiti.

Più volte mi è sorto il sospetto - ma non credo sia solo il sospetto dello spirito loico tante volte attribuito ai siciliani - che essi facciano cadere nella loro rete i giudici. Questi ultimi sarebbero così delle marionette nelle loro mani e vagherebbero all’interno di una realtà virtuale costruita ad arte.

Tempo fa, mi è capitato di citare a «Forum» un’impressionante testimonianza di Giovanni Falcone, oggi compianto da tutti ma quand’era in vita contraddetto e osteggiato tant’è che fu costretto a difendersi davanti al Csm dalle accuse mossegli da Leoluca Orlando. Ebbene, Falcone raccomandava di non fidarsi dei pentiti se non dopo riscontri rigorosi e implacabili e riportava una scena che a molti forse parve quasi insignificante, ma che per me è sintomatica di una situazione raccapricciante. Parlava di due pentiti che avevano ammesso un omicidio e che, durante un interrogatorio a confronto, raccontando la scena dell’omicidio, uno disse: “e a quel punto io sparai”. E l’altro: “no, guarda che sparai io”; “Ah, già è vero sparasti tu”. Una rappresentazione degna del Pirandello più angoscioso che possa esserci.

 Hai citato Leoluca Orlando, che forse è uno dei prodotti più emblematici dell’influenza esercitata da certi settori della gerarchia cattolica sulla politica e sulla società italiana. I suoi maestri spirituali hanno contaminato la stessa logica, oltre che disatteso - almeno per quel che ne può capire una persona come me aliena dai sofismi - precetti elementari del cristianesimo. Mi riferisco alla famigerata asserzione sul “sospetto anticamera della verità”, nonché alle tante pietre scagliate in nome di un’anti-mafia parolaia che, proprio con le parole, ha provocato vittime incolpevoli come il maresciallo dei CC Lombardo...

Non viene allora da domandarsi se alla disgregazione morale, tanto spesso denunciata dalla Chiesa, non abbiano contribuito più taluni atteggiamenti manifestatisi in ambito cattolico che non il divorzio o il tanto deprecato laicismo?

 È una domanda che tocca un punto nevralgico e che mi spinge su un terreno pericoloso, specie se considero che siamo su una rivista come «Quaderni Radicali». Personalmente penso che quando chi è nella Chiesa abdica al suo ruolo, contribuisce in qualche misura a incancrenire il tessuto dei rapporti umani e sociali. E, come ho detto prima, non è bene che il messaggio cristiano sia piegato alle convenienze materiali o alle necessità di un proselitismo fine a se stesso.

Quanto a Leoluca Orlando, che ritengo essere il risultato peggiore del gesuitismo, verrà giorno che dovrà rendere conto dei danni irreversibili procurati dalla sua filosofia del sospetto. Fra l’altro essa è già punita dal catechismo, dove è rubricata come “giudizio temerario”. 

Per quanto riguarda più in generale il processo di secolarizzazione, i cattolici vi si sono confrontati nel 1981 e da quel confronto sono usciti perdenti. Intendo riferirmi al referendum sull’aborto, durante il quale noi cattolici ci siamo contati e abbiamo visto che eravamo in minoranza (32%): eravamo una minoranza che non aveva nemmeno la speranza di essere avvantaggiata dal fatto di esserlo. Eravamo degli anti-conformisti ritenuti conformisti, che è la peggiore delle posizioni.

A rifletterci, ciò è estremamente rivelatore di quello che è stato il nostro travaglio: al contrario della minoranza dei cattolici inglesi che è riconosciuta come tale, a noi capitava di essere considerati maggioranza nel paese. E, forse, in parte era anche vero, solo che di quella “maggioranza” molti, la gran parte assumeva del cristianesimo soltanto ciò che le era più comodo.

Luigi O. Rintallo

 

 

 

 

 Nascite d'artificio
Francesco Agnoli

La fecondazione artificiale, per comune ammissione, porta con sé circa l’85 per cento degli insuccessi, il 50 per cento di tagli cesarei, un’alta mortalità embrionale, il 22 per cento di aborti spontanei, il 5 per cento di gravidanze tubariche, il 27 per cento di gravidanze multiple (con relative morti o malformazioni), il 29 per cento di parti pre-termine, il 36 per cento di nati con basso peso, rischi di anomalie genetiche o malattie degenerative, oltre a una preoccupante mortalità e morbilità neonatale (Serra e Flamigni).

Decine di storie raccontate sui giornali testimoniano la verità di queste conclusioni, alle quali sarebbe possibile giungere con il semplice ragionamento, analizzando le tecniche della fecondazione in vitro (Fiv). Anzitutto, i gameti femminili (oociti) sono prodotti in alto numero, non per via naturale, ma con iperstimolazione ovarica, utilizzando "una vasta gamma di farmaci" (Flamigni), in particolare ormoni. Ne consegue, oltre ai danni per la donna, che già il 40-50 per cento degli oociti così ottenuti abbiano il cariotipo (patrimonio cromosomico) alterato. Il seme maschile non può essere usato così come è, e va quindi "purificato" (centrifugazioni). Gli oociti vengono poi (molto spesso) sottoposti a manipolazioni invasive che consentano allo spermatozoo di penetrare: Pdz (parziale dissezione della membrana pellucida dell’oocita, tramite laser o sostanze chimiche); Suzi (iniezione dello spermatozoo sotto la zona pellucida); Icsi (iniezione dello spermatozoo tramite siringa).

Cosa significa tutto ciò? Significa che le membrane dell’oocita avrebbero il compito, in natura, di selezionare, tra milioni, lo spermatozoo più vitale, migliore, più sano, facendo penetrare solo lui ed escludendo gli altri; invece con tali tecniche, essendo la mobilità e la sanità dello spermatozoo scarsa, se ne determina dall’esterno la penetrazione, ferendo la membrana ed eliminandone la funzione naturale di barriera. Con l’Icsi, inoltre, vi è un intervento ancora più intrusivo, perché uno spermatozoo a caso, non selezionato (non è possibile farlo), probabile portatore di anomalie cromosomiche, viene iniettato con un microago nell’ovulo, compiendo un’operazione traumatica di cui non si conoscono ancora gli effetti, eccetto i più intuibili: "Il rischio che i bambini siano sterili come il padre" (Testart); il rischio "di malattie degenerative riguardanti il sistema nervoso o i muscoli" (Flamigni).

Il "colloquio" ormonale con la madre

I gameti vengono poi deposti nella provetta, mezzo di coltura che ha il compito di riprodurre la tuba: il problema è che si tratta di una riproduzione tanto incerta da variare col variare dei medici e degli anni (Flamigni), accusata di "provocare un cambiamento nell’espressione dei geni". Per questo molti embrioni coltivati in vitro muoiono precocemente. Nei mezzi di coltura inoltre "il metabolismo dell’embrione e il suo sviluppo risultano notevolmente rallentati" (Carbone). Salta, infine, il cosiddetto "colloquio crociato", il continuo scambio di messaggi ormonali con cui l’embrione e la mamma comunicano tra loro, e attraverso cui avviene la produzione da ambedue le parti di proteine necessarie al regolare sviluppo dell’embrione fino all’impianto. A questo punto gli embrioni sopravvissuti, se non necessitano di un’ulteriore manipolazione (con annesse controindicazioni) che faciliti l’annidamento, possono essere impiantati in utero (avendo saltato il naturale passaggio in tuba). Occorre però più di un embrione, per avere qualche possibilità di successo. Perché? Lo abbiamo visto: oociti con cariotipo alterato, seme maschile non selezionato dalla natura, manipolazioni invasive, colloquio crociato assente, mucosa dell’endometrio uterino che non ha potuto svilupparsi in sincronia con l’embrione, metabolismo rallentato… Sintetizzando: la "ridotta vitalità dell’embrione e la scarsa recettività dell’utero" (Carbone) determineranno, spesso, il non attecchimento, aborti spontanei, mortalità perinatale e neonatale, sviluppo anomalo. Nel 15 per cento circa dei casi nascerà un bambino, quasi un "sopravvissuto": con quali conseguenze fisiche e psicologiche? Alle difficoltà elencate, si aggiungano una serie di variabili, quali gli eventuali errori del medico nel dosaggio degli ormoni, nel tempo scelto per il prelievo degli oociti, nelle manipolazioni, nell’evitare sbalzi di temperatura nella fase di transfer degli embrioni… Va infine ricordato che la crioconservazione degli embrioni aggiungerebbe ulteriori fattori di rischio, in quanto nella fase di scongelamento circa il 30 per cento muore, mentre i rimanenti, destinati all’impianto, presentano, come è ovvio, perdita di vitalità e cellule danneggiate (fonti: G.M. Carbone, "La fecondazione extracor-porea", Esd; C. Flamigni, "La procreazione assistita", Il Mulino; A. Serra, "L’uomo-embrione", Cantagalli).


 


L'inno alla vita di un amico, Nunzio Salemi, recentemente scomparso, in un articolo che venne pubblicato all'indomani della sua guarigione dalla leucemia

A Nunzio Salemi, il giovane musicista di Montagnareale colpito dalla leucemia e guarito, abbiamo chiesto di raccontare la drammatica vicenda che ha vissuto.
È una testimonianza che fa riflettere.

Raccontare quello che mi è successo da un anno a questa parte, parlarne, scriverne, non è una cosa tanto semplice, perché non credo che la parola, da sola, possa esprimere quello che veramente vorrei.
Spesso sento dire, dopo un qualsiasi discorso, “avrei potuto dire di più”. Anch’io, ogni volta che mi chiedono di raccontare la mia esperienza, finisco col dire “volevo dire di più”. Ma quel di più è dentro un cassetto che non riesco ad aprire solo con la chiave della parola. Forse perché sono siciliano e come tale rientro in quella descrizione che diede di noi Goethe al rientro dal suo viaggio in Sicilia: quando gli chiesero come parlano i popoli di quell’isola al centro del Mediterraneo, lui rispose “more angeli”: secondo l’uso degli angeli, senza utilizzare la parola, solo con gli occhi e con i gesti. Sento che dovrei suonare, dipingere e danzare la mia esperienza per non dover dire “avrei potuto dire di più”.
Quello che più si è impresso nella mia memoria è stato l’amore, l’affetto degli altri. Non mi stancherò mai di ripeterlo. Nei primi giorni di ricovero, quando temevo di morire, pensavo continuamente a quello che avevo fatto fino ad allora, ma soprattutto a quello che non avevo mai fatto. Sentivo come un vuoto che avrei dovuto riempire già da tempo. Solo adesso mi rendo conto che erano gli altri a mancarmi.
A Bologna, dove frequento il Dams musica, conducevo una vita da studente. Pensavo a laurearmi: biblioteche, concerti, libri, lezioni, esami. “CORRERE”: ecco!
Questa, forse più di ogni altra parola può dare il senso, verso il lavoro, verso tutto. E quando mi sono ritrovato in un reparto d’ospedale, ho visto un muro enorme posto davanti al mio correre. Non pensavo a quello che potevo avere, anche perché la diagnosi definitiva della malattia avvenne al terzo giorno di ricovero. Pensavo che quel sabato pomeriggio avevo degli appuntamenti, dovevo suonare, poi c’era la domenica e tutti gli altri giorni inseriti nel vortice del mio correre.
Il primo mese di ricovero l’ho trascorso così: pensando a quando correvo.
Dalla mia finestra vedevo gli altri che correvano. Cercavo di capire il senso di quel correre, mio e degli altri. Mi ero bruscamente accorto di quanto sia sottile il filo che ci tiene in vita, e quel correre non era servito a farmi sentire soddisfatto di quello che avevo fatto.
E pensare a quante cose si possono fare senza quella frenetica corsa.
Un giorno di sole è bello non perché posso sbrigare meglio certe faccende, no! Un giorno di sole è bello, come un giorno di pioggia, perché sono vivo mentre li guardo. Ma ormai ero chiuso in una serra. Mi sentivo come una pianta che doveva stare al riparo dalle intemperie del mondo esterno e, con me, tutti quelli che erano dentro quel reparto. Nessuno di noi poteva dire come sarebbe andata a finire e la paura di non farcela era il pensiero costante che avevamo ma che, apparentemente, non comunicavamo agli altri.
Eravamo tutti in attesa. Aspettavamo i medici, il pranzo, la visita dei parenti, le medicazioni. Si aspettava la notte per dormire. Era un continuo aspettare qualsiasi cosa. In una realtà tanto diversa mi era difficile trovare qualcosa per sentirmi vivo e utile.
Però, una notte in cui il mio compagno di stanza, piangendo, mi confessò tutte le sue angosce, io trovai il modo di sentirmi utile come non mai in vita mia: in quella realtà fatta di paure e sofferenza, io riuscii a farlo sorridere. Mi sentivo al settimo cielo. Stare li dentro non fu più una sofferenza. Provavo gioia ogni volta che riuscivo a far sorridere un ammalato.
Mai come allora mi fu chiaro il senso di quello che avrei dovuto fare prima della malattia, e che non avevo mai fatto: vedere gli altri, sentirli.
Quel vortice che era stato fino ad allora lamia vita, mi aveva impedito di capire quanto fossero importanti. E quando Fabio, al telefono, mi disse che avrebbe organizzato un concerto per me a Milazzo, ho sentito dentro di me quella forza che pensavo avere perso per sempre. Le lettere, le telefonate, un altro concerto a Montagnareale, uno al Conservatorio di Messina.
Ero felice.
Ho sentito che quel vuoto dentro di me si era ormai riempito completamente, al punto da farmi pensare “adesso posso anche morire, sono soddisfatto”. Dopo due mesi di chemioterapia il mio organismo era in remissione completa: non c’era più traccia della malattia. Nel frattempo avevo anche fatto le prove di compatibilità con i miei familiari. Fortunatamente mio fratello Robertino e mia sorella Katia risultarono entrambi compatibili: potevo effettuare il trapianto di midollo osseo e, quindi, sconfiggere la leucemia. Col senno di poi mi sono accorto di quanto grande sia stata la mia fortuna nel trovare un donatore tra i miei parenti. Se ciò non fosse successo, sarei dovuto ricorrere ad un registro nazionale, con sede a Genova, con la speranza di trovare un donatore compatibile. Ma, purtroppo, il registro attualmente dispone di pochi iscritti. Si è calcolato che per la sola Italia servirebbero più di un milione di iscritti per poter coprire tutte le combinazioni possibili di compatibilità. Infatti un ammalato di leucemia può sperare di trovare un donatore compatibile in più di mille donatori.
Qualunque individuo di età compresa tra i 18 e i 45 anni (per motivi medici), può essere un donatore di midollo osseo. Per diventare donatori è sufficiente sottoporsi al prelievo di un campione di sangue (come per una normale analisi). I risultati delle analisi vengono poi inseriti nel registro presente a Genova. In seguito al riscontro di una prima compatibilità con il paziente, il donatore viene chiamato a donare il midollo e, così, a salvare una vita.
La mia vita è stata salvata da mia sorella. Il 22 luglio 1993, verso le 10 di mattina, l’infermiera portò nella mia camera una sacca che sembrava contenere sangue, di un colore particolarmente scuro, invece era sangue midollare: il midollo osseo.
Oggi, grazie ad un altro (in questo caso mia sorella, ma potrebbe essere ognuno di noi), io vivo; grazie a “tanti altri” la mia vita ha una intensità e uno spessore maggiori.

Ma il mio grazie maggiore lo voglio gridare ricordando quel sentimento cosmico che si chiama amore. E lo voglio gridare riportando una frase di T.W. Adorno: “L’amore non è fondamentale per vivere, ma nessuno di noi potrà dire di aver vissuto veramente se non ha mai amato”.


 

 


Legge 40, parla il presidente dei talassemici italiani (da "Il Foglio" del 23.10.2004)

Annalena Benini

Genova. “Tanti buchi fatti sul tavolo di cucina, ecco quel che mi ricordo”. Il padre ritornava la sera dall’Italsider, operaio tutta la vita, e quel bambino con gli occhi a mandorla che a tre anni era sempre stanco svogliato pallido pallido lo preoccupava. E allora prelievi, buchi, un sacco di buchi, analisi a pagamento ogni tre giorni, analisi per escludere, analisi per trovare. Fino alla diagnosi di un pediatra specializzato: “Lui d’ora in poi lo curo io, ha la talassemia”. Millenovecentosessantaquattro, i bambini talassemici non superavano la pubertà.

Loris Brunetta aveva tre anni e si ricorda solo i buchi, scappava sotto il tavolo per non farseli fare. Suo fratello no, suo fratello era nato sano, fortunato. Non è difficile imparare la regoletta, la insegnano alle scuole medie, piselli rossi e piselli bianchi: è la legge di Mendel, quello dell’ereditarietà. Per due genitori microcitemici, cioè portatori sani di talassemia, tre possibilità: venticinque per cento figlio completamente sano, cinquanta per cento figlio portatore sano, venticinque per cento figlio malato. Talassemico. Condannato a morte. Anche deforme, con le ossa del cranio un po’ schiacciate, nei favolosi anni Sessanta: globuli rossi piccoli, pallidi, in numero ridotto e con vita breve, trasfusioni sbagliate o approssimative, genitori rassegnati alla malasorte di un figlio a termine, con gli occhi troppo allungati. Loris Brunetta non aveva più la madre, morta prima di sapere che a uno dei due bambini era andata male, morta senza sapere nulla nemmeno della microcitemia e delle leggi di Mendel. Pochi anni dopo, nelle zone più colpite, Bassa padana, delta del Po, Sardegna, Meridione, ci si cominciava a fare le analisi prematrimoniali, e nel 1974 la talassemia ebbe un bel peso nel referendum sull’aborto. Meglio un figlio non nato di un figlio condannato a una mezza vita.

Brunetta tira il fiato, oggi che ha 41 anni e la faccia da ragazzo, la fede al dito e un impiego in comune, a Genova (per un periodo ha fatto le consegne, carico e scarico, lavoro pesante che gli ha procurato un paio di ernie al disco, poi ha vinto il concorso, è contento, in centro ci va con la moto). Nessuno l’ha buttato nel cestino quando lui non poteva farci nulla, e mai nessuno, anche dopo tutti quei buchi e la diagnosi, ha pensato che il cestino sarebbe stato meglio. “Mi portava mio padre a fare le trasfusioni, quando non lavorava, sennò mio nonno, e qualche volta ci andavamo direttamente col donatore: un collega di lavoro, un cugino, chiunque. Prelievo e via, un’ora dopo nel mio braccio il suo sangue ancora caldo”. Funzionava così, negli anni Sessanta: controlli zero, adesso non si può donare il sangue nemmeno se si è sovrappeso. Dice Brunetta, mentre beve un prosecco – “certo, mangio noccioline, bevo, cosa credevi?” – che le complicazioni più pesanti le ha avute dopo le trasfusioni, febbri da cavallo e vomito per il corpo estraneo, magari non sano, magari non compatibile. Anche l’epatite C si è beccato con le trasfusioni, il 70 per cento dei talassemici ce l’ha, e amen. Quando era bambino, condannato dalla legge di Mendel a vita breve e smunta, non c’era nessuno a fissargli l’appuntamento per la provvista di sangue, funzionava così: il padre osservava il piccolo, che poco a poco andava spegnendosi, sempre più pallido, sempre più stanco, e allora capiva che era l’ora delle provviste. “Era un tirare a campare, non c’era altra possibilità che questa”. Ospedale, trasfusione, ricovero anche lungo, lunghissime assenze da scuola, non come adesso con il day hospital, e la ferocia degli altri bambini: non ti picchio perché sei malato, hai preso un bel voto solo perché sei malato, mia madre dice che devo essere buono con te perché sei malato. Gli dava fastidio, allora a pallone voleva essere il più bravo di tutti. Col fiatone, ma il più bravo di tutti.

“Sono un mostro, io?”

“Con poco ferro si muore, con molto ferro si muore”. Lo dice il primario del centro di talassemia a Genova, che prima era uno scantinato dell’ospedale e adesso è qualcosa di più e cura duecento persone. Vanno lì alle undici, seduti in poltrona con l’ago nel braccio, trasfusione e alle tre tornano a lavorare, o vanno a fare i compiti, i più piccoli piangono un po’. Con molto ferro si muore, e infatti di quello muore un talassemico: di accumulo. Le trasfusioni fanno accumulare il ferro, a poco a poco, dove non si deve: cuore, fegato, pancreas. Tra gli ottomila talassemici italiani sta una maggioranza silenziosa e cardiopatica, il settanta per cento muore con un cuore sovraccarico, che non riesce più a funzionare. Brunetta non è cardiopatico, per adesso, ma ha alle spalle dieci anni di non cure, fino al 1974, quando finalmente hanno cominciato a eliminargli il ferro dal sangue con l’infusione, un ago sottocutaneo attaccato a una macchinetta portatile. Quell’anno ha cambiato la vita ai malati, cioè gliel’ha allungata per sempre: “Nel 1974 c’erano ragazzini di cui i medici aspettavano la morte da un momento all’altro, e adesso sono ancora qui”. Adesso sui grafici la curva è ascendente, e l’estate scorsa a Genova è morto il paziente più anziano: quarantasette anni. Brunetta ne ha quarantuno, sa che i miracoli sono rari, dice che con la paura si impara a convivere, e che la morte non è il suo primo pensiero la mattina né l’ultimo la sera: “La paura ce l’hanno tutti, la paura ce l’hai anche tu, basta non farsi prendere dal panico. E un malato ha troppe cose da fare per farsi prendere dal panico”. Troppe cose sono le trasfusioni, i controlli, la terapia per eliminare il ferro. Fino al 1997 solo aghi sotto la pelle per dodici ore al giorno, cinque giorni alla settimana, adesso finalmente c’è una pastiglia. Tutti i giorni, come per la pressione. Nessuna vergogna, “mentre la macchinina con la pompetta faceva vergognare”. Perché si può anche dormire con un ago piantato nel braccio, o nell’addome; ma uscire con una ragazza, a sedici anni, come si fa? E allora c’era chi si rifiutava, e poi ne moriva. “Io se uscivo con una ragazza cercavo di fare presto e poi correvo a mettermi l’ago, qualcuno faceva finta di niente e andava a toglierselo, però era meglio quando glielo spiegavo”. Vallo a spiegare a quelli che guardano le cellule da un microscopio e ne trovano una sbagliata, una da gettare, che fare l’amore con una ragazza, anche con l’ago nel braccio che magari fa prurito, non è così male, come vita.
A un certo punto Brunetta si è incazzato. Parecchio. Quando è stata approvata la legge sulla fecondazione assistita e i radicali, i genetisti, le madri in provetta, hanno scatenato il dramma. Vietata la selezione eugenetica degli embrioni, ma come, mica partorirete un figlio talassemico? Oscurantisti, cattivi, autoritari. Un figlio così è una condanna alla sofferenza, e via col ripescaggio dall’oblio della talassemia. “Come se esistessimo soltanto come prova di non diritto alla vita, come esempio di spazzatura di cui liberarsi, qualcosa che disturba la perfezione della non sofferenza, e allora giù per lo scarico del water”. Brunetta si è incazzato, dice che anche gli altri pazienti sono furiosi, ma non con le madri per le quali talassemico è troppo, alle quali non bastano le forze. “Non potrei mai criticare la scelta di una coppia dilaniata dal dubbio, che alla fine rinuncia”, dice, lui che avrebbe fatto volentieri un altro figlio, “e sarebbe stato quasi sicuramente malato, perché mia moglie è portatrice sana, ma sono successe troppe cose, e abbiamo perso il treno: adesso è tardi”. Ma l’arrabbiatura resta. “Io mi arrabbio con chi non vuole più ricordarsi di essere stato un embrione, con chi studia le cellule e non vede oltre, con chi ci considera mostri da non far nascere: sono un mostro, io?”.

Sui giornali è stato scritto anche questo, Miriam Mafai si è chiesta sulla prima pagina della Repubblica che cosa farà una madre quando al bambino di due anni comincerà a gonfiarsi la testa e gli si allungheranno le ossa del femore. Il fatto è che quarant’anni fa succedeva davvero, da trenta non succede, non succederà mai più, almeno in Italia. Brunetta si è infuriato e ha mandato una lettera alla Mafai, le ha chiesto perché raccontasse frottole, lei che è così brava e autorevole, lei che la gente l’ascolta; lei gli ha risposto, privatamente, che quel che ha scritto l’ha detto una senatrice della Lega in Parlamento, e che comunque loro due hanno idee diverse: lei è contraria alla legge e lui no, lei è per la ricerca sulle staminali e lui no, lei è per la selezione eugenetica e lui no.

“Ma allora, se per sostenere un’idea bisogna cambiare la realtà, vuol dire che l’idea non è così formidabile”.

La realtà però è che la sofferenza è certa, la cura incerta, la vita ancora troppo breve. “Io non sostengo che dobbiamo per forza far nascere dei bambini talassemici, vorrei solo che la gente sapesse cos’è la malattia oggi, e sapesse che si può vivere; ed è anche una bella vita, questa, non fa mica schifo, sai?”.

E non esiste al mondo, “mai mai mai” un malato di talassemia che preferirebbe essere non nato, “la sofferenza è niente, in confronto all’essere qui adesso, a incazzarmi”.

Loris Brunetta ha un figlio adottivo, talassemico, ventidue anni. Dipinge benissimo, va all’Accademia di belle arti, è un tipo un po’ “intellettualoide, legge Dostoevskij e fa tardi la sera”. Loris l’ha incontrato da piccolissimo, quando la madre, che adesso è sua moglie, è arrivata al centro trasfusionale di Genova, un bimbo malato e non saper dove sbattere la testa. Il padre era sparito subito, senza nemmeno sapere della talassemia.Non una storia sconvolgente, anche banale. Lei era disperata, aveva ventiquattro anni e da sola non era facile. Loris le ha spiegato che le trasfusioni non sono una tragedia, se il bambino piange poi smette, avrebbe potuto andare anche all’asilo e lei poteva lavorare, se voleva. Lei a poco a poco ha imparato questa cosa scandalosa che è vivere con la sofferenza, con l’imperfezione che ha bisogno di sangue, e di aghi sottopelle per eliminare il ferro. Poi loro due si sono innamorati, sono andati a vivere tutti e tre insieme, dieci anni fa si sono sposati.

“Siamo cementati l’uno all’altra” dice Brunetta, e prima dell’ernia facevano le vacanze in tenda. Il ragazzo è cresciuto e non è come il padre, non frequenta granché il centro di talassemia dell’ospedale Galliera, ci va quasi solo per le trasfusioni e i controlli, non si occupa dell’attività dell’associazione, non ha tempo, non gli frega: ci sono le ragazze, e l’università, e i vicoli pieni di vita notturna. Però quando il padre è andato a Roma per partecipare a una puntata di “Porta a Porta”, qualche settimana fa, a dire che lui è vivo e contento di esserlo (e Daniele Capezzone non se l’aspettava, e il biologo che guarda le cellule al microscopio nemmeno, lui quelle cellule imperfette le butterebbe tutte nel cestino), quella sera è rimasto in casa con la madre a guardarlo alla tivù, e gli ha mandato un messaggio sul cellulare: “Quel che è grave nel tentativo di creare geni non è tanto l’idea di migliorare il genere umano quanto quella di sopprimere gli altri, considerati come degli avanzi umani, come dei sottouomini. Il superuomo potremmo anche accettarlo, a condizione che non abbia in testa di eliminare altri uomini. Ciao”.

Perché loro, i malati, passano tutta la vita a combattere un male non immaginario e a dimostrare che non sono da meno di quelli con i globuli a posto, “poi arriva un radicale o un genetista o un giornalista che non sa un tubo e dice che è meglio non farci nascere, perché soffriamo troppo e facciamo soffrire troppo loro, e perché siamo troppo diversi, troppo sfigati”, sorride Brunetta, e anche il sorriso è da ragazzo.

Quella sera, da Vespa, avrebbe potuto seppellire, e non l’ha fatto, il biologo fissato con le cellule. “Mi ha detto che loro curano i bambini, e che lo fanno per i bambini di sostenere la selezione eugenetica, la diagnosi prenatale, la ricerca sulle staminali. A me non risulta che i biologi curino i bambini, sono i medici a curare i bambini, è diverso. E i nostri medici la pensano come noi, e pensano che la selezione degli embrioni sia una follia: leggono i giornali e scuotono la testa, loro quegli embrioni che altri preferirebbero buttare li seguono, li sgridano, li controllano, li consolano fino a quando, alla fine, muoiono. Loro sanno di cosa parlano, sanno anche che osservare le cellule non dà mai la certezza di quel che nascerà. Non vanno a raccontarlo in televisione, però, dicono che se vedi troppo spesso un medico in video, o sui giornali, allora forse non è un granché, come medico”. Lì al centro per la talassemia di Genova i medici e i pazienti hanno raccolto un sacco di ritagli, tutti degli ultimi mesi: pagine strappate dall’Espresso, dal Venerdì, dai quotidiani, pagine che raccontano di tecniche di frontiera, pagine sul luminare Guido Lucarelli, quello della tecnica rivoluzionaria che dovrebbe “salvare novanta talassemici su cento: il trapianto di midollo osseo”. Solo che qualche anno fa sono morti nove pazienti su undici, infettati dall’epatite B. Un complotto, una specie di sabotaggio omicida, una cosa di interessi contrastanti, diceva l’articolo. E comunque, c’era scritto, “il trapianto di midollo è l’unica possibilità per salvare il malato da una vita da incubo”.

L’hanno sottolineato con l’evidenziatore, lì al centro, e un po’ si arrabbiano un po’ ci ridono sopra, un po’ chissenefrega, almeno parlano di noi, “però hanno rotto con la vita da incubo”. Il trapianto vale solo per i bambini piccoli, fino a otto anni, e si rischia la vita. Fino a otto anni e con un fratello compatibile si può provare a guarire, dopo no. “I tre quarti dei talassemici non avranno mai un trapianto”, spiega Brunetta, e intanto dietro una porta a vetri c’è un ragazzino pallido che sta facendo una trasfusione, con la mamma accanto. Tra un’ora finirà, il ragazzino pallido potrà andare a giocare a pallone. “La vostra vita è perfetta, la nostra ci piace” Al centro di talassemia c’è una ragazzina iraniana, il padre lavorava a Genova, ingegnere minerario. Si è trasferito con la moglie e la figlia, per farla vivere meglio, perché venga curata meglio, perché non si vergogni più. “Non ho intenzione di tornare in Iran, non voglio che mia figlia muoia”, diceva. Poi è morto lui, e adesso è più difficile, la moglie ha paura, anche se ogni tanto si toglie il velo, ma se ci sono uomini intorno non parla. Però non torna in Iran, prova a mantenerla a Genova, perché là sarebbe la fine, anche se i talassemici sono tanti, seimila solo a Teheran. I padri in genere se ne disinteressano, figli imperfetti da dimenticare, errori di cui chiedere perdono ad Allah. Fanno come se non esistessero. Tocca alle madri, colpevoli dello sbaglio, occuparsene, ma loro sono donne, quindi inferiori che vogliono curare inferiori. Non c’è scampo, soprattutto se sono femmine, piccole donne che devono fare le infusioni, ago nel braccio e si vergognano troppo, preferiscono morire.

In Iran i talassemici che sopravvivono un po’ di più sono costretti a sposarsi solo tra di loro, per non infettare la razza. “Una rudimentale selezione eugenetica”, dice Brunetta, “un modo per non dover pensare a noi mostri”. E dal Marocco è arrivato un bambino “undici anni e ne dimostra a stento cinque”, mal curato perché la cura da quelle parti è una vergogna. “O sei perfetto o dai fastidio, là la vita conta meno della rispettabilità”. Qui certo che è diverso, qui i talassemici vengono curati (quelli che nascono, e sono sempre di meno, a Ferrara non succede dal 1983), qui si cerca un modo per evitare la sofferenza, si prova a garantire un po’ di felicità. “Però bisognerebbe chiedere ai malati cosa pensano della sofferenza, invece dappertutto continua a pontificare chi non lo sa: questa cellula è sana però non è proprio come quella là, potrebbe nascere qualcosa che soffrirà, allora la butto. Voi soffrite per altre cose, perché siete grassi o infelici o non abbastanza intelligenti, perché pensate di essere malati e magari non avete niente di niente. Non è molto diverso, e allora io, in mezzo a tutti i vostri meravigliosi diritti alla felicità, pretendo il mio diritto alla sofferenza in vita”. I bambini che ancora nascono, e non superano mai il dieci per cento delle diagnosi prenatali di talassemia, anche se ultimamente c’è stata una piccola crescita, imparano in fretta che cos’è la sofferenza, e imparano in fretta, anzi subito, “che la sofferenza non priva della vita”.

Le ragazze di trent’anni sono quasi tutte sposate, e fanno figli con uomini “normali”. Ce n’è qualcuna che invece quasi non esce di casa, i genitori hanno paura, “le tengono sotto una campana di vetro e loro non hanno la forza di staccarsi”. C’è uno che fa politica. Ci sono i laureati e gli operai specializzati. Ci sono quelli che si piangono addosso e dicono che però Brunetta ha un po’ minimizzato la malattia, da Vespa. Ci sono quelli antipatici. C’è una ragazza di ventidue anni che fa i concorsi di bellezza, e li vince anche, è bella e non porta nessun segno della malattia. Loris è di un’altra generazione, vent’anni fanno la differenza, qualche segno ce l’ha: non è alto, ha le mani piccole, il naso corto e all’insù, è molto magro, i vestiti può comprarli nei negozi per ragazzi. Un ragazzo di quarantun’anni. “Non farò nessun concorso di bellezza, io, ma sto bene così, e faccio un pesto buonissimo”. Non è laureato, ha avuto problemi in famiglia e c’era bisogno di soldi, ha lasciato l’università al secondo anno, gli dispiace. Non si sente malato. “So bene di esserlo, ma mi sono sempre occupato di me stesso, un po’ prendendomi sul serio un po’ anche scherzando: questa è la mia condizione e non mi pesa, forse pesa a mio padre che non l’ha mai dato a vedere. Non so, forse pesa a mio fratello che ha sempre voluto difendermi, e io gli voglio bene anche per questo, ma lui lo sa che io mi sono sempre difeso benissimo da solo”. Lo incontrano, in piazza delle Erbe, e gli gridano “ehi, Loris, ti ho visto in tivù, ti sarai mica montato la testa?”. “Accidenti, Loris, non invecchi mai”. Lui sorride e grida di rimando: “Già, ho fatto un patto col diavolo”. Poi lo sconforto arriva, ma non è niente di speciale, dice che basta accontentarsi e non mollare. A un certo punto, però, capitano una serie di complicazioni tutte insieme, il cuore, l’epatite, il ventricolo sinistro che s’ingrossa, e allora uno pensa: questa volta non ce la faccio. Poi magari non è vero. Ma qualche volta, invece, è vero. “Io non voglio insegnare niente a nessuno, non dico che ho ragione io, non dico che non bisogna abortire, anche se sono cattolico praticante; non dico che una coppia non può scegliere di non avere un figlio talassemico, anche se io sono talassemico e felice di esserci; non dico che fare nascere dei bambini per curare il fratellino a Pavia significa avere ammazzato gli altri, quelli che magari al microscopio erano sani o malati ma non compatibili. Dico soltanto che io sono qui, che noi siamo qui, non un’entità astratta ma una vita che non vale meno della vostra: la vostra di certo è perfetta, bellissima, ma a noi invece è andata così, e ci piace abbastanza”.

Lui è un tipo curioso di tutto, che parla con tutti, e come presidente dell’associazione parla con un sacco di luminari. Gliel’avevano detto che sarebbe successo, che il processo era tremendo ma irreversibile. Che dalla talassemia si parte, poi si arriva a storcere il naso di fronte alla cellula del colesterolo alto, “e gli occhi azzurri non saranno più fantascienza, e la clonazione verrà giustificata dalla proteina che cura la miopia”. Che se un limite non esiste più, il limite saranno soltanto loro, gli imperfetti che pretendono di essere vivi. Lui intanto deve tornare a casa dalla moglie, che è a letto con l’influenza e reclama aspirine. “Saranno trent’anni che a me l’influenza non viene, e con le trasfusioni in day hospital non posso neanche inventarmi scuse: al lavoro ogni giorno”. Ride col sorriso da ragazzo. “Però scusa, adesso devo scappare, lei ha bisogno di me”.


 

 

 

Mantovano (An) mette in guardia: no modifiche alla legge 40, altrimenti è peggio


Il 14 ottobre un gruppo di deputati, in prevalenza di Forza Italia, ha presentato la proposta n. 5356, di modifica della legge n. 40/2004 “in materia di procreazione medicalmente assistita” (Pma): il primo firmatario è l’on. Giuseppe Palumbo, presidente della Commissione affari sociali della Camera. In precedenza, il 6 luglio, i senatori Antonio Tomassini (presidente della Commissione sanità del Senato) e Laura Bianconi, anch’essi di Forza Italia, avevano depositato sullo stesso tema nell’altro ramo del Parlamento un disegno di legge simile. (si tratta del DDL n. 3022, consultabile al link http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=14&id=115944 , ndr)


Nella relazione che accompagna la prima proposta si segnalano “limiti e incongruenze” della legge 40, “evidenziati dai promotori del referendum abrogativo”, mentre nel testo proposto al Senato si imputa alla legge 40 una sorta di eccesso di tutela del concepito. L’intenzione dei proponenti, manifestata ai mass media, è di giungere a una modifica della disciplina sulla fecondazione artificiale prima dei referendum, in modo da impedirne la celebrazione.

Tento qualche annotazione a margine della proposta Palumbo, solo perché è più articolata e in qualche misura contiene l’altra, sezionando, uno per uno, i passaggi più significativi del testo:

1. L’articolo 2 rivede i requisiti per l’accesso alle tecniche di Pma, alle quali potranno essere ammesse non solo le coppie “con problemi riproduttivi”, ma anche quelle portatrici di malattie genetiche o infettive trasmissibili”, il cui elenco dovrà essere definito da apposite linee guida.

Non è una modifica di poco conto: l’ammissione alla Pma dei portatori di malattie genetiche o di malattie sessualmente trasmesse sgancia la fecondazione in vitro dal problema della sterilità, per la cui soluzione è stata immaginata; e consolida la convinzione che la Pma è non soltanto l’ultima spiaggia per chi non può avere figli – questo ritornello aveva preceduto l’emanazione della legge – ma un nuovo modo ordinario di concepire in determinate condizioni.

Si ricordano sul punto le considerazioni di Jacques Testart, padre dell’ICSI (iniezione intra-citoplasmatica di spermatozoi), il quale, intervistato su questo giornale (il Foglio, 11 giugno 2004), all’osservazione del giornalista secondo cui “una coppia che può avere figli ‘normalmente’, preferirà sempre farli nel proprio letto piuttosto che andare in laboratorio”, Testart obietta: “Crede? E quando ci saranno gli spot in tv per colpevolizzare i genitori che vogliono fare ‘il bambino del caso’, e si sentiranno per questo come dei selvaggi? Si sentiranno dire: volete rischiare di mettere al mondo un bambino con una patologia, quando avete la possibilità di avere un bimbo sano e felice? Volete che vostro figlio sia infelice?”.

2. L’articolo 5 della proposta Palumbo sopprime la norma della legge 40 che stabilisce che la volontà di accedere alle tecniche di Pma può essere revocata solo fino al momento della fecondazione dell’ovulo. Ma questa soppressione finisce per incentivare la creazione di embrioni soprannumerari e in stato di abbandono (problema peraltro già emerso con la pubblicazione delle linee-guida).

3. L’articolo 6 ammette la diagnosi preimpianto per l’individuazione delle patologie indicate dalle linee guida, anche in base ai casi previsti dalla legge sull’aborto. Così la Pma da “modo per avere figli” diventa “modo per avere figli sani”; il fulcro dell’attenzione si sposta dall’“avere figli” a “quali figli avere”. Indipendentemente dalle intenzioni dei proponenti (che si presumono buone, come buone sono le intenzioni che lastricano una certa via…), questa proposta apre la strada all’eugenetica, cioè alla scelta dei figli in base a criteri stabiliti a priori (cfr. C. Navarini, “L’eugenetica buona non esiste”, zenit, 3 ottobre 2004, http://www.zenit.org/italian/visualizza.php?sid=2439; Idem, “Il supermarket dell’eugenetica”, zenit, 6 giugno 2004, http://www.zenit.org/italian/visualizza.php?sid=1692). Si radica la pretesa del figlio come diritto. Ma ciò di cui si ha diritto è per lo più un oggetto, un servizio, una struttura o un bene posseduto: le proprietà, le cure mediche, l’istruzione e l’educazione, la vita fisica, il giusto processo, il lavoro, il pane quotidiano… Non esiste il diritto ad “avere una persona” come si ha una cosa o un servizio, cioè come un possesso. Se il figlio non appartiene (come una cosa) al genitore, e dunque non può essere preteso, a maggior ragione non potrà essere (come una cosa) “scelto” o “scartato” – cioè eliminato – ma solo, al limite, desiderato o non desiderato. Si potranno porre le migliori condizioni affinché nasca e cresca sano, ma non lo si può rifiutare con l’infanticidio quando nasce malato o con l’eutanasia se si ammala in seguito. Ciò che vale per il figlio nato vale per il nascituro, che non è ontologicamente e biologicamente diverso dal nato.

4. L’articolo 7 abolisce il limite di “produzione” degli embrioni, i quali potranno essere più di tre, anche se resta il limite di tre per il trasferimento in utero; per gli altri è ammessa la crioconservazione. E’ noto che fra i problemi che pone la crioconservazione vi è quello che dopo 5 anni l’embrione si ritiene non impiantabile, e ciò incrementa il numero delle morti embrionali provocate; spesso si afferma che con la crioconservazione la possibilità di riservare a un impianto futuro gli embrioni prodotti farebbe aumentare le nascite. In realtà, aumenterebbero le morti.

5. L’articolo 6 inserisce la possibilità di utilizzare per la ricerca clinica e sperimentale gli embrioni che verranno dichiarati non idonei all’impianto, con una idoneità da valutare secondo le linee guida.

Osservo: a) in genere vi sono alternative all’utilizzo degli embrioni, come nel caso delle cellule staminali “adulte”, che hanno sinora dato risultati assai più promettenti di quelle embrionali (C. Navarini, “Cellule staminali e disinformazione”, zenit, 18 luglio 2004, http://www.zenit.org/italian/visualizza.php?sid=2056); b) qualora non vi fossero alternative all’uso di embrioni per curare una patologia, la loro soppressione equivarrebbe a sopprimere un essere umano per salvarne altri: siamo tutti convinti che sia eticamente ammissibile? Va da sé che “non idonei all’impianto” sarebbero, oltre agli embrioni con malformazioni morfologiche incompatibili con la vita, tutti gli embrioni portatori di difetti genetici giudicati non “tollerabili”, e tutti quelli in stato di abbandono. Sarebbe, di nuovo, una discriminazione su base genetica o sanitaria: avanti i sani (e un giorno non lontano i belli), in laboratorio e nel cestino gli altri.

6. Vi è una generalizzata e sensibile diminuzione delle pene detentive previste dalla legge 40: è un tema di rilievo minore rispetto agli altri, ma va ricordato che quelle sanzioni riguardano comportamenti come la maternità surrogata o la riproduzione post mortem. E’ il caso di ridurre la deterrenza? Concludo. I referendum hanno superato abbondantemente la soglia del mezzo milione di firme grazie al contributo dei Ds: i quali, tuttavia, non vogliono i referendum. L’obiettivo dei Ds è che quella stessa maggioranza parlamentare – più ampia della maggioranza che sostiene il governo – che ha approvato la legge 40 la modifichi a distanza di qualche mese; in ossequio all’insegnamento di Sun Tzu, per il quale è meglio convincere il nemico a fare quello che noi vogliamo piuttosto che affrontarlo in uno scontro aperto. Lo scontro aperto si è svolto in Parlamento, e i Ds, insieme con i loro compagni di strada, hanno perduto; lo scontro aperto ci sarà con i referendum: e non è obbligatorio che vada come è nelle aspirazioni dei radicali, se hanno un senso i sondaggi pubblicati proprio su queste colonne.

Il nodo, quindi, non è tecnico, ma è politico; non è in questione la soluzione del cavillo posto a metà fra la scienza e il diritto, ma la capacità dello schieramento conservatore (e di chi, al di fuori di esso, ha condiviso questa battaglia) di resistere ai richiami del politically correct.

Sarebbe veramente paradossale se, per il timore di affrontare la campagna referendaria (che comunque avrebbe corso, perché la proposta Palumbo non incide sull’eterologa, che è oggetto di uno specifico quesito referendario), le sirene del libertarismo trovassero audience superiore al tasso fisiologico, peraltro già riscontrato nel dibattito parlamentare, nelle file del centrodestra; se cioè non si cogliessero fino in fondo i pericoli di un totalitarismo scientista strisciante; se dovesse emergere incertezza o scarsa convinzione sulla positività delle scelte operate; se quindi fosse scarso l’impegno per la difesa delle posizioni assunte in Parlamento; se, ancora, dovessero pesare lobby farmaceutiche o parasanitarie, interessate a un business che promette risultati certi e spesso garantisce nei fatti cocenti disillusioni.

Se accadesse qualcosa del genere, sarebbe lecito dubitare dell’esistenza in Italia di forze politiche che abbiano nella loro spina dorsale dei valori oggettivi. E’ necessaria molta sperimentazione sul piano scientifico e molta determinazione sul piano politico?

Luis Pasteur diceva che la fortuna favorisce soltanto gli spiriti preparati; mi permetto di aggiungere che la più adeguata preparazione dello spirito consiste nell’avere la volontà di conseguire un fine. Spesso, anche se i fatti saltano agli occhi, si finisce per vedere soltanto quello che si cerca; quanti passi avanti si faranno allorché la ricerca, e per la sua parte la politica, saranno orientate in prevalenza verso la vita?

 

 

 

 

E-mail di un amico (29 settembre 2004)

Caro Paolo, ho avuto, finalmente, il tempo di "studiarmi" il tuo sito... carino... si, non è male, oddio le foto fanno un po' "cagare", ma dai! Sto scherzando! In realtà la ormai mitica disputa telematica di qualche giorno fa mi ha suscitato la curiosità di leggere la pagina sulla vita umana. Sottoscrivo tutto! E' inutile dirti che quello che pensi è lo stesso che penso anch'io, lo sai già, ma visto che parli di dibattito sulla vita umana, spero ti faccia piacere conoscere il mio stato d'animo su tale argomento. Parlo di stato d'animo, e non semplicemente di opinione, in quanto questo tema mi sta particolarmente a cuore. Il mio stato d'animo è scosso. Mi riferisco all'ignobile gazzarra che si è scatenata sul tema delle cellule staminali. Tutti a dire che se al momento del prelevamento degli embrioni si fosse applicata l'attuale normativa in materia, il bambino talassemico non si sarebbe salvato. E gli embrioni che sono morti? Quelli non si sono salvati. Per carità sono arcicontento della guarigione del bambino talassemico, ma non riesco a non pensare a quegli embrioni morti. Dov'è il giusto? E' meglio salvare una vita umana uccidendone altre o non uccidere nessuno? Sappiamo bene che i gemellini nati sono gli embrioni selezionati dagli altri perché compatibili. Pazzesco, ci siamo arrivati, la selezione umana! Finché la faceva Hitler era una barbarie, ma adesso, siccome serve a salvare la propia pelle, si chiama progresso scientifico. Della morte di altre vite che m'importa? "Mors tua, vita mea". Ho letto le dichiarazione del medico a capo dell'equipe che ha operato il bambino talassemico:"Siamo alle solite, si vuole dare dignità di soggetto giuridico a ciò che costituisce solo una potenzialità". Io mi chiedo, ma è mai possibile che una persona colta, che dovrebbe avere, per il mestiere che svolge, una specifica competenza e, comunque, un'intelligenza particolare, possa dire una scemenza del genere? Una potenzialità è un qualcosa che non è, ma che potrebbe essere se si intervenisse opportunamente. Un embrione nella pancia della madre è un essere umano, non lo diventa. Il feto ha un patrimonio genetico umano unico ed irripetibile dal momento del concepimento, non lo acquista successivamente. Mi sorprende il fatto che il caro medico non sappia che per far nascere un essere umano occorre solo...(ci siamo capiti) e non servono altri interventi. Se non subentrano, aihmé, anomalie nel processo, un embrione sviluppa in un bambino, senza bisogno di alcun intervento dall'esterno. Io non credo che un medico non sappia tutto questo, come non credo non lo sappia l'opinione pubblica laica. Purtroppo, secondo me, è l'ennesimo "morso" alla fatidica "mela" di biblica memoria. Mi serve? Lo faccio! E'ripugnante, calpesto il più elementare dei diritti fondamentali, il diritto alla vita, ma faccio finta di niente, io sono evoluto, potrò decidere ciò che è bene e ciò che è male? Questo modo di pensare ha origini antiche, mi riferisco alla famigerata legge "194" sull'interruzione di gravidanza. Una vittoria dell'uomo moderno sull'oscurantismo medioevale della Chiesa. Perché devo rovinarmi la vita con un figlio indesiderato? Non lo voglio? Zac! Lo elimino! Ma allora facciamo fuori anche i disabili, a che servono? E gli anziani? Sempre tra i piedi mentre bisogna andare in ferie. Dicono, che c'entra? I disabili e gli anziani sono persone e non si possono uccidere. Certo loro si vedono e quindi non si uccidono, gli embrioni non si vedono, perché ancora nell'utero, e quindi li uccido. Non si vedono e non lo sa nessuno. Bella mentalità mafiosa ed ipocrita. Gli embrioni non sono persone fino a tre mesi di vita, poi lo diventano. Cos'è cambiato? Boh? Loro stabiliscono che fino al 90° giorno di vita sono solo una potenzialità biologica e che dal 91° giorno diventano persone. La creazione dell'uomo secondo la "194"! Amen! Io sono letteralmente devastato sia moralmente che intellettualmente da una legge che legalizza l'omicidio e nel farlo conferisce il potere di vita o di morte alla madre, mentre il padre non ha alcun diritto. Non so se è chiaro, se mia moglie decide di uccidere nostro figlio che aspetta, può legalmente farlo senza che io possa farci niente. Dicono che è un diritto delle donne perché sono loro che sopportano il peso maggiore. A parte il fatto che se ne può discutere, ma le donne non si rendono conto di essere state raggirate, che questa legge le pone da sole di fronte al dramma che vivono esautorando i padri da ogni responsabilità? Dicono che questa legge ha salvato tanti bambini perché eliminando gli aborti clandestini, il numero delle interruzioni di gravidanza è diminuito. Ci risiamo, "Mors tua, vita mea", il fine giustifica i mezzi. Che ipocrisia, non sarebbe, invece, il caso di impegnarsi più a fondo per salvare ogni bambino? In Italia c'è una legge che permette di non riconoscere il proprio figlio appena nato. Questi bambini sfortunati possono, però, essere adottati e così assicurarsi un futuro. Semplifichiamo e rendiamo più veloci queste pratiche d'adozione, piuttosto dell'olocausto! Anche per quanto riguarda le cellule staminali, perché non potenziare la sperimentazione e la ricerca per il prelievo di cellule staminali da donatori adulti? Ultimamente è stata approvata una legge che conferisce la dignità di soggetto giuridico agli animali, cosicché chiunque li uccide o li maltratta commette reato. Ora un figlio nella pancia della madre non può neanche essere affettuosamente paragonato ad un cucciolo....
Beh! Mi sono sfogato abbastanza, spero di non averti tediato troppo, ci sentiamo.
Ciao, Luigi. (e-mail del 29 settembre 2004)

 

 

 

Socci risponde a Capezzone, segretario dei radicali italiani

di Antonio Socci


Ieri Daniele Capezzone, segretario dei radicali italiani, mio buon amico e severo contestatore, ha bastonato su queste colonne il sottoscritto e il ministro Giovanardi. Poi, di buon mattino, è andato a Radio Radicale a fare la rassegna stampa, ha letto il suo stesso articolo con vivo entusiasmo e si è mostrato completamente d'accordo. Congratulandoci per questo ampio e articolato dibattito fra i due Capezzone, veniamo al merito.

Il caso del piccolo Luca: non io, ma la scienza (il Policlinico di Pavia) dice che è stato guarito grazie a cellule staminali adulte e non a cellule embrionali che la propaganda referendaria presenta - del tutto erroneamente - come un toccasana. E la stessa équipe aggiunge che "la modalità di procreazione non ha avuto alcuna influenza sul risultato clinico". Perché non prendere atto di quanto dicono i medici? Perché i referendari non danno informazioni realistiche sulle staminali?

Veniamo alla selezione degli embrioni fatta in Turchia e proibita in Italia.
Per Capezzone significa civiltà. Ma vediamo cosa è. Sono stati generati con la fecondazione assistita dodici embrioni, che anche per la scienza sono esseri umani, e nove di essi sono stati poi soppressi ai primi stadi di vita perché malati o perché, pur essendo sani, non erano compatibili con le cellule che servivano al fratellino malato. Vi sembra civiltà?
A me - come al laico professor A. Vescovi - sembra che generare o clonare "esseri umani per poi distruggerli" sia "un delirio".
Non perché non è cristiano, ma perché non è umano. Tutta la civiltà laica occidentale, a cui pure i radicali dicono di far riferimento, si fonda sul principio - formulato da Immanuel Kant come "imperativo categorico" - per cui sempre si deve trattare ogni essere umano come un fine e mai come un mezzo. Capezzone - avendo fatto ottimi studi - lo conosce bene e credo lo professi.
Ma generare piccoli esseri umani da sopprimere o far vivere a seconda che abbiano parti di corpo da donare o a seconda che siano sani o no, non è forse trattarli come un "mezzo"? E pretendere di usare degli embrioni, quindi creature umane già viventi, per esperimenti (e in seguito sopprimerli) cosa è? Si sono mai usati esseri umani come cavie da esperimento o come banca di pezzi di ricambio? E' compatibile con la nostra civiltà? Non si sta cadendo drammaticamente in un baratro? Cosa ci sarà alla fine?

La cosa stupefacente è che poi l'esercito rossoverde che segue i radicali nei referendum è lo stesso che pretende di vietare gli esperimenti scientifici sugli animali. Lo dico anche per i Vescovi italiani che contavano su Fassino per scongiurare il referendum: ebbene, ieri lo stesso Fassino ha firmato. Perché è ormai noto che quando i radicali scuotono l'albero la Sinistra corre sempre a raccogliere i frutti. Senza troppi scrupoli. Mai farsi illusioni su chi è stato comunista e non ha mai rinnegato il passato.

Dunque dicevo che è stata la rossa Regione Emilia Romagna a varare una legge (la n. 20 del 1° agosto 2002, peraltro impugnata dal Gorverno), che proclama: "La Regione promuove la tutela degli animali dall'utilizzo a fini sperimentali". Nessuno si rallegra degli esperimenti su topi o galline. E' purtroppo una dura necessità.
Ma come si può vietare l'esperimento sul topo ed esigere quelli su piccoli esseri umani indifesi? Si dirà che gli embrioni non sono uomini, ma anche la scienza li considera esseri umani e in ogni caso - nel dubbio - dovrebbe valere quel "principio di precauzione" che gli ecologisti hanno imposto nel mondo quando si tratta di "proteggere" i pomodori o il granturco dalle incognite delle biotecnologie. Varrà un bambino più del pomodoro, o no?

Possibile che l'uomo sia diventato intoccabile solo per la Chiesa? Dov'è finita la cultura laica che si diceva umanistica? Dove sono gli allievi di Bobbio? Non abbiamo perduto la bussola? Come si fa a non vedere tanta assurdità? Si va in galera, con le nuove leggi, se si maltratta un cane (va bene, per carità), ma è invece ritenuto una conquista di civiltà in tutto l'Occidente sopprimere esseri umani che nel seno delle madri già vivono, sentono dolore, ascoltano la musica, sorridono. Che futuro può avere una simile civiltà?

Ho apprezzato le battaglie radicali contro la pena di morte. E' giusto difendere la vita anche del più crudele assassino, ma l'associazione radicale "Nessuno tocchi Caino" - che fin dal nome peraltro si rifà alla Sacra Scrittura (con buona pace della laicità) - ha senso solo se si accetta che la vita umana sia sempre sacra e inviolabile. Sacra anche quando è la vita di un feroce criminale. E allora perché non è sacra quella dei bambini innocenti che in Olanda si sopprimono perché gravemente malati, oltretutto senza il loro consenso? Quei bambini - ai quali la medicina moderna e l'amore (come ha testimoniato la lettera di Berliri) - danno la possibilità di vivere umanamente e anche felici, sarebbero meno meritevoli di tutela dei criminali più incalliti?

Come vedi, caro Daniele, faccio considerazioni pacate anche se amare, e non demonizzo affatto i radicali. Anzi, faccio appello alla vostra ragionevolezza e alla vostra laicità che v'impone di considerare la realtà senza pregiudizi e dogmi. Perché non riconoscete il drammatico errore in cui siete incorsi, mossi magari dalle migliori intenzioni? Veniamo al manifesto di Giovanardi. Non entro nella diatriba. Ma mi pare che la tua risposta svicoli: che vuol dire che avete con voi una sequela di scienziati? Credi così dogmaticamente nella Scienza da farne una religione immacolata e infallibile?
Penso che bisogna averne un'idea più laica e critica. Leggendo un drammatico libro di Gianni Moriani, Il secolo dell'odio, che ha impressionato pure Paolo Mieli, si scopre che proprio la scienza ha da fare un terribile mea culpa - che non ha ancora fatto - per quanto è accaduto fra Otto e Novecento quando "uno stuolo di biologi ammantò di scientismo i pregiudizi razziali".
Non si parla di nazismo, ma ben prima della cultura e della politica dei paesi occidentali più democratici, a cominciare dalla civile socialdemocrazia svedese. Molti scienziati, scrive Moriani, dettero "nuovo fiato al crescente movimento eugenista che porterà alla sterilizzazione di migliaia di persone, prima negli Usa e poi in Europa, aprendo la strada alla successiva eutanasia dei più deboli e poi allo sterminio di interi gruppi razziali considerati dal nazismo come inferiori".
Anche lasciando stare il nazismo dobbiamo riconoscere che la scienza e la cultura europea e americana non sono state per nulla innocenti e non possono esigere oggi una totale assenza di vincoli etici alla ricerca sugli embrioni. Perché vincoli etici ce ne sono in tutte le sperimentazioni scientifiche.
A questo proposito sarebbe giusto dare le informazioni più complete anche riguardo all'attuale pratica di fecondazione assistita (permessa anche in Italia). Perché - ad esempio - in Francia Claire Brisset, "garante per l'infanzia", ha chiesto una moratoria su questa pratica rilevando un tasso troppo alto di malformazioni e danni celebrali sul totale dei bambini nati da fecondazione assistita?
Non sarebbe consigliabile più informazione e più prudenza?
Il Giornale 11.9.2004

 

 

 

Perché non voglio dare i figli in pasto al Gusto e al potere
di Luigi Amicone


Neanche la compassione può giustificare la manipolabilità del'embrione. Una risposta a Mary Warnock
Al direttore. Pur di non pagare pegno di un solo dubbio serio, una mattina l’occidentale stanco potrebbe sorprendersi e guardarsi allo specchio e dirsi con Malraux, senza convenienze, sconsolato, sincero,“ non c’è ideale al quale possiamo sacrificarci, perché di tutti noi conosciamo la menzogna, noi che non sappiamo che cosa sia la verità”. Lei invece ci obbliga a ragionare, a cercare la “verità”, cioè la realtà, intorno alla rivoluzione riproduttiva. Meraviglia perciò, in questo bel venticello referendario che è ripreso a fischiare dopo l’approvazione della “legge medievale”, quanto sia scantonata o, per lo meno, quanto non sia avvertita come esigente e stringente la sua polemica in materia di fecondazione medicalmente assistita. Sorprende che nessuno si accorga di quei bambini che, come Flamigni, maneggiano le atomiche come se invece che bombe fossero bambole. Stupisce questo diffuso, sciatto, ornamentale appendere il guantone al chiodo e fare della reticenza (invece della boxe) l’arte dello scrivere su questioni che, dopotutto, sono la vita.
E allora, perfettamente d’accordo con lei: la questione della vita all’epoca della sua riproducibilità tecnica è molto più gravida di conseguenze della questione aborto, perniciosa è vero, come dice lei, però non una novità. E’ da che mondo è mondo che l’uomo ammazza l’oggetto del suo odio e del suo amore, questo sia da tutti saputo, c’è chi lo fa con la spada, chi con uno sguardo amaro, chi per un imprevisto indesiderato. In breve, sembra consustanziale alla vicenda storica degli uomini e delle donne che il debole soccomba davanti al più forte, l’inerme davanti al clavadotato, il feto davanti alle aspirazioni umane e alla tecnica dell’aspiratore.
Il problema posto dalla fecondazione artificiale che si vorrebbe free (non come gli Ogm, “tolleranza zero!”, perbacco), soggetta unicamente all’umana compassione, è irruzione di un totalmente altro dall’aborto e affini. Esso, logicamente, come ammette con un ultimo e benvenuto “forse” la sua stimata e pragmatica Mary Warnock (che però non cambia il corso della storia), ci porta fino alla clonazione e ha la sua centralità nel dilemma: l’embrione umano è o non è manipolabile? L’embrione umano è o non è passibile di possesso e di decisione fino alle estreme propaggini della sua evoluzione da parte dell’alleanza della potenza tecnica e del potente essereumano- adulto-desiderante?
Possibilità e possedibilità
Giustamente lei considera la discussione su questo punto cruciale e dirompente rispetto al problema dell’aborto, che è quisquilia sotto il profilo logico. A ragione. Poiché la questione è: oggi, grazie ai progressi della scienza e della tecnica, c’è gente nei laboratori che ha la possibilità di fabbricare esseri umani con un certo colore degli occhi e un certo calore del cuore. Se il problema è questo (e questo è), cioè la possedibilità e dunque manipolabilità del genoma umano e la possibilità di costruire uomini e donne a dna Doc e Dop, logicamente non ci potete venire a spiegare, “sì, è così, però non lo facciamo oltre un certo limite di compassione alla coppia sterile o gay”; “sì, è così, però l’eugenetica è un disastro”; “sì, è così, però non si potrebbe assecondare una donna che fosse tanto caliente e tanto tifosa di calcio da volere undici figli tutti come Maradona”. Perché? Perché, giustamente, Socci vi chiederebbe: “perché, perché, perché?” Perché non oltre un certo limite, perché non Maradona?. Perché, logicamente, il problema è: o la possibilità e possedibilità è tabù, almeno per ciò che riguarda gli esseri umani; o altrimenti non è sopportabile l’ingiunzione secondo cui, dato per acquisito che ciò che è in nostro potere e nel nostro desiderio sono beni che si sposano col Bene per produrre altri beni, non dovrebbe essere accondisceso, secondo il principio che è il Gusto sposato al Potere ciò che decide. Per quale strana ragione dovrebbe essere un comitato etico a discernere se il mio desiderio di avere un figlio in un certo modo e secondo certi attributi è morale o immorale? E’ infatti quello che dicono i famosi Bioetici Faustiani, quel che si può si deve. Anzi, è un Diritto.
Il mondo perfetto che Churchill aborriva
Vede, direttore, è talmente logico quello che stiamo dicendo, che lo sapevano anche certi illustri intellettuali democratici dell’immediato secondo dopoguerra. O almeno quel Dottor John Ely Burchard, Decano degli Studi Umanistici del Massachusetts Institute of Technology, che il 31marzo 1949 accolse Wiston Churchill con tutti gli onori dovuti al baluardo anti nazifascista in Europa, spiegando che in futuro non ci sarebbe più stato il rischio del male, “radicale” o “banale”, perché “in futuro la scienza avrà la capacità di controllare con precisione i pensieri dell’uomo”. Al che, Churchill rispose “I shall be very content if my task in this world is done before that happens”.
Il nemico di Dio è la “morale” dice Luigi Giussani. Ma dove finisce la tecnica e dove comincia la natura?, o ancora: ma esiste ancora una natura, visto che l’uomo l’ha plasmata e può continuare a farlo modificandola radicalmente a suo piacimento? Ora, alle tante obiezioni che si potrebbero avanzare su questo versante quella più decisiva mi sembra la seguente, sempre di Giussani: “Non ti stai dando le unghie dei piedi, non ti stai dando niente, niente! Ma guarda che ci sono poche cose così pacificanti come questa: tu sei ‘fatto da’, sei fatto da qualcosa d’altro; tu sei quel livello della natura in cui la natura si accorge di non farsi da sé… Io sono l’autocoscienza del mondo”. Vale a dire: ci sono, potrei non esserci adesso – un aneurisma, un infarto, un embolo, dacci sotto con la fantasia, fratello – c’è qualcosa a cui appartengo inesorabilmente, da cui dipendo ontologicamente un quid, un mistero. Fratello Kafka direbbe che “le cose comuni sono per se stesse miracoli, il palcoscenico non è affatto buio, è inondato dalla luce del giorno. Perciò gli uomini chiudono gli occhi e vedono così poco”. Perfino Sartre, il re del niente, in uno dei suoi rari momenti di assenza di mal di mare, in una osservazione sociologica ma sana (giacché il suo imprinting psicologico fu “la nausea”), ammette sopra a ogni ripiegamento su se stesso in nome della suprema “estraneità” di cui ha lastricato una comoda ideologia borghese, che “tutto ci viene dagli altri” e che “Essere è appartenere a qualcuno”. E’ chiaro che quella di Giussani, e in seconda battuta quella di Kafka, in terza quella di Sartre, non sono immediatamente notazioni su creativismo o evoluzionismo. Il fatto che siamo stati fatti come dice la Bibbia (“a immagine e somiglianza di Dio”) o che siamo stati buttati giù da una qualche stella da un Padreterno remoto e capriccioso che si è divertito a prendere in giro creazionisti e darwinisti, non c’entra nulla con un’osservazione che è attuale, lo capisce anche un bambino, non si può non ammettere come self-evident (John Henry Newman). E l’osservazione è che“sono fatto adesso, creato istante per istante, non sono io che decido che il mio cuore batta, non sono io che decido di darmi la vita in questo momento”.
Oggi si può pensare che l’uomo si impossessi anche di questa originaria dipendenza? Sì, dobbiamo ammettere che può succedere e può succedere in questo modo: prendete un genoma, manipolatelo come è nella richiesta del soggetto desiderante e prenotante l’essere umano alla carta. Infine, all’uopo di perfezionare il desiderio dominante (perché diteci se non è dominio, il massimo del dominio, poter decidere cosa dovrà esserci e cosa no, naturalmente per il bene suo e la tranquillità nostra, nel dna del nascituro), considerate l’opportunità di inserire nel dna già predefinito un microchip che consenta di bloccare - per il bene suo, della tranquillità nostra e della società borghese - ogni tendenza giudicata “negativa” (cancro, alzheimer, pazzia, pedofilia, aggressività…).Dunque, grazie alla decisione in favore del Gusto e del Potere, potremmo avere un bambino a dna predefinito e, via microchip, controllato a distanza come sarà controllata a distanza la futura casa ipertecnologica, nei riscaldamenti, elettrodomestici, posta Internet, eccetera. Capiamo la vostra ribellione. Per esempio: “ma va là, adesso non diciamo sciocchezze, noi non stiamo parlando di automi, stiamo semplicemente dicendo che embrione e genoma sono roba nostra e, dunque, roba da gestire senza se e senza ma”. Perché, cosa stiamo dicendo, noi? Che sì, dato che voi sostenete questo, dovrete per forza ammettere quest’altro, perché è vostra, tutta vostra la logica dell’uomo signore di sé. Se l’embrione è mio, se l’embrione è manipolabile, se il dna è sottomissione all’homo faber affinché si possa curare Coscioni e tutti i nostri desideri, voi ci dovete dire perché, logicamente, non si deve anche poter dispiegare, l’embrione, nel desiderio desiderante undici Maradona e un telecomandato a distanza che giochi il massimo del football ed eviti l’overdose di cocaina. Perché sarebbe odioso? E perché mai sarebbe odioso? No, signori miei, tutto ciò sarebbe bello e buono, come dice la logica che è tutta vostra e di quello scienziato del Mit che dice: “produrremo umanità che rimedia i mali della natura e che non sarà mai più come Hitler, ma buona, bella, pacifica”.
L’islam potente e misericordioso della tecnica
Per fortuna, a quel tempo, noi saremo morti e voi verrete ricordati come i fautori della schiavitù totale. E il Mistero, quel simpaticone, riderà di voi, divenuti marziani su una terra che sarà il posto non della cura dei Coscioni, non della pace, non della bontà, non della bellezza, ma il posto dove i marziani si scannano tra loro. Un posto dove i nostri pronipoti – quelli rimasti stranamente ragionevoli, realisti andranno in esilio da qualche parte, in qualche deserto e con qualche compagnia comprendente l’ultimo prete filosofo e l’ultimo direttore del Foglio. In qualche parte di qualche deserto dove verranno raggiunti, presi in ostaggio e decapitati come tutti coloro che non si sottometteranno all’islam, potente e misericordioso, della tecnica.
Luigi Amicone
P. S. Finito di scrivere mi raggiunge una notizia triste, notizia di un amico che semplicemente è morto, semplicemente all’improvviso, semplicemente la mattina presto dopo il festeggiamento del ventesimo di matrimonio, ed era più giovane di noi. Marco Simi, in un appunto dai suoi amici ritrovato, scriveva: “Gli alberi dei boschi sono come gli uomini sulla terra : non ce n’è uno che sia uguale ad un altro. E’ stata una delle mie prime scoperte, quando giocavo a nascondermi e a costruire capanni nelle faggete attorno alla cà. Dev’essere per questo che rifuggo le cose tutte uguali, fatte con lo stampino”.
© il Foglio, 2 luglio 2004

 

 

 

Un referendum sul diritto di esistere

di Luigi Amicone

Se il dibattito sulla fecondazione assistita dovesse correre sui binari della difesa dei cosiddetti «valori laici» da una parte, cattolici o religiosi dall’altra verrebbe da chiedersi: scusate, ma che discutiamo a fare? Ognuno corra a testa bassa per la propria strada e vinca il migliore (cioè chi ha piú potenti mezzi di comunicazione).

Ci permettiamo di suggerire: non è che forse va recuperato quel sale della democrazia a dire il vero - oggi reso un po’ sciapito dal trionfante narcisismo del pensiero debole - che sta nell’esercizio della ragione, qualitá specificamente umana, capace tra l’altro di elevare la conversazione a qualcosa di diverso dalla mera brutalitá ideologica o dal puro vuoto sofisma? Occorre ripeterlo perché sembra che a parole tutti riconoscano che senza razionalitá non si dia laicitá, mentre nei fatti succede e succede disgraziatamente in maniera sempre piú pressante che sembra non ci sia piú nulla di riscontrabile obbiettivamente dalla ragione e che, dunque, non esista altro principio da salvaguardare se non il proprio gusto, inclinazione, desiderio, i quali vengono poi branditi e rivendicati socialmente come diritti assoluti, un po’ come succede con certa pedagogia alle prese coi capricci dei bambini: guai a discuterne seriamente e, peggio ancora, mai dire «no».

Ci si obbietterá: giá, il problema e che c’è modo e modo di intendere la ragione. Siamo d’accordo. Ma è proprio per questo che, discutendo di temi cosí delicati e importanti come quello riguardante la vita umana all’epoca della sua riproducibilitá tecnica, bisogna anzitutto cercare di capire sul serio i termini della questione.

Altrimenti a che serve discutere se, tanto, ognuno ha i suoi desideri, le sue opinioni, i suoi capricci? Ora, volendo abbozzare un argomento di discussione, immaginiamo che al fondo della rivendicazione referendaria di «non ingerenza» negli affari della coppia che vuole pro creare nella massima libertá consentita dalla potenza della tecnica, ci sia l’idea che uno Stato non dovrebbe occuparsi d’altro che di allargare lo spazio delle libertá, ritirarsi da ogni pretesa etica, fare in modo che ogni cittadino corra verso il proprio destino come gli pare e piace.

Un programma che noi sottoscriveremmo per intero, mentre sappiamo bene, per esempio, che la sinistra italiana, essendo ideologicamente schizofrenica - ultraliberista sul piano dell’etica e ultraconservatrice su tutti gli altri piani non lo sottoscriverebbe affatto. Ma al di lá di questo, è un problema di ragionevole libertá quello che poniamo: che libertá è l’individualismo che volta le spalle ai dati di fatto e considera degno di attenzione, protezione e diritti solo ed esclusivamente i propri valori, i propri desideri, la propria disponibilitá di potenza tecnica? Siamo d’accordo o no che la ragione deve fondarsi anzi tutto sull’esperienza e sul buon senso? Se non siamo d’accordo, scusate, vuoi dire che stiamo camminando verso le vecchie caverne o verso le nuove Auschwitz, perché senza realtá e senza buon sen so, se uno coltiva un desiderio, un sogno o un’utopia, gli è sufficiente avere dalla propria parte un certo consenso (delle leggi, della politica, della comunicazione, in una parola, del potere) per legittimare anche il piú orrendo delitto.

Dunque, tanto per cominciare, anche in questo dibattito sulla fecondazione, prima dei problemi nostri (di sterilitá, di tentazioni eugenetiche, di lauti business camuffati da santa e disinteressata ricerca scientifica per dare risposte alla sofferenza umana), comincerei coi do mandare agli amici radicali e a quanti cercano di convincer ci che l’avere dei legittimi desideri (i figli) autorizza automaticamente la richiesta di avere diritti assoluti sull’altro da sè: primo, che libertá è questa che considera i propri desideri e sofferenze come fonte esclusiva di diritto, tant’è che l’altro da sé, siccome e piccolo o addirittura infinitesimale (e comunque non puó organizzare referendum) non ha né di ritti né libertá di essere ció che è? Secondo, che risposta ragionevole offrite alla domanda: ma se un embrione non è scienza e eticamente, se il feto non è niente, quand’è che ha inizio una vita umana?

Bagatelle. Mica tanto. Per ché se ci pensate bene, oggi, in quasi tutta Europa, noi viviamo neanche troppo allegramente in questa bella aporia: che un cane, giustamente, non puó essere piú trattato da cane; ma un essere umano, pur con tutto il chiacchierare che si fa di «diritti umani», chi saprebbe dire come va trattato visto che neanche si capisce cos’è e quando una certa «cosa» puó iniziare a essere definita «essere umano»? Guardate che nemmeno la Corte europea per i diritti dell’Uomo osa pronunciarsi su questo punto.

Anzi la Corte europea che, converrete, dovrebbe avere almeno una qualche idea di cosa sia l’uomo se davvero vuoi difendere «i diritti dell’Uomo», si è recentemente (7 luglio 2004) pronunciata cosi nelle motivazioni di una sentenza in materia di aborto: «La Corte è convinta che non sia desiderabile e perfino possibile, allo stato attuale, rispondere in astratto alla domanda se un feto sia una persona in base all’articolo 2 della Convenzione». Benissimo, ma ce lo volete spiegare, una buona volta, in base all’articolo 2 della Convenzione europea o all’articolo che volete del Partito radicale o della sinistra zapatera, cos’è una «persona» e quanti secondi, minuti, giorni, mesi, anni, devono passare prima che un «essere» sia riconosciuto come «umano»?

Il Giornale

 

Paolo Aragona, scrittore, writer, saggista, insegnamento religione, narrativa, libri, adozione a distanza, Linea Missione, Malawi, HIV, Vita umana, Fecondazione Assistita

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