Per il ruolo che ricopre in quanto Ministro per le
pari opportunità e per la sua presa di posizione in merito al Referendum sulla
procreazione assistita, Stefania Prestigiacomo è ormai da diverso tempo al
centro di un interesse da parte dei media e di chi ne apprezza o meno qualità
politiche e umane.
Anche noi vogliamo, in questo spazio dedicato alla
preghiera per i nostri politici, dedicarle alcune riflessioni.
A partire dal ruolo istituzionale che il Ministro
ricopre non possiamo che sottolineare come parlare di ‘pari opportunità' fra i
due sessi non significa in alcun modo omologarne caratteristiche e finalità.
Riteniamo che garantire pari opportunità significhi
poter portare a compimento il progetto che si addice a ciascuno di noi,in quanto
uomini o in quanto donne. Nel caso della donna, a ragione, si sottolinea ormai
da anni che la tutela della maternità rappresenti una di queste opportunità: la
maternità ha un ruolo umano e sociale determinante e non può che essere
considerata un valore aggiunto che, piuttosto che causare discriminazione, deve
offrire la riflessione a un mondo troppo spesso interpretato al maschile per il
quale la donna, in quanto esperta di “maternità”, deve contribuire a livello
sociale ed esistenziale, nel mondo del lavoro come in quello della gestione
della cosa pubblica, a riequilibrare una società carente di autentica
“femminilità” (intendendo con questo termine qualcosa di molto più profondo
rispetto all’idea che essa sia esclusivamente il fascino che emana da un
ancheggiare aggraziato o da un proferire moine).
Quello che troviamo invece contraddittorio è l’idea
che la maternità sia qualcosa che sta “a parte”.
Che viene dopo.
Che ha una funzione individuale e che appartiene
solo alla sfera personale della donna.
Sempre più frequentemente, e il dibattito
referendario ce lo conferma, assistiamo alla pretesa da parte di molte donne di
diventare madri a un certo punto della loro vita, quando hanno avviato la
propria carriera e sentono che manchi qualcosa alla loro esistenza di donne, una
sorta di ciliegina sulla torta. Questo “qualcosa” si chiama figlio, letto e
vissuto come fosse un’appendice alla propria vita professionale che deve
appagare quel senso di maternità sempre più interpretata come appropriazione
dell’altro da sé: mentre da adolescenti ci si preoccupava di rivendicare
un’autonomia che ci staccasse dall’idea che noi siamo proprietà dei genitori,
all’età prossima alla menopausa si cambia registro e ci si immerge nel ruolo di
madre – padrona. E’ una contraddizione che affonda le sue radici nell’idea,
ormai sbandierata in ogni dibattito, del diritto alla maternità.
In questo spazio vogliamo ribadire che la maternità
e la paternità non sono un diritto, ma un dovere, un ruolo che nasce dal dato di
fatto che la vita è affidata, attraverso la procreazione, alla donna e all’uomo,
e che la donna ha il compito di alimentarla, di custodirla e di educarla,
insieme all’uomo, fino a renderla autonoma. I figli non appartengono a noi, noi
ne siamo solo i custodi.
Scrive Kahalil Gibran ne Il Profeta:
“E una donna che reggeva un bambino
al seno disse:
Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono figli
vostri.
Sono figli e figlie della sete che
la vita ha di sé stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma
non da voi,
E benché vivano con voi non vi
appartengono.
Potete donare loro amore ma non i
vostri pensieri:
Essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi
ma non alle loro anime:
Esse abitano la casa del domani, che
non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a
loro, ma non farli simili a voi:
La vita procede e non s'attarda sul
passato.
Voi site gli archi da cui i figli,
come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L'Arciere vede il bersaglio sul
sentiero dell'infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano
rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano
dell'Arciere;
Poiché come ama il volo della
freccia così ama la fermezza dell'arco.”
Con la nostra preghiera vorremmo che fosse proprio
sradicata dalla nostra società l’idea ambigua e deleteria che i figli siano
qualcosa da produrre, a tutti i costi in buona salute, e da “consumare”, a
nostro esclusivo beneficio, con la conseguenza che se dovessero venire male
possano essere buttati e riprodotti in un successivo tentativo.
Vogliamo per questo prendere ad esempio Maria, con
il suo “Eccomi, sono la serva del Signore”, e riproporlo a tutte le donne,
soprattutto quelle che si professano cristiane, per le quali la vita come dono è
un concetto imprescindibile dal loro essere donne e madri.
Risposta
all'amico Geppi (controreplica di Turi Vasile)
Non ho dubitato minimamente che la mia nota in
cui esprimevo la profonda convinzione che astenersi dal votare il prossimo
referendum è più che un diritto, un dovere (senza punto esclamativo)
avrebbe trovato ospitalità nell’Agenzia Radicale alla quale collaboro da
anni in piena libertà. Il suo direttore Giuseppe Rippa, Geppi per gli
amici e anche per me, è uno spirito ampiamente tollerante e liberale (il
termine “libertario” così spesso in uso non mi piace perché denota una
intransigenza al limite dell’anarchia). Io lo rispetto considerandolo un
ammirevole cavaliere dell’utopia; la sua facondia inarrestabile e la sua
abilità dialettica mi intimidiscono; la sua onestà intellettuale mi
incanta. Con la stessa franchezza dirò che mi aspettavo da lui un
commento, alla mia notarella, più convincente e meno superficiale. Non ho
difficoltà ad ammettere che la colpa possa essere stata mia perché non mi
sono spiegato bene.
Dichiaro definitivamente, per il valore che può avere la dichiarazione di
uno senza voce in capitolo come me, che rispetto con profonda sincerità le
scelte fatte dall’on. Fini, dall’on. Prestigiacomo, da Giuseppe Rippa,
Geppi per gli amici e anche per me, dalla maggioranza della redazione di
Agenzia Radicale, da tutti insomma. Ho però la curiosa pretesa di volere
rispettata la mia scelta, poiché se rispetto, senza limite alcuno le
scelte di tutti, non posso fare a meno di nutrire il medesimo rispetto per
le mie proprie.
La mia polemica nei confronti dell’on. Fini e dell’on. Prestigiacomo non
riguarda le loro opinioni degne della massima considerazione, ma il modo
con cui loro intendono farle prevalere. Potrei dire che “il modo ancor mi
offende”
Sono disposto a tollerare, anche se mi ritengo ininfluente, la collaudata
incoerenza e la fatuità di un aspirante leader che giudica il fascismo in
cui lui ha volente o nolente le radici, un male assoluto, e altre
contraddizioni alle quali del resto troppi esempi generalizzati ci hanno
abituato con l’alibi delle sofferte, legittime conversioni. Non riesco
però a digerire che per giustificare il suo punto di vista dell’ultima ora
accusi noi cattolici di azione diseducativa nel praticare l’astensione. Mi
sembra paradossale che, pur non volendo polemizzare con la Chiesa, la
accusi di essere… corruttrice di minorenni.
Quanto alla Prestigiacomo, non ho mai detto né pensato che lei si sia
fatta strumentalizzare dal Comitato per Sì. La mia affascinante
corregionaria – e lo dico a sua difesa - sa strumentalizzarsi da sé. Per
far prevalere i suoi strillati sììì (abbassi la voce per favore) non esita
a sbandierare lo spauracchio della rimessa in discussione della legge
sull’aborto, fornendo un’arma all’on. Fassino che subito l’ha fatta
propria per incendiare gli animi. In occasione del Gay Pride Day di Milano
poi, la nostra ministra, invece di scandalizzarsi per la mostruosa
esibizione di venti bambini, ciascuno orfano di due padri viventi, come
hanno fatto moltissimi, compreso Alessandro Cecchi Paone, si è doluta a
gran voce che sia stato offerto un argomento in più al partito degli
astensionisti.
Chiarisco meglio: a me non va giù, anche se non interessa a nessuno, che
invece di approfondire la complicata questione, si cerchi di affermare il
proprio punto di vista con armi improprie. Sconvolgente è poi l’improvviso
imponente schieramento di quanti, avendo criticato fino a ieri Fini e la
Prestigiacomo, oggi li esaltano. È una conversione a U che riguarda anche
il mio amico Geppi. Così va il mondo…Se si pensa che Vendola, il quale
giorni fa a Bari si accostò compunto ai sacramenti, oggi rinnega il Papa
perché non ha benedetto le coppie di fatto, il quadro è chiaro.
Questo è il relativismo da cortile nel quale siamo costretti a vivere,
figlio di quel relativismo maggiore che Papa Ratzinger combatte
coraggiosamente.
Sono felice poi di aver fatto ridere il mio amico Geppi quando – e questa
è la mia semplicissima ed esclusiva posizione sottratta ad ogni influenza
esterna – ho sostenuto che a parer mio il problema controverso della
procreazione, che affonda le radici nel mistero della vita e della morte,
non può essere oggetto di un semplicistico referendum popolare in balìa,
come si è visto, di tante superficiali emozioni. Abbiamo udito
improvvisati scienziati, filosofi, medici dei due campi dissertare nella
presunzione di aver capito tutto. Beati loro: io non ho capito molto.
Abbiamo letto le sentenze dei veri luminari con pareri diversi, spesso
diametralmente opposti. Sbagliato o ingiusto che sia il mio punto di
vista, sostengo che è il Parlamento è più abilitato ad approfondire, a
sperimentare, a correggere una legge che già c’è. Rida, rida pure il mio
amico Rippa; sono contento per lui: il riso fa buon sangue.
Quanto alla sua pretesa di chiudermi la bocca ricorrendo a Pietro Prini,
filosofo cattolico, osservo semplicemente che questi, sponsorizzato da
Vattimo, è contrastato da altri filosofi cattolici non meno grandi di lui,
come, per esempio Vittorio Mathieu. Lo scisma sommerso proposto da Prini è
stato oggetto di un vivace dibattito che lo ha messo in minoranza.
Si tratta, comunque, caro Geppi, di temi elevati che poco hanno a che fare
con le nostre povere chiacchiere su un problema molto più grande di tutti
noi.
Rippa risponde: caro Vasile, noi voteremo quattro SI, tondi e forti
Giuseppe Rippa (Direttore di
Quaderni Radicali)
Turi Vasile è da anni nostro collaboratore; le sue opinioni sono state da
noi rispettate e la sua nota che “inneggia” all’astensione per il voto
referendario del 12 e 13 prossimi, sulla legge 40/2004 (procreazione
assistita e ricerca scientifica), addirittura identificato come un dovere
(!), trova naturale ospitalità sulla nostra agenzia.
Si tratta di un comportamento ovvio, naturalmente legato al modo di
realizzare il nostro modello liberale di espressione e di azione.
Qualche puntualizzazione però va fatta e noi la faremo, anche per
rispettare la linea della testata e le scelte di quasi tutta la redazione
che in questo caso non solo non crede all’astensione, ma è orientata a
quattro tondi e forti SI.
Veniamo al merito della “dichiarazione di voto”.
Il mio amico Turi, stimolato dal suo tradizionale sarcasmo, cade in alcune
palesi contraddizioni che fanno apparire la sua verve più che una
spiritosa e serena espressione critica, una faziosa e tendenziosa
intenzione di parte. Nulla da eccepire sulle posizioni di parte. Noi ne
siamo la più evidente rappresentazione. A patto però che si chiarisca che
tali sono e non vengano camuffate da una retorica consistente,
reiteratamente, nel dire una cosa per farne intendere un’altra.
Non è chiaro - ad esempio – se il fatto che il “Comitato per il SI” spinga
l’On. Stefania Prestigiacomo come “gradevole effige”, sia un uso subdolo
di un soggetto “inconsapevole” e quindi un odioso modo di farla diventare
per le sue dichiarazioni (legge sull’aborto in pericolo se il referendum
non passa) “un’arma terroristica”, oppure no.
Ma allora viene da chiederci, se l’uso di questo soggetto inconsapevole
(ci scusi l’on. Prestigiacomo, ma il nostro è un mero esercizio
dialettico, non intende essere un’offesa alla sua persona) è strumentale,
non ha iniziato il premier Silvio Berlusconi ad usare questa “effige”,
forse per colmare il deserto di presenze femminili nel suo poco esaltante
governo?
Delle due l’una: o valutiamo i contenuti delle scelte che le persone fanno
e da li partiamo per un giudizio, oppure ci mettiamo a giudicare le
persone (cosa tutto sommato poco carina e molto spesso ingiusta) e le loro
presunte o reali qualità.
L’on. ministro Prestigiacomo è all’altezza della situazione e la sua
personalità politica è matura o sostanzialmente una “effige” senza
contenuti? Noi crediamo alla prima ipotesi. Ma se mai fosse vera la
seconda l’amico Turi esprima al Capo del Governo, che egli ha votato e che
dichiara di voler ancora votare, il suo disappunto per scelte inadeguate.
Turi è sferzante anche con il vice-premier Gianfranco Fini. Solo perché ha
manifestato la sua intenzione di votare e di votare tre si e un no. Dagli
all’untore. Peccato che non si sia sentito più amareggiato del fatto che
alcune squadraccie della destra hanno fatto irruzione in un Comitato per
il SI, e ne sono uscite solo con l’intervento della polizia.
Dunque Turi Vasile si astiene.
Scelta legittima, ma per carità evitiamo di affermare che ci si astiene
per scongiurare una vacatio legis! Ma quale vacatio legis, questi
referendum sono abrogativi di alcune parti della legge, quelle più
odiosamente infarcite di divieti e di umiliazioni per le donne, i malati,
i genitori che desiderano un figlio.
Circa poi il fatto che il Parlamento se ne occuperà per migliorarla, è
tutto da ridere. Innanzitutto perché abbiamo visto questo Parlamento che
legge ha fatto, poi perché se vorrà occuparsene nessuno glielo vieterà.
Sarà meglio comunque che se ne occupi avendo il Paese, con un forte esito
referendario positivo contro i famigerati divieti, indicato la strada dove
vuole andare. Sarà un modo per evitare che tentazioni egemoniche
(conquistate dalla somma di astensionisti cronici e forse inconsapevoli e
astensionisti politici – in questo caso le questioni di fede c’entrano
poco) si possano realizzare, e perché no, anche verso la legge sull’aborto
(Prestigiacomo docet!).
Circa poi il concetto di Chiesa Cattolica istituzionalizzata e Chiesa
separata, al mio amico voglio offrire un contributo di riflessione che ci
viene fornito da un grandissimo filosofo cattolico del nostro tempo:
Pietro Prini, al cui pensiero ci sentiamo totalmente vicini.
“Bisogna – scrive Prini – invece rendersi conto che siamo di fronte, come
ho già osservato, ad una specie di scisma. Non uno scisma istituzionale,
ossia tale da assumere, come avvenuto spesso in passato, la forma di una
società ecclesiale separata dalla Chiesa cattolica storicamente istituita.
È piuttosto un distacco, semplicemente nascosto, o sommerso, di molti
fedeli dalla soggezione agli insegnamenti della gerarchia ecclesiastica
della quale non si accettano più posizioni dottrinarie o pratiche
pastorali che si ritengono fuori dal tempo e dallo spazio della scienza”.
Astenersi non è un diritto, è
un dovere
Attenzione! La Chiesa sta diffondendo un messaggio
altamente diseducativo nell’esortare cattolici e non cattolici a non votare il
referendum del 12,13 p.v. - lo afferma il nostro vice-premier detto anche il
Fini dicitore, preso nella spirale delle sue contraddizioni. In compenso la
rappresentanza dei cattolici è stata assunta ad interim dal ragazzo Capezzone,
il quale si dice certo che i fedeli dimostreranno ancora una volta il loro
anelito di libertà, come fecero schierandosi a favore del divorzio e
dell’aborto.
Così il complicato referendum sulla procreazione assistita, su cui si dividono
in modo netto scienziati e filosofi a favore del sì come del no, è stato
affidato al popolo, presumibilmente perciò più illuminato di certezze dei soloni
anche laici e dei teologi.
In questa occasione la chiesa Cattolica ha dimostrato di essere corruttrice,
oscurantista e liberticida.
Ma mi faccino il piacere! – direbbe l’immarcescibile Totò e noi con lui. Porre
su questo piano i termini di un referendum che affonda le radici nel mistero
della vita e della morte, non solo è sleale, è anche ridicolo, sia pure con la
partecipazione dell’on. Stefania Prestigiacomo la cui gradevole effigie ricorre
su tutta la grande stampa. Anche l’occhio vuole la sua parte… persino se per
guadagnarsi questo privilegio si lancia l’arma terroristica secondo cui la legge
sull’aborto è in pericolo. Con ciò si è dato inizio a una nobile staffetta dal
momento che l’on. Fassino ha raccolto la fiaccola del ricatto dalle gentili mani
delle parità opportunistiche…
Scherzi a parte, se di scherzi si può impunemente parlare con questi chiari di
luna, lo scrivente dichiara, anche se non ha voce in capitolo, che si asterrà.
Si asterrà con la semplice intenzione di non creare un vuoto, se vincessero i
referendari, una vacatio legis destinata a procurare maggiore confusione. Si
asterrà perché si augura che la delicata questione torni al Parlamento, sede più
competente a deliberare col ricorso a uno studio più approfondito e autorevole,
che corregga la attuale legge 40 anche traendo profitto dalle obiezioni che sono
intanto affiorate nel corso della campagna pro – e contro – il referendum.
Si asterrà perché, in buona fede, non saprebbe condensare in un sì o in un no
una dottrina che non possiede anche se ha fatte le elementari. Per lui astenersi
non è un diritto, è un dovere. Coraggioso, libero, sottratto alle ragioni
corruttrici della Chiesa Cattolica come all’influenza illuminante della Chiesa
Separata rappresentata dal ragazzo Capezzone.
L'astensione è un'arma
politica contro il quorum
Gianni Badget
Bozzo
La Conferenza Episcopale italiana ha
rifiutato il fatto che la vita venisse messa ai voti, scegliendo con coraggio la
strada dell'astensione, ed evitando così una guerra di religione tra il sì e il
no. Ha scelto di annoverare tra i suoi sostenitori anche la fila dei vacanzieri
e dei demotivati, sfidando il moralismo di coloro che, anche nella Chiesa,
volevano dalla gerarchia il comodo ruolo del «no» duro e puro. Ritenendo un
danno alla vita la cancellazione della legge, la Conferenza Episcopale ha scelto
di combattere un referendum politico coi mezzi della politica, e cioè con il
mezzo politico che distrugge i referendum come tali, cioè l'astensione. Ha
scelto di combattere l'avversario non con le proprie armi, ma con le armi
dell'avversario. A sfida politica in forma religiosa, la Cei ha risposto con
scelta religiosa in forma politica. La Cei può vincere o perdere questa
battaglia. Se la vince, si troverà di fronte a una crociata contro la Chiesa
«oscurantista», se la perde si troverà di fronte il dileggio per aver perduto.
Tuttavia, la Chiesa italiana ha fatto un gesto coraggioso e non si è mascherata
dietro la sottile ipocrisia di salvare l'anima dicendo di «no». Avrebbe avuto la
lode di tutti, compresi gli scienziati e i Radicali, ben lieti di una Chiesa che
si mette fuori gioco e non combatte con le armi del mondo: cosa che le è stata
fortemente rimproverata.
Il cardinale Ruini si è dimostrato un grande uomo di Chiesa e un grande
stratega, e lo rimarrà anche se il giorno del referendum dovesse piovere e gli
italiani non andassero al mare.
Ma quel che più conta, oltre al coraggio
del cardinale Ruini, è stato il fatto che il Papa abbia citato il referendum nel
suo intervento all'assemblea generale della Conferenza Episcopale italiana. Era
già pronta, ed è stata anche tentata, persino da D'Alema, la distinzione tra la
posizione del Papa e quella della Conferenza Episcopale, ma il testo del Papa
era troppo chiaro.
Con Papa Ratzinger la Chiesa entra in guerra contro il mondo del relativismo,
non più coperta dal velo di grande popolarità umana che avvolgeva Giovanni Paolo
II. Il Papa tedesco deve contare sul rigore delle sue analisi, con la sua
magnifica denuncia dell'ideologia dei diritti umani, con la comprensione
profonda del fatto che l'ateismo sottile e scientista del XXI secolo è ancora
più radicale e pericoloso dell'ateismo materialista e totalizzante del comunismo
del XX secolo.
Infine, se guardiamo l'opera del cardinale Ratzinger, essa è una magnifica
sintesi, un vero sillabo, degli errori del relativismo, di cui egli ha colto la
punta infuocata: in nome della relatività dell'uomo possederne il corpo in modo
assoluto, usare la sua vita come materiale per una riprogrammazione infinita.
Benedetto XVI non ha il temperamento conciliante di Benedetto XV, da cui ha
preso il nome. Ha capito che l'unico modo con cui si tiene unita la Chiesa (ed
anche le Chiese) è quello di affrontare fino in fondo la sfida all'uomo che oggi
la scienza e la tecnologia pongono.
La sua è una svolta antropologica, umana, storica e reale ben diversa da quella
fasulla della teologia post-conciliare del secolo scorso. Un Papa che sfida il
mondo.
Certo, era l'ultima cosa che potevamo
pensare da un professore di teologia di Tubinga chiamato alla cattedra di
Pietro.
Lo Spirito Santo e la storia hanno sempre capacità di sorprendere. Forse questo
coraggio eviterà, in Italia, la «zapateriade».
La falsa scienza dell'onnipotenza
Umberto Galimberti
Negli Usa, una donna affittando il proprio utero a pagamento, ha
generato due gemelli per una coppia italiana la quale, non potendo generare,
aveva inviato per corriere alla signora due embrioni. Le storie individuali non
si giudicano. Troppi sono i segreti dell'esistenza ignoti non solo agli altri ma
persino a se stessi. Quindi lasciamo ai due genitori ciò che custodisce la loro
scelta, per occuparci della scelta in sé, già praticabile in America e non
ammessa dalla legislazione italiana.
Alla base di questa scelta non si fatica a scorgere un senso di onnipotenza, per
cui io posso fare quel che natura non mi concede. E questo grazie alla tecnica
che è in grado di realizzare il mio desiderio chiedendomi però come prezzo
quello di visualizzare il mio e l'altrui corpo come semplici macchine, alcune
delle quali forniscono la materia prima, altre il laboratorio per la sua
elaborazione.
Questo processo di materializzazione, per cui io non coincido più con il mio
corpo, ma me ne servo come di uno strumento a mia disposizione, è l'esatta
definizione della schizofrenia, dove un processo di dissociazione mi fa fare
esperienza del mio corpo come di qualcos'altro da me.
È questo un fenomeno che ciascuno di noi conosce quando si ammala, quando cioè
il corpo, invece di essere il veicolo, diventa l'ostacolo da superare per essere
al mondo. Allora a far senso non è più il mondo, ma il corpo che la malattia
trasforma da soggetto di intenzioni a oggetto d'attenzione. Lo spazio che
interessa si riduce alle dimensioni dell'organismo e il tempo al decorso della
malattia. Questa dissociazione tra il nostro io e il nostro corpo, che ogni
malattia porta inevitabilmente con sé, è il primo segno della nostra fuoriuscita
dal mondo, è un'anticipazione della morte. La stessa anticipazione che notiamo
in ogni anoressica che vive il suo corpo come un impedimento alla piena
realizzazione di sé. E perciò lo mortifica, sottoponendolo a indescrivibili
pratiche di digiuno, nell'illusione di poter realizzare l'ideale di sé solo
prescindendo dal corpo.
Questo genere di dissociazione è la stessa che troviamo alla base di tutte
quelle pratiche mediche che possono realizzare desideri di generazione solo
persuadendo che noi non siamo il nostro corpo, ma il corpo è solo una macchina a
disposizione del nostro desiderio.
No signori, non è così. Da che mondo è mondo è proprio il corpo a segnare il
limite delle nostre possibilità e dei nostri desideri. E tentare di oltrepassare
il limite significa infilarsi in quei deliri di onnipotenza dove un Io
decorporeizzato tratta il proprio corpo come si trattano le cose, maneggiandolo
e intervenendo come si maneggiano e si interviene sulle cose.
A questa mentalità materialista, tipica dell'Occidente, la cui cultura prevede
che in linea di massima ogni desiderio possa essere realizzato, persino al di là
dei limiti della materia, ha dato man forte da un lato la religione cristiana
che ha fissato nell'anima il principio dell'identità personale riducendo il
corpo a pura carne da redimere, e dall'altro la scienza medica che, per le sue
giuste esigenze di metodo, ha ridotto il "corpo" a semplice "organismo" privo di
ogni connotato egoico, di ogni valenza psichica e intenzionale, fino a
concepirlo come un qualsiasi oggetto di natura, simile in tutto e per tutto alle
altre cose che la scienza trova nel mondo e sottopone alla sua analisi in vista
dei fini che si propone.
Adottando il punto di vista scientifico, divenuto ormai mentalità comune,
ciascuno di noi finisce per concepire il proprio corpo solo come sua estraneità,
e così perde quel senso di intima appartenenza per cui non dico, quando "sono"
stanco, di "avere" un corpo stanco. Perché il corpo non è un mio "avere", ma è
il mio "essere".
E non è un prescindere dal proprio "intimo essere" parlare dei propri ovuli o
dei propri semi come di cose di cui posso "disporre", oppure del proprio utero
come di qualcosa che posso "affittare"? Se è vero, come diceva Heidegger, che
"il linguaggio parla" ciò che queste espressioni dicono non è forse quell'intima
dissociazione tra sé e il proprio corpo che riscontriamo alla base dei più gravi
squilibri mentali? Con ciò non si vuol dire che i due genitori che hanno inviato
gli embrioni in America, dove hanno affittato l'utero di una donna che li ha poi
generati, siano degli squilibrati, certo hanno dato anch'essi il loro contributo
a quella mentalità che considera il corpo un semplice strumento a disposizione
di un desiderio che non conosce limiti. È una mentalità questa molto pericolosa,
perché quando il nostro corpo è ridotto al rango di "materia prima", dite un po'
voi dove può cadere, ormai, la differenza tra l'uomo e le cose? E se questa
differenza cade, quale altro criterio abbiamo per riconoscere un uomo?
Botta e risposta tra due
lettori di "Metro"
Botta
Il desiderio di un figlio
corrisponde a un istinto innato dell'essere umano, cosi come è insito nell'umana
natura l'istinto alla procreazione. Può capitare, però, che una coppia di
aspirandi genitori incontri degli ostacoli, quali sterilità e infertilità e che
il processo per dare vita a un figlio risulti più lungo e complesso. In tutto
questo, il cammino, già di per sé difficile, è ulteriormente complicato dalla
legge 40/2004 oggi argomento di scottante attualità che chiama in causa un Paese
intero dai laici al cattolici, dagli scienziati ai medici, dai politici di
destra a quelli di sinistra, ai cittadini.
Ritengo che sia una legge densa di contraddizioni, inappropriata e insensata e
che, oltretutto, rischiando di arrestare la ricerca scientifica, rischia di
rigettare l'Italia in un'oscurità medievale.
Secondo tale legge, che Iimita a 3 il numero ovociti da fecondare proibendo la
conservazione di quelli in eccesso (sui quali la ricerca scientifica potrebbe
condurre gli studi per trovare una cura a malattie come il Parkinson, la
sclerosi o il diabete), il medico è costretto a impiantare nell'utero della
donna anche embrioni malati, attenendosi al divieto di qualsiasi forma di
selezione che tale legge prevede,
mettendo rischio sia la salute del feto che quella della donna; qualora ci fosse
un ripensamento all'impianto nell'utero da parte della coppia, il medico
dovrebbe obbligare la donna a un impianto coatto.
Questa legge non solo è aberrante per la donna e per la sua dignità ma lede
anche la libertà riproduttiva individuale, un diritto che dovrebbe essere
indiscutibile in una società democratica. Ritengo che, in materia di
procreazione assistita, lo Stato (e tanto meno la Chiesa) non dovrebbe
intromettersi e credo che non spetti a una legge stabilire ciò che è giusto o
ciò che è sbagliato per la vita altrui.
La norma, inoltre, equipara i diritti dell'ovulo fecondato a quelli di una
persona in netta contraddizione con ciò che sancisce il codice civile (tali
diritti si acquisiscono al momento della nascita) e la legge sull'aborto
rivelando, a mio parere, la logica
bigotta e dottrinaria che ne ha orientato l'intera stesura.
Lo Stato, che a mio parere ha dimostrato la sua grande incompetenza nel campo
delle conoscenze scientifiche con una legge che non tutela affatto la salute
della donna, non dovrebbe entrare nella sfera privata e morale delle singole
persone
decidendo chi può usufruire della procreazione assistita (vietata ai single e
alle coppie totalmente sterili e decidendo quanti e quali embrioni possano
venire impiantati nella donna. Mi rendo anche conto, però, che il potere
politico non può disinteressarsi
completamente di questa questione ma da qui a ledere le libertà individuali ce
ne corre. Per fortuna il referendum sembra ridare speranza a tutte quelle coppie
che per avere un figlio ora ricorrono alla "procreazione turistica" e alla
clandestinità. Si voterà soprattutto per consentire la ricerca sulle cellule
staminali, per proteggere la salute delle donne e per consentire la fecondazione
eterologa Apprezzo i partiti politici che sostengono la libertà di coscienza,
disdegno gli altri.
Non condivido la predica della Chiesa che divulgando la sua interpretazione del
mondo incita all'astensione. Io voterò quattro sì e spero che tutte le persone
con un po' di buon senso facciano lo stesso.
Martina Lacerenza (studentessa)
Risposta
Ritengo doveroso rispondere a quanto espresso dalla studentessa
(!)
Lacerenza nella rubrica "L'opinione" del 1° giugno, anche se è difficile
condensare in poche righe argomenti che dovrebbero essere sviluppati in molte
pagine.
Se però la Lacerenza ha avuto un intero trafiletto a disposizione, mi si
dovrebbe consentire per par condicio almeno uno spazio analogo per confutare un
congruo numero di imprecisioni ed errori grossolani frutto di luoghi comuni e
ignoranza.
1) la legge 40/2004 non proibisce la crioconservazione degli ovociti in eccesso
bensì quella degli embrioni in eccesso rispetto ai 3 ammessi (e non è una
differenza da poco: gli ovociti sono cellule gametiche, gli embrioni sono
organismi viventi con corredo cromosomico autonomo diploide)
2) il divieto di effettuare una "diagnosi genetica" sugli embrioni da impiantare
impedisce la condotta "eugenetica" che, nonostante i distinguo e le precisazioni
dei suoi sostenitori, di fatto porta a una "selezione" prenatale (addirittura
pre-utero) dei concepiti, che non è eticamente distinguibile dalla selezione
razziale o psicofisica praticata dagli antichi Spartani sugli esseri deformi o,
più recentemente, dai medici nazisti con conseguente eliminazione dei "prodotti
biologici venuti male"
3) se è vero che la legge "mette a rischio la salute del feto" nel senso che non
impedisce la eventuale nascita di un feto portatore di malattie, è anche vero
che è molto peggio uccidere lo stesso embrione-feto per risolvere il problema
alla radice. non facendolo nascere!
4) inoltre, portando alle conseguenze estreme questo ragionamento -embrione
portatore di malattie = embrione sbagliato = embrione da distruggere) allora si
potrebbe arrivare un domani non troppo lontano a decidere di distruggere anche i
portatori di handicap psico-fisici (per non farli soffrire!), e questo in barba
alle leggi sulla tutela dei disabili e invalidi civili che tutti, anche
trasversalmente, accettiamo e riteniamo giuste in quanto espressione di una
società civile e solidaristica
5) la salute della donna sarebbe molto più danneggiata dall'inserimento in utero
di un numero maggiore di embrioni in un unico tempo (con eventuale rischio di
gravidanze plurigemellari) o dal ricorso a successive plurime inseminazioni
usando embrioni crioconservati in stand-by, senza contare che nessuno può
garantire che tali embrioni "congelati", magari utilizzati dopo anni dalla loro
creazione, siano ancora capaci di sviluppo senza problemi di anomalie genetiche
o cromosomiche
6) lo Stato e ancora di più la Chiesa non hanno il diritto di intromettersi, ma
ne hanno il dovere: lo Stato in quanto istituzione suprema deputata alla
supervisione di un regolare e armonico sviluppo della società mediante
imposizione di norme che regolino l'ordinato svolgimento della vita del consesso
civile senza che la libertà di uno vada a interferire con la libertà degli
altri, nel rispetto della morale prodotta dalla società stessa; la Chiesa in
quanto ente spirituale e comunità dei credenti perché deve dare indicazioni
chiare ed inequivocabili ai cristiani sui problemi fondamentali della vita come
pure sui comportamenti pratici da attuare nel quotidiano. Infatti la Chiesa non
impone obblighi ai cittadini italiani, ma spiega la sua posizione ai fedeli. Chi
è ateo, o appartiene a un'altra confessione o religione o è agnostico può
ignorare liberamente i dettami della Chiesa. Cosa che, per inciso, potrebbe fare
anche un cristiano ma dimostrando però incoerenza. Che significa poi "(lo Stato)
non dovrebbe
stabilire ciò che è giusto o ciò che è sbagliato per la vita altrui": la vita
dell'embrione? La vita della madre? La vita in genere? Lo Stato non deve
decidere della vita dell'embrione ma lo deve decidere la madre o magari il
medico? Attendo chiarimenti.
7) È vero che la legge stabilisce che la capacità giuridica si acquisisce alla
nascita, ma sempre la legge tutela anche i diritti del nascituro tant'è, per
esempio, che le sanzioni per le lesioni personali a una donna incinta che
producano un aborto sono sanzionate in misura maggiore rispetto alle stesse in
una donna non gravida, senza contare la teorica tutela dell'embrione-feto
espressa dalla legge 194/1978
8) la legge 40/2004 sarà bigotta ma è maturata nel corso di due legislature, una
di sinistra e una di destra, e tirare in ballo proprio adesso accuse di
bigottismo è quanto mai sospetto
9) in quanto alla ventilata possibilità di consentire la fecondazione assistita
per i singles o addirittura per gli omosessuali: ma di che stiamo parlando? Chi
dovrebbe essere inseminato e da chi? Già l'adozione per tali categorie è
vietata, e per motivi non discriminatori come farebbe intendere la nostra
studentessa "pasionaria", ma solo nell'interesse esclusivo del bambino
nascituro, che si troverebbe privato della dimensione familiare madre-padre
fondamentale per un corretto e naturale sviluppo psicologico, in quanto nel caso
del single si troverebbe senza una delle due figure
chiave (e la neuropsichiatria infantile spiega bene quali siano i problemi dei
bambini che crescono senza uno dei due genitori per il suo decesso o per una
separazione legale), nel caso di coppia omosessuale si troverebbe privo di
riferimenti genitoriali normali con conseguente confusione dei ruoli e anomalie
relazionali nello sviluppo psicosessuale.
Figuriamoci se allora ha un senso, per quelle stesse categorie cui per fortuna
(dei bambini) è preclusa dalla legge l'adozione, consentire loro di costruirsi
un bimbo in provetta tipo "acquisto al supermercato"!!!
In fin dei conti ogni cosiddetto "diritto" citato dai fautori del SI' (diritto
della donna, diritto delle coppie sterili, diritto dei singles, diritto delle
coppie gay ecc) se andiamo a ben guardare esprime solo ed esclusivamente
l'interesse assoluto, al di sopra della legge e, quel che è peggio, al di sopra
della morale, di categorie di individui, mentre nessuno dei fautori del SI'
parla o si preoccupa dei diritti dell'embrione, ridotto praticamente a un mero
oggetto (di desiderio, di consumo o che altro) di cui si disconosce
spudoratamente la caratteristica principale: di rappresentare indiscutibilmente
una vita con caratteristiche di unicità ed esclusività.
Col risultato che lo si può studiare, congelare, scongelare, impiantare,
distruggere come se fosse una coltura batterica e nulla più. Per finire quindi,
se la signora Lacerenza è convinta nel suo intimo del SI' io rispetto la sua
opinione, però che non cerchi di convincere la gente con argomenti privi di
fondamento mescolando concetti diversi in maniera confusa e imprecisa.
Cristiano Grosso (medico)
Sulla
procreazione voto di coscienza o di convenienza?
Turi Vasile
Il 12 e il 13 giugno prossimi saremo dunque chiamati, in base a
un referendum popolare, a pronunciarci sull’abrogazione o meno della legge
40/2004 in materia di procreazione assistita. Il cittadino, con un semplice sì o
con in semplice no, dovrà esprimere il suo giudizio su un problema che affonda
le radici nel mistero della vita; ma può, volendo, esercitare il diritto di
astenersi. Sull’argomento è sorta una vivacissima discussione nella quale si
confrontano teologi, scienziati, filosofi, giornalisti e politici, molto spesso
con invasioni di alcuni nei campi altrui e con sottili distinzioni come quella
tra potenza e atto o con motivazioni secondo le quali può sopprimersi una vita
per salvarne o correggerne un’altra.
Si tratta, in ogni modo, di una questione la cui soluzione è incerta, dibattuta
e, nonostante la presunta validità obiettiva della scienza, opinabile. Affidare
una materia così scottante a chi non possiede dottrina e cultura sufficienti per
esprimere un verdetto, senza offesa per la preparazione media degli italiani a
cui lo stesso scrivente appartiene, è iniziativa incauta e temeraria. Il
referendum è però uno strumento previsto dalla Costituzione e, pur mugugnando,
dobbiamo accettarlo quando deborda dalle nostre comuni conoscenze e competenze.
C’è da augurarsi che se ciascuno non può esprimersi secondo scienza, si pronunci
almeno secondo coscienza, conformemente con la propria formazione e, perché no?,
col proprio sentimento avendo anch’esso il diritto di entrare nell’inquietante
gioco. La prospettiva della possibilità generica della manipolazione della vita
non può infatti lasciarci indifferenti, anche perché molti segnali si
manifestano da tempo nel campo fantastico che spesso precede la realtà.
Per non andare lontano né sul difficile basti citare la commedia di Massimo
Bontempelli Minnie la Candida o il film di Ridley Scott Blade Runner secondo cui
sarebbero già tra noi esseri misteriosamente alieni, come nel primo caso, o
replicanti frutto dell’ingegneria genetica, come nel secondo. Il corpo, definito
da Novalis tempio unitario della memoria, sarebbe come tale sconsacrato e
metaforicamente privato di radici certe.
Limitiamoci, nella nostra angustia, a ripetere con enfasi che ci si attenga
almeno alla propria coscienza e buona fede e non, come è da sospettare, a motivi
funzionali, secondo convinzioni di parte o convenienze di chi, dopo aver
partecipato caldamente alla formazione della legge, voglia rimetterla in
discussione o addirittura abrogarla, per distinguersi politicamente.
Nichi Vendola, che è il condensato delle contraddizioni correnti nel nostro
Paese, si dice perplesso come cattolico, ma dichiara che voterà quattro sì
perché “così ha deciso il mio partito e la sinistra”. Il pericolo che il
referendum sia ancora una volta un pretesto, espressione di un falso scopo, è
moralmente insopportabile. Chi si astiene non confessa infine di essere incapace
a decidere, sostiene bensì di affidarsi alle regole della democrazia
parlamentare per il mantenimento di una legge perfettibile da parte, appunto,
del Parlamento che quando conviene è considerato sovrano assoluto e quando no
viene disinvoltamente privato della sua prerogativa attraverso un voto popolare
diretto.
Fecondazione,
falso duello tra laici e cattolici
Claudio Magris
I quesiti impliciti nella legge 40 e di conseguenza nei referendum abrogativi la
cui votazione è stata indetta per il 12 e 13 giugno sono già abbastanza
complessi perché ci si possa permettere il lusso di complicarli ulteriormente
con questioni inesistenti, quali ad esempio la pretesa contrapposizione, sui
temi in gioco, fra cattolici, o comunque credenti, e laici. Come ho avuto
occasione di scrivere ripetutamente sul Corriere negli ultimi trent’anni e come
non mi stancherò di ripetere, tale equivoca contrapposizione si fonda sulla
crassa ignoranza del significato del termine «laico». Esso non indica affatto
l’opposto di «cattolico» o di «credente» e non indica, di per sé, né un credente
né un agnostico né un ateo.
Laicità è un abito mentale, la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile
razionalmente da ciò che può essere invece solo oggetto di una fede - a
prescindere dal professarla o meno - e di distinguere le sfere di ambiti delle
diverse competenze, ciò che spetta allo Stato e ciò che spetta alla Chiesa, ciò
che compete alla legge e ciò che compete alla morale e così via. La laicità non
coincide con alcuna filosofia o ideologia, ma è l’attitudine critica ad
articolare le proprie convinzioni secondo regole e principi logici che non
possono essere condizionati, nella loro coerenza, da alcuna fede religiosa o
politica, senza cadere in un pasticcio, sempre oscurantista come tutti i
pasticci. In tal senso la cultura - anche una cultura cattolica - se è tale è
sempre laica, così come la logica - quella di San Tommaso o di un pensatore ateo
- non può non affidarsi a criteri di pura razionalità e così come la
dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un santo della Chiesa, deve
obbedire soltanto alle leggi della matematica.
Uno dei più grandi laici che ho conosciuto è Arturo Carlo Jemolo, cattolico
fervente e religiosissimo e maestro di diritto e di libertà, il quale sapeva che
il Vangelo può muovere l’animo a creare una società più giusta, ma non può
tradursi direttamente in articoli di legge, come pretendono gli aberranti
fondamentalisti d’ogni specie; coerentemente, Jemolo avversava la scuola
privata, confessionale o no. De Gasperi e Fanfani erano entrambi credenti, ma il
primo era un politico laico e il secondo no; tante volte politici anticlericali
si sono rivelati faziosi e intolleranti come i sanfedisti e dunque niente
affatto laici, perché laicità significa anzitutto tolleranza, dubbio rivolto
pure alle proprie certezze, autoironia, demistificazione di tutti gli idoli,
anche dei propri. Sulla questione dell’aborto, ad esempio, le parole più alte e
più chiare le ha dette un grande laico come Norberto Bobbio in una memorabile
intervista rilasciata a Giulio Nascimbeni sul Corriere della Sera l’8 maggio
1981. In un discorso pacato e argomentato con la sua magistrale intelligenza
logica, etica e giuridica, Bobbio sottolineava il diritto fondamentale del
concepito, si stupiva che i laici lasciassero ad altri «il privilegio e l’onore
di affermare che non si deve uccidere». Rispettoso della religione e della
Chiesa ma estraneo a quest’ultima - ebbe infatti, per sua scelta, funerali
civili - Bobbio non difendeva astrattamente la vita e ovviamente affermava il
sacrosanto diritto di non voler avere figli e di non averne ossia di non
concepire; riconosceva anche il diritto di disporre della propria vita e di
rifiutarla: «Il suicida dispone della sua singola vita. Con l’aborto si dispone
di una vita altrui».
A confondere le idee sull’aborto ha contribuito non poco - non in linea di
principio, ma nella propaganda di fatto - la Chiesa, abbinandolo indebitamente e
scorrettamente alla contraccezione (favorendo così implicitamente l’equivoco di
chi lo considera un sia pur spinto metodo contraccettivo) e parlando
retoricamente di «vita». Non è la vita che va incensata, perché è discutibile
che essa meriti ossequio; quel che è certo è che devono essere rispettati i
singoli viventi, che non hanno chiesto di nascere né meritato di morire.
Non so se venire al mondo sia un bene o no; so che si deve rispettare e tutelare
chi è venuto al mondo. La vita di un uomo è una curva ininterrotta dal momento
del concepimento a quello della morte, una curva che procede verso il
potenziamento per poi declinare verso il progressivo impoverimento biologico e
intellettuale; una parabola che è esposta alle aggressioni delle malattie, della
denutrizione, della violenza, delle carenze affettive, e non conosce soluzioni
di continuità. Fra un neonato e un uomo di vent’anni c’è più differenza di
quanto ce ne sia tra il medesimo neonato e lui stesso al settimo mese di
gestazione o fra questo settimo mese e il quarto e così via. Ciò che varia è il
rapporto affettivo e sociale che gli altri instaurano con questo essere: si è
ovviamente ben più legati a un figlio di 3 anni che a un infante nato da un’ora,
si soffre diversamente per una persona cara a seconda che muoia nel pieno delle
sue qualità e dei suoi rapporti con noi oppure in una stadio di età o di
malattia che l’abbia da tempo esclusa da ogni relazione con noi.
Ma la reazione sentimentale di un uomo non è il metro del diritto di un altro.
Sono temi su cui, trent’anni fa, scrisse un memorabile articolo Pasolini. Un
laico - credente o no - dinanzi alla formulazione di una legge non deve essere
condizionato da alcuna Chiesa, nè positivamente nè negativamente. Se la Chiesa
cattolica impone nel terzo comandamento di santificare le feste, questa, per un
credente o praticante, non è una ragione per imporre a sensi di legge di andare
a Messa. Se la Chiesa nel quarto e nel settimo comandamento condanna l’omicidio
e il furto, questa, per un ateo, non è una ragione per depennare giuridicamente
il reato di omicidio o di furto. Il laico non si scandalizza se il cardinale
Ruini o i democratici di sinistra suggeriscono di non votare a un referendum -
come il primo ha fatto a proposito di quello del prossimo 12 giugno e i secondi
hanno fatto a proposito del referendum del 15 giugno 2003 sull’articolo 18,
perché entrambi hanno diritto di parlare e di venire ascoltati o tenuti in non
cale, ma non hanno diritto di esercitare la minima pressione.
Un laico si sarebbe augurato che il Tg1 del 10 maggio scorso (ore 20), oltre a
dedicare giustamente ampio spazio al Comitato del sì ai referendum, avesse
almeno nominato il Comitato Scienza e vita, di orientamento opposto, e si augura
che le argomentazioni di Angelo Vescovi, scienziato e biologo contrario alla
manipolazione embrionale che ha ottenuto notevolissimi risultati in esperimenti
con cellule staminali adulte vengano ascoltate, anche dai media, non meno (nè
più) di quelle di rispettabili ma meno significativi prelati concordi con lui o
di quelle di Carlo Alberto Redi, scienziato su posizioni antitetiche. E un laico
si augura pure che, comunque la si pensi in merito alla liceità dell’aborto,
nessuno lo consideri una giusta misura anticrimine, come ha fatto, in un
peregrino articolo, l’illustre economista di Chicago, Steven Levitt, secondo il
quale l’aborto, eliminando bambini indesiderati, elimina future persone
destinate a diventare, causa le loro carenze affettive, criminali. Come ha
scritto sul Piccolo del 26 aprile Francesco Magris, sembra di leggere quel
racconto di Philip Dick in cui s’immagina un mondo nel quale la polizia, grazie
agli indovini, prevede i crimini futuri e punisce i loro futuri possibili autori
prima che li abbiano commessi.
Anche lo tsunami, secondo questo modo di ragionare, ha eliminato, fra le sue
vittime, probabilmente qualche possibile futuro delinquente come qualche
possibile futuro genio. Ma non è così che ragiona la ragiona laica, vale a dire
la ragione tout-court...
Tettamanzi: «L’astensione è giusta ma evitiamo scomuniche
tra i cattolici»
Gian Guido Vecchi
MILANO — La linea è chiara come l’«irrinunciabile diritto-dovere»
della Chiesa di intervenire su scelte «che decidono il futuro stesso
dell’umanità» e indicare il non voto quale mezzo più efficace per non peggiorare
una legge che è già «al limite della soglia di tollerabilità». Ma la questione,
spiega l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, non può finire con il
referendum. Disteso, l’aria serena, il cardinale parla al primo piano
dell’Arcivescovado con accenti tolleranti, spiega che le indicazioni della
Chiesa sono come quelle «di una madre a un figlio» e mette in guardia i
cattolici dalla tentazione, letteralmente «diabolica», di dividersi: «Evitino
ogni forma più o meno larvata di "reciproca scomunica"». Anche perché l’impegno
dovrà proseguire ben oltre il voto, «quella della vita è una delle sfide
principali del nostro tempo».
Che effetto le ha fatto, eminenza, il dibattito degli ultimi mesi sulla
procreazione assistita?
«Rilevo che il dibattito presenta un aspetto positivo, perché attira
l’attenzione di tanti ad interessarsi di questioni di cui spesso si tace, mentre
sono importanti e decisive per ogni uomo e per la società. Devo però aggiungere
che questo dibattito non sempre è stato corretto e non sempre ha saputo
affrontare alcune questioni. Da parte di molti si è preferito parlare per
slogan, semplificando e assolutizzando alcuni aspetti, giungendo persino a
falsare i termini dei problemi in discussione. Di più: non sempre sono stati
messi in luce i valori in gioco; e, quando lo si è fatto, non si è discusso
adeguatamente il tema—importante e, per qualche verso, discriminante in ordine
ad un confronto referendario — del rapporto tra la legge morale e quella civile.
Devo dire, ancora, di alcune prese di posizione pregiudizialmente chiuse a ogni
vero e serio confronto. Così, ad esempio, la contrapposizione tra cultura
cattolica e cultura laica: la ritengo del tutto inaccettabile, perché qui in
gioco non è una "questione cattolica", ma una questione pienamente "umana". È in
gioco la vita umana, il bene fondamentale per ogni persona, sia essa cattolica o
no, credente o no, di destra o di sinistra».
Che cosa risponderebbe a chi ha attaccato il cardinale Ruini, per
l’indicazione del "non voto"?
«La Chiesa—se non vuole venir meno alla sua identità e missione — non può
esimersi dall’intervenire di fronte a scelte etiche e legislative di primaria
importanza come quelle che toccano la vita dell’uomo e, quindi, la sua
inviolabile dignità di persona e che decidono del futuro stesso dell’umanità.
Gli interventi del presidente della Cei scaturiscono da questo "diritto-dovere"
della Chiesa, lo esprimono e lo esercitano. Si tratta di un "diritto-dovere"
irrinunciabile che, in una società veramente libera e democratica, non può
essere soggetto a nessuna forma di limitazione, a meno di dimostrare che
l’esercitarlo sia contro il bene comune!»
In questo caso, però, non ci si limitava al principio, si indicava un
comportamento...
«Se si rileggono con pacatezza e onestà gli interventi del cardinale Ruini,
si nota immediatamente che essi offrono, anzitutto, gli elementi essenziali per
un giudizio etico sulla legge sottoposta a referendum. Sottolineano, poi, con
insistenza la necessità di un’informazione corretta ed equilibrata e di una
formazione davvero attenta ai valori in gioco. Dando anche voce all’indicazione
del Comitato "Scienza vita" di non partecipare al voto, affermano che "in
concreto è necessaria la più grande compattezza nell’aderire all’indicazione del
Comitato, per non favorire, sia pure involontariamente, il disegno
referendario", che consiste nel sopprimere alcune parti della legge 40, con il
risultato di peggiorarla da un punto di vista etico. Aggiungo che lo stesso
presidente della Cei, insieme con i vescovi del Consiglio permanente, ha
precisato con cura che il senso autentico di questa indicazione non è affatto
una scelta di disimpegno, ma l’esatto contrario».
Sì, ma per la Chiesa è legittimo consigliare il non voto?
«Questo consiglio è di per se stesso del tutto legittimo, a prescindere da
chi lo formula. Come precisano, infatti, gli esperti del diritto e come, per
altro, è stato indicato da esponenti politici di primo piano in altre occasioni
referendarie, la non partecipazione al voto nel caso dei referendumabrogativi è
una delle scelte possibili previste già nella nostra Costituzione. Il non
votare, allora, è un modo per esprimere democraticamente la propria volontà di
cittadini, che è il primo gradino della libertà democratica. Al dire dei
giuristi, nel caso dei referendum abrogativi, diversamente che nelle elezioni
amministrative e politiche, non sussiste un dovere civico di votare. Anzi, la
libera scelta di votare o di non votare è un ingrediente essenziale del congegno
referendario. Ora se il consiglio del non votare è legittimo, legittimo rimane
da chiunque venga dato: anche dalla Chiesa e, in essa, anche dai vescovi. Perché
meravigliarsene o rimanerne scandalizzati?»
Forse perché viene visto come un’ingerenza?
«La Chiesa è "madre e maestra", come ci ha ricordato Giovanni XXIII in una
sua famosa enciclica sociale. Come "maestra", ha il compito di "insegnare",
ossia di annunciare la verità del Vangelo e la fede con tutte le sue conseguenze
sui valori e sulle esigenze etiche dell’uomo. Come "madre", può e deve orientare
e guidare i suoi figli, indicando la strada più sicura per vivere in fedeltà al
Vangelo. E questo tanto più se la Chiesa, come vuole il Signore e quindi come è
il suo "ruolo", rimane pienamente inserita nelle vicende e nelle problematiche
del mondo, testimoniando nella società quei valori che le vengono dal Vangelo e
che sono capaci di rendere più giusta e più umana l’intera convivenza. E sono
valori che la Chiesa è chiamata a proporre in modo coerente e convincente, con
gesti e argomentazioni che sanno interrogare anche chi non è cristiano e
suscitare e favorire anche il suo consenso. È innanzitutto in questa prospettiva
di Chiesa "madre e maestra" che si pone, e dunque va letto, il consiglio
espresso dai vescovi».
L'indicazione è vincolante, per un cattolico?
«Per la verità, le indicazioni dei vescovi sono più di una. La prima, la più
sostanziale e vincolante, è che a partire dalla retta ragione ci sono diritti
fondamentali che vanno salvaguardati: il diritto alla vita e all’integrità
fisica di ogni essere umano, compreso l’embrione; i diritti della famiglia e del
matrimonio come istituzione; il diritto per il figlio ad essere concepito, messo
al mondo ed educato dai suoi genitori in un contesto di vita matrimoniale».
Ma una legge dello Stato può assumere tali valori?
«Si tratta di diritti che costituiscono dei "limiti invalicabili" oltre i
quali la legge civile, proprio in forza della propria finalizzazione al bene
comune, non può andare, senza la sua perdita di forza e di credibilità. Sono
come la "soglia di tolleranza" che non può essere oltrepassata. Se invece
venisse superata, ad essere negato sarebbe qualche cosa di intrinsecamente
essenziale alla dignità della persona umana, così come a non poter essere
ottenuto sarebbe lo stesso bene comune, cui la legge deve sempre mirare».
Diceva che le indicazioni sono più d’una...
«L’altra indicazione dei vescovi è che la legge 40 è una legge che "sotto
diversi e importanti profili non corrisponde all’insegnamento etico della
Chiesa, ma ha comunque il merito di salvaguardare alcuni principi e criteri
essenziali". In altre parole, è una legge la cui "soglia di tollerabilità" è già
al limite: non può, dunque, essere superata, come avverrebbe abrogando le parti
indicate nei quesiti referendari. Di qui un’altra precisa e vincolante
indicazione: questa legge non può — non deve — essere peggiorata. Ma questo
avverrebbe votando "sì" ai referendum, mentre rimarrebbero aperte come
eticamente possibili (almeno sotto il profilo teorico) le due strade del votare
"no" e del "non votare". In particolare, l’indicazione della "non partecipazione
al voto" deve dirsi "vincolante" in forza delle ragioni, di ordine "pratico e
prudenziale", che vengono portate per difenderla e promuoverla. E sono ragioni
non deboli né peregrine che molte persone del mondo scientifico, culturale,
professionale e politico — persone competenti e di diversa appartenenza non solo
partitica, ma anche culturale e religiosa —hanno illustrato in questi mesi e che
il Comitato "Scienza vita" ha cercato e continua a cercare di diffondere e di
chiarire. Nella prospettiva ecclesiale sopra ricordata, leggo l’indicazione del
"non votare" analogamente a quella che una madre — guidata da vero amore per i
figli, di cui comunque riconosce la maturità e rispetta la libertà — si sente in
dovere di dare a un proprio figlio quando è di fronte a scelte importanti,
addirittura decisive, per la sua esistenza. È un’indicazione da prendere in
grande considerazione e che solo per gravi motivi si potrebbe disattendere senza
sentirsi in qualche modo a disagio o in colpa».
Cosa direbbe ai cattolici che invece vogliono votare?
«Direi che non devono, con il loro voto, peggiorare la legge. Chiederei,
poi, che prendano in seria considerazione le motivazioni che accompagnano il
consiglio, da più parti espresso, di non andare a votare, esprimendo così "un
doppio no": il "no" al peggioramento di questa legge e il "no" ad un uso
dell’istituto referendario che, anche in questa occasione, sembra quanto mai
discutibile, se non addirittura guidato da inaccettabili strumentalizzazioni. Li
inviterei, ancora, ad interrogarsi sugli effetti che, nel concreto panorama
attuale delle posizioni, questa loro scelta potrebbe avere: sia in ordine al
raggiungimento del "quorum" per la validità del referendum, sia in ordine ad
un’eventuale affermazione dei "sì", che porterebbero all’inaccettabile
peggioramento della legge. Sento, infine, vivo il bisogno di rivolgere un forte
e accorato invito a tutti i cattolici: evitino ogni forma, più o meno larvata,
di "reciproca scomunica". Non è forse una tentazione "diabolica" che, se
seguita, porterebbe a deleterie e infondate "divisioni" e "lacerazioni" del
tessuto ecclesiale?»
Che dice, invece, ai fedeli della sua diocesi?
«Dico, anzitutto, che su questi temi è necessaria una più limpida e costante
opera di informazione e di formazione, che è parte integrante e permanente della
missione evangelizzatrice della Chiesa. Ed è, quindi, un’opera che deve
continuare anche dopo il referendum. E al riguardo tutti, con competenze e forme
diverse, dobbiamo sentirci fortemente responsabilizzati».
In che senso?
«Quella della vita, in realtà, è una delle "sfide" principali del nostro
tempo, anche nel nostro Paese e nella nostra comunità cristiana: accogliere,
tutelare e promuovere la vita umana di ogni persona e in tutte le sue condizioni
e fasi di sviluppo è un grave dovere morale, che ci interpella come uomini e
come cristiani. Ma, nello stesso tempo e non meno, questo è un grave dovere
civile, che ci interpella come cittadini. Lo è perché la vita fisica, per ogni
uomo e donna, costituisce il fondamento di ogni altro bene di cui l’uomo possa
godere sulla terra: la libertà, l’amore, la pace, la salute, lo sviluppo, la
cultura, le relazioni interpersonali, il benessere economico e altri ancora.
Accogliere, tutelare e promuovere la vita umana, allora, è la condizione
originaria e necessaria perché si possa realizzare il bene comune. Interessarsi
di questi problemi e partecipare attivamente a livello culturale, sociale e
politico perché— di fronte a ogni minaccia e ad una sempre più diffusa "cultura
della morte"—si affermi e si diffonda una vera "cultura della vita", è questione
di tale portata presente e futura che non può lasciare indifferente e inerte
nessuno! E nel segno della concretezza devo dire che la "partecipazione", di cui
sto parlando, chiede di esprimersi anche in questa vicenda referendaria, con
scelte precise che non portino ad un peggioramento dell’attuale legge italiana
sulla procreazione medicalmente assistita».
Genetica: amica o nemica?
Maria Devigili,
È giusto un aborto per evitare di dare alla luce un figlio
in cui si sono individuati problemi di carattere genetico? Si può stabilire, in
base ad una selezione tra embrioni fecondati, quali sono “degni” di svilupparsi
e quali no? Queste sono solo alcune delle domande ipotizzabili alla luce delle
nuove possibilità offerteci dalle biotecnologie e, in particolare, dai nuovi
metodi di analisi prenatale. La possibilità di fare una selezione degli embrioni
a seconda delle qualità genetiche suona ancora come qualcosa di strano. Eppure,
i presupposti non mancano. La mappatura del genoma umano è stata dichiarata
completata nel 2000 (ad opera della Celera Genomics) e i ricercatori hanno già
individuato i singoli geni deputati all’insorgere di alcune malattie come la
fibrosi cistica e la distrofia muscolare di Duchenne. Per ora, le nuove
conoscenze genetiche hanno avuto un grande impatto più sulla ricerca stessa che
sulle persone o sulla sanità pubblica. Questo non significa che il riscontro
sulla realtà quotidiana non ci sia ancora stato. Nel febbraio del 2000 il
Presidente Clinton ha firmato un ordine esecutivo che proibisce l’utilizzo
dell’informazione genetica da parte dei datori di lavoro e delle agenzie
assicurative. Questo perché negli U.S.A i test genetici sono ormai all’ordine
del giorno tanto che si è parlato dell’eventualità di stilare una sorta di
passaporto genetico per ogni cittadino. Il rischio che qualcuno possa fare
discriminazioni in base alle probabilità di sviluppare malattie genetiche non è
poi così remoto.
L’importanza del “carattere”
L’amniocentesi, così come altre forme di analisi intrauterine, consente
ormai da diversi anni di evidenziare eventuali malformazioni genetiche e molte
donne possono decidere sulla scorta dei risultati di interrompere o meno la
gravidanza. Pratiche diffuse, ma non ancora universalmente accettate. Intanto
però, nei laboratori, la ricerca fa passi da gigante, superando, di fatto, i
tempi della discussione. E anche la pratica non è tanto indietro. Lo scorso
anno, tre coppie australiane hanno ricevuto l’autorizzazione a dare alla luce
dei bambini che potrebbero diventare donatori compatibili per i loro fratellini,
colpiti da un tipo molto raro di anemia. Ancora, in Francia, grazie alla
manipolazione genetica è stato possibile far nascere un bambino privo di una
malformazione epatica che aveva già causato la morte di altri tre fratellini. E
questo solo per fare degli esempi. Ma la notizia pervenutaci lo scorso anno
dagli U.S.A ha dell’incredibile, almeno ,per chi è tradizionalmente convinto che
“non sentire” sia un handicap. Una coppia di donne sorde omosessuali ha
volontariamente scelto di generare ,grazie all’inseminazione artificiale, due
figli non udenti come loro. E’ giusto? E’ sbagliato? Ognuno ha la sua idea a
riguardo e sarebbe bello conoscere anche l’idea del nascituro al riguardo. Al
pari di opportunità molto promettenti, come il trattamento di malattie finora
incurabili, lo sviluppo biotecnologico potrebbe offrirci anche discutibili
opzioni di “eugenetica”(branca della genetica, volta a migliorare le
caratteristiche della specie umana). Come dice il filosofo e sociologo
contemporaneo Jurgen Habermas: “(…) fare shopping in un supermarket genetico è
uno scenario del futuro su cui si è a lungo incentrato il dibattito bioetico
negli U.S.A. Se non siamo sicuri di volere davvero questo tipo di eugenetica
personalizzata, dovremmo stare attenti agli sviluppi in questa direzione delle
pratiche di cui oggi si discute”.
Quelle vite “indegne di essere vissute”
La genetica e la biotecnologia moderna permettono di utilizzare metodi di
eugenetica completamente nuovi, come ,appunto, la selezione prenatale basata
sulle qualità genetiche. L’eugenetica(dal greco: buona nascita) ossia lo sforzo
di migliorare la razza umana attraverso il controllo della riproduzione, è stato
ed è tuttora un aspetto controverso della ricerca biomedica.
La storia dell’eugenetica è segnata da terribili esempi di “lucidi” deliri
collettivi come fu il programma di sterilizzazione e di eliminazione , Aktion T4
il suo nome , organizzato in Germania dal regime nazista. Un programma che
mirava a “rendere puro il popolo tedesco” e ad “eliminare tutte le impurità ,
rappresentate da disabili fisici, malati mentali, persone con difetti congeniti.
Il tutto per assecondare l’idea che una società non può essere gravata dal peso
di individui non in grado di produrre, da “involucri vuoti le cui vite sono
indegne di essere vissute”, come amava definirli Hitler. Pertanto, queste
persone, non avevano il diritto di procreare né tantomeno di vivere. L’idea
nazista di eugenetica è riassunta perfettamente nelle parole di H. W. Kranz
(1897-1945) direttore dell’Istituto di Eugenetica dell’Università di Giessen:
“Esiste un numero assai elevato di persone che, pur non essendo passibili di
pena, sono da considerarsi veri e propri parassiti, scorie dell’umanità. Si
tratta di una moltitudine di disadattati che può raggiungere il milione, la cui
predisposizione ereditaria può essere debellata solo attraverso la loro
eliminazione dal processo riproduttivo” Dal 1934 al 1939 vennero sterilizzate
centinaia di migliaia di persone considerate non produttive. Non soddisfatta, la
macchina nazista passò all’eliminazione fisica della sua “zavorra umana”. Negli
anni 1940 e 1941 oltre 70.000 persone vennero uccise. Tutto all’insaputa dei
famigliari a cui per altro si mandava una cortese lettera di condoglianze.
Inoltre, non mancarono gli scienziati che approfittarono dell’ingente materiale
umano per compiere esperimenti raccapriccianti e per testare le tecniche di
sterminio che sarebbero cominciate su larga scala di lì a poco tempo. Ma
purtroppo, l’esempio nazista è solo uno dei più lampanti. Anche Paesi
insospettabilmente socialdemocratici attuarono una politica di eugenetica. Negli
Stati Uniti, in Svezia, in Canada, nei paesi dell’area scandinava le
sterilizzazioni coatte sono continuate fino agli anni ’70 ( si parla di
centinaia di migliaia di persone sterilizzate perché considerate immorali e
socialmente inadeguate). Questo, nonostante la sbandierata indignazione del
mondo “civile” nei confronti della scoperta dei crimini dell’eugenetica nazista,
nonostante che, nel 1948, molti di questi stessi Paesi avessero sottoscritto la
“Convenzione sulla prevenzione e repressione dei crimini di genocidio” nella
quale si equiparava esplicitamente la sterilizzazione alle altre forme di
sterminio. Da questo, forse, si può desumere che l’eugenetica può attecchire
anche nelle più “civili” democrazie occidentali. E’un rischio sempre presente in
una società in cui è dominante la ricerca del profitto a tutti i costi e per cui
l’ individuo vale più in termini di efficienza produttiva che di soggettiva
capacità umana.
Per la Chiesa l'embrione ha
un'anima
Intervista a Bruno Forte, uno dei maggiori teologi italiani:
"In qualunque momento lo sviluppo viene interrotto violentemente per decisione
di altri viene di fatto soppressa una vita umana".
Franca Giansoldati
Città del Vaticano, 28 gen. (Apcom) - Per la Chiesa anche
l'embrione è dotato di un'anima e, pertanto, ha diritto al rispetto dovuto
all'essere umano. Uno dei più accreditati teologi italiani, monsignor Bruno
Forte, autore di decine di pubblicazioni di carattere filosofico e teologico, da
qualche mese nominato dal Papa arcivescovo di Chieti, in una intervista ad Apcom,
spiega perché per la Chiesa l'embrione va difeso.
"Persona - afferma Forte - implica la singolarità di un essere umano e la sua
capacità di relazione. L'embrione è già un essere singolare, relazionato non
solo a coloro da cui provengono le componenti originarie che lo costituiscono,
ma anche alla sorgente ultima di ogni vita, che il credente riconosce in Dio:
anche dal punto di vista strettamente biologico, l'embrione non è solo recettore
passivo, ma interagisce con il suo ambiente vitale. È caratteristica dell'essere
umano in ogni fase del suo sviluppo entrare in una rete di relazioni di
reciprocità, che comprende anche la corrispondenza alla sorgente ultima di vita
e d'amore, che è il Creatore. Pertanto sia pure in una fase molto primitiva,
l'embrione è posto in un'analoga rete di relazioni di interscambio vitale". Ma
si può affermare senza ombra di dubbio che ha un'anima? "Sì, se con questo si
intende che non è solo animato e vitale, ma che gli è anche dovuto il rispetto
da dare all'essere umano personale".
"Questo concetto -aggiunge monsignor Forte- è oggi molto più chiaro che non in
epoche precedenti grazie alla ricerca scientifica, che ha mostrato come lo
zigote possieda una propria identità individuale sin dal concepimento. E anche
se c'è totipotenzialità, non si può ignorare che l'identità individuale e la sua
capacità relazionale si vanno sviluppando man a mano".
La Chiesa non si stanca di ripetere al mondo che ogni fase della vita umana
costituisce un momento dello sviluppo unitario dell'essere personale: che cosa
comporta questa convinzione? "La conseguenza è chiara: in qualunque momento
questo sviluppo è interrotto violentemente per decisione di altri - risponde
monsignor Forte -, viene di fatto soppressa una vita umana. La differenza che
c'è tra un adulto e un bambino è evidente, ma questo non vuol dire che il
bambino sia meno persona umana dell'adulto e che sia lecito sopprimerlo. Così
come il bambino, anche un embrione nel suo iniziale sviluppo ha delle precise e
uniche potenzialità in atto di svilupparsi, un programma inscritto nei geni che
è in atto di realizzarsi (dal colore degli occhi alle potenzialità intellettive,
dalla statura alle attitudini relazionali...)".
Riguardo alla ricerca sugli embrioni e ai rischi di sconfinare nell'eugenetica
il teologo Forte ricorda che "se si afferma il principio della manipolabilità
dell'embrione, allora si apre la strada a ogni altra forma di manipolazione
sull'essere umano, perché legittimare la violenza o l'arbitrio su una fase di
sviluppo dell'essere umano non è in contraddizione con la possibilità di
esercitare la stessa violenza su altri stadi di esso".
Quanto ai milioni di embrioni criocongelati, molti dei quali in attesa di essere
distrutti, il teologo illustra che per la Chiesa cattolica la questione è
drammatica, perché si profila lo scenario di una presunta onnipotenza della
ricerca che può dare libero spazio alla volontà di dominio dell'uomo sull'uomo.
E in molti non esitano a parlare di 'genocidio' in atto. "E' il grande dramma
che lo sviluppo delle scienze in questi campi pone alla coscienza umana. Quando
si crea una banca di embrioni si pone un gravissimo problema etico".
"Purtroppo -aggiunge Forte - la scienza si è avventurata in sentieri rischiosi
con un eccesso di pregiudizio che ha fatto ritenere assoluta la disponibilità di
intervento sull'embrione. Ma per la nostra società e per il suo futuro la
questione etica qui in gioco è tutt'altro che secondaria. Non si può sostenere
che l'essere umano sia un essere umano 'minore', depotenziato, solo perché è
ancora nel grembo della madre o è in una fase iniziale del suo sviluppo. Di
fronte ad esseri umani viventi, sebbene allo stadio primordiale, è come se
ammettessimo una possibilità di selezione. Ciò che abbiamo condannato
unanimemente per la barbarie di tutte le violenze perpetrate dall'uomo
sull'uomo, ed in particolare per la tragedia dei vari genocidi che hanno
funestato il cosiddetto 'secolo breve', non si può ignorare di fronte agli
scenari che si aprono con la conservazione degli embrioni. La manipolazione di
essi va condannata fermamente e rifiutata in nome del valore assoluto e della
dignità dell'essere umano personale in ogni stadio della sua esistenza".
28 gennaio 2005
Diritti dell’Uomo?
Cominciano dall'embrione
Giuliano Ferrara
Caro direttore, Giuliano
Amato e Giorgio Tonini sono due persone serie. Uno è laico, ma sensibile alle
questioni di coscienza poste dai cattolici e dai laici non laicisti, non
dogmatici, cioè da noi. L’altro è cattolico, ma sensibile alle questioni poste
alla sua visione delle cose dalla società secolare, dai suoi comportamenti
concreti, e dai riflessi che la legislazione intorno a questioni di coscienza e
di cultura (e perfino di fede) possono avere sulla condizione delle donne, delle
famiglie, della scienza medica. Sono due sconfitti che non mollano la ricerca di
un compromesso che appare, forse non èma appare, fuori tempo massimo. Ci
piacciono anche per questo.
Sull’aborto, per esempio, la pensano come noi, e come noi sono usciti sconfitti,
almeno parzialmente, dalla pratica ormai trentennale dell’aborto legalizzato. È
una pratica disumana, l’aborto, ma una legge che la regoli, che impedisca
l’aborto clandestino, che affermi un drammatico primato della donna nella
gestione della maternità, è divenuta assolutamente necessaria. La sconfitta è
nelle cifre: la legalizzazione poteva essere uno strumento provvisorio di
salvezza dalla dannazione della clandestinità, e dei suoi alti costi umani, e
invece è diventata uno strumento barbarico di politica anticoncezionale.
Ciò che era un peccato contro l’umanità, dove «peccato» è in questo caso unione
perfetta di significati morali laici e fideistici, ora è pratica ambulatoriale
libera affidata alla sola volontà del soggetto, senza limiti e dunque senza
alcuna spinta culturale a superare il suo costo. Molti milioni di esseri umani
formati sono da tre decenni uccisi e scartati per le più varie ragioni, ma
sempre e tutte legate, salvo quelle strettamente terapeutiche, al desiderio e
alla volontà sovrana dell’individuo formato, accettato, ratificato come essere
sociale, e forte del suo diritto-potere, nell’indifferenza verso l’individuo
debole, senza difese naturali o legali.
Un progetto di mediazione/1. Giuliano Amato e Giorgio Tonini, parlamentari del
centrosinistra, collaborano da tempo al progetto di una mediazione sulla
fecondazione assistita, per adesso sconfitto dalla legge 40 e dal referendum che
ne vuole abrogare le parti sostanziali. Vorrebbero comprendere alcune delle
ragioni in campo: quelle non-dogmatiche, non direttamente discendenti
dall’avversione di principio alla scienza libera e alla libertà di fecondazione
artificiale, che attribuiscono alla Chiesa istituzionale, depositaria di una
dottrina che essi giudicano pre-galileiana.
Vorrebbero parlare anche a quei laici, e qui ci sentiamo direttamente tirati in
ballo, che si battono da tempo perché anche le ragioni di quella Chiesa siano
valutate e pesate, e perché la discussione sul che fare sia libera da ogni
pregiudizio, di ogni segno, e strettamente legata alla ragione che elabora le
categorie del pensiero logico, ma anche all’intuizione umana, naturale, di ciò
che è giusto e di ciò che è ingiusto alla luce di una visione non ottusa, aperta
alla terra dei desideri e al cielo delle idee, dell’uomo e del suo posto
nelmondo. Insomma, sono due persone che si pongono, nel XXI secolo della tecnica
trionfante e dei costumi liberi, il problema del limite rispetto all’uso
indiscriminato sull’altro, sugli altri, del nostro potere umano.
Ma contro quel che giudicano l’irrealismo dei divieti posti dalla legge 40,
propongono un’altra soluzione, con una proposta di legge presentata in
Parlamento e argomenti sottoscritti ieri da Amato in un lungo articolo del
Corriere della Sera. La sostanza della mediazione proposta, che ha probabili
addentellati riservati fin dentro la gerarchia cattolica, è la seguente. Punto
primo. Voi dite che la vita comincia con la fecondazione, noi non lo possiamo
negare. Non lo nega il biologo e genetista Edoardo Boncinelli, non lo nega la
scienza.
Ma il problema non è la vita, bensì il nucleo embrionale della vita, la vita
individuale, quella di un essere umano per la sostanza già formato in natura con
tutto il suo codice genetico irripetibile. Ora, affermano Amato e Tonini, la
scienza biologica e genetica ci dice che prima dell’esserci dell’embrione c’è il
pre-embrione, cioè un ovocita che ha accolto il seme fecondo ma, questione di
ore, questione di tempo, ancora non ha sviluppato quell’unione del maschile e
del femminile che definisce l’individuo e ne è il segno di realtà, di esistenza
in vita.
Amato dice che è così, e basta. Che questo è il verdetto della scienza, e
rifiutarlo è tornare a prima di Galileo. E aggiunge: se è così, che si
crioconservino gli ovociti fecondati, per poi impiantare solo e soltanto gli
embrioni necessari alla procreazione. In questo modo non si produrranno, ciò che
è anatema per i difensori della legge 40 e per una parte cospicua del pensiero
filosofico anche laico moderno, embrioni, cioè esseri umani, per la
manipolazione genetica a fini di ricerca. Sarebbe l’uovo di Colombo.
Risolverebbe senza danni per nessuno la questione del limite dei tre embrioni da
impiantare posto dalla legge 40.
Obiezione/1. Non essendo stupido né insensibile, Amato capisce che la
distinzione tra una vita umana fecondata e una vita umana personale che arriva
dopo una parentesi, una no man’s land abitata dagli ovociti non sviluppati,
dagli ootidi, è troppo sottile anche per lui.È però vero che perfino Joseph
Ratzinger, ragionando di queste cose con Ernesto Galli della Loggia, ebbe modo
di essere prudente, e anche lui distinse tra vita in generale e vita personale,
certamente vita umana. Così Amato dice: invocate il principio di precauzione,
perché vi sembra esile la base di questo ragionamento sostenuto da dati
empirici? Tenete però conto del fatto che il principio di precauzione deve
essere ragionevole: a volte precauzione significa evitare il male maggiore,
rassegnarsi a quello minore.
Il male maggiore sarebbe in questo caso impedire che il desiderio di figli abbia
il suo corso con l’aiuto della tecnica, il male minore un residuo dubbio che ci
sia continuità fra quello stadio dell’ootide, del pre-embrione, e quello
successivo, e che dunque si torni all’uso della vita umana fecondata come mezzo,
insomma alla sua negazione. La mia obiezione è semplice. Primo, inverto male
maggiore e male minore. Quel residuo dubbio sull’uso come mezzo di una vita
umana in corso di sviluppo pesa di più del desiderio di aver figli con
l’assistenza della tecnica. Secondo, nego una premessa non verificata. È infatti
poco empirico, poco galileiano, affermare che con questa legge 40, con i suoi
divieti, si impedisce la fecondazione medicalmente assistita. E i dati sulla
attività di fecondazione artificiale dopo il varo e l’esecutività della legge
dimostrano che non c’è un drammatico o anche solo rilevante calo delle natalità
ottenute con queste metodiche.
Il vero problema posto dalla legge e dal referendum abrogazionista è quello
della illimitata libertà di ricerca scientifica, costi quel che costi,
significhi quel che significhi. Secondo Amato i sostenitori della legge
argomentano in modo dogmatico, ma è vero l’opposto: sono gli abrogazionisti che
agitano una bandiera ideologica e miracolistica, qualche volta perfino una
certezza sciamanica o stregonesca nelle magnifiche sorti e progressive della
scienza. Loro vogliono inequivocabilmente: la diagnosi preimpianto sistematica,
la privatizzazione assoluta di tutta la faccenda nel rapporto esclusivo tra
utenti e medici, la produzione di embrioni in numero illimitato a scopo di
ricerca scientifica, la fecondazione eterologa, la declassificazione del
«concepito » a nullità giuridica senza individualità.
Un progetto di mediazione/2. La seconda mediazione proposta da Amato riguarda
gli embrioni attualmente crioconservati, cioè i bambini prodotti nel disordine
legislativo ed etico amigliaia, poi messi in frigorifero in attesa di un destino
incerto, probabilmente il deperimento e la morte per la grande maggioranza tra
loro: essendo truce e irrimediabile il loro destino, tanto vale usarli per la
ricerca, questi bambini. Diciamo «bambini» perché implicitamente ma onestamente
il ragionamento di Amato riconosce (in un passaggio usa perfino la parola
incriminata dai politicamente corretti: «uccidere») che gli embrioni sono
l’inizio di un bambino. Secondo Amato quegli embrioni sono figli pre-morti.
Corpicini da cui si potrebbero prelevare materiali genetici per migliorare la
vita degli altri. Insomma: la prima mediazione sta nel disegnare la figura del
pre-embrione, escludendo quindi la sovrapproduzione e la messa in frigo degli
embrioni, la seconda sta nella libertà di ricerca sugli embrioni già prodotti e
crioconservati, i bambini pre-morti.
Obiezione/2.Ma stavolta la distinzione balza agli occhi. Un bambino pre-morto è
un bambino atteso che non arriva alla vita dispiegata e muore prima di poter
fiorire, mentre un embrione crioconservato è un bambino fabbricato da noi, che
ci è venuto male o è da noi scartato per qualche ragione o è per nostra scelta
in sovrannumero nella catena produttiva. Più Amato piange sul destino amaro
dell’embrione abbandonato, più dovrebbe santificare una legge che intende
vietarne la sovrapproduzione. Più capisce, e lo capisce, l’assurdo etico di un
potere illimitato di creazione e distruzione in mano alla tecnica umana senza
guida etica, più dovrebbe adoperarsi non per fare la lezione a noi, in nome di
Galileo, ma per dare qualche scossa ai suoi, in nome di Kant.
Una voce americana ha detto di recente: gli embrioni crioconservati sono esseri
umani condannati a morte, e nessuno pensa che i condannati a morte possano, in
ragione della ineluttabilità del loro destino, essere usati come cavie per la
ricerca scientifica. Non sapremmo dire meglio. Sapremmo solo aggiungere che
qualcuno questo lo ha pensato, negli anni Trenta in Germania.
Ed è curiosa circostanza che eugenetica, eliminazione dei disabili attraverso il
distacco del tubo nutritivo (caso di Terri Schiavo), e ora queste altre bellurie
si affaccino al nuovo secolo come inconsapevole portato del secolo appena
scomparso, in particolare del suo decennio nero.
Gran finale. Amato riconduce tutto il senso più profondo della discussione,
quello non banalmente medico ma culturale e filosofico, alla sua base, facendo
però qualche pasticcio. La base della controversia, dice lui, è il dettato
dottrinale della Chiesa, che nella sostanza è contraria alla fecondazione
artificiale perché lega la procreazione all’amore coniugale, e dunque al sesso.
Invece, sostiene Amato citando Tonini, l’amore riguarda la vita di coppia o la
vita coniugale, e non si realizza attraverso il sesso se non in modo capriccioso
e volubile. Se dunque escludiamo la fecondazione eterologa e limitiamo alle sole
coppie sterili le metodiche di procreazione assistita, conclude Amato, che
problema c’è?
Anche qui c’è un progresso, bisogna ammetterlo, e Amato e Tonini sono candidati
alla sconfitta nel loro campo per il solo fatto di sostenere queste limitazioni
alla fecondazione artificiale, arrivate peraltro solo con la contestata legge
40. Basta che si guardino d’intorno. Mail punto di fondamentale importanza è un
altro. La Chiesa non sostiene affatto che il sesso ha significato esclusivamente
in relazione alla procreazione. Al contrario. Ad Amato sarebbe bastato leggere
una recente conferenza di Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, per capire che
la Chiesa moderna e conservatrice (la migliore, quella di Giovanni Paolo II)
considera il sesso donazione totale di sé all’altro, e i figli come frutto di
un’attesa della totalità dell’uomo e della donna piuttosto che produzione del
desiderio senza sesso. La Chiesa moderna e conservatrice è più amica del sesso
di quanto lo sia la Chiesa laicista e secolarizzatrice che affida l’eros al
condom, all’aborto e alla provetta.
Senatore Amato, senatore Tonini. Le vostre intenzioni sono le migliori. Ma per
mediare bisogna partire da una base oggettiva riconosciuta. Voi non volete
riconoscere, perché politicamente non potete farlo, che la posizione di chi
sostiene la legge 40 è nella sostanza questa: sarebbe meglio farne niente di
queste provette, mavista la situazione, che servano solo a modificare le
conseguenze dell’infertilità, non a devastare con una nuova eugenetica il
panorama etico del nostro tempo.
È una posizione di compromesso, di mediazione già raggiunta tra parlamentari
laici e cattolici. Mentre la posizione abrogazionista dice: provetta libera,
ricerca libera, e nessun limite alla libertà di ricerca, perché l’embrione è un
ricciolo di materia o un grumo di materia inerte (definizioni testuali di
LidiaRavera e diDaniele Capezzone). Noi abbiamo già mediato il mediabile. Voi,
se volete mediare, non dovete rivolgervi a noi, ma ai vostri amici galileiani.
12 aprile 2005
La provetta non è un
padre
Claudio Risé
(psicoanalista, autore del libro “Il padre, assente
inaccettabile”, Edizioni San Paolo)Le ragioni di uno psicoanalista per dire no
alla fecondazione eterologa
Cominciamo con un racconto, di quelli che si sentono di frequente nello studio
dell’analista. A farlo è una donna il cui marito è spesso assente per lavoro, e
ora è rientrato a casa, oppure una moglie reduce da una “pausa di riflessione”,
una separazione più o meno lunga, con il marito. “Quando mio marito era via, di
notte, prima uno poi l’altro, i bambini arrivavano regolarmente nel mio letto.
Lo so che non va bene, che quest’intimità è eccessiva, che crea dipendenza e
morbosità, che devono abituarsi al proprio, di letto. E spesso non dormo neppure
bene, quando ci sono loro. Ma scacciarli è difficilissimo. Se ne vanno, poi
tornano. E ricacciarli mi fa fatica. Anche perché, anche se non va bene, averli
lì accanto è dolce, e caldo, se non scalciano troppo.
Beh, quando mio marito è tornato, hanno fatto, prima l’uno poi l’altro, un giro
di ricognizione. Poi visto che il papà era lì, lungo, disteso, pesante, e
addormentato, se ne sonoandati. Senza tornare. E l’indomani non hanno fatto
storie per alzarsi, vestirsi, uscire in tempo per la scuola. Senza che lui
dicesse nulla. Taceva, li guardava. Ma c’era”. Questa piccola, ripetuta,
narrazione, dà una prima, modesta (ma non troppo) spiegazione di “a cosa serve
il padre”, perché la sua esistenza, e presenza, personale sia così importante.
Il padre serve, semplicemente a consentire che ogni cosa prenda il suo posto. A
partire dal posto del padre si definisce l’ordine simbolico in cui si dispone il
resto della famiglia. Si ri/costituisce un mondo familiare, un ritmo, orari,
abitudini, regole, che sottraggono tutti gli altri all’angoscia di doverle
inventare ogni volta, confermandole, o mutandole, ogni volta che viene voglia di
farlo.
Poiché però “il proprio posto”, per esempio il proprio letto, definisce, e non
tanto superficialmente, la nostra collocazione nel mondo, il padre,
assegnandocelo, ci consente di vivere nel mondo. Non è per banale curiosità che
Edipo vuole sapere chi è suo padre: perché da questa informazione deriva, per
lui come per noi, la conoscenza di aspetti essenziali della propria identità e
del proprio destino. Non essendo informati dei quali si finisce (come Edipo, e
come molti bambini attardatisi nel letto materno, perché nessun padre ha ripreso
il suo posto) con lo “sposare” la propria madre. Con conseguente sciagura
personale, e di tutta la comunità coinvolta, sia che si tratti di Tebe o di
Gratosoglio, alle porte di Milano. Sofocle, che ne ha raccontato la storia tanto
tempo fa, ha di sicuro più autorità, e competenza, nella conoscenza della natura
umana, dei promotori dei referendum che vorrebbero fare del padre un optional.
Anche a Sigmund Freud, che faceva del superamento del complesso di Edipo,
attraverso l’implicita minaccia di castrazione da parte del padre, il rito di
ingresso nella società, e la vicenda strutturante della personalità e del
soggetto psicologico, i fautori delle provette-padri dovrebbero dare
un’occhiata.
Anche perché tutta l’esperienza analitica successiva, che sempre più spesso non
ha trovato nei pazienti tracce di Edipo, perché non c’era più nessun padre con
cui contendere e il letto della madre era libero, ha trovato, invece, in questi
“nuovi” pazienti tardomoderni, gli sterminati e disorientati “terrains vagues”
della psicosi. Occorre, infatti, non confondere gli sviluppi delle scienze e
delle tecniche con le risorse psichiche dell’essere umano, che resta del tutto
simile al bisavolo che si sdraiava sul lettino del dottor Freud, a Vienna.
Perché ciò che ci aiuta a non diventare pazzi, la conoscenza del limite umano, è
anche un’esperienza di direzione. Quell’esperienza promossa dal padre: vai nel
tuo letto. Un no, e un’assegnazione di territorio personale.
La madre, invece, per suo programma simbolico, indipendente dall’indole
personale, accoglie, nutre, appaga il bisogno. E quindi, per il divieto del
messaggio contraddittorio che regge l’ordine naturale (lo stesso che fa che
l’acqua tolga la sete, e quindi non la moltiplichi), non lo frustra, quel
bisogno; fatica invece a limitarlo, a inibirlo, a dirottarlo. E, in assenza di
padre, ciò impedisce nel giovane la formazione dell’autostima, che nasce proprio
dalla consapevolezza del limite, e insieme del possesso di un proprio posto nel
mondo. Una recente inchiesta del Cnr sugli adolescenti conferma che essi mancano
oggi dell’autostima necessaria per affrontare la vita. La psicologa Patrizia
Vermigli, coordinatrice della ricerca, sottolinea la relazione tra bassa
autostima e sbiadimento della figura paterna. E afferma: “In quest’ultimo studio
abbiamo rilevato che è il padre la figura più importante per gli adolescenti. E’
lui il genitore che dà sostegno quando si tratta di socializzare o di ‘buttarsi’
nelle situazioni nuove, che aiuta il ragazzo a staccarsi dal nido e ad essere
più autonomo facendo affidamento solo sulle proprie forze. La madre, invece, lo
vuole tenere vicino a sé, ha più difficoltà a lasciarlo allontanare. Questo è un
atteggiamento che frena la maturazione dell’adolescente, e che può provocare
anche una scarsa autostima e una difficoltà a socializzare con i coetanei”.
La madre fatica insomma – come è del tutto naturale – a dire quel “no”,
fondativi della personalità, che infatti sia Lacan che Foucault, (cui anche
occorrerebbe dare un’occhiata prima di delirare di altri “Brave new world”),
vedono come parola tipicamente paterna.
Il padre è, dunque, figura del limite, “di qui non si può andare”, e di
direzione, di senso – nel significato, appunto di orientamento, “cerca la tua
strada, che io comincio a proporti”). Limite e spinta direzionale che derivano
anche dal fatto che ci ha messo nel mondo lui, con quel primo getto ben
centrato; la nostra storia è cominciata lì. E’ quindi lui la prima figura che ci
garantisce un’appartenenza: ha messo in moto il processo da cui ha preso forma
la nostra vita.
Ma quest’appartenenza originaria, di certo poco democratica (non siamo stati
interpellati), e quindi di nuovo conferma di limite, di non onnipotenza, è anche
nucleo fondante della nostra identità. E dunque del nostro possibile destino: se
so da dove vengo, mi viene più facile intravedere dove posso andare.
Mentre se questo padre creatore, con la sua spinta dinamica, non è presente,
faccio molta più fatica a elaborare un progetto, a muovermi, ad andare da
qualsiasi parte. La “società senza padri”, come da tempo viene chiamata la
società occidentale, con padri poco presenti, o cacciati dai divorzi, è
caratterizzata da figli che rimangono nella casa genitoriale, spesso con la
madre, fino a maturità avanzata. La legge di questa società è fatta, spesso, da
Corti giudiziarie, come la nostra Cassazione, che impone ai padri assenti, o
cacciati, di mantenere questi figli impigriti ed esigenti, finché trovino un
lavoro a loro gradito. Il padre, figura del limite, ci spinge invece a darci una
mossa, come del resto fece lui a suo tempo. Mentre la sua assenza ci consente di
stagnare in una simil-onnipotenza, con gli assegni che lui passa alla mamma
dietro ingiunzione giudiziaria. Un’organizzazione poco stancante, ma di sicuro
disagio psichico.
A questa caduta di vitalità e di spinta dinamica appartengono anche lo
smarrimento di relazione coi sentimenti e le passioni (sostituite da “modelli”
mediatici fabbricati), la moltiplicazione di fobie di ogni genere, lo stesso
aumento della sterilità, che è poi la somatizzazione della paura, o il
disinteresse, a riprodursi: ormai quasi il quaranta per cento dei maschi
bianchi, in occidente, non è in grado di fecondare. Tutti questi fenomeni
illustrano la progressiva “passività” dello stile di vita dominante,
gradualmente trasferito sotto la guida del principio femminile-materno della
soddisfazione del bisogno, marginalizzando nella zona “politicamente scorretta”,
quindi ormai trasgressiva, quello maschile, e paterno, della consapevolezza del
limite, e dell’azione personale. Il padre è figura del limite anche quando
taglia, se fa il suo mestiere, la simbiosi in cui si prolunga il rapporto con la
madre, se un terzo, che è poi lui, non prende l’iniziativa di interromperla. E
poiché la simbiosi materna è un’immagine di totalità, anche se dopo la nascita
questa totalità è diventata più immaginaria, e/o delirante che reale, questo
padre che la taglia da una parte ci libera, e ci fa soggetti umani, autonomi,
consegnati alla – faticosa – avventura della ricerca quotidiana. Di cui fa parte
anche l’autentica esperienza della relazione, impossibile fino a quando siamo
chiusi nella fusione con la madre. Possiamo dire Tu, incontrare l’altro, e il
mondo, soltanto quando il padre, il terzo, ha rotto il contenitore simbiotico,
promuovendo la formazione dell’Io. Dall’altra parte però, ancora una volta,
questa nascita/liberazione simbolica ci limita: l’appagamento non è più
dichiarato come garantito, il nutrimento neppure. Ma soprattutto c’è una norma,
l’indicazione del proprio posto nel mondo, con cui confrontarsi. Il girotondo
simbiotico (l’Uroboro come lo chiamavano Jung e Neumann), madre-figlio è per
sempre interrotto; occorre trovare una strada, non necessariamente rettilinea,
ma insomma una strada, una direzione. E il padre, se fa il suo mestiere, è lì
per indicarcela. Una strada, non una galera su cui imbarcarci. Ma in questa
indicazione di direzione, che interrompe il rispecchiamento narcisistico nella
madre, il padre fonda anche la nostra libertà. Quella di accettare la direzione
paterna, o di mandarlo a quel paese, come il figlio della parabola, che se ne
va, e torna, più tardi, malconcio. E il padre fa tagliare i tessuti migliori per
i suoi nuovi vestiti. Tutte cose difficili da fare per la provetta, o il
donatore sconosciuto. Eppure la “modernità liquida”, come l’ha chiamata Zygmunt
Baumann, non tollera forme fisse proprio perché costituiscono anche dei limiti,
indicatori di direzioni che fatalmente sostituirebbero lo stagnare in una
rumorosa ed esibita confusione, fintamente onnipotente. Qualcuno, come Gèrard
Mendel, di scuola freudiana, ha già detto, almeno dal ’68, che questa
intolleranza è dovuta al carattere psicotico della nostra coscienza collettiva,
dei nostri valori dominanti. Psicotici proprio perché hanno cominciato a far
fuori il padre già da molto tempo, ben prima del referendum su cui l’Italia
andrà a votare (che rappresenta tuttavia una tappa significativa del processo).
I risultati del modello di cultura del “father disposable”, del padre usa e
getta, come è stato chiamato in America, sono, ormai, lì da vedere (e hanno
fortemente contribuito alla riconferma di George Bush alla presidenza degli
Stati Uniti). Gli uffici del Censimento americani informano che: il 90 per cento
di tutti gli homeless, persone senza dimora, e dei figli fuggiti da casa, non
avevano un padre in famiglia. Il 70 per cento dei giovani delinquenti ospitati
in istituzioni statali venivano da famiglie dove non c’era il padre. L’85 per
cento dei giovani che si trovano in carcere sono cresciuti senza padri. Il 63
per cento dei giovani che si tolgono la vita hanno padri assenti. Questi dati
non vanno interpretati certo secondo un rigido rapporto di causa-effetto, ma
come manifestazione di un forte fattore di rischio, quello sì.
Se il padre infatti è figura del limite, e il “segno del padre” indica la
capacità di reggere le ferite, e le perdite che la vita infligge, la “società
senza padri”, (dove già oggi la fabbrica dei divorzi riduce spesso il genitore
maschio a individuo senza casa, homeless, emarginato, deviante), è
un’aggregazione di persone, incapaci di reggere le ferite della vita. I figli
senza padre vedono la perdita come un affronto personale, più che come una prova
dell’esistenza, legata anche al destino spirituale dell’individuo. Di queste
“perdite”, incomprensibili e inaccettabili, fa anche parte il sacrificio di
dover riconoscere il principio d’autorità, scalzato assieme alla figura paterna.
Se non bisogna più obbedire al padre, che, secondo i proponenti di alcuni
quesiti referendari, non è più previsto e riconoscibile, perché allora
assecondare il vigile, il bigliettaio, chiunque chieda di obbedire a una norma?
Perché non allagare il liceo Parini, e altri successivamente? Perché non
uccidersi “per protesta” contro il brutto voto o il mancato acquisto di un
motorino? Il “sacrificio”, inteso non tanto come sacralizzazione, “sacrum facere”,
ma semplicemente come rinuncia necessaria per ottenere qualcosa, attraverso un
investimento sul proprio futuro, sembra sempre più impossibile da reggere.
Oltretutto, l’ideologia della vita come spettacolo, dove il successo premierà
l’esibizione narcisistica e non il sacrificio, toglie ogni prestigio sociale
all’esperienza della privazione, finalizzata a una crescita futura. I concetti
base dell’etica, indispensabile per sviluppare la volontà, vengono completamente
disattivati dall’ideologia del “padre eliminabile”. Così, il “dovere” è ormai
considerato quasi una parolaccia, come tutto ciò che è vagamente collegato al
paterno. Il “diritto”, dal canto suo, perde il suo lato scomodo, di ciò che
dobbiamo agli altri, per diventare esclusivamente acquisitivo: ciò che gli altri
devono a noi. Non c’è da stupirsene. Secondo la psicanalisi, nello psichismo
collettivo infatti, il diritto, così come la “vera razionalità, che mostra una
fermezza sempre uguale e temperata dall’amore” (Mendel), sono attributi legati
all’immagine simbolica, ma anche fisica, del padre. Quando il padre viene invece
“rimosso”, come già avviene, fisicamente e simbolicamente, nella società
occidentale tardomoderna, il livello del pieno sviluppo della personalità viene
solo faticosamente ed episodicamente raggiunto, e l’individuo non riesce mai a
staccarsi dai livelli psicologici precedenti, sperimentati durante l’infanzia.
Si prenda la celebrata banca dello sperma online, www.mannotincluded.com, cioè “uomo-non-compreso”,
dedicata in modo specifico alle lesbiche che desiderano avere un figlio. Ai
clienti è permesso indicare le proprie preferenze su gruppo etnico, colore degli
occhi, altezza e peso del donatore (che comunque rimane anonimo). Inseminazione
artificiale, controllo sulle caratteristiche del nascituro attraverso quelle del
padre “online”, controllo artificiale su un processo naturale come quello della
nascita, appropriazione finale del nascituro da parte di una coppia che lo priva
della figura paterna: sono tutte manifestazioni caratteristiche del mondo
onnipotente, ipercontrollante, e affettivamente sadico della nevrosi ossessiva.
Una forma patologica oppressa da un sentimento della natura di cui non ci si
fida, perché è mancata l’esperienza dell’affidamento al padre, buon custode, e
creatore amoroso. Questa mancanza, è stata d’altronde spesso accompagnata, nel
processo di dissoluzione della famiglia, dall’assenza della calda affettività
della madre “buona”.
Il sadico-ossessivo non si fida della natura perché teme metta a rischio il
proprio potere, che vorrebbe assoluto. “La natura è cattiva”, diceva il marchese
de Sade nell’immaginare le sue torture, “per questo dobbiamo essere più cattivi
di lei”. La società senza padri riesce facilmente a essere più “cattiva” della
natura. E’ stata più cattiva della natura anche in quell’altro recente caso,
sempre inglese, delle due donne, anch’esse lesbiche, non udenti che hanno
preteso di scegliere un figlio (attraverso la selezione di embrioni) che come
loro fosse privo dell’udito. La perversione sadica, caratteristica dell’attuale
società occidentale priva del padre, non si accontenta di esercitarsi tra chi
già la condivide, ma vuole permeare aggressivamente l’intera società,
trascinando crudelmente altri individui nel proprio dramma. E la relativa
passività, a livello di commento e di iniziativa, nei confronti di episodi come
quello appena ricordato, e di tutto il discorso, e la pratica, di fecondazione
artificiale, è in realtà sintomo di sottomissione conformista al modello
dominante.
Viviamo in una società perversa che moltiplica il malessere? Ebbene accettiamolo
senza far storie: questa sembra essere, per ora, la reazione della maggioranza,
nella sua componente passivo-conformista. I dati forniti dalle ricerche e dai
censimenti sui disturbi psicologici dei figli cresciuti in assenza di padri
confermano con precisione queste analisi. Dal lato delle manifestazioni
sadico-aggressive, i figli cresciuti senza padre hanno più del doppio di
possibilità di essere coinvolti in episodi di aggressività criminale. Secondo i
dati forniti dal ministero della Giustizia americano il 72 per cento degli
adolescenti omicidi, il 60 per cento degli stupratori, e il 70 per cento dei
prigionieri condannati a lunghe condanne è cresciuto in case senza padre. Fra i
giovani che esprimono comportamenti violenti a scuola la situazione familiare è
11 volte su 1 quella dell’assenza del padre. Anche dal lato della passività
masochistica, i figli senza padre sono coinvolti come vittime in episodi di
abuso, 40 volte di più dei figli che vivono col proprio padre. Ciò è anche,
naturalmente, conseguenza dell’assenza di quella funzione di “custode”, che è
propria del padre. Ma rispecchia profondamente anche la tendenza a scivolare
nella passività nelle relazioni con gli altri, conseguenza di una bassa
autostima, e del non essere stati “collocati al proprio posto nel mondo” dalla
figura del padre iniziatore. Il 69 per cento dei bimbi sessualmente abusati
viene da case in cui il padre biologico era assente.
Figura istitutiva dell’ordine simbolico familiare, figura del limite, dal
confronto col quale si struttura una personalità non inflazionata, figura
dell’origine, e del destino, operatore della rottura della simbiosi con la
madre: questo, e altro, è la figura paterna nella vita della persona. Il suo
sguardo d’amore e di approvazione fonda nella figlia la stima in sé come
persona, dopo che nella relazione con la madre ha trovato la conferma alla
propria femminilità. Il corpo del padre, e il suo stile nel trattare col corpo
degli altri, e col mondo, diventano la misura sulla quale il figlio maschio
scopre, e costruisce, la propria identità maschile. E’ amaro accettare che tutta
questa ricchezza affettiva, culturale, simbolica, spirituale, comunque
indispensabile alla crescita dell’umano, rischi di venir liquidata in cambio di
vaghe promesse di una scienza incerta, erronea per definizione, e della
confusione tra libertà e delirio di onnipotenza.
Conferenza stampa di
presentazione dell'Assemblea Generale della Pontificia Accademia della Vita sul
tema: Qualità della vita ed etica della salute" (21-23 febbraio 2005)
Intervento di Mons. Elio Sgreccia - Vescovo Presidente
La finalità intesa dal titolo della Conferenza Internazionale,
che si accompagna alla XI Assemblea della Pontificia Accademia per la Vita, è
quella di compiere un discernimento intorno a due concetti di grande attualità e
pregnanza: quello di "qualità di vita" e quello di "salute"; si tratta
evidentemente di due concetti che veicolano messaggi tendenti ad una certa
sintonia.
Le società sviluppate spingono verso il raggiungimento del migliore livello di
qualità di vita e le organizzazioni internazionali intendono assicurare il
migliore livello di salute. Questo a partire dagli anni ‘50 in poi.
Che cosa si intenda esattamente con l'espressione "qualità di vita" non è ancora
chiaro al grande pubblico e forse neppure ai politici stessi. Neppure un'attenta
analisi della letteratura pertinente chiarisce in modo soddisfacente quali siano
i contenuti e i parametri di questa qualità.
Non è sempre precisato se si tratta di parametri medico-sanitari, per cui, ad es.,
nella cartella clinica di un paziente che ha subito un intervento chirurgico si
descrive non soltanto il tipo di intervento praticato, le terapie offerte e il
percorso riabilitativo previsto, ma si descrive anche (e ciò è prescritto) qual
è il livello di qualità di vita che si conserva, intendendo per qualità di vita
il grado di autonomia psico-fisica, delle qualità cognitive, la capacità
lavorativa residua, la capacità di recupero dei rapporti con la società, con la
famiglia e con il mondo del lavoro. Senza dubbio, questo è un significato medico
accettabile.
Ma si parla di qualità di vita anche in senso socio-economico: ad esempio, tutti
avvertono che la qualità di vita, e cioè i beni di consumo di cui gode la
società di oggi, in Italia o in Europa, è più grande di quello che esisteva
prima della guerra. Si parla anche di qualità della vita in senso ecologico, un
significato questo sempre più pressante e che, come è ovvio, si riferisce alle
condizioni ambientali favorevoli alla salute in termini di cibo, acqua, aria,
vegetazione, spazi liberi nella città, etc.
Accanto a queste accezioni, progressivamente è emerso un altro significato ben
diverso, di carattere spiccatamente riduttivo, perché riferentesi
prioritariamente al benessere fisico della persona inteso in senso "selettivo";
in base ad esso, infatti, si afferma che ove non esista un accettabile livello
di qualità di vita, la vita stessa perde di valore e non merita di essere
vissuta. Di conseguenza, in questa prospettiva, il termine "qualità di vita"
assume un carattere oppositivo a quello di "sacralità di vita": in sostanza, si
assolutizza la qualità e si relativizza la sacralità. Anzi, si dà al concetto di
sacralità anche un significato negativo quale quello di un "vitalismo"
ingiustificato.
Si comprende bene come, in una prospettiva interpretativa del genere, il
concetto di qualità di vita finisca per implicare anche le questioni
dell’eutanasia e dell’eugenismo.
Compito della riflessione proposta dalla PAV sarà, allora, quello di contribuire
ad un'opera di chiarificazione concettuale, individuando quali siano i
significati compatibili e congrui con la dignità e il diritto alla vita di ogni
essere umano e quali, al contrario, si dimostrino incompatibili con tali valori.
Qualcosa di simile al processo descritto per la qualità di vita, si è verificato
circa il termine "salute" ed il concetto che esso esprime. La salute è un bene
importante per l'uomo; certo non può essere considerato un bene assoluto, poiché
la salute suppone quanto meno la sussistenza del valore fondamentale della vita;
inoltre, in un'ottica cristiana, soltanto la comunione con Dio (nella pienezza
della vita eterna) deve essere considerata un valore assoluto, tanto che per
compiere i propri doveri verso Dio e verso il prossimo si può - e talora si deve
- accettare anche il rischio di consumare o compromettere la propria salute, e
persino la propria vita.
Rimane però vero che, quantunque la salute non rappresenti il bene ultimo della
persona, essa costituisce comunque un bene molto importante che esige il dovere
morale di conservarla, sostenerla e recuperarla; prevenzione, cura e
riabilitazione sono impegni rivolti alla promozione del bene "salute" e
all’eliminazione del suo contrario, cioè la malattia.
Ma da quando la OMS ha definito la salute come "completo benessere di natura
fisica, psichica e sociale", questo valore è diventato utopico e mitico,
inducendo un concetto di benessere edonistico e, talvolta, con significati
perfino letali. Basti pensare al fatto che, a motivo della salute della donna, è
stato legalizzato l’aborto, e per realizzare i programmi della cosiddetta
"salute riproduttiva", oltre all’aborto, si propongono campagne di
sterilizzazione, di diffusione della contraccezione di emergenza, ecc.; tutto
ciò, si dice, allo scopo di tutelare un bene, la salute, ma di fatto attraverso
la soppressione e la negazione di un bene più grande che è la vita del figlio.
Fin dove arriva, allora, il cosiddetto "diritto alla salute"? Esiste un diritto
alla salute "a tutti i costi"? O esiste piuttosto un diritto alle cure?
Ma quello che maggiormente meriterebbe di essere messo in luce - e speriamo che
il Congresso della PAV consenta questa indagine - è la motivazione di fondo che
ha consentito questo viraggio concettuale dei due termini, da un significato del
tutto accettabile ad un significato negativo per la vita stessa, in qualche modo
al servizio di una cultura della morte.
Come è avvenuto questo? Mi sembra di poter accennare almeno ad una causa
profonda; non so se vedo giusto! E’ avvenuta, se così si può dire, una specie di
congiunzione di fattori:
a) un fattore di natura filosofica, ovvero l'emergenza di una filosofia
utilitarista ed edonista; il bene è ridotto a ricerca del piacere e sconfitta
dal dolore, (è la definizione di J. Bentham); anzi, secondo P. Singer, la vita
personale è definita dalla capacità di sentire piacere e/o dolore.
b) un fattore più ampiamente culturale: il secolarismo etico e l’indifferentismo.
Non esiste l’aldilà, non esiste l’eternità beata, né ha senso il dolore (vedi il
Manifesto sull’Eutanasia dell'anno ’74), quello che conta è lo spazio terreno di
benessere.
c) un fattore economico-sociale. La disponibilità vera o presunta del benessere
economico-sociale che è il fine della politica mondiale.
E’ compito della Accademia per la Vita rintracciare questa "congiunzione
perversa di astri" per poter suggerire una visione correttiva e un orizzonte
diverso di speranza. Specialmente di fronte ai dati di malessere ed infelicità
che si constatano in relazione alla diffusione delle cosiddette "malattie del
benessere", al crollo antieconomico della natalità in termini demografici
proprio a carico dell’occidente e in termini di miseria del terzo mondo.
Biotecnologie, la fine dell'Uomo
Francis Fukuyama
Nel corso di molti degli ultimi decenni è nato uno strano
movimento di liberazione nel mondo progredito. Le sue crociate mirano molto più
in alto di quanto non facciano i propugnatori di campagne sui diritti civili,
delle femministe o dei difensori dei diritti dei gay. Non vogliono niente di
meno che liberare la razza umana dai propri vincoli biologici: dal punto di
vista dei transumanisti, gli esseri umani devono sottrarre il proprio destino
biologico dal processo cieco di variazione casuale e di adattamento
dell'evoluzione e portare la specie a uno stadio successivo. La prospettiva di
liquidare i transumanisti come un culto strano, niente di più che fantascienza
presa seriamente, è allettante: guardate soltanto i loro eccessivi siti web e i
loro recenti comunicati stampa ( uno proclama « I pensatori cyborg si occupano
del futuro dell'umanità » ).
I piani di alcuni transumanisti che volevano farsi congelare criogenicamente
nella speranza di essere riportati in vita in un'era futura sembrano soltanto
confermare il posto del movimento ai margini del mondo intellettuale. Ma il
principio fondamentale del transumanismo secondo cui un giorno useremo la
biotecnologia per diventare più forti, più intelligenti, meno inclini alla
violenza e più longevi, è veramente così strampalato? Un certo transumanismo è
implicito in molti dei programmi di ricerca della biomedicina contemporanea. Le
nuove procedure e tecnologie che emergono dai laboratori e dagli ospedali, che
si tratti di farmaci per modificare l'umore, di sostanze per incrementare la
massa muscolare o cancellare selettivamente la memoria, di screening genetico
prenatale o di terapia genetica, possono essere facilmente usate tanto per «
migliorare » la specie quanto per alleviare le malattie.
Anche se i rapidi progressi della biotecnologia ci lasciano spesso un senso di
vago disagio, la minaccia intellettuale o morale che rappresentano non è facile
da identificare. Dopo tutto, la razza umana è un insieme confuso abbastanza
triste, con le nostre malattie ostinate, i limiti fisici e la brevità della
vita. Aggiungete le gelosie, la violenza e le ansie costanti dell'umanità e il
progetto dei transumanisti comincia a sembrare assolutamente ragionevole. Se
fosse tecnologicamente possibile, perché non dovremmo voler essere superiori
alla nostra specie attuale? L'apparente ragionevolezza del progetto,
specialmente se considerato in piccoli miglioramenti, costituisce già una parte
del suo pericolo. Ma è possibile che noi ci serviremo a piccoli bocconi delle
offerte tentatrici della biotecnologia senza renderci conto che esse hanno uno
spaventoso costo morale. La prima vittima del transumanismo potrebbe essere
l'uguaglianza.
La Dichiarazione di Indipendenza degli Usa dice che « tutti gli uomini sono
creati uguali » . Donne e neri non furono inclusi quando Thomas Jefferson
scrisse la dichiarazione nel 1776. Le società progredite hanno lentamente e
faticosamente capito che solo il fatto di essere esseri umani dà a una persona
il diritto all'uguaglianza politica e legale. In effetti abbiamo tracciato una
linea rossa attorno all'essere umano e abbiamo detto che è sacrosanto. Alla base
di questa idea dell'uguaglianza dei diritti c'è il credo secondo cui tutti
possediamo un'essenza umana che oscura differenze manifeste quali il colore
della pelle, la bellezza e persino l'intelligenza. Questa essenza, e l'idea che
gli individui possiedano dunque un valore intrinseco, è al centro del
liberalismo politico. Ma modificare questa essenza è il nucleo del progetto
transumanista.
Se cominciamo a trasformarci in qualcosa di superiore, quali diritti
rivendicheranno queste creature migliorate e quali diritti possiederanno in
confronto a quelli lasciati indietro? Se alcuni vanno avanti, potranno gli altri
permettersi di non seguirli? Queste domande sono abbastanza inquietanti
all'interno delle società ricche e sviluppate. Aggiungete le implicazioni per i
cittadini dei Paesi più poveri del mondo, per i quali le meraviglie della
biotecnologia rimarranno probabilmente irraggiungibili, e la minaccia all'idea
di uguaglianza diventa ancora più forte. I sostenitori del transumanismo pensano
di capire ciò che costituisce un buon essere umano e sono contenti di lasciare
indietro gli esseri limitati, mortali, naturali che vedono intorno a sé a favore
di qualcosa di migliore.
Ma capiscono veramente i valori umani più importanti? Grazie ai nostri ovvi
difetti, noi esseri umani siamo il prodotto miracolosamente complesso di un
lungo processo evolutivo, un prodotto la cui interezza è molto più della somma
delle nostre parti. Le nostre caratteristiche buone sono intimamente collegate a
quelle cattive: se non fossimo violenti e aggressivi, non saremmo in grado di
difenderci; se non avessimo sentimenti di esclusività non saremmo leali a coloro
che ci sono vicini; se non provassimo mai la gelosia, non proveremmo mai
l'amore. Persino la nostra mortalità gioca una funzione critica nel consentire
alla nostra specie nel suo insieme di sopravvivere e di adattarsi. Modificare
una sola delle nostre caratteristiche- chiave implica la modifica di un insieme
complesso e interconnesso di qualità e noi non saremo mai in grado di prevedere
il risultato finale. Nessuno sa quali possibilità tecnologiche emergeranno dall'automodificazione
umana.
Ma possiamo già vedere la tentazione di una sfida prometeica nel modo in cui
prescriviamo farmaci per incidere sul comportamento e la personalità dei nostri
figli. Il movimento ambientalista ci ha insegnato l'umiltà e il rispetto per
l'integrità della natura non umana. Abbiamo bisogno di una simile umiltà per
quanto riguarda la nostra natura umana. Se non la svilupperemo presto, potremmo
invitare i transumanisti a deturpare l'umanità con i loro bulldozer genetici e i
loro centri commerciali psicotropici.
Intervista al Prof. Francesco
Agnoli
Stefano Lorenzetto
Questo ragazzone di 30 anni sembra nato per giocare a basket e
frequentare discoteche. Invece sta qui, inginocchiato sul pavimento del salotto,
a pronunciare parole gravi: «Ma chi chiacchiera di embrioni lo saprà che a 18
giorni c’è già un cuore pulsante? E che a sei settimane il bambino ha le dita
formate? E che tra l’ottava e la dodicesima settimana, quando i medici praticano
la cosiddetta riduzione embrionale, cioè uccidono i feti “difettosi” o in
sovrappiù, c’è una creatura perfetta di otto centimetri che sente la voce della
mamma, si sveglia quando lei si sveglia, s’addormenta quando lei s’addormenta?
Com’è possibile stabilire per referendum che è lecito immolare i nascituri
sull’altare della ricerca scientifica?». Il professor Francesco Agnoli, docente
di storia a Trento, studioso di filosofia della scienza, fondatore del circolo
culturale Il Castello, autore di libri politicamente scorrettissimi, a
cominciare da una Storia dell’aborto nel mondo che contiene immagini
agghiaccianti, preferisce la posizione eretta a quella seduta perché ha mal di
schiena. Se ogni tanto si mette in ginocchio, con i gomiti appoggiati al tavolo,
è solo per dare requie alla colonna vertebrale. Eppure in quel preciso istante
le sue argomentazioni assumono il tono di un’invocazione: «C’è la congiura del
silenzio. Nessuno spiega che nella fecondazione artificiale l’ovaio viene
gonfiato farmacologicamente fino a raggiungere le dimensioni di un melone. Né
che le donne vanno incontro a gestosi, placente previe, malformazioni fetali,
gravidanze extrauterine, lesioni vascolari. Né che l’iperstimolazione ovarica
può provocare una sindrome pericolosa per la loro stessa vita. Né che vengono
sacrificati 92 embrioni su 100. Né che solo il 15% delle coppie ottiene il
figlio desiderato. Né che per i bambini nati così esiste il dubbio della
comparsa di anomalie tardive, malattie di tipo degenerativo a carico del sistema
nervoso e dei muscoli. Non sono io ad affermare tutto questo, bensì il campione
della sperimentazione, uno dei maggiori esperti di fisiopatologia della
riproduzione umana, il professor Carlo Flamigni, direttore dell’Istituto di
clinica ostetrica e ginecologica di Bologna, nel suo libro La procreazione
assistita edito dal Mulino».
Si rimette in piedi. «Un famoso ginecologo romano “coltiva” gli spermatozoi
umani su tessuti ricavati dai testicoli dei topi e s’è vantato d’aver fatto
nascere tre bambini, due a Roma e uno in Sardegna, grazie a questo metodo folle.
Stanno costruendo l’homunculus che i discepoli di Paracelso volevano creare sul
finire del 1500 alla corte di Rodolfo II d’Asburgo, l’imperatore-alchimista il
cui nome è legato alla leggenda del Golem, la creatura senza spirito, l’automa.
Persino il diessino Gianni Vattimo, filosofo progressista, s’è sentito in dovere
di lanciare l’allarme: “C’è il rischio che degli embrioni si faccia commercio,
che si operino manipolazioni illimitate, tali da creare mostri, individui
adibiti a deposito di organi per trapianti, schiavi. Potrà apparire scandaloso
ma non lo è poi tanto: dell’embrione come tale non ci importa niente”».
Il tono di voce è passato dalla supplica alla requisitoria. Tradizione di
famiglia: suo padre, Carlo Alberto Agnoli, è presidente del Tribunale dei minori
di Trento, quindi alle prese con i drammi che nascono dal desiderio di paternità
ma anche con l’infanzia violata, comprata, venduta; suo zio, Francesco Mario
Agnoli, storico delle insorgenze controrivoluzionarie in Italia durante il
dominio napoleonico, ha fatto parte del Consiglio superiore della magistratura.
Francesco Agnoli vive a Trento con i genitori. L’anno prossimo porterà
all’altare Michela, ingegnere. Ha due fratelli più grandi già sposati e cinque
nipoti che lo adorano.
Perché difende gli embrioni, passando per nemico della scienza?
«Seguo le orme di mio padre, che fu tra i promotori della raccolta di firme
per il referendum abrogativo della legge sull’aborto».
Lo perse.
«Si fermò al 32%. Colpa delle divisioni dei cattolici: ebbe aiuto solo dal
cardinale Albino Luciani. Gli italiani hanno deciso che di aborto bisogna
discutere dal punto di vista filosofico. Vietato far sapere che ricercatori
svedesi hanno escogitato una tecnica di trapanazione del cranio del feto da vivo
fra la 18ª e la 28ª settimana, tecnica poi perfezionata da scienziati
statunitensi addirittura fino all’ottavo mese di gestazione, al fine di aspirare
con una cannula la substantia nigra del tronco cerebrale per studi di ipotetica
efficacia sulle neurodegenerazioni provocate dal morbo di Parkinson. Vietato far
vedere le foto degli esperimenti su bambini nati vivi da aborti legali».
Come invece fa lei nel suo libro.
«Pensi che per aver riprodotto quelle immagini di corpicini smembrati e
gettati nella spazzatura alcuni giovani sono stati denunciati per oltraggio al
comune senso del pudore. E il professor Agostino Sanfratello, docente di
filosofia del diritto dall’Università di Teramo, ha subìto addirittura un
processo».
Che hanno fatto di male?
«Hanno smascherato il grande inganno. I sostenitori dell’aborto si rifugiano
nella filosofia perché non possono mostrare la realtà: crani fracassati con i
ferri chirurgici. Ma la filosofia classica è sempre partita dalla realtà. Loro
invece partono dall’idea. È il degrado della filosofia moderna. Le utopie
sanguinarie del ’900 vengono tutte da lì: prescindono dalla realtà. L’uomo non è
più intelligente, da intus legere, non legge dentro la realtà: vuole esserne
dominatore e plasmatore al pari di Dio. Fra totalitarismo e biotecnologie non
c’è nessuna differenza. Marx che abbatte la famiglia e Hitler che sopprime le
etnie fanno proprio questo: rimodellano la realtà esistente senza tenerne conto.
Aldous Huxley, figlio del famoso biologo e fratello del premio Nobel della
scienza, teorizzava la Fiv, fecondazione artificiale in vitro, già nel ’32».
In che termini?
«La riproduzione umana sarà soggetta a un controllo centralizzato; avverrà
da ovuli conservati artificialmente e fecondati in vitro, quindi la nascita sarà
anonima e plurigemina, fino a 96 gemelli identici da un solo uovo; la famiglia
diverrà un istituto superfluo; agendo sul processo di ossigenazione del cervello
durante lo sviluppo dell’embrione, si creeranno a tavolino caste di uomini
superiori, dotati fisicamente e intellettualmente, e caste di uomini inferiori
da adibire ai lavori più ingrati».
Pensa davvero che si sia imboccata questa strada?
«I più sono convinti che dalla Fiv nascano figli sani, belli, biondi. Non è
così. Anzi nell’80-85% dei casi non nasce proprio nulla. È L’Unità a parlare di
“calvario” per chi vi si sottopone, “con l’angoscia di fallire di nuovo e con le
tensioni che nascono nella coppia, il senso di frustrazione e di sconfitta”.
Ogni Fiv costa sui 4.000 euro. Ci sono donne che vi fanno ricorso 13-14 volte».
Un giro d’affari enorme.
«È il motivo per cui si sono accantonati gli studi sulla sterilità e s’è
puntato tutto sulla Fiv, eseguita quasi unicamente in cliniche private. La
donna, stimolata a produrre non uno ma dieci ovuli per volta, rischia - è
Flamigni a scriverlo nel suo libro - parti prematuri, gravidanze multiple, bimbi
nati piccoli, parti cesarei, con una mortalità perinatale del 20% circa. Lo
stesso professore avverte che “sembra giusticato il timore di un aumento delle
malformazioni fetali e dell’incidenza di anomalie dei cromosomi sessuali”. Nel
’98 in Scozia è uscito dalla provetta un bebè che aveva gli organi sessuali sia
maschili che femminili, un ermafrodito».
In Scozia, non a Bologna.
«Guardi, il professor Flamigni ha fatto nascere 34 bimbi mediante
crioconservazione dei gameti femminili. Dopodiché ha scritto: “Per uscire dalla
fase sperimentale è necessario dare, ai 34 già nati, almeno altri 200 fratelli.
Solo così riusciremo a sapere se il congelamento degli ovociti è realmente
innocuo e potremo sostituirlo al congelamento degli embrioni”».
In pratica vuol creare 234 persone a rischio allo scopo di capirne di più.
«Si possono usare le donne e i bimbi come cavie? Me lo dica lei. E poi
all’embrione in vitro manca il colloquio crociato, cioè quel complesso di
segnali chimici con cui il corpo della madre lo riconosce. Ne consegue un’alta
probabilità di aborti, con tutto ciò che questa tragedia comporta di per sé in
una donna e a maggior ragione in una donna già in crisi, stressata da pratiche
mediche invasive».
La legge 40 approvata dal Parlamento, che radicali e sinistra vorrebbero
cancellare, mette al riparo dalla sperimentazione selvaggia.
«La legge 40 vieta la fecondazione eterologa con ovuli o sperma di donatori,
la clonazione, la sperimentazione sugli embrioni, gli uteri in affitto, le
mamme-nonne, la fecondazione post mortem con seme congelato che farebbe nascere
bimbi già orfani di padre. E impedisce l’accesso alla Fiv da parte di single e
omosessuali. Ma sarebbe stato preferibile se deputati e senatori avessero votato
una legge di un solo articolo».
Quale?
«“È vietata la fecondazione artificiale in quanto sperimentazione su donne,
bambini, embrioni”. Il centrodestra, che ha fatto questa legge, è il primo a non
avere il coraggio di difenderla».
Perché la legge 40 non sta bene alle opposizioni?
«La cultura radicale e di sinistra è contro l’uomo».
Ma se Pannella è il paladino dei diritti umani.
«Quella dei radicali è la perversione della libertà. L’aspetto più grottesco
è che oggi vogliono la Fiv a tutti i costi per far nascere i figli in provetta,
mentre appena ieri, attraverso il Cisa, Centro informazione sterilizzazione
aborto, praticavano la soppressione di embrioni e feti con una specie di pompa
per bicicletta nella clinica fiorentina del compiacente dottor Giorgio Conciani,
sostenitore dell’eutanasia, radiato dall’Ordine dei medici per istigazione al
suicidio, che coerentemente pose fini ai suoi giorni impiccandosi a una trave in
cantina. E qual è una delle cause di sterilità che il professor Flamigni cita
più volte nel suo libro? Pagina 10: “Il diffuso ricorso all’aborto volontario e
l’uso di anticoncezionali endouterini”. Siamo al paradosso assoluto».
S’arriverà al referendum?
«Sì».
Lei e suoi amici lo perderete?
«Non possiamo vincerlo perché i mezzi d’informazione ci sono preclusi.
Abbiamo un’unica possibilità: sperare che le persone di buon senso si astengano,
non vadano a votare, facendo così mancare il quorum. Coloro che si battono per
farla abrogare, la legge 40 non l’hanno nemmeno letta, posso garantirglielo. Si
limitano a ripetere slogan insulsi, del tipo: “È contro le donne, è contro la
ricerca scientifica”. Ma neppure fra i parlamentari ho trovato gente informata
sul problema, tanto che a molti di loro mi sono sentito in dovere di consegnare
una relazione tecnica compilata dal mio consulente, il medico Luca Poli, un ex
radicale. Ho partecipato in Veneto a un dibattito televisivo con Pietrangelo
Pettenò, consigliere regionale di Rifondazione comunista. Finita la diretta,
dietro le quinte gli ho chiesto a quattrocchi: “Ma tu sai che cosa dice la legge
40?”. E lui: “Ma no, io ho tre figli...”. Mauro Bondi, segretario provinciale
dei Ds a Trento, è arrivato a scrivere sull’Adige che raccoglie firme per il
referendum affinché venga consentita la ricerca scientifica che potrebbe salvare
un ragazzo di Cagliari in radioterapia per un tumore».
Non è così?
«Illudono i malati. Affermano che 10-12 milioni di pazienti afflitti dalle
più diverse patologie - cancro, sclerosi, Parkinson, Alzheimer, diabete -
guariranno come per incanto grazie alla ricerca sugli embrioni. Una colossale
impostura. Vogliono la crioconservazione degli embrioni per poi lavorarci sopra.
Pretendono che gli siano consegnati quelli già congelati e che nessuno reclama
per farci i loro esperimenti. Ma il professor Angelo Vescovi, massimo esperto di
cellule staminali adulte, avverte che le cellule embrionali hanno una
potenzialità cancerogena. E Vescovi è un ateo».
Sarebbe diverso se fosse credente?
«Di questi argomenti l’episcopato non parla, tranne rare eccezioni. È
l’inverno della Chiesa. San Pio X temeva più l’indifferenza dei buoni che la
malvagità dei cattivi».
Da storico sa dirmi a quando risalgono le prime fecondazioni artificiali?
«Alla storia della magia. L’aspirazione a impossessarsi della natura in
senso prometeico, cambiandole i connotati, diventa forte dopo il Medioevo, con
Marsilio Ficino, Giovan Battista Dalla Porta, Paracelso. Dalla Porta, per
esempio, si dedica alla sperimentazione genetica sui cavalli. Alla corte di
Rodolfo II, imperatore a Praga, i seguaci di Paracelso fanno putrefare il seme
maschile nel ventre equino col demenziale proposito di veder “nascere un vero e
vivo fanciullo umano”. Il sovrano, probabilmente pazzo per una tara genetica, si
circonda di feti mostruosi conservati sotto vetro, s’interessa di uomini pesce e
bambini rettili, incita la sua accolita di stregoni a pastrocchiare con
gelatine, corna di bue, veleno di rospi. L’opus magnum di questi maghi è
rappresentato da un bambino dentro l’alambicco. Ci siamo arrivati».
Che cosa pensa della coppia bianca uscita dal Policlinico di Modena con due
gemelli di colore perché in una pipetta non lavata erano rimasti gli spermatozoi
di un nordafricano?
«Siamo venuti a sapere di quest’ultimo incidente solo perché i neonati erano
neri. La fecondazione eterologa, vietata dalla legge, può essere comodamente
eseguita di nascosto. Le lesbiche si procurano lo sperma nelle banche del seme e
si fanno i figli in casa da sole col kit di autoinseminazione artificiale, come
ha orgogliosamente rivelato Titti De Simone, fondatrice di Arcilesbica e
parlamentare di Rifondazione comunista».
Un far west.
«Esattamente quello lasciato dai signori della prima Repubblica fino
all’approvazione della legge 40, se si eccettua una circolare dell’85 firmata da
Costante Degan, ministro dc della Sanità, che s’appellava genericamente alla
deontologia della classe medica. Qualcuno mi deve spiegare perché
nell’avanzatissima Svezia la fecondazione eterologa non si fa quasi più».
Provi a spiegarlo lei.
«L’eterologa postula la crioconservazione di ovuli, seme, embrioni, ma
nessuno può dire quale sia il tempo massimo consentito. La rivista Human
reproduction, pubblicata dalla Oxford University, ha citato un esperimento con
sperma congelato 21 anni fa. Stanno testando la data di scadenza sulle donne,
sulla vita».
La frutta fresca congelata in estate fa schifo già a Natale.
«Infatti su 100 embrioni tirati fuori dall’azoto liquido, 30 risultano
morti. È evidente che anche gli altri 70 saranno in parte deteriorati, ma
l’ineffabile Flamigni non è in grado di quantificare: “Alcuni mostrano di avere
almeno una cellula danneggiata”. Pagina 81. Però lui li impianta ugualmente. Che
cosa nascerà da embrioni danneggiati trasferiti in utero? Al difensore della
procreazione assistita interessa ben poco: avendo compiuto 71 anni, ha
confessato candidamente che non arriverà “a vedere come andrà a finire”».
Quali conseguenze si possono ipotizzare sulla psiche di un bimbo che apprende
d’essere venuto al mondo in laboratorio?
«Il professor Carlo Bellieni, docente di terapia neonatale all’Università di
Siena, parla di “sindrome del sopravvissuto”».
Vale a dire?
«Quando il bambino viene a sapere che per farlo nascere a tutti i costi sono
stati sacrificati un tot di embrioni soprannumerari e un tot di suoi fratelli
gemelli, sviluppa o un forte senso di colpa, del tipo “altri sono morti per
lasciar vivere me”, o un delirio di onnipotenza, “io ce l’ho fatta perché sono
indistruttibile”».
Ma degli embrioni già congelati e inutilizzati lei che farebbe?
«Non so, non ho studiato il problema. Forse è meglio lasciarli morire. Non
so che dire, veramente. Dipendesse dai radicali e dai verdi, dovrebbero essere
impiegati per esperimenti. Negli Usa e in Cina hanno già creato l’embrione
coniglio e l’embrione mucca. Nell’ex Jugoslavia hanno tentato di fecondare le
scimmie con seme umano. Per fortuna la legge 40 vieta espressamente “ibridi e
chimere”. Cioè mostri. I verdi hanno questa straordinaria sensibilità: sono
contro i pomodori Ogm però si battono per i figli geneticamente modificati».
Un bimbo è guarito dalla talassemia grazie a un trapianto di cellule
staminali donate dai suoi fratelli gemelli. Bisognava lasciarlo malato,
condannato per tutta la vita a trasfusioni di sangue ogni 15 giorni?
«La diagnosi preimpianto è vietata in Italia. I medici di Pavia hanno dovuto
fare l’esame del Dna su 12 ovuli fecondati in vitro in Turchia. Solo tre,
giudicati sani e compatibili, sono stati impiantati nell’utero della madre e due
hanno attecchito. Gli altri nove li hanno soppressi. Il fatto che da un’azione
cattiva nasca qualcosa di buono non la rende moralmente accettabile. Il male non
può essere ammesso per legge. Se nel ’600 i chirurghi avessero fatto le autopsie
sui vivi, anziché sui morti, di sicuro gli studi di anatomia sarebbero
progrediti molto più velocemente, consentendo di salvare milioni di vite. Stiamo
correndo verso l’eugenetica propugnata dal dottor Joseph Mengele, l’angelo
sterminatore di Auschwitz».
Vuol fermare la ricerca?
«Ma insomma: ammesso e non concesso che la sperimentazione sugli embrioni
portasse a qualche risultato, diverrebbe lecito ucciderli prima che diventino
uomini al solo scopo di prolungare la vita di altri uomini?».
Non bisogna porre limiti alla conoscenza, ribattono i positivisti.
«A loro ha già risposto André Frossard, accademico di Francia, figlio del
primo segretario del partito comunista francese, nel suo saggio Il diavolo
forse, quando ricordava che l’irresponsabilità è un inalienabile privilegio
della condizione scientifica e che nessuno degli alchimisti di Los Alamos,
artigiani della morte istantanea, perse il sonno per Hiroshima e Nagasaki: fu un
aviatore a entrare nei trappisti dopo aver sganciato la bomba atomica. Coloro
che gliel’avevano fornita non lo accompagnarono neppure fino alla porta del
convento. Concludeva Frossard: “Il giorno in cui, e vi dico che non tarderà
molto, i vostri biologi avranno trovato il modo di cambiare la natura umana
agendo sulle sue cellule iniziali, essi se ne serviranno, statene certi, anche
se dovessero in un primo momento popolare la terra di fenomeni da baraccone”».
Ma ai genitori sterili che cercano disperatamente di avere un figlio, lei che
cosa si sente di dire?
«A un malato di cancro che cosa ci si sente di dire? Un figlio è un dono,
non un diritto».
Paladina dell’aborto
fa causa agli Usa per abolire l’aborto
Silvia Kramar da New York
Il 22 gennaio del 1973 la Corte suprema americana aveva
pronunciato la sentenza a favore una giovane donna incinta. Sostenuta da un
nugolo di ambiziosi avvocati, Jane Roe (uno pseudonimo) aveva fatto causa a un
giudice texano per legalizzare l’aborto. La sua battaglia era arrivata fino a
Washington, e il caso «Roe versus Wade» aveva trasformato la storia sociale e
politica americana, legalizzando l’interruzione di gravidanza.
Trent’anni fa Jane Roe era stata tenuta nascosta ai media, che inutilmente
avevano cercato di scoprire chi si nascondesse dietro lo pseudonimo con cui una
donna sola aveva osato sfidare le più alte sfere governative. Oggi, invece,
uscirà allo scoperto con il suo vero nome: Norma McCorvey. Tornerà alla Corte
suprema, ancora seguita da un nugolo di avvocati e dal carosello dei media, per
cambiare di nuovo la storia.
La nuova mozione, «McCorvey versus Hill», adesso vuole far vietare l’aborto,
elencandone tutti gli aspetti negativi ignorati trent’anni fa. L’annuncio verrà
dato due giorni prima dell’inaugurazione del secondo quadriennio di
un’amministrazione repubblicana che, su questo tema difficile, ha scelto un
basso profilo, ma che non potrà ignorare l’appello di questa signora dalle idee
ben chiare.
«Da quell’infelice giorno del 1973, 45 milioni di famiglie americane sono state
toccate dall’aborto», ci ha detto Norma McCorvey. «Le conseguenze psicologiche,
per le donne, sono sempre devastanti, e poi di questa pratica, in America,
ancora si muore», ha proseguito questa donna sulla sessantina dal vivace accento
texano, capelli rossissimi e un sorriso da nonna.
«Oggi sappiamo molto di più sulle interruzioni di gravidanza. Il mondo cambia,
cambiamo anche noi e mettiamo fine a questo straziante olocausto nazionale»,
dichiara. «Io sono cambiata profondamente: ho trovato Dio, che mi ha regalato il
dono della fede». Dopo una vita devastata da droghe, alcol e vizi, l’8 agosto
del 1995 Norma McCorvey si è fatta battezzare immergendosi in una piscina
texana; è diventata anche lei, come milioni di americani, una cristiana rinata.
C’erano i fotografi e le televisioni, c’erano i picchetti dei «pro choice»
(favorevoli all’autodecisione della madre), che l’hanno definita una traditrice.
«Ma è ora che si sappia veramente la mia storia», spiega la McCorvey con una
nota di sarcasmo. «Sono un personaggio scomodo, lo so, ma lo sono sempre stata».
Nel 1973 «Jane Roe» non aveva abortito: mentre la sua avvocatessa, Sarah
Weddington, portava avanti la battaglia legale, lei aveva messo al mondo una
bimba e l’aveva data in adozione. Simbolo per oltre trent’anni di tutte le
speranze femministe, fiore all’occhiello del Partito democratico, regina del
movimento «pro choice», aveva cercato di interrompere la maternità, ma alla sua
legale serviva una donna gravida. «Se avessi avuto un aborto fuorilegge, come
aveva fatto in Messico la mia avvocatessa Sarah, sarebbe tutto finito nel nulla.
Avevano bisogno della gravidanza per portare avanti la mozione».
«Jane Roe» era solo una ragazza spaventata, con un passato difficile. «La nonna
si era guadagnata da vivere facendo la prostituta; poi, invecchiando, leggendo i
tarocchi. Mia madre era cattolica, il papà era un testimone di Geova che
riparava televisori. Io sono una mezzo sangue Cherokee e Cajun, non ho mai
finito le scuole medie. Ho vissuto per trent’anni da alcolizzata, fra droga e
rapporti omosessuali».
Ha avuto tre figlie e sono state tutte adottate. «Mentre aspettavo la prima, mio
marito mi ha picchiata a sangue, accusandomi di essere incinta di un altro. Poi
la mamma me l’ha portata via quando le ho confessato di essere lesbica». La
seconda volta, quando si è svegliata in sala operatoria, la neonata era sparita.
«E la terza l’infermiera, per sbaglio, ha aperto la porta con in braccio la mia
piccola. Quando se ne è accorta ha richiuso di scatto, ma l’avevo già vista.
Quella bambina mi aveva spinto a cambiare la storia».
Quasi per caso: appena aveva scoperto di essere in stato interessante, la
McCorvey si era recata a Dallas da un avvocato che si occupava di adozioni, e
questi l’aveva messa in contatto con Sarah Weddington, il legale che avrebbe
preparato la mozione per la Corte suprema.
«Credevo che volesse far legalizzare l’aborto nel Texas», ha spiegato la
McCorvey. «Invece mi trasformò in “Jane Roe”. Una volta inserito il mio nome
sulla mozione non ebbe più bisogno di me: Sarah mi promise di rimanermi vicina,
di farsi viva quando sarebbe nata la piccola, invece mi abbandonò».
Scoprì che «Roe vs. Wade» era stato approvato leggendo i giornali. Erano passati
anni. «Chiamai Connie, la mia compagna, e le dissi: “Sai, sono io Jane Roe”.
Scoppiò a ridere ma qualcosa nel mio silenzio la convinse».
«Jane Roe» era un personaggio scomodo per il movimento femminista, che ormai
aveva preso in mano le redini dell’aborto: «Ero ignorante, bestemmiavo, non mi
sapevo vestire, non potevo appartenere al mondo delle giovani laureate di Vassar
e di Harvard, che durante una marcia per l’aborto, a Washington, mi tennero
nascosta tra la folla. Scandivano il nome di “Jane Roe” ma preferivano restassi
nella retroguardia».
Nel 1989 fu scoperta da un’avvocatessa californiana, Gloria Allred, che la portò
a vivere in California e fece di lei una star dei media. «La rete televisiva Nbc
girò una miniserie sulla mia storia con l’attrice Holly Hunter. Sarah Weddington
ebbe un contratto di consulente, io non vidi un centesimo».
Passò da un’intervista all’altra: era l’eroina del movimento per la libertà di
scelta, e una notte qualcuno cercò di ucciderla. «Mi svegliai di soprassalto
mentre qualcuno su un camion crivellava di colpi la casa. Connie e io ci
terrorizzammo ma il movimento pro choice aveva ancora bisogno di me». Quando
David Souter fu nominato alla Corte suprema venne invitata a parlare accanto ai
grossi nomi del movimento femminista: Kate Michelman, Faye Wattleton, Eleanor
Smeal. «Fu quest’ultima che, a cena, mi rimproverò di aver messo i gomiti sul
tavolo. “Non è da lady”, disse. Al che risposi: “Ma non siamo femministe? E ci
preoccupiamo di fare le lady?”. Il senatore Jeseph Biden mi chiese chi fossi.
Risposi che ero Norma McCorvey, cioè Jane Roe. La famosa Jane Roe. “Anche se le
altre credono di esserlo, in realtà sono io”. Biden rimase a guardarmi con gli
occhi spalancati, ma ero stanca di sentirmi dire che il movimento aveva scelto
male. Certo non avevo le loro lauree e la loro classe, ma diventai così scomoda
che nel 1993 non fui neanche invitata alla Casa Bianca dal presidente Clinton,
per i festeggiamenti del ventennale di “Roe vs. Wade”».
Per anni la McCorvey è vissuta di piccoli espedienti con la compagna, Connie,
finché non le fu offerto di aprire una clinica per gli aborti col nome di “Jane
Roe”. «Accettai, ma era una bugia: in cambio di sei dollari l’ora divenni la
segretaria, la tuttofare: prendevo appuntamenti, spiegavo alle clienti che non
era un bambino ma solo “una mestruazione mancata”.
Spesso mentivamo sulla durata della gravidanza perché oltre le dieci settimane
le pazienti dovevano pagare il doppio. Poi quando andavo nella cella frigorifera
e vedevo i pezzi, le gambe e le teste dei feti conficcati a quattro o cinque in
una giara, tornavo a casa e mi ubriacavo».
Il 31 marzo del 1995 i «pro life» di Operation Rescue affittarono l’ufficio
accanto alla clinica di Dallas, e la sua vita diventò un inferno «Marciavano
davanti alle mie finestre con slogan come “L’aborto ferma un cuore che batte”,
“L’aborto è l’olocausto americano”, «È un figlio non una scelta”: la corazza
cominciò a sgretolarsi. Nella clinica c’era un medico, Arnie, che faceva gli
interventi a piedi scalzi. Fino al 1997 le nostre cliniche erano meno regolate
del laboratorio di un veterinario. Da noi si poteva fumare anche in sala
operatoria. Ero io a tenere la mano delle donne. Quando piangevano dicevo solo:
“Tesoro, è logico che tu pianga, ti abbiamo dato una potente iniezione di
Valium”».
Facevano aborti anche nel secondo trimestre di gravidanza. Un giorno una ragazza
alzò la testa, vide il piedino del bimbo e si mise a urlare. «Dovetti dirle che
si sbagliava, ma mentre stava pagando mi puntò gli occhi arrossati in faccia:
“Lo sa benissimo cos’ho visto. Mi avevate detto che non era ancora un bimbo”.
Non ce la facevo più».
Un giorno un volontario del movimento per la vita le urlò per strada: «Norma, ma
hai mai avuto un aborto?». «Entrai in sala operatoria, mi stesi sul lettino,
misi le gambe sui cavalletti. Mi immedesimai nelle migliaia di ragazze che vi
passavano ogni mese. Scoppiai a piangere. Mi trascinai fino a casa e chiamai il
pusher, volevo della coca. “Norma, hai detto che volevi smettere”, mi disse.
“Non te la vendo più”. Feci amicizia coi miei “vicini” del movimento per la
vita: erano sereni, dedicati, vivevano per i precetti del cristianesimo».
C’era una donna, Ronda Mackey, che lavorava per Operation Rescue: erano su
fronti opposti ma divennero amiche. Aveva una figlia, Elisabeth, di sette anni.
«La invitai a giocare nel mio ufficio, in clinica. Lei mi chiese di andare con
loro in chiesa. Durante una Messa caddi in ginocchio e chiesi perdono a Dio per
tutto quello che avevo fatto».
Norma McCorvey adesso tornerà nel carosello dei media per convincere gli
americani che l’aborto è omicidio. Visto il momento politico e la grande
evangelizzazione di molti Stati, una possibilità esiste. Lei vive solo per
quello.
«Una delle confessioni che devo fare è che nel 1973 ho mentito, dichiarando di
essere rimasta incinta dopo essere stata violentata da una banda. Sarah
Weddington ci basò buona parte della mozione, sapendo che gli americani
sarebbero certo stati a favore dell’interruzione di gravidanza per una donna
stuprata. Ma non era vero. Avevo mentito. La legge che ha ucciso milioni di vite
era nata da una bugia».
Bugie staminali
di Angelo L. Vescovi
Angelo L. Vescovi è uno dei più importanti studiosi del mondo
nel campo delle cellule staminali. Pronuncierà questo intervento il 31 gennaio
all’Accademia dei Lincei al convegno sui “problemi e le prospettive della
procreazione assistita” organizzato dall’Isle.
Una delle ragioni alla base dello scontro sulla legge che regolamenta la
produzione di embrioni umani riguarda la possibilità di utilizzarli al fine di
isolare cellule staminali embrionali pluripotenti. Essendo queste cellule in
grado di produrre qualunque tipo di cellula matura dei tessuti del nostro
organismo, esiste la possibilità che le cellule staminali embrionali possano
essere utilizzate per lo sviluppo di numerose terapie rigenerative ad oggi
incurabili, quali il diabete, il morbo di Alzheimer eccetera. Questa tesi è
sicuramente logica e sostenibile fintanto che si accetti il fatto che si sta
parlando di prospettive future e non di terapie già esistenti o in rapido
divenire, e che si sta parlando di una delle numerose vie percorribili.
Purtroppo, il messaggio che incautamente viene trasmesso al grande pubblico e al
legislatore è di ben altra natura e diametralmente opposto a quello che la
realtà dei fatti ci propone.
Ci viene infatti spesso spiegato il contrario del vero, e cioè che le cellule
staminali embrionali rappresentano se non l’unica (concetto che comunque in
molti propongono), sicuramente la via migliore per lo sviluppo di terapie
cellulari salvavita. Si allude spesso, nemmeno troppo velatamente, al fatto che
le terapie a base di cellule staminali embrionali sarebbero addirittura già
disponibili.
Non posso mancare di notare come un tale approccio è totalmente infondato e pone
il cittadino, presto chiamato a decidere sulla validità della legge sulla
fecondazione assistita, di fronte ad un dubbio dilaniante: lasciare morire
milioni di persone o permettere l’uso degli embrioni umani per generare cellule
salvavita? Ovviamente, in un contesto simile la natura dell’embrione umano viene
stravolta, negata e banalizzata fino a renderlo un semplice “grumo di cellule”,
qualcosa di sacrificabile ignorando gli enormi problemi etici che questo
sacrificio solleva.
In realtà il sacrificio non è per nulla necessario.
Non ci sono terapie “embrionali”
A dispetto di un oggettivo, significativo potenziale terapeutico, non esistono
terapie, nemmeno sperimentali, che implichino l’impiego di cellule staminali
embrionali. Non è attualmente possibile prevedere se e quando questo diverrà
possibile, data la scarsa conoscenza dei meccanismi che regolano l’attività di
queste cellule, che ci impediscono di produrre le cellule mature necessarie per
i trapianti, e data la intrinseca tendenza delle staminali embrionali a produrre
tumori.
Secondo, ma non meno importante, esistono numerose terapie salvavita che
rappresentano realtà cliniche importanti, quali le cure per la leucemia, le
grandi lesioni ossee, le grandi ustioni, il trapianto di cornea. Tutte queste si
basano sull’utilizzo di cellule staminali adulte. Inoltre, sono in fase di avvio
nuove sperimentazioni sul paziente che implicano l’utilizzo di cellule staminali
cerebrali umane.
Terzo, le terapie cellulari per le malattie degenerative non si basano solo sul
trapianto di cellule prodotte in laboratorio. Esistono tecniche altrettanto
promettenti basate sull’attivazione delle cellule staminali nella loro sede di
residenza. Saranno quindi le cellule del paziente stesso che si occuperanno di
curare la malattia, una volta stimolate con opportuni farmaci. Ovviamente,
trattandosi delle cellule staminali del paziente stesso, i problemi di rigetto
che, ricordiamolo, possono esistere col trapianto di staminali sia embrionali
che adulte, in questo caso non sussistono.
Quarto: la produzione di cellule staminali embrionali può avvenire senza passare
attraverso la produzione di embrioni. Sono infatti in corso studi grazie ai
quali è possibile deprogrammare le cellule adulte fino a renderle uguali alle
staminali embrionali senza mai produrre embrioni. Si tratta di una procedura che
ha la stessa probabilità di funzionare della clonazione umana, ma scevra da
problemi etici e che produce cellule al riparo da rischi di rigetto.
Da quanto descritto sopra, emerge molto chiaramente la seguente conclusione: il
dibattito riguardante la legge sulla fecondazione assistita deve avvenire in
assenza delle pressioni emotive e psicologiche che, artatamente, vengono fatte
scaturire dalla supposta inderogabile necessità di utilizzare gli embrioni umani
per produrre cellule staminali embrionali che rappresenterebbero l’unica o la
migliore via per la guarigione di molte malattie terribili e incurabili.
Questa affermazione è incauta non solo perché fondata su concetti facilmente
questionabili ma anche in relazione all’esistenza di linee di ricerca, di
sviluppo e di cure almeno altrettanto valide, molto più vicine alla messa in
opera nella clinica corrente e prive di controindicazioni etiche. Il dibattito
sulla legge deve quindi incentrarsi sugli aspetti relativi alla dignità
dell’embrione e al suo riconoscimento come vita umana a tutti gli effetti.
In questo contesto, mi permetto di concludere che, nella mia scala di valori di
laico e agnostico, il diritto alla vita dell’embrione precede inequivocabilmente
il diritto alla procreazione.
Il tropico del dolore
Antonio Socci
Ci angoscia da giorni il pianto straziato di tutte quelle madri.
Quante vittime innocenti: ogni giorno migliaia in più. Certo, da noi c'è anche
chi riesce a dispiacersi per il fatto di aver perso una vacanza prenotata e la
caparra (dimenticando di averla scampata). Ma tanti sono sinceramente
addolorati. Fanno la telefonata al numero verde per "regalare un euro" a quei
poveracci e anche di più. Molti pregano. Tuttavia sappiamo qual è la legge
ferrea dei media. Fra due o tre settimane questa sciagura non sarà più in prima
pagina e neanche nei titoli dei tiggì.
Se non fosse per quel centinaio di italiani ancora introvabili, forse -
diciamoci la verità - avremmo già una gran voglia di "distrarci". Lo si vede su
giornali e tiggì: pian piano la normalità riguadagna spazio e anche le fatuità
(che in tv, peraltro, non hanno mai perso la scena). Fanno capolino gli oroscopi
per il 2005, il menù del cenone e si dibatte della telenovela fra Mastella e
Prodi: fra un po' tornerà pure la Lecciso. Sono pronti a milioni a passare dalle
immagini delle isole della tragedia alla nuova edizione dell' "Isola dei
famosi".
E' anche ovvio che si volti pagina. E' così che si sopravvive alla condizione
umana. La strage verrà prima o poi archiviata sotto la voce "Cataclismi
asiatici". Com'è accaduto alle 200 mila vittime del Delta del Gange (nel
novembre del 1970), di cui ci ha parlato splendidamente Mario Cervi, e al
terremoto che esattamente un anno fa, lo stesso giorno del maremoto (il 26
dicembre 2003) ha raso al suolo la città storica di Bam, in Iran, facendo 20
mila morti (a proposito: chi si ricorda più di questi fatti?).
L'uomo non può sopportare troppo dolore, né troppa realtà. Ha bisogno di fuggire
nella rassicurante banalità e nei lustrini dell'illusione con nani e ballerine.
Ieri Giuliano Ferrara mi ha scritto che "senza routine e senza Mastella, non
percepiremmo l'eccezione" che sarebbe "il tragico". Ma proprio qui sta
l'abbaglio, caro Giuliano. Tu pensi davvero che noi viviamo nella "Penisola dei
famosi", cioè in una normalità, occidentale e benestante, dove il tragico è
"l'eccezione"?
Certo, viviamo benone a confronto del resto del mondo ed è pazzesco che lo
dimentichiamo così spesso. Ma davvero pensiamo che "il tragico" sia il
cataclisma che ogni tanto si abbatte da qualche parte? Non stiamo dimenticando
qualcosa? La nostra vita dov'è? Io penso che il tragico sia la sorte quotidiana
degli esseri umani, ogni giorno della storia, dalla notte dei tempi, per tutti:
occidentali compresi. E penso che ciò che corrode l'Occidente, quello che tu,
amico Ferrara, chiami nichilismo, sia innanzitutto una cultura che censura
questa condizione di mendicanti che tutti, anche noi occidentali, viviamo.
Esagero? Mi sbaglio? Può darsi.
Ma penso ai 100 mila poveretti la cui sorte in questi giorni ci addolora e poi
rifletto su un'altra cifra: ogni anno ben 17 milioni di persone muoiono nel
mondo per le "normalissime" e silenziose malattie cardiovascolari (solo in
Italia le vittime sono 242 mila all'anno e in Europa 4 milioni). Un mare di
morti che non vediamo, morti - per così dire - di routine, in linde camere di
ospedale (conosciamo quanto dolore e quanta solitudine vi si respirano?).
Potremmo aggiungere i 9 milioni di esseri umani spazzati via ogni anno dal
cancro. E' la normale ecatombe con cui conviviamo senza pensarci (salvo quando
ci tocca personalmente, magari in una persona amata).
Anche oggi è in corso questa tragedia, anche se la scienza ha fatto "grandi
conquiste" (l'Oms prevede che il numero di vittime per le malattie
cardiovascolari addirittura s'incrementerà di 250 mila all'anno fino al 2020).
Certo è già tantissimo avere a disposizione le cure della medicina moderna
(tanta parte dell'umanità, purtroppo, non ne dispone), ma alla fine, a ben
vedere, effimera resta la vita e dolorosa è la sorte umana. Si dirà che c'è una
bella differenza fra un'onda anomala e quelle patologie. Ma perché?
In entrambi i casi grida la spaventosa fragilità della nostra condizione e la
forza travolgente e cieca della natura: sia nella sua maestosa potenza
devastatrice (basta un sussulto dell'oceano per sommergere tante minuscole
creature), sia nei suoi incontrollabili meccanismi microscopici (basta un
nonnulla che ostruisca le nostre arterie ed egualmente a milioni veniamo
sopraffatti ogni anno).
La differenza sta solo nel fatto che l'onda anomala va in mondovisione e così
pure le sue vittime, tutte insieme. Ma allora questa tragedia non ci sconvolge
perché è "l'eccezione", ma perché è visibile e ci apre gli occhi sulla normalità
della morte quotidiana che non vogliamo mai vedere, che censuriamo. Ogni giorno
vengono al mondo nuove creature e una miriade di esseri umani viene spazzata
via. E' un batter d'occhio, la vita umana. Dice la Sacra Scrittura che la stirpe
degli uomini è "come l'erba che germoglia al mattino:/ al mattino fiorisce,
germoglia,/ alla sera è falciata e dissecca". Ma tutto questo c'induce alla
saggezza? C'è nel mondo una sorgente di saggezza, quella che Thomas S. Eliot nei
suoi "Cori da La Rocca " chiamava " la Straniera ", ed è lei che ammonisce:
"Ricordati che sei polvere e polvere tornerai".
Un pensiero attribuito al grande Leonardo - che aveva una percezione terribile
dell'uomo e della sua miseria - recita amaramente: "Gli uomini nascono e vivono
senza rendersi conto o interrogarsi sulla vita, di loro spesso restano solo
cessi pieni". Un giudizio sferzante. Forse troppo. Al tramonto di un anno
dovremmo lasciar spazio piuttosto alla pietà. Siamo poveracci, dovremmo aver
compassione gli uni degli altri. Come nella "Ginestra" leopardiana. D'altra
parte non è necessaria la brutale forza del vulcano, basta la nostra debolezza.
Nel 1999 sono morte nel mondo 3 milioni di persone per cause dirette o indirette
dovute al banalissimo fumo: un morto ogni dieci secondi (fra il 1950 e il 2000
circa 62 milioni di persone sono decedute per questo). Si calcola che nel 2025 i
morti a "causa del fumo" saranno 10 milioni all'anno: uno ogni tre secondi.
Quando si dice la banalità del male.
Basta così poco. Siamo veramente effimeri. A metà fra durezza della natura e
gravi responsabilità umane sta un'altra ecatombe quotidiana di cui fatichiamo ad
accorgerci: secondo l'Oms circa 10 milioni di morti ogni anno per fame e
povertà, 6 milioni dei quali sono bambini sotto i cinque anni. Gran parte dei
quali si potrebbe salvare con pochissimo. Sì, perché spesso anziché soccorrerci
noi cooperiamo con la crudeltà della natura e la superiamo in ferocia.
Proprio in quell'Asia oggi flagellata dal disastro naturale, per la precisione
nella Cina di Mao, in un paio di anni, dal 1959 al 1960, furono fatte morire di
fame 30 milioni di persone, perlopiù contadini, a causa delle follie del regime.
E in Indocina - specialmente nella Cambogia dei Khmer rossi - negli anni
Settanta se ne massacrarono altri milioni, a volte a colpi di piccone sul
cranio, sempre per deliri ideologici. E - per stare alla zona del disastro -
come dimenticare il genocidio di Timor est e la strage per fame in corso in
Corea del Nord? Par di vedere il tremendo Novecento dell'Europa dei genocidi.
Non solo la natura, ma anche la storia - come diceva Hegel - è un'orrida
macelleria.
La tragicità non è l'eccezione. Siamo tutti naufraghi. E il Cristianesimo, il
mio amico Giuliano lo sa bene, non è uno spunto per imbastire belle polemiche
culturali e dividersi fra neocon e nichilisti. E' la salvezza, il trionfo sulla
morte. Oppure è un imbroglio.
Antonio Socci
Il dossettismo ignora la
libertà, primo “dogma” del cristiano
Intervista a Turi Vasile (tratto
da Quaderni Radicali 53-54 del gennaio-aprile 1997)
Cattolici e politica: un binomio quanto mai decisivo nella
storia del nostro paese. Attorno ad esso hanno ruotato e continuano a ruotare
tattiche e strategie dei principali schieramenti. Il paradosso è che, nella
rabberciata scenografia bipolare italiana, i cattolici non rappresentano uno dei
due poli ma permeano tanto l’uno che l’altro.
Qualcuno se ne meraviglia e tuttavia, a ben guardare, lo
stupore è ingiustificato se solo si rifletta a come le direttrici essenziali del
percorso storico-politico italiano siano state tracciate già nel Medioevo; e non
siano mutate poi molto nel corso dei secoli. Col predominio del guelfismo sul
ghibellinismo si insataurò infatti una dialettica insana nel confronto tra i
poteri, laddove poté esercitarsi l’influenza tutta temporale di un’autorità che
disponeva di una legittimazione superiore a ogni altra.
Chiusa la parentesi del non expedit
di Pio x,
sin dall’epoca pre-fascista i cattolici hanno occupato una posizione centrale
anche nel giovane Stato unitario. Il loro ingresso da protagonisti sulla scena è
segnato dal Patto Gentiloni dell’ottobre 1913, con il quale prese avvio quella
collaborazione coi laici che ha rappresentato una delle costanti e, a un tempo,
la principale anomalia della politica italiana, consistente nella presenza di un
soggetto politico in grado di spendere sul piano del confronto con gli altri la
preziosa moneta della “salvezza dell’anima”. Anomalia che si insiste a coltivare
e che, a parer nostro, mantiene invece intatti i suoi contorni di ambiguità.
Ambigua in fondo risulta pure la definizione di “cattolico
liberale”, a indicare un raggruppamento che, nella stessa accoppiata
terminologica, già contiene in sé le ragioni di un equivoco irrisolto. Equivoco
che perdura, come perdurano gli effetti di quel Patto che determinò una sorta di
tutela sui governi, assicurando sì loro l’appoggio elettorale dei cattolici ma
condizionandone irrimediabilmente l’operato. Proprio con la proposta di
Vincenzo Ottorino Gentiloni, scrive Leonardo Sciascia in
1912+1,
si apriva il lungo tempo - che arriva fino a noi, che è da
credere andrà oltre la nostra vita - delle transazioni, delle conciliazioni,
degli accordi... Il patto Gentiloni. I patti lateranensi. L’articolo 7 dei patti
lateranensi votato dalla Costituente repubblicana. L’unità o solidarietà
nazionale di ieri, con Moro immolato su quell’altare. A modo di apologo mi
affiora il ricordo della sola volta che ho visto e ascoltato Giorgio La Pira. A
Messina, alla grande mostra di Antonello, trentatré anni fa [1953 ndr]...
La Pira raccontava del consiglio comunale di Firenze, del Parlamento, di quel
che voleva, di quel che a volte riusciva ad ottenere. L’accordo. “Si deve essere
d’accordo” ripeteva. Tutti d’accordo. Muoveva le piccole mani come a modellarlo
materialmente, l’accordo: docile e dolcissimo impasto. Ne avevo un senso quasi
di vertigine: e me ne ritraevo, come da una finestra aperta sul vuoto, guardando
i quadri di Antonello, che non mi pareva d’accordo. Luminosi e freddi come
diamante tutti; e quei ritratti che sogguardavano di scetticismo, d’ironia... (cfr.
in Opere 1984-1989, Bompiani, p. 269).
In questa ricerca dell’accordo ha le sue radici la prassi
consociativa, che di per sé potrebbe anche sembrare innocua e ovvia. Chi non
condivide l’idea che la politica si basi sui compromessi e sulla capacità dei
suoi protagonisti di contemperare le varie esigenze? A non apparire innocuo
nella frase di La Pira citata da Sciascia è il verbo: “si
deve essere d’accordo”. In nome di quel
“dovere” si pregiudica il resto (e che resto, perfino la vita!), innescando una
spirale senza fine davvero vertiginosa e devastante al pari di certo
machiavellismo di maniera tanto caro ai totalitaristi di ogni bandiera.
Sarebbe bene non trascurare come la corrispondenza - ideale e
materiale - tra certi cattolici e i comunisti si sia fissata nel secondo
dopoguerra per l’appunto sulla disponibilità a subordinare la politica a questo
tipo di imperativi. Ad avvicinarli, prima ancora che le contingenze, ha
contribuito la comunanza di una placenta che, al suo interno, coltivava in
definitiva una sincera repulsione per l’individualità e le sue prerogative.
All’individuo entrambi contrappongono qualcosa di più ampio (la comunità, la
società, lo Stato-partito) e, in nome di ciò, pronti entrambi a limitarne il
grado di autonomia e responsabilità.
Dal lato del cattolicesimo, uno dei più convinti promotori
dell’abbraccio col Pci fu certamente Giuseppe Dossetti che, proprio alla vigilia
della morte, ha avuto modo di veder compiersi il suo disegno. Lo conferma Miriam
Mafai in un editoriale scritto in occasione della sua scomparsa per «La
Repubblica» (16 dicembre), dove si legge: “Nel pensiero di Dossetti ci sono
molti elementi che troviamo nel bagaglio politico dello schieramento che ha
vinto il 21 aprile, formato dall’incontro tra post-comunisti e
post-democristiani”. Che nell’Ulivo possa riconoscersi in qualche modo la meta
che Dossetti perseguiva è del resto comprovato dalla presenza, in qualità di
leader della coalizione, di Romano Prodi.
Prodi, già presidente dell’Iri, oltre a essere stato un
discepolo del dossettismo, meglio di ogni altro ne incarna la doppia matrice.
“Infatti - come ricorda Fabrizio Cicchitto in un articolo de «Il Foglio» del 20
dicembre - esistono ‘due’ Dossetti, non come ambiguità, ma come complessità di
una storia”. Una storia che vede sì Dossetti riservare a se stesso l’isolamento
monacale e il distacco dello studioso, ma che - d’altro canto - non gli
impedisce di predisporre una irreversibile conquista della Dc da parte dei suoi
“amici”. È cosa nota che la corrente di Iniziativa democratica guidata da
Amintore Fanfani fu il frutto della progettazione dossettiana. Una volta
assicuratosi il controllo del partito, Fanfani - scrive Cicchitto - si adoperò
quindi “per costruire, attraverso le partecipazioni statali, l’Iri, l’Eni, la
Cassa del Mezzogiorno, gli enti di bonifica, un capillare sistema di potere che
rendesse la Dc autonoma dalla Confindustria”. Ciò ha garantito una solidità
finanziaria della Dc, contraltare di quella del Pci derivante soprattutto dai
“trasferimenti” di rubli dal Pcus. Gli altri partiti hanno ricercato, in modo
generalizzato, sostegni economici in grado di bilanciare una competizione
altrimenti squilibrata. La strada fu aperta allora, non va dimenticato.
Con questi precedenti, diventa quindi difficile immaginare un
rapporto tra laici e cattolici che non degeneri soltanto in una spartizione, al
di là delle buone intenzioni di chi ne fa magari oggetto di epigrafi e motti di
intento per riviste. Di qui anche lo scetticismo sia verso quanti ripropongono
ancora una volta politiche all’insegna di un condominio di centro, sia per
coloro che celebrano la vocazione “sociale” del cattolicesimo come fattore
unificante rispetto alla sinistra di estrazione marxista.
Da parte dei radicali non si è comunque rinunciato a trovare
motivi e occasioni di avvicinamento alla sensibilità cattolica. Operazione
quanto mai ardua, se si pensa agli ostacoli rappresentati dai macigni del
divorzio e dell’aborto, che hanno indubbiamente scavato un solco profondo, forse
però sopravvalutato. Essa ha tuttavia potuto realizzarsi laddove ha prevalso non
tanto un opportunistico accostamento di gruppi, ma l’incontro fra persone dai
valori condivisi. È il caso della frequentazione che «QR» ha da tempo con Turi
Vasile, interpellato di seguito proprio sul tema dei rapporti fra cattolici e
politica.
Avendolo di fronte, col suo sguardo azzurro che trasmette
vivacità e freschezza a dispetto dei capelli bianchi, ci si rende conto che
appartiene al novero di quei cattolici nient’affatto integralisti (né tanto meno
di sagrestia) che al centro della loro spiritualità collocano la libertà: dono
divino che esalta l’uomo come tale e che va tutelato da qualsiasi minaccia
massificante. Sia questa risultato della sottomissione a ideologie materialiste
o della rinuncia da parte della Chiesa a contrastarle. È appunto nella sacralità
attribuita all’individuo, autonomo e responsabile, che si registra la sintonia
con le istanze proprie dei libertari. Qui l’armonia è completa.
L’intervista ha offerto, a chi scrive, una ragione in più di
soddisfazione. Nelle risposte gli è stato infatti possibile riconoscere,
adornato dall’eloquio dell’intervistato, il contenuto di conversazioni con
persone care. Ed anche per questo è grato a Turi Vasile.
* * *
Spesso hai dichiarato di non sapere di politica e che, quando
te ne occupi, lo fai da dilettante. Però, ai tempi delle elezioni del ’48, il
tuo impegno non poteva certo definirsi dilettantesco: vogliamo provare a
rievocare quel periodo?
In verità, nel ’48, la mia non fu una militanza politica. Tant’è
che dopo le elezioni quell’esperienza non ebbe alcun seguito, benché non fossero
mancate attrattive anche piuttosto lusinghiere. In effetti mi si poteva aprire
davanti la carriera politica, ma evitai accuratamente di intraprendere quella
strada e lo feci per una volontà e una scelta ben ponderate. Né ho mai avuto a
pentirmene, perché ritengo che la politica prima o poi finisca inevitabilmente
per costringere un uomo a troppi compromessi con se stesso.
Allora io obbedii a una chiamata, a una missione: era il momento
in cui il nostro paese poteva essere travolto dal pericolo comunista e mi trovai
al fianco di un uomo straordinario, Luigi Gedda. Lo affiancavo sia come capo
ufficio stampa dell’Unione degli uomini cattolici e sia come capo dell’ufficio
psicologico dei Comitati civici. Comitati che in tre mesi riuscirono a
organizzarsi in modo capillare e a dare un contributo decisivo nella lotta
anti-comunista. Gedda è stato un grandissimo organizzatore, aveva un carisma
eccezionale e noi lo seguimmo con questo preciso intento. Due erano, infatti, le
direttrici della nostra propaganda: l’anti-astensionismo e l’anti-comunismo. Che
poi quest’ultimo abbia favorito la Democrazia cristiana è un fatto puramente
incidentale e non credo di rivelare niente di straordinario dicendo che i
rapporti tra Gedda e De Gasperi erano assolutamente gelidi.
Rispetto alla volontà politica del partito, non c’era affatto un
rapporto subalterno, né tanto meno di sudditanza. La distinzione era anzi
nettissima, come altrettanto netta era la posizione che assumemmo al momento
della competizione elettorale. Da un lato temevamo l’astensionismo e,
dall’altro, giudicavamo quanto di più deleterio potesse accadere l’eventuale
vittoria del Fronte popolare egemonizzato dai comunisti, specie nel momento
delicato che vivevamo dopo il disastro della guerra.
Da dove scaturiva una convinzione così forte e sentita?
Lavorando nell’ufficio psicologico, da Gedda che si era
consultato con Pio xii e con il
sostituto alla Segreteria di Stato che all’epoca era Montini, avevo avuto
notizie raccapriccianti circa la situazione dei paesi del comunismo reale. Si
trattava di documenti di prima mano che provenivano dalle cosiddette chiese del
silenzio, le chiese del martirio. Dalla loro traduzione, risultato dell’attento
lavoro di un nostro consulente espertissimo nelle lingue slave, conoscemmo le
tragiche condizioni in cui versavano le popolazioni dei paesi dominati dal
comunismo.
Quella fu la base, non dico del nostro sentimento di ribellione
verso un pericolo che minacciava a valanga l’Italia, quanto contro i soprusi e
le violenze in sé che annichilivano del tutto la persona umana: com’era
possibile immaginare che un regime capace di efferatezze simili, solo col cambio
del fuso orario, assumesse caratteri accettabili? Noi denunciammo tutte queste
atrocità e le denunciammo al limite dell’incredibilità. Erano talmente feroci le
notizie di cui disponevamo da rendersi disgraziatamente incredibili. Dovemmo
attendere il 20° Congresso del Pcus per avere non solo conferma di ogni cosa, ma
addirittura un quadro ancor più sconvolgente di quello da noi rappresentato otto
anni prima.
Allora il nostro anti-comunismo venne invece dichiarato viscerale
per cui la Dc ci presentava come i parenti poveri, di cui vergognarsi. Per anni
la Dc ha operato un’emarginazione che ha colpito noi “intellettuali cattolici”.
Emarginati due volte: dai comunisti, per ovvie ragioni, e dai democristiani che
avevano dato in appalto tutti i problemi della cultura alla sinistra intenti
com’erano a occuparsi delle banche...
L’anti-comunismo non trovava perciò motivazione solo in
fattori politici e sociali, ma in ragioni più profonde...
Certo. Non era mica dovuto alla paura dei sovietici.
Nient’affatto. E d’altro canto, la stessa Azione Cattolica - alla quale facevamo
riferimento - era sorta per promuovere un tipo nuovo di militante cattolico,
proveniente dal mondo contadino o dai ceti medio bassi, che nulla aveva a che
vedere coi notabili clericali di un tempo. Non si trattava, insomma, di
difendere uno status sociale o patrimoniale. No, a confronto erano
piuttosto due modi opposti di concepire l’uomo. Da un lato avevamo
l’appiattimento materialistico che aveva in odio l’individuo e, dall’altro,
l’esaltazione della persona che è tale solo in quanto libera di scegliere.
Nel ’48, papa Pacelli lanciò la scomunica nei confronti dei
comunisti. Eppure, e non da oggi, il comunismo è spesso percepito quasi come una
variante del messaggio evangelico da molti che si dicono cattolici. Come mai?
I primi segni di questa tendenza c’erano già nel ’48: teorico di
un cattolicesimo attratto dal comunismo fu ad esempio Franco Rodano. Già
nell’immediato dopoguerra, quindi, andava insinuandosi quello che poi avremmo
chiamato il dossettismo, tutto proteso verso un’azione politica che intervenga
sulla società. Al contrario, noi dell’Azione Cattolica miravamo a cambiare
l’uomo, convinti com’eravamo che l’uomo buono crea una società buona. È con
questo spirito che ci impegnammo nella battaglia politica del ’48: una volta
assicurata la vittoria dell’anti-comunismo considerammo portato a termine il
nostro compito e ciascuno si dedicò alla propria professione. Lasciavamo con la
speranza che tutto quello che avevamo fatto fruttificasse.
Invece non vi è stata alcuna possibilità di seguito, perché anche
nell’Azione Cattolica si è fatta strada questa sorta di attrazione fatale per
un’ideologia che non ha nulla a che fare coi princìpi cristiani. Il fenomeno
avvalora una mia desolante constatazione: la rivoluzione cristiana, dopo duemila
anni o non è cominciata o ha dato soltanto consapevolezza e coscienza puramente
teorica, senza mai incarnarsi nella storia come avrebbe dovuto.
Forse la Chiesa è un’altra, forse è solo quella dei primissimi
cristiani. In un certo senso una battuta d’arresto al cristianesimo la diede già
Costantino. A lui si deve se i cattolici si inserirono nella realtà storica
seguendo i binari del potere temporale dei papi. Del processo di
secolarizzazione subìto dalla Chiesa fa parte in fondo lo stesso monachesimo che
caratterizzò tanta parte del Medioevo: contrariamente a quel che si pensa,
infatti, l’asceta, il monaco era molto più incarnato nella storia di quello che
sembrava non esserlo. Il che vale anche per una figura di sant’uomo come
Dossetti...
Perché?
Voglio raccontare un episodio. Quando, il 15 dicembre scorso,
Dossetti è morto ho telefonato a un amico, ex dirigente dell’Azione cattolica
dei miei tempi, il quale mi ha detto queste testuali parole: Dio gli perdoni.
Allora, ho chiesto: che cosa gli deve perdonare? È un uomo santo, un uomo che
con le buone intenzioni ha cercato di creare un progresso della società
cristiana... E l’amico mi ha risposto: per quanto riguarda le virtù teologali ha
certamente assolto alla fede e alla carità.
Ho riflettuto su queste parole, e cioè sulla terza virtù che era
stata lasciata da parte: la speranza. Dossetti ha sicuramente esercitato la
carità, così come non possono certo esprimersi dubbi circa la sua fede. Sulla
speranza, tuttavia, agisce il pesante condizionamento di una concezione
pragmatistica, fondata su un eccesso di ottimismo che è proprio ciò che lo
distanzia da come io sento il cristianesimo. Proprio il suo ottimismo,
l’ottimismo che il Regno dei Cieli possa realizzarsi sulla terra segna un
baratro, un abisso incolmabile fra Dossetti e il pessimismo cristiano, tipico
del comune sentire di molti come me. Anche se pessimismo forse oggi non rende
come dovrebbe il suo contenuto, contraddistinto da una certa forma di disincanto
rispetto alle più immediate occorrenze della vita e che, per l’appunto, si
alimenta di speranza. Nel senso, cioè, che questo pessimismo è alla fine l’unico
davvero vincente, in quanto proiettato verso un ottimismo definitivo.
Per me il cristiano, quello vero della Rivoluzione cristiana,
crede infatti che il Regno dei Cieli possa realizzarsi solo in cielo ma lavora
come se esso debba venire domani. Questo è l’impegno che ha sempre
caratterizzato la vita dei tanti che si riconoscevano nell’Azione Cattolica
dell’immediato dopoguerra.
Al contrario, Dossetti era immerso in un ottimismo storico...
Paradossalmente, dunque, si potrebbe
dire che Dossetti trascuri la visione trascendente...
Sì, perché ogni prospettiva è
affidata alla città degli uomini, anziché a quella di Dio. Con quali risultati
lo vediamo: l’ottimismo dossettiano crede di potersi realizzare attraverso una
filosofia puramente materialista e concede così credito a ideologie che hanno
prodotto nel mondo orrori inenarrabili e che ancora continuano a moltiplicarsi.
Oggi abbiamo al governo gli epigoni di Dossetti, i cosiddetti catto-comunisti, i
quali non hanno però il suo spessore culturale, né hanno la sua carità
incomparabile. Tuttavia così subiscono questa specie di retorica attrazione
dando luogo a quello che davvero definirei un regime: siamo circondati da una
politica di oppressione. Se riuscirà a superare il punto morto in cui si trova,
dovuto alla sua incapacità, ho la sensazione che durerà a lungo.
Per una strana contraddizione - ma le contraddizioni purtroppo
sono e il sale e la maledizione dell’uomo - il monaco Dossetti ha influito,
attraverso la prassi dei politici suoi seguaci, su quello che era
l’atteggiamento dei cattolici, finendo per favorire l’adorazione del vitello
d’oro. Pur partendo da posizioni di apparente ascesi, ha determinato un processo
politico puramente materialistico: lo ha indirettamente incoraggiato.
Cosicché ogni attenzione, come dicevi,
si è concentrata sulle banche... Ecco, ma al di là dei risvolti immediatamente
politici, nell’ambito della Chiesa stessa è manifesta la ricerca ad ogni costo
di rapportarsi con la realtà circostante: che ne pensi? Come reagisci alle messe
con la chitarra?
Non ho alcuna difficoltà a dire che
sono contrario a questa Chiesa che ha paura dei suoi dogmi. Nel momento in cui
perfino la scienza mira a dimostrare che l’uomo non discende dalla scimmia, ma
addirittura il contrario e va quindi demolendosi scientificamente il mito
di Darwin, la Chiesa mostra d’essere indulgente con chi parla di una discendenza
dell’uomo dalla scimmia.
C’è un desiderio smodato di accattivarsi l’opinione pubblica,
mentre a mio avviso la religione va considerata come una strada stretta, così
come del resto ne parla il Vangelo. Si rincorre invece ogni tipo di
facilitazione, anche per l’assolvimento dei precetti più insignificanti e
banali: che vanno dalla cancellazione delle giornate di penitenza alle comunioni
senza digiuno. Tutte facilitazioni che, secondo me, rappresentano
un’attenuazione di quello che dovrebbe essere il rigore religioso. In
definitiva, non ci resta altro che questo: principi gratuiti, che non hanno
nessuna finalizzazione se non quella di essere una sofferenza dello Spirito. La
cosa mi immalinconisce molto e mi pare che questa compiacenza sia colpevole...
Rimpiangi la tradizione?
No, la mia non è una nostalgia soltanto tradizionalistica. Anche
se qualche volta può capitare anche a me di ricordare con rammarico la
celebrazione di una messa in latino. Ma non è questo, non sono affatto un
laudator temporis acti: sono il primo a non credere che il passato sia stato
perfetto... Il fatto è che ora sento mancare lo spirito di sacrificio. La verità
è che la concezione cristiana non comporta un percorso facile e il suo traguardo
è sempre più in là di quel che si creda...
Mi sembra di capire che, secondo te, rispetto alla pratica
odierna della comunità dei credenti gli insegnamenti impartiti nell’Azione
Cattolica di un tempo si collochino su un piano ben diverso. Vorresti dire cosa
li caratterizzava?
Avevamo l’illusione - forse assurda, utopistica ma secondo me
solo l’utopia è degna di essere considerata - di cambiare l’uomo. Fatto che, di
per sé, presenta anche un pericolo perché potrebbe significare violentarlo. A
tal fine si possono, infatti, utilizzare i metodi della costrizione, mentre il
nostro obiettivo era di cambiarlo rispettandolo. Cambiare l’uomo attraverso la
persuasione: in ciò consisteva l’apostolato.
Un altro aspetto importante era la gioia che pervadeva ogni
momento esistenziale: servire il Signore in letizia, questo era per noi uno
degli slogan ricorrenti. E in effetti c’era una gioia che ora non ritrovo più,
nonostante le chitarre. Un’esplosione di gioia...
Fondamentale era poi il senso del peccato, di cui si è persa
traccia nella società dei nostri giorni. Il senso del peccato altro non
significava che affidare all’uomo la responsabilità individuale della sua
salvezza e della sua perdizione. Senza assoggettarlo a quello che è venuto fuori
dalla cultura psicanalitica e dai complessi, che deresponsabilizza l’uomo e lo
consegna a fattori a lui estranei. I complessi sono sempre dovuti a fatti
ambientali, genetici o familiari. L’individuo è stato così totalmente
deresponsabilizzato e la Chiesa, a poco a poco, attraverso un’indulgenza
eccessiva, ha favorito questo andazzo...
Il peccato è quanto di più drammatico l’uomo possa vivere, ma è
anche il segno della sua libertà, della sua assoluta libertà. Proprio Gedda ha
lavorato molto in questo senso, visto che da un punto di vista scientifico è uno
dei più importanti rappresentanti dell’approfondimento delle teorie di Mendel.
Studiando i casi dei gemelli, è riuscito a dimostrare che i condizionamenti
durano sino a un certo punto: oltre si erge l’assoluta libertà dell’individuo.
Altro che conservatorismo o reazione: il cattolicesimo per me è
la religione della libertà. Dice il Vangelo: non sarai mai tentato al di sopra
delle tue forze. Ed è una cosa stupenda, perché se fossimo tentati al di sopra
delle nostre forze potremmo essere annientati o salvati indipendentemente dalle
nostre scelte. Il Vangelo dice che siamo in grado di fare una lotta alla pari
con l’angelo e con il demonio. Possiamo cioè non essere assoggettati a
giustificazioni continue, che limitano l’importanza della dignità della persona
umana.
Il cristianesimo come religione della persona, in
contrapposizione con l’annichilimento determinato dalle ideologie totalizzanti,
mi pare tuttavia che vada sempre più sfumando. E sia sostituito da concezioni
dedite più che altro a un’azione terrena. Concezioni, a dire il vero,
contrastanti con il messaggio pastorale che proviene da Woytila. Come mai questo
dissidio quasi mai emerge chiaramente?
Esiste sempre una grande paura di perdere consenso. Inoltre, non
va mai dimenticato che la Chiesa resiste da duemila anni ed è sorretta da una
forza che ci sfugge. Nella sua storia non sono mancati certo i tempi bui, ma
ciononostante sopravvive.
E sopravvive anche lo spirito che l’Azione Cattolica di un tempo
cercava di alimentare, sebbene forse sia poco visibile. Io che mi sento arrivato
all’ultimo capitolo della mia vita tanto afflitto, dopo aver percorso
longitudinalmente i tre quarti di questo secolo feroce, devo dire che mi sembra
stia venendo fuori una gioventù in grado di recuperare antichi princìpi e questo
mi riempie di speranza. È una sensazione che mi proviene dai contatti
occasionali durante le presentazioni dei miei libri in alcune scuole: nei licei
vedo dei ragazzi, dai 15 ai 18 anni, i quali - completamente strappati
all’influsso del ’68 - vivono in questo momento una crisi benefica, di recupero
dei valori che credevamo perduti.
Sono valori che hanno difficoltà ad
esprimersi nell’attuale contesto. Senza contare che, su un piano più
direttamente legato alla cronaca, si registra sovente l’intervento di esponenti
cattolici che propalano ovunque (dai giornali ai varietà televisivi) indicazioni
di comportamento che si potrebbero perfino ritenere svianti rispetto a quelli
evangelici. Come giudichi, ad esempio, l’enfasi data al perdono pubblico - direi
meglio alla sua retorica - o al pentitismo in quanto tale, svincolato da ogni
riparazione?
Il problema che hai sollevato è
forse uno dei fenomeni più vergognosi dei nostri giorni.Devo dire che la
televisione - e lo dice uno che da sempre è assertore della televisione come una
necessità e un progresso nell’espressione e nel linguaggio degli uomini - ha
amplificato la tentazione dell’esibizionista. Sacerdoti o laici che siano,
sempre più spesso ci imbattiamo in pseudo-predicatori o moralisti preoccupati
più di carezzare secondo il pelo gli astanti, che non di dire parole sagge e
sincere.
È vero che oggi prevale una retorica del perdono: al contrario,
il perdono dovrebbe essere una sofferenza dello Spirito. Gratuita e silenziosa,
essa appartiene all’intimità. Jacinto Benavente (1866-1954), drammaturgo
spagnolo, premio Nobel 1922 della letteratura, diceva che il perdono - così come
oggi viene esercitato - presuppone invece un po’ d’oblio, un po’ di disprezzo e
molta convenienza. È questo l’inquinamento col quale dobbiamo fare i conti. E
che ciò abbia influito sulla natura profonda dell’idea stessa di perdono è
dimostrato dal fatto che si è sentito il bisogno di coniare un neologismo
orrendo per indicare questo tipo di atteggiamento: perdonismo.
Ancor peggiore è il pentitismo. Il pentimento è il risultato di
una sofferenza silenziosa, interiore; mentre oggi è praticato in senso
doppiamente utilitaristico. Da un lato per ottenere impunità e vantaggi,
dall’altro per compiacere la tesi degli accusatori, i quali hanno bisogno di
raffronti essendo incapaci di procurarseli attraverso mezzi propri, cioè
appropriati. La giustizia, infatti, ha abdicato al tentativo di arrivare alla
verità, in favore della trama, perversa e abbietta, intessuta dai cosiddetti
pentiti.
Più volte mi è sorto il sospetto - ma non credo sia solo il
sospetto dello spirito loico tante volte attribuito ai siciliani - che essi
facciano cadere nella loro rete i giudici. Questi ultimi sarebbero così delle
marionette nelle loro mani e vagherebbero all’interno di una realtà virtuale
costruita ad arte.
Tempo fa, mi è capitato di citare a «Forum» un’impressionante
testimonianza di Giovanni Falcone, oggi compianto da tutti ma quand’era in vita
contraddetto e osteggiato tant’è che fu costretto a difendersi davanti al Csm
dalle accuse mossegli da Leoluca Orlando. Ebbene, Falcone raccomandava di non
fidarsi dei pentiti se non dopo riscontri rigorosi e implacabili e riportava una
scena che a molti forse parve quasi insignificante, ma che per me è sintomatica
di una situazione raccapricciante. Parlava di due pentiti che avevano ammesso un
omicidio e che, durante un interrogatorio a confronto, raccontando la scena
dell’omicidio, uno disse: “e a quel punto io sparai”. E l’altro: “no, guarda che
sparai io”; “Ah, già è vero sparasti tu”. Una rappresentazione degna del
Pirandello più angoscioso che possa esserci.
Hai citato Leoluca Orlando, che forse è uno dei prodotti più
emblematici dell’influenza esercitata da certi settori della gerarchia cattolica
sulla politica e sulla società italiana. I suoi maestri spirituali hanno
contaminato la stessa logica, oltre che disatteso - almeno per quel che ne può
capire una persona come me aliena dai sofismi - precetti elementari del
cristianesimo. Mi riferisco alla famigerata asserzione sul “sospetto anticamera
della verità”, nonché alle tante pietre scagliate in nome di un’anti-mafia
parolaia che, proprio con le parole, ha provocato vittime incolpevoli come il
maresciallo dei CC Lombardo...
Non viene allora da domandarsi se alla disgregazione morale,
tanto spesso denunciata dalla Chiesa, non abbiano contribuito più taluni
atteggiamenti manifestatisi in ambito cattolico che non il divorzio o il tanto
deprecato laicismo?
È una domanda che tocca un punto
nevralgico e che mi spinge su un terreno pericoloso, specie se considero che
siamo su una rivista come «Quaderni Radicali». Personalmente penso che quando
chi è nella Chiesa abdica al suo ruolo, contribuisce in qualche misura a
incancrenire il tessuto dei rapporti umani e sociali. E, come ho detto prima,
non è bene che il messaggio cristiano sia piegato alle convenienze materiali o
alle necessità di un proselitismo fine a se stesso.
Quanto a Leoluca Orlando, che ritengo essere il risultato
peggiore del gesuitismo, verrà giorno che dovrà rendere conto dei danni
irreversibili procurati dalla sua filosofia del sospetto. Fra l’altro essa è già
punita dal catechismo, dove è rubricata come “giudizio temerario”.
Per quanto riguarda più in generale il processo di
secolarizzazione, i cattolici vi si sono confrontati nel 1981 e da quel
confronto sono usciti perdenti. Intendo riferirmi al referendum sull’aborto,
durante il quale noi cattolici ci siamo contati e abbiamo visto che
eravamo in minoranza (32%): eravamo una minoranza che non aveva nemmeno la
speranza di essere avvantaggiata dal fatto di esserlo. Eravamo degli
anti-conformisti ritenuti conformisti, che è la peggiore delle posizioni.
A rifletterci, ciò è estremamente rivelatore di quello che è
stato il nostro travaglio: al contrario della minoranza dei cattolici inglesi
che è riconosciuta come tale, a noi capitava di essere considerati maggioranza
nel paese. E, forse, in parte era anche vero, solo che di quella “maggioranza”
molti, la gran parte assumeva del cristianesimo soltanto ciò che le era più
comodo.
Luigi O. Rintallo
Nascite
d'artificio
Francesco Agnoli
La fecondazione artificiale, per comune ammissione,
porta con sé circa l’85 per cento degli insuccessi, il 50 per cento di tagli
cesarei, un’alta mortalità embrionale, il 22 per cento di aborti spontanei, il 5
per cento di gravidanze tubariche, il 27 per cento di gravidanze multiple (con
relative morti o malformazioni), il 29 per cento di parti pre-termine, il 36 per
cento di nati con basso peso, rischi di anomalie genetiche o malattie
degenerative, oltre a una preoccupante mortalità e morbilità neonatale (Serra e
Flamigni).
Decine di storie raccontate sui giornali testimoniano la verità di queste
conclusioni, alle quali sarebbe possibile giungere con il semplice ragionamento,
analizzando le tecniche della fecondazione in vitro (Fiv). Anzitutto, i gameti
femminili (oociti) sono prodotti in alto numero, non per via naturale, ma con
iperstimolazione ovarica, utilizzando "una vasta gamma di farmaci" (Flamigni),
in particolare ormoni. Ne consegue, oltre ai danni per la donna, che già il
40-50 per cento degli oociti così ottenuti abbiano il cariotipo (patrimonio
cromosomico) alterato. Il seme maschile non può essere usato così come è, e va
quindi "purificato" (centrifugazioni). Gli oociti vengono poi (molto spesso)
sottoposti a manipolazioni invasive che consentano allo spermatozoo di
penetrare: Pdz (parziale dissezione della membrana pellucida dell’oocita,
tramite laser o sostanze chimiche); Suzi (iniezione dello spermatozoo sotto la
zona pellucida); Icsi (iniezione dello spermatozoo tramite siringa).
Cosa significa tutto ciò? Significa che le membrane dell’oocita avrebbero il
compito, in natura, di selezionare, tra milioni, lo spermatozoo più vitale,
migliore, più sano, facendo penetrare solo lui ed escludendo gli altri; invece
con tali tecniche, essendo la mobilità e la sanità dello spermatozoo scarsa, se
ne determina dall’esterno la penetrazione, ferendo la membrana ed eliminandone
la funzione naturale di barriera. Con l’Icsi, inoltre, vi è un intervento ancora
più intrusivo, perché uno spermatozoo a caso, non selezionato (non è possibile
farlo), probabile portatore di anomalie cromosomiche, viene iniettato con un
microago nell’ovulo, compiendo un’operazione traumatica di cui non si conoscono
ancora gli effetti, eccetto i più intuibili: "Il rischio che i bambini siano
sterili come il padre" (Testart); il rischio "di malattie degenerative
riguardanti il sistema nervoso o i muscoli" (Flamigni).
Il "colloquio" ormonale con la madre
I gameti vengono poi deposti nella provetta, mezzo di coltura che ha il compito
di riprodurre la tuba: il problema è che si tratta di una riproduzione tanto
incerta da variare col variare dei medici e degli anni (Flamigni), accusata di
"provocare un cambiamento nell’espressione dei geni". Per questo molti embrioni
coltivati in vitro muoiono precocemente. Nei mezzi di coltura inoltre "il
metabolismo dell’embrione e il suo sviluppo risultano notevolmente rallentati"
(Carbone). Salta, infine, il cosiddetto "colloquio crociato", il continuo
scambio di messaggi ormonali con cui l’embrione e la mamma comunicano tra loro,
e attraverso cui avviene la produzione da ambedue le parti di proteine
necessarie al regolare sviluppo dell’embrione fino all’impianto. A questo punto
gli embrioni sopravvissuti, se non necessitano di un’ulteriore manipolazione
(con annesse controindicazioni) che faciliti l’annidamento, possono essere
impiantati in utero (avendo saltato il naturale passaggio in tuba). Occorre però
più di un embrione, per avere qualche possibilità di successo. Perché? Lo
abbiamo visto: oociti con cariotipo alterato, seme maschile non selezionato
dalla natura, manipolazioni invasive, colloquio crociato assente, mucosa dell’endometrio
uterino che non ha potuto svilupparsi in sincronia con l’embrione, metabolismo
rallentato… Sintetizzando: la "ridotta vitalità dell’embrione e la scarsa
recettività dell’utero" (Carbone) determineranno, spesso, il non attecchimento,
aborti spontanei, mortalità perinatale e neonatale, sviluppo anomalo. Nel 15 per
cento circa dei casi nascerà un bambino, quasi un "sopravvissuto": con quali
conseguenze fisiche e psicologiche? Alle difficoltà elencate, si aggiungano una
serie di variabili, quali gli eventuali errori del medico nel dosaggio degli
ormoni, nel tempo scelto per il prelievo degli oociti, nelle manipolazioni,
nell’evitare sbalzi di temperatura nella fase di transfer degli embrioni… Va
infine ricordato che la crioconservazione degli embrioni aggiungerebbe ulteriori
fattori di rischio, in quanto nella fase di scongelamento circa il 30 per cento
muore, mentre i rimanenti, destinati all’impianto, presentano, come è ovvio,
perdita di vitalità e cellule danneggiate (fonti: G.M. Carbone, "La fecondazione
extracor-porea", Esd; C. Flamigni, "La procreazione assistita", Il Mulino; A.
Serra, "L’uomo-embrione", Cantagalli).
L'inno alla vita di un
amico, Nunzio Salemi, recentemente scomparso, in un articolo che venne
pubblicato all'indomani della sua guarigione dalla leucemia
A Nunzio Salemi, il
giovane musicista di Montagnareale colpito dalla leucemia e guarito, abbiamo
chiesto di raccontare la drammatica vicenda che ha vissuto.
È una testimonianza che fa riflettere.
Raccontare quello che mi è successo da un anno a questa parte, parlarne,
scriverne, non è una cosa tanto semplice, perché non credo che la parola, da
sola, possa esprimere quello che veramente vorrei.
Spesso sento dire, dopo un qualsiasi discorso, “avrei potuto dire di più”.
Anch’io, ogni volta che mi chiedono di raccontare la mia esperienza, finisco col
dire “volevo dire di più”. Ma quel di più è dentro un cassetto che non riesco ad
aprire solo con la chiave della parola. Forse perché sono siciliano e come tale
rientro in quella descrizione che diede di noi Goethe al rientro dal suo viaggio
in Sicilia: quando gli chiesero come parlano i popoli di quell’isola al centro
del Mediterraneo, lui rispose “more angeli”: secondo l’uso degli angeli, senza
utilizzare la parola, solo con gli occhi e con i gesti. Sento che dovrei
suonare, dipingere e danzare la mia esperienza per non dover dire “avrei potuto
dire di più”.
Quello che più si è impresso nella mia memoria è stato l’amore, l’affetto degli
altri. Non mi stancherò mai di ripeterlo. Nei primi giorni di ricovero, quando
temevo di morire, pensavo continuamente a quello che avevo fatto fino ad allora,
ma soprattutto a quello che non avevo mai fatto. Sentivo come un vuoto che avrei
dovuto riempire già da tempo. Solo adesso mi rendo conto che erano gli altri a
mancarmi.
A Bologna, dove frequento il Dams musica, conducevo una vita da studente.
Pensavo a laurearmi: biblioteche, concerti, libri, lezioni, esami. “CORRERE”:
ecco!
Questa, forse più di ogni altra parola può dare il senso, verso il lavoro, verso
tutto. E quando mi sono ritrovato in un reparto d’ospedale, ho visto un muro
enorme posto davanti al mio correre. Non pensavo a quello che potevo avere,
anche perché la diagnosi definitiva della malattia avvenne al terzo giorno di
ricovero. Pensavo che quel sabato pomeriggio avevo degli appuntamenti, dovevo
suonare, poi c’era la domenica e tutti gli altri giorni inseriti nel vortice del
mio correre.
Il primo mese di ricovero l’ho trascorso così: pensando a quando correvo.
Dalla mia finestra vedevo gli altri che correvano. Cercavo di capire il senso di
quel correre, mio e degli altri. Mi ero bruscamente accorto di quanto sia
sottile il filo che ci tiene in vita, e quel correre non era servito a farmi
sentire soddisfatto di quello che avevo fatto.
E pensare a quante cose si possono fare senza quella frenetica corsa.
Un giorno di sole è bello non perché posso sbrigare meglio certe faccende, no!
Un giorno di sole è bello, come un giorno di pioggia, perché sono vivo mentre li
guardo. Ma ormai ero chiuso in una serra. Mi sentivo come una pianta che doveva
stare al riparo dalle intemperie del mondo esterno e, con me, tutti quelli che
erano dentro quel reparto. Nessuno di noi poteva dire come sarebbe andata a
finire e la paura di non farcela era il pensiero costante che avevamo ma che,
apparentemente, non comunicavamo agli altri.
Eravamo tutti in attesa. Aspettavamo i medici, il pranzo, la visita dei parenti,
le medicazioni. Si aspettava la notte per dormire. Era un continuo aspettare
qualsiasi cosa. In una realtà tanto diversa mi era difficile trovare qualcosa
per sentirmi vivo e utile.
Però, una notte in cui il mio compagno di stanza, piangendo, mi confessò tutte
le sue angosce, io trovai il modo di sentirmi utile come non mai in vita mia: in
quella realtà fatta di paure e sofferenza, io riuscii a farlo sorridere. Mi
sentivo al settimo cielo. Stare li dentro non fu più una sofferenza. Provavo
gioia ogni volta che riuscivo a far sorridere un ammalato.
Mai come allora mi fu chiaro il senso di quello che avrei dovuto fare prima
della malattia, e che non avevo mai fatto: vedere gli altri, sentirli.
Quel vortice che era stato fino ad allora lamia vita, mi aveva impedito di
capire quanto fossero importanti. E quando Fabio, al telefono, mi disse che
avrebbe organizzato un concerto per me a Milazzo, ho sentito dentro di me quella
forza che pensavo avere perso per sempre. Le lettere, le telefonate, un altro
concerto a Montagnareale, uno al Conservatorio di Messina.
Ero felice.
Ho sentito che quel vuoto dentro di me si era ormai riempito completamente, al
punto da farmi pensare “adesso posso anche morire, sono soddisfatto”. Dopo due
mesi di chemioterapia il mio organismo era in remissione completa: non c’era più
traccia della malattia. Nel frattempo avevo anche fatto le prove di
compatibilità con i miei familiari. Fortunatamente mio fratello Robertino e mia
sorella Katia risultarono entrambi compatibili: potevo effettuare il trapianto
di midollo osseo e, quindi, sconfiggere la leucemia. Col senno di poi mi sono
accorto di quanto grande sia stata la mia fortuna nel trovare un donatore tra i
miei parenti. Se ciò non fosse successo, sarei dovuto ricorrere ad un registro
nazionale, con sede a Genova, con la speranza di trovare un donatore
compatibile. Ma, purtroppo, il registro attualmente dispone di pochi iscritti.
Si è calcolato che per la sola Italia servirebbero più di un milione di iscritti
per poter coprire tutte le combinazioni possibili di compatibilità. Infatti un
ammalato di leucemia può sperare di trovare un donatore compatibile in più di
mille donatori.
Qualunque individuo di età compresa tra i 18 e i 45 anni (per motivi medici),
può essere un donatore di midollo osseo. Per diventare donatori è sufficiente
sottoporsi al prelievo di un campione di sangue (come per una normale analisi).
I risultati delle analisi vengono poi inseriti nel registro presente a Genova.
In seguito al riscontro di una prima compatibilità con il paziente, il donatore
viene chiamato a donare il midollo e, così, a salvare una vita.
La mia vita è stata salvata da mia sorella. Il 22 luglio 1993, verso le 10 di
mattina, l’infermiera portò nella mia camera una sacca che sembrava contenere
sangue, di un colore particolarmente scuro, invece era sangue midollare: il
midollo osseo.
Oggi, grazie ad un altro (in questo caso mia sorella, ma potrebbe essere ognuno
di noi), io vivo; grazie a “tanti altri” la mia vita ha una intensità e uno
spessore maggiori.
Ma il mio grazie maggiore lo voglio gridare ricordando quel sentimento cosmico
che si chiama amore. E lo voglio gridare riportando una frase di T.W. Adorno:
“L’amore non è fondamentale per vivere, ma nessuno di noi potrà dire di aver
vissuto veramente se non ha mai amato”.
Legge 40, parla il presidente
dei talassemici italiani (da "Il Foglio" del 23.10.2004)
Annalena Benini
Genova. “Tanti buchi fatti sul tavolo di cucina, ecco quel che mi
ricordo”. Il padre ritornava la sera dall’Italsider, operaio tutta la vita, e
quel bambino con gli occhi a mandorla che a tre anni era sempre stanco svogliato
pallido pallido lo preoccupava. E allora prelievi, buchi, un sacco di buchi,
analisi a pagamento ogni tre giorni, analisi per escludere, analisi per trovare.
Fino alla diagnosi di un pediatra specializzato: “Lui d’ora in poi lo curo io,
ha la talassemia”. Millenovecentosessantaquattro, i bambini talassemici non
superavano la pubertà.
Loris Brunetta aveva tre anni e si ricorda solo i buchi, scappava sotto il
tavolo per non farseli fare. Suo fratello no, suo fratello era nato sano,
fortunato. Non è difficile imparare la regoletta, la insegnano alle scuole
medie, piselli rossi e piselli bianchi: è la legge di Mendel, quello
dell’ereditarietà. Per due genitori microcitemici, cioè portatori sani di
talassemia, tre possibilità: venticinque per cento figlio completamente sano,
cinquanta per cento figlio portatore sano, venticinque per cento figlio malato.
Talassemico. Condannato a morte. Anche deforme, con le ossa del cranio un po’
schiacciate, nei favolosi anni Sessanta: globuli rossi piccoli, pallidi, in
numero ridotto e con vita breve, trasfusioni sbagliate o approssimative,
genitori rassegnati alla malasorte di un figlio a termine, con gli occhi troppo
allungati. Loris Brunetta non aveva più la madre, morta prima di sapere che a
uno dei due bambini era andata male, morta senza sapere nulla nemmeno della
microcitemia e delle leggi di Mendel. Pochi anni dopo, nelle zone più colpite,
Bassa padana, delta del Po, Sardegna, Meridione, ci si cominciava a fare le
analisi prematrimoniali, e nel 1974 la talassemia ebbe un bel peso nel
referendum sull’aborto. Meglio un figlio non nato di un figlio condannato a una
mezza vita.
Brunetta tira il fiato, oggi che ha 41 anni e la faccia da ragazzo, la fede al
dito e un impiego in comune, a Genova (per un periodo ha fatto le consegne,
carico e scarico, lavoro pesante che gli ha procurato un paio di ernie al disco,
poi ha vinto il concorso, è contento, in centro ci va con la moto). Nessuno l’ha
buttato nel cestino quando lui non poteva farci nulla, e mai nessuno, anche dopo
tutti quei buchi e la diagnosi, ha pensato che il cestino sarebbe stato meglio.
“Mi portava mio padre a fare le trasfusioni, quando non lavorava, sennò mio
nonno, e qualche volta ci andavamo direttamente col donatore: un collega di
lavoro, un cugino, chiunque. Prelievo e via, un’ora dopo nel mio braccio il suo
sangue ancora caldo”. Funzionava così, negli anni Sessanta: controlli zero,
adesso non si può donare il sangue nemmeno se si è sovrappeso. Dice Brunetta,
mentre beve un prosecco – “certo, mangio noccioline, bevo, cosa credevi?” – che
le complicazioni più pesanti le ha avute dopo le trasfusioni, febbri da cavallo
e vomito per il corpo estraneo, magari non sano, magari non compatibile. Anche
l’epatite C si è beccato con le trasfusioni, il 70 per cento dei talassemici ce
l’ha, e amen. Quando era bambino, condannato dalla legge di Mendel a vita breve
e smunta, non c’era nessuno a fissargli l’appuntamento per la provvista di
sangue, funzionava così: il padre osservava il piccolo, che poco a poco andava
spegnendosi, sempre più pallido, sempre più stanco, e allora capiva che era
l’ora delle provviste. “Era un tirare a campare, non c’era altra possibilità che
questa”. Ospedale, trasfusione, ricovero anche lungo, lunghissime assenze da
scuola, non come adesso con il day hospital, e la ferocia degli altri bambini:
non ti picchio perché sei malato, hai preso un bel voto solo perché sei malato,
mia madre dice che devo essere buono con te perché sei malato. Gli dava
fastidio, allora a pallone voleva essere il più bravo di tutti. Col fiatone, ma
il più bravo di tutti.
“Sono un mostro, io?”
“Con poco ferro si muore, con molto ferro si muore”. Lo dice il primario del
centro di talassemia a Genova, che prima era uno scantinato dell’ospedale e
adesso è qualcosa di più e cura duecento persone. Vanno lì alle undici, seduti
in poltrona con l’ago nel braccio, trasfusione e alle tre tornano a lavorare, o
vanno a fare i compiti, i più piccoli piangono un po’. Con molto ferro si muore,
e infatti di quello muore un talassemico: di accumulo. Le trasfusioni fanno
accumulare il ferro, a poco a poco, dove non si deve: cuore, fegato, pancreas.
Tra gli ottomila talassemici italiani sta una maggioranza silenziosa e
cardiopatica, il settanta per cento muore con un cuore sovraccarico, che non
riesce più a funzionare. Brunetta non è cardiopatico, per adesso, ma ha alle
spalle dieci anni di non cure, fino al 1974, quando finalmente hanno cominciato
a eliminargli il ferro dal sangue con l’infusione, un ago sottocutaneo attaccato
a una macchinetta portatile. Quell’anno ha cambiato la vita ai malati, cioè
gliel’ha allungata per sempre: “Nel 1974 c’erano ragazzini di cui i medici
aspettavano la morte da un momento all’altro, e adesso sono ancora qui”. Adesso
sui grafici la curva è ascendente, e l’estate scorsa a Genova è morto il
paziente più anziano: quarantasette anni. Brunetta ne ha quarantuno, sa che i
miracoli sono rari, dice che con la paura si impara a convivere, e che la morte
non è il suo primo pensiero la mattina né l’ultimo la sera: “La paura ce l’hanno
tutti, la paura ce l’hai anche tu, basta non farsi prendere dal panico. E un
malato ha troppe cose da fare per farsi prendere dal panico”. Troppe cose sono
le trasfusioni, i controlli, la terapia per eliminare il ferro. Fino al 1997
solo aghi sotto la pelle per dodici ore al giorno, cinque giorni alla settimana,
adesso finalmente c’è una pastiglia. Tutti i giorni, come per la pressione.
Nessuna vergogna, “mentre la macchinina con la pompetta faceva vergognare”.
Perché si può anche dormire con un ago piantato nel braccio, o nell’addome; ma
uscire con una ragazza, a sedici anni, come si fa? E allora c’era chi si
rifiutava, e poi ne moriva. “Io se uscivo con una ragazza cercavo di fare presto
e poi correvo a mettermi l’ago, qualcuno faceva finta di niente e andava a
toglierselo, però era meglio quando glielo spiegavo”. Vallo a spiegare a quelli
che guardano le cellule da un microscopio e ne trovano una sbagliata, una da
gettare, che fare l’amore con una ragazza, anche con l’ago nel braccio che
magari fa prurito, non è così male, come vita.
A un certo punto Brunetta si è incazzato. Parecchio. Quando è stata approvata la
legge sulla fecondazione assistita e i radicali, i genetisti, le madri in
provetta, hanno scatenato il dramma. Vietata la selezione eugenetica degli
embrioni, ma come, mica partorirete un figlio talassemico? Oscurantisti,
cattivi, autoritari. Un figlio così è una condanna alla sofferenza, e via col
ripescaggio dall’oblio della talassemia. “Come se esistessimo soltanto come
prova di non diritto alla vita, come esempio di spazzatura di cui liberarsi,
qualcosa che disturba la perfezione della non sofferenza, e allora giù per lo
scarico del water”. Brunetta si è incazzato, dice che anche gli altri pazienti
sono furiosi, ma non con le madri per le quali talassemico è troppo, alle quali
non bastano le forze. “Non potrei mai criticare la scelta di una coppia
dilaniata dal dubbio, che alla fine rinuncia”, dice, lui che avrebbe fatto
volentieri un altro figlio, “e sarebbe stato quasi sicuramente malato, perché
mia moglie è portatrice sana, ma sono successe troppe cose, e abbiamo perso il
treno: adesso è tardi”. Ma l’arrabbiatura resta. “Io mi arrabbio con chi non
vuole più ricordarsi di essere stato un embrione, con chi studia le cellule e
non vede oltre, con chi ci considera mostri da non far nascere: sono un mostro,
io?”.
Sui giornali è stato scritto anche questo, Miriam Mafai si è chiesta sulla prima
pagina della Repubblica che cosa farà una madre quando al bambino di due anni
comincerà a gonfiarsi la testa e gli si allungheranno le ossa del femore. Il
fatto è che quarant’anni fa succedeva davvero, da trenta non succede, non
succederà mai più, almeno in Italia. Brunetta si è infuriato e ha mandato una
lettera alla Mafai, le ha chiesto perché raccontasse frottole, lei che è così
brava e autorevole, lei che la gente l’ascolta; lei gli ha risposto,
privatamente, che quel che ha scritto l’ha detto una senatrice della Lega in
Parlamento, e che comunque loro due hanno idee diverse: lei è contraria alla
legge e lui no, lei è per la ricerca sulle staminali e lui no, lei è per la
selezione eugenetica e lui no.
“Ma allora, se per sostenere un’idea bisogna cambiare la realtà, vuol dire che
l’idea non è così formidabile”.
La realtà però è che la sofferenza è certa, la cura incerta, la vita ancora
troppo breve. “Io non sostengo che dobbiamo per forza far nascere dei bambini
talassemici, vorrei solo che la gente sapesse cos’è la malattia oggi, e sapesse
che si può vivere; ed è anche una bella vita, questa, non fa mica schifo, sai?”.
E non esiste al mondo, “mai mai mai” un malato di talassemia che preferirebbe
essere non nato, “la sofferenza è niente, in confronto all’essere qui adesso, a
incazzarmi”.
Loris Brunetta ha un figlio adottivo, talassemico, ventidue anni. Dipinge
benissimo, va all’Accademia di belle arti, è un tipo un po’ “intellettualoide,
legge Dostoevskij e fa tardi la sera”. Loris l’ha incontrato da piccolissimo,
quando la madre, che adesso è sua moglie, è arrivata al centro trasfusionale di
Genova, un bimbo malato e non saper dove sbattere la testa. Il padre era sparito
subito, senza nemmeno sapere della talassemia.Non una storia sconvolgente, anche
banale. Lei era disperata, aveva ventiquattro anni e da sola non era facile.
Loris le ha spiegato che le trasfusioni non sono una tragedia, se il bambino
piange poi smette, avrebbe potuto andare anche all’asilo e lei poteva lavorare,
se voleva. Lei a poco a poco ha imparato questa cosa scandalosa che è vivere con
la sofferenza, con l’imperfezione che ha bisogno di sangue, e di aghi sottopelle
per eliminare il ferro. Poi loro due si sono innamorati, sono andati a vivere
tutti e tre insieme, dieci anni fa si sono sposati.
“Siamo cementati l’uno all’altra” dice Brunetta, e prima dell’ernia facevano le
vacanze in tenda. Il ragazzo è cresciuto e non è come il padre, non frequenta
granché il centro di talassemia dell’ospedale Galliera, ci va quasi solo per le
trasfusioni e i controlli, non si occupa dell’attività dell’associazione, non ha
tempo, non gli frega: ci sono le ragazze, e l’università, e i vicoli pieni di
vita notturna. Però quando il padre è andato a Roma per partecipare a una
puntata di “Porta a Porta”, qualche settimana fa, a dire che lui è vivo e
contento di esserlo (e Daniele Capezzone non se l’aspettava, e il biologo che
guarda le cellule al microscopio nemmeno, lui quelle cellule imperfette le
butterebbe tutte nel cestino), quella sera è rimasto in casa con la madre a
guardarlo alla tivù, e gli ha mandato un messaggio sul cellulare: “Quel che è
grave nel tentativo di creare geni non è tanto l’idea di migliorare il genere
umano quanto quella di sopprimere gli altri, considerati come degli avanzi
umani, come dei sottouomini. Il superuomo potremmo anche accettarlo, a
condizione che non abbia in testa di eliminare altri uomini. Ciao”.
Perché loro, i malati, passano tutta la vita a combattere un male non
immaginario e a dimostrare che non sono da meno di quelli con i globuli a posto,
“poi arriva un radicale o un genetista o un giornalista che non sa un tubo e
dice che è meglio non farci nascere, perché soffriamo troppo e facciamo soffrire
troppo loro, e perché siamo troppo diversi, troppo sfigati”, sorride Brunetta, e
anche il sorriso è da ragazzo.
Quella sera, da Vespa, avrebbe potuto seppellire, e non l’ha fatto, il biologo
fissato con le cellule. “Mi ha detto che loro curano i bambini, e che lo fanno
per i bambini di sostenere la selezione eugenetica, la diagnosi prenatale, la
ricerca sulle staminali. A me non risulta che i biologi curino i bambini, sono i
medici a curare i bambini, è diverso. E i nostri medici la pensano come noi, e
pensano che la selezione degli embrioni sia una follia: leggono i giornali e
scuotono la testa, loro quegli embrioni che altri preferirebbero buttare li
seguono, li sgridano, li controllano, li consolano fino a quando, alla fine,
muoiono. Loro sanno di cosa parlano, sanno anche che osservare le cellule non dà
mai la certezza di quel che nascerà. Non vanno a raccontarlo in televisione,
però, dicono che se vedi troppo spesso un medico in video, o sui giornali,
allora forse non è un granché, come medico”. Lì al centro per la talassemia di
Genova i medici e i pazienti hanno raccolto un sacco di ritagli, tutti degli
ultimi mesi: pagine strappate dall’Espresso, dal Venerdì, dai quotidiani, pagine
che raccontano di tecniche di frontiera, pagine sul luminare Guido Lucarelli,
quello della tecnica rivoluzionaria che dovrebbe “salvare novanta talassemici su
cento: il trapianto di midollo osseo”. Solo che qualche anno fa sono morti nove
pazienti su undici, infettati dall’epatite B. Un complotto, una specie di
sabotaggio omicida, una cosa di interessi contrastanti, diceva l’articolo. E
comunque, c’era scritto, “il trapianto di midollo è l’unica possibilità per
salvare il malato da una vita da incubo”.
L’hanno sottolineato con l’evidenziatore, lì al centro, e un po’ si arrabbiano
un po’ ci ridono sopra, un po’ chissenefrega, almeno parlano di noi, “però hanno
rotto con la vita da incubo”. Il trapianto vale solo per i bambini piccoli, fino
a otto anni, e si rischia la vita. Fino a otto anni e con un fratello
compatibile si può provare a guarire, dopo no. “I tre quarti dei talassemici non
avranno mai un trapianto”, spiega Brunetta, e intanto dietro una porta a vetri
c’è un ragazzino pallido che sta facendo una trasfusione, con la mamma accanto.
Tra un’ora finirà, il ragazzino pallido potrà andare a giocare a pallone. “La
vostra vita è perfetta, la nostra ci piace” Al centro di talassemia c’è una
ragazzina iraniana, il padre lavorava a Genova, ingegnere minerario. Si è
trasferito con la moglie e la figlia, per farla vivere meglio, perché venga
curata meglio, perché non si vergogni più. “Non ho intenzione di tornare in
Iran, non voglio che mia figlia muoia”, diceva. Poi è morto lui, e adesso è più
difficile, la moglie ha paura, anche se ogni tanto si toglie il velo, ma se ci
sono uomini intorno non parla. Però non torna in Iran, prova a mantenerla a
Genova, perché là sarebbe la fine, anche se i talassemici sono tanti, seimila
solo a Teheran. I padri in genere se ne disinteressano, figli imperfetti da
dimenticare, errori di cui chiedere perdono ad Allah. Fanno come se non
esistessero. Tocca alle madri, colpevoli dello sbaglio, occuparsene, ma loro
sono donne, quindi inferiori che vogliono curare inferiori. Non c’è scampo,
soprattutto se sono femmine, piccole donne che devono fare le infusioni, ago nel
braccio e si vergognano troppo, preferiscono morire.
In Iran i talassemici che sopravvivono un po’ di più sono costretti a sposarsi
solo tra di loro, per non infettare la razza. “Una rudimentale selezione
eugenetica”, dice Brunetta, “un modo per non dover pensare a noi mostri”. E dal
Marocco è arrivato un bambino “undici anni e ne dimostra a stento cinque”, mal
curato perché la cura da quelle parti è una vergogna. “O sei perfetto o dai
fastidio, là la vita conta meno della rispettabilità”. Qui certo che è diverso,
qui i talassemici vengono curati (quelli che nascono, e sono sempre di meno, a
Ferrara non succede dal 1983), qui si cerca un modo per evitare la sofferenza,
si prova a garantire un po’ di felicità. “Però bisognerebbe chiedere ai malati
cosa pensano della sofferenza, invece dappertutto continua a pontificare chi non
lo sa: questa cellula è sana però non è proprio come quella là, potrebbe nascere
qualcosa che soffrirà, allora la butto. Voi soffrite per altre cose, perché
siete grassi o infelici o non abbastanza intelligenti, perché pensate di essere
malati e magari non avete niente di niente. Non è molto diverso, e allora io, in
mezzo a tutti i vostri meravigliosi diritti alla felicità, pretendo il mio
diritto alla sofferenza in vita”. I bambini che ancora nascono, e non superano
mai il dieci per cento delle diagnosi prenatali di talassemia, anche se
ultimamente c’è stata una piccola crescita, imparano in fretta che cos’è la
sofferenza, e imparano in fretta, anzi subito, “che la sofferenza non priva
della vita”.
Le ragazze di trent’anni sono quasi tutte sposate, e fanno figli con uomini
“normali”. Ce n’è qualcuna che invece quasi non esce di casa, i genitori hanno
paura, “le tengono sotto una campana di vetro e loro non hanno la forza di
staccarsi”. C’è uno che fa politica. Ci sono i laureati e gli operai
specializzati. Ci sono quelli che si piangono addosso e dicono che però Brunetta
ha un po’ minimizzato la malattia, da Vespa. Ci sono quelli antipatici. C’è una
ragazza di ventidue anni che fa i concorsi di bellezza, e li vince anche, è
bella e non porta nessun segno della malattia. Loris è di un’altra generazione,
vent’anni fanno la differenza, qualche segno ce l’ha: non è alto, ha le mani
piccole, il naso corto e all’insù, è molto magro, i vestiti può comprarli nei
negozi per ragazzi. Un ragazzo di quarantun’anni. “Non farò nessun concorso di
bellezza, io, ma sto bene così, e faccio un pesto buonissimo”. Non è laureato,
ha avuto problemi in famiglia e c’era bisogno di soldi, ha lasciato l’università
al secondo anno, gli dispiace. Non si sente malato. “So bene di esserlo, ma mi
sono sempre occupato di me stesso, un po’ prendendomi sul serio un po’ anche
scherzando: questa è la mia condizione e non mi pesa, forse pesa a mio padre che
non l’ha mai dato a vedere. Non so, forse pesa a mio fratello che ha sempre
voluto difendermi, e io gli voglio bene anche per questo, ma lui lo sa che io mi
sono sempre difeso benissimo da solo”. Lo incontrano, in piazza delle Erbe, e
gli gridano “ehi, Loris, ti ho visto in tivù, ti sarai mica montato la testa?”.
“Accidenti, Loris, non invecchi mai”. Lui sorride e grida di rimando: “Già, ho
fatto un patto col diavolo”. Poi lo sconforto arriva, ma non è niente di
speciale, dice che basta accontentarsi e non mollare. A un certo punto, però,
capitano una serie di complicazioni tutte insieme, il cuore, l’epatite, il
ventricolo sinistro che s’ingrossa, e allora uno pensa: questa volta non ce la
faccio. Poi magari non è vero. Ma qualche volta, invece, è vero. “Io non voglio
insegnare niente a nessuno, non dico che ho ragione io, non dico che non bisogna
abortire, anche se sono cattolico praticante; non dico che una coppia non può
scegliere di non avere un figlio talassemico, anche se io sono talassemico e
felice di esserci; non dico che fare nascere dei bambini per curare il
fratellino a Pavia significa avere ammazzato gli altri, quelli che magari al
microscopio erano sani o malati ma non compatibili. Dico soltanto che io sono
qui, che noi siamo qui, non un’entità astratta ma una vita che non vale meno
della vostra: la vostra di certo è perfetta, bellissima, ma a noi invece è
andata così, e ci piace abbastanza”.
Lui è un tipo curioso di tutto, che parla con tutti, e come presidente
dell’associazione parla con un sacco di luminari. Gliel’avevano detto che
sarebbe successo, che il processo era tremendo ma irreversibile. Che dalla
talassemia si parte, poi si arriva a storcere il naso di fronte alla cellula del
colesterolo alto, “e gli occhi azzurri non saranno più fantascienza, e la
clonazione verrà giustificata dalla proteina che cura la miopia”. Che se un
limite non esiste più, il limite saranno soltanto loro, gli imperfetti che
pretendono di essere vivi. Lui intanto deve tornare a casa dalla moglie, che è a
letto con l’influenza e reclama aspirine. “Saranno trent’anni che a me
l’influenza non viene, e con le trasfusioni in day hospital non posso neanche
inventarmi scuse: al lavoro ogni giorno”. Ride col sorriso da ragazzo. “Però
scusa, adesso devo scappare, lei ha bisogno di me”.
Mantovano (An) mette in guardia: no modifiche alla legge
40, altrimenti è peggio
Il 14 ottobre un gruppo di deputati, in prevalenza di Forza
Italia, ha presentato la proposta n. 5356, di modifica della legge n. 40/2004
“in materia di procreazione medicalmente assistita” (Pma): il primo firmatario è
l’on. Giuseppe Palumbo, presidente della Commissione affari sociali della
Camera. In precedenza, il 6 luglio, i senatori Antonio Tomassini (presidente
della Commissione sanità del Senato) e Laura Bianconi, anch’essi di Forza
Italia, avevano depositato sullo stesso tema nell’altro ramo del Parlamento un
disegno di legge simile. (si tratta del DDL n. 3022, consultabile al link
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=14&id=115944
, ndr)
Nella relazione che accompagna la prima proposta si segnalano “limiti e
incongruenze” della legge 40, “evidenziati dai promotori del referendum
abrogativo”, mentre nel testo proposto al Senato si imputa alla legge 40 una
sorta di eccesso di tutela del concepito. L’intenzione dei proponenti,
manifestata ai mass media, è di giungere a una modifica della disciplina sulla
fecondazione artificiale prima dei referendum, in modo da impedirne la
celebrazione.
Tento qualche annotazione a margine della proposta Palumbo, solo perché è più
articolata e in qualche misura contiene l’altra, sezionando, uno per uno, i
passaggi più significativi del testo:
1. L’articolo 2 rivede i requisiti per l’accesso alle tecniche di Pma, alle
quali potranno essere ammesse non solo le coppie “con problemi riproduttivi”, ma
anche quelle portatrici di malattie genetiche o infettive trasmissibili”, il cui
elenco dovrà essere definito da apposite linee guida.
Non è una modifica di poco conto: l’ammissione alla Pma dei portatori di
malattie genetiche o di malattie sessualmente trasmesse sgancia la fecondazione
in vitro dal problema della sterilità, per la cui soluzione è stata immaginata;
e consolida la convinzione che la Pma è non soltanto l’ultima spiaggia per chi
non può avere figli – questo ritornello aveva preceduto l’emanazione della legge
– ma un nuovo modo ordinario di concepire in determinate condizioni.
Si ricordano sul punto le considerazioni di Jacques Testart, padre dell’ICSI
(iniezione intra-citoplasmatica di spermatozoi), il quale, intervistato su
questo giornale (il Foglio, 11 giugno 2004), all’osservazione del giornalista
secondo cui “una coppia che può avere figli ‘normalmente’, preferirà sempre
farli nel proprio letto piuttosto che andare in laboratorio”, Testart obietta:
“Crede? E quando ci saranno gli spot in tv per colpevolizzare i genitori che
vogliono fare ‘il bambino del caso’, e si sentiranno per questo come dei
selvaggi? Si sentiranno dire: volete rischiare di mettere al mondo un bambino
con una patologia, quando avete la possibilità di avere un bimbo sano e felice?
Volete che vostro figlio sia infelice?”.
2. L’articolo 5 della proposta Palumbo sopprime la norma della legge 40 che
stabilisce che la volontà di accedere alle tecniche di Pma può essere revocata
solo fino al momento della fecondazione dell’ovulo. Ma questa soppressione
finisce per incentivare la creazione di embrioni soprannumerari e in stato di
abbandono (problema peraltro già emerso con la pubblicazione delle linee-guida).
3. L’articolo 6 ammette la diagnosi preimpianto per l’individuazione delle
patologie indicate dalle linee guida, anche in base ai casi previsti dalla legge
sull’aborto. Così la Pma da “modo per avere figli” diventa “modo per avere figli
sani”; il fulcro dell’attenzione si sposta dall’“avere figli” a “quali figli
avere”. Indipendentemente dalle intenzioni dei proponenti (che si presumono
buone, come buone sono le intenzioni che lastricano una certa via…), questa
proposta apre la strada all’eugenetica, cioè alla scelta dei figli in base a
criteri stabiliti a priori (cfr. C. Navarini, “L’eugenetica buona non esiste”,
zenit, 3 ottobre 2004, http://www.zenit.org/italian/visualizza.php?sid=2439;
Idem, “Il supermarket dell’eugenetica”, zenit, 6 giugno 2004,
http://www.zenit.org/italian/visualizza.php?sid=1692). Si radica la pretesa del
figlio come diritto. Ma ciò di cui si ha diritto è per lo più un oggetto, un
servizio, una struttura o un bene posseduto: le proprietà, le cure mediche,
l’istruzione e l’educazione, la vita fisica, il giusto processo, il lavoro, il
pane quotidiano… Non esiste il diritto ad “avere una persona” come si ha una
cosa o un servizio, cioè come un possesso. Se il figlio non appartiene (come una
cosa) al genitore, e dunque non può essere preteso, a maggior ragione non potrà
essere (come una cosa) “scelto” o “scartato” – cioè eliminato – ma solo, al
limite, desiderato o non desiderato. Si potranno porre le migliori condizioni
affinché nasca e cresca sano, ma non lo si può rifiutare con l’infanticidio
quando nasce malato o con l’eutanasia se si ammala in seguito. Ciò che vale per
il figlio nato vale per il nascituro, che non è ontologicamente e biologicamente
diverso dal nato.
4. L’articolo 7 abolisce il limite di “produzione” degli embrioni, i quali
potranno essere più di tre, anche se resta il limite di tre per il trasferimento
in utero; per gli altri è ammessa la crioconservazione. E’ noto che fra i
problemi che pone la crioconservazione vi è quello che dopo 5 anni l’embrione si
ritiene non impiantabile, e ciò incrementa il numero delle morti embrionali
provocate; spesso si afferma che con la crioconservazione la possibilità di
riservare a un impianto futuro gli embrioni prodotti farebbe aumentare le
nascite. In realtà, aumenterebbero le morti.
5. L’articolo 6 inserisce la possibilità di utilizzare per la ricerca clinica e
sperimentale gli embrioni che verranno dichiarati non idonei all’impianto, con
una idoneità da valutare secondo le linee guida.
Osservo: a) in genere vi sono alternative all’utilizzo degli embrioni, come nel
caso delle cellule staminali “adulte”, che hanno sinora dato risultati assai più
promettenti di quelle embrionali (C. Navarini, “Cellule staminali e
disinformazione”, zenit, 18 luglio 2004, http://www.zenit.org/italian/visualizza.php?sid=2056);
b) qualora non vi fossero alternative all’uso di embrioni per curare una
patologia, la loro soppressione equivarrebbe a sopprimere un essere umano per
salvarne altri: siamo tutti convinti che sia eticamente ammissibile? Va da sé
che “non idonei all’impianto” sarebbero, oltre agli embrioni con malformazioni
morfologiche incompatibili con la vita, tutti gli embrioni portatori di difetti
genetici giudicati non “tollerabili”, e tutti quelli in stato di abbandono.
Sarebbe, di nuovo, una discriminazione su base genetica o sanitaria: avanti i
sani (e un giorno non lontano i belli), in laboratorio e nel cestino gli altri.
6. Vi è una generalizzata e sensibile diminuzione delle pene detentive previste
dalla legge 40: è un tema di rilievo minore rispetto agli altri, ma va ricordato
che quelle sanzioni riguardano comportamenti come la maternità surrogata o la
riproduzione post mortem. E’ il caso di ridurre la deterrenza? Concludo. I
referendum hanno superato abbondantemente la soglia del mezzo milione di firme
grazie al contributo dei Ds: i quali, tuttavia, non vogliono i referendum.
L’obiettivo dei Ds è che quella stessa maggioranza parlamentare – più ampia
della maggioranza che sostiene il governo – che ha approvato la legge 40 la
modifichi a distanza di qualche mese; in ossequio all’insegnamento di Sun Tzu,
per il quale è meglio convincere il nemico a fare quello che noi vogliamo
piuttosto che affrontarlo in uno scontro aperto. Lo scontro aperto si è svolto
in Parlamento, e i Ds, insieme con i loro compagni di strada, hanno perduto; lo
scontro aperto ci sarà con i referendum: e non è obbligatorio che vada come è
nelle aspirazioni dei radicali, se hanno un senso i sondaggi pubblicati proprio
su queste colonne.
Il nodo, quindi, non è tecnico, ma è politico; non è in questione la soluzione
del cavillo posto a metà fra la scienza e il diritto, ma la capacità dello
schieramento conservatore (e di chi, al di fuori di esso, ha condiviso questa
battaglia) di resistere ai richiami del politically correct.
Sarebbe veramente paradossale se, per il timore di affrontare la campagna
referendaria (che comunque avrebbe corso, perché la proposta Palumbo non incide
sull’eterologa, che è oggetto di uno specifico quesito referendario), le sirene
del libertarismo trovassero audience superiore al tasso fisiologico, peraltro
già riscontrato nel dibattito parlamentare, nelle file del centrodestra; se cioè
non si cogliessero fino in fondo i pericoli di un totalitarismo scientista
strisciante; se dovesse emergere incertezza o scarsa convinzione sulla
positività delle scelte operate; se quindi fosse scarso l’impegno per la difesa
delle posizioni assunte in Parlamento; se, ancora, dovessero pesare lobby
farmaceutiche o parasanitarie, interessate a un business che promette risultati
certi e spesso garantisce nei fatti cocenti disillusioni.
Se accadesse qualcosa del genere, sarebbe lecito dubitare dell’esistenza in
Italia di forze politiche che abbiano nella loro spina dorsale dei valori
oggettivi. E’ necessaria molta sperimentazione sul piano scientifico e molta
determinazione sul piano politico?
Luis Pasteur diceva che la fortuna favorisce soltanto gli spiriti preparati; mi
permetto di aggiungere che la più adeguata preparazione dello spirito consiste
nell’avere la volontà di conseguire un fine. Spesso, anche se i fatti saltano
agli occhi, si finisce per vedere soltanto quello che si cerca; quanti passi
avanti si faranno allorché la ricerca, e per la sua parte la politica, saranno
orientate in prevalenza verso la vita?
E-mail di un amico (29 settembre 2004)
Caro Paolo, ho avuto,
finalmente, il tempo di "studiarmi" il tuo sito... carino... si, non è male,
oddio le foto fanno un po' "cagare", ma dai! Sto scherzando! In realtà la ormai
mitica disputa telematica di qualche giorno fa mi ha suscitato la curiosità di
leggere la pagina sulla vita umana. Sottoscrivo tutto! E' inutile dirti che
quello che pensi è lo stesso che penso anch'io, lo sai già, ma visto che parli
di dibattito sulla vita umana, spero ti faccia piacere conoscere il mio stato
d'animo su tale argomento. Parlo di stato d'animo, e non semplicemente di
opinione, in quanto questo tema mi sta particolarmente a cuore. Il mio stato
d'animo è scosso. Mi riferisco all'ignobile gazzarra che si è scatenata sul tema
delle cellule staminali. Tutti a dire che se al momento del prelevamento degli
embrioni si fosse applicata l'attuale normativa in materia, il bambino
talassemico non si sarebbe salvato. E gli embrioni che sono morti? Quelli non si
sono salvati. Per carità sono arcicontento della guarigione del bambino
talassemico, ma non riesco a non pensare a quegli embrioni morti. Dov'è il
giusto? E' meglio salvare una vita umana uccidendone altre o non uccidere
nessuno? Sappiamo bene che i gemellini nati sono gli embrioni selezionati dagli
altri perché compatibili. Pazzesco, ci siamo arrivati, la selezione umana!
Finché la faceva Hitler era una barbarie, ma adesso, siccome serve a salvare la
propia pelle, si chiama progresso scientifico. Della morte di altre vite che
m'importa? "Mors tua, vita mea". Ho letto le dichiarazione del medico a capo
dell'equipe che ha operato il bambino talassemico:"Siamo alle solite, si vuole
dare dignità di soggetto giuridico a ciò che costituisce solo una potenzialità".
Io mi chiedo, ma è mai possibile che una persona colta, che dovrebbe avere, per
il mestiere che svolge, una specifica competenza e, comunque, un'intelligenza
particolare, possa dire una scemenza del genere? Una potenzialità è un qualcosa
che non è, ma che potrebbe essere se si intervenisse opportunamente. Un embrione
nella pancia della madre è un essere umano, non lo diventa. Il feto ha un
patrimonio genetico umano unico ed irripetibile dal momento del concepimento,
non lo acquista successivamente. Mi sorprende il fatto che il caro medico non
sappia che per far nascere un essere umano occorre solo...(ci siamo capiti) e
non servono altri interventi. Se non subentrano, aihmé, anomalie nel processo,
un embrione sviluppa in un bambino, senza bisogno di alcun intervento
dall'esterno. Io non credo che un medico non sappia tutto questo, come non credo
non lo sappia l'opinione pubblica laica. Purtroppo, secondo me, è l'ennesimo
"morso" alla fatidica "mela" di biblica memoria. Mi serve? Lo faccio!
E'ripugnante, calpesto il più elementare dei diritti fondamentali, il diritto
alla vita, ma faccio finta di niente, io sono evoluto, potrò decidere ciò che è
bene e ciò che è male? Questo modo di pensare ha origini antiche, mi riferisco
alla famigerata legge "194" sull'interruzione di gravidanza. Una vittoria
dell'uomo moderno sull'oscurantismo medioevale della Chiesa. Perché devo
rovinarmi la vita con un figlio indesiderato? Non lo voglio? Zac! Lo elimino! Ma
allora facciamo fuori anche i disabili, a che servono? E gli anziani? Sempre tra
i piedi mentre bisogna andare in ferie. Dicono, che c'entra? I disabili e gli
anziani sono persone e non si possono uccidere. Certo loro si vedono e quindi
non si uccidono, gli embrioni non si vedono, perché ancora nell'utero, e quindi
li uccido. Non si vedono e non lo sa nessuno. Bella mentalità mafiosa ed
ipocrita. Gli embrioni non sono persone fino a tre mesi di vita, poi lo
diventano. Cos'è cambiato? Boh? Loro stabiliscono che fino al 90° giorno di vita
sono solo una potenzialità biologica e che dal 91° giorno diventano persone. La
creazione dell'uomo secondo la "194"! Amen! Io sono letteralmente devastato sia
moralmente che intellettualmente da una legge che legalizza l'omicidio e nel
farlo conferisce il potere di vita o di morte alla madre, mentre il padre non ha
alcun diritto. Non so se è chiaro, se mia moglie decide di uccidere nostro
figlio che aspetta, può legalmente farlo senza che io possa farci niente. Dicono
che è un diritto delle donne perché sono loro che sopportano il peso maggiore. A
parte il fatto che se ne può discutere, ma le donne non si rendono conto di
essere state raggirate, che questa legge le pone da sole di fronte al dramma che
vivono esautorando i padri da ogni responsabilità? Dicono che questa legge ha
salvato tanti bambini perché eliminando gli aborti clandestini, il numero delle
interruzioni di gravidanza è diminuito. Ci risiamo, "Mors tua, vita mea", il
fine giustifica i mezzi. Che ipocrisia, non sarebbe, invece, il caso di
impegnarsi più a fondo per salvare ogni bambino? In Italia c'è una legge che
permette di non riconoscere il proprio figlio appena nato. Questi bambini
sfortunati possono, però, essere adottati e così assicurarsi un futuro.
Semplifichiamo e rendiamo più veloci queste pratiche d'adozione, piuttosto
dell'olocausto! Anche per quanto riguarda le cellule staminali, perché non
potenziare la sperimentazione e la ricerca per il prelievo di cellule staminali
da donatori adulti? Ultimamente è stata approvata una legge che conferisce la
dignità di soggetto giuridico agli animali, cosicché chiunque li uccide o li
maltratta commette reato. Ora un figlio nella pancia della madre non può neanche
essere affettuosamente paragonato ad un cucciolo....
Beh! Mi sono sfogato abbastanza, spero di non averti tediato troppo, ci
sentiamo.
Ciao, Luigi. (e-mail del 29 settembre 2004)
Socci risponde a Capezzone, segretario dei radicali italiani
di Antonio Socci
Ieri Daniele Capezzone, segretario dei radicali italiani, mio
buon amico e severo contestatore, ha bastonato su queste colonne il sottoscritto
e il ministro Giovanardi. Poi, di buon mattino, è andato a Radio Radicale a fare
la rassegna stampa, ha letto il suo stesso articolo con vivo entusiasmo e si è
mostrato completamente d'accordo. Congratulandoci per questo ampio e articolato
dibattito fra i due Capezzone, veniamo al merito.
Il caso del piccolo Luca: non io, ma la scienza (il Policlinico di Pavia) dice
che è stato guarito grazie a cellule staminali adulte e non a cellule embrionali
che la propaganda referendaria presenta - del tutto erroneamente - come un
toccasana. E la stessa équipe aggiunge che "la modalità di procreazione non ha
avuto alcuna influenza sul risultato clinico". Perché non prendere atto di
quanto dicono i medici? Perché i referendari non danno informazioni realistiche
sulle staminali?
Veniamo alla selezione degli embrioni fatta in Turchia e proibita in Italia.
Per Capezzone significa civiltà. Ma vediamo cosa è. Sono stati generati con la
fecondazione assistita dodici embrioni, che anche per la scienza sono esseri
umani, e nove di essi sono stati poi soppressi ai primi stadi di vita perché
malati o perché, pur essendo sani, non erano compatibili con le cellule che
servivano al fratellino malato. Vi sembra civiltà?
A me - come al laico professor A. Vescovi - sembra che generare o clonare
"esseri umani per poi distruggerli" sia "un delirio".
Non perché non è cristiano, ma perché non è umano. Tutta la civiltà laica
occidentale, a cui pure i radicali dicono di far riferimento, si fonda sul
principio - formulato da Immanuel Kant come "imperativo categorico" - per cui
sempre si deve trattare ogni essere umano come un fine e mai come un mezzo.
Capezzone - avendo fatto ottimi studi - lo conosce bene e credo lo professi.
Ma generare piccoli esseri umani da sopprimere o far vivere a seconda che
abbiano parti di corpo da donare o a seconda che siano sani o no, non è forse
trattarli come un "mezzo"? E pretendere di usare degli embrioni, quindi creature
umane già viventi, per esperimenti (e in seguito sopprimerli) cosa è? Si sono
mai usati esseri umani come cavie da esperimento o come banca di pezzi di
ricambio? E' compatibile con la nostra civiltà? Non si sta cadendo
drammaticamente in un baratro? Cosa ci sarà alla fine?
La cosa stupefacente è che poi l'esercito rossoverde che segue i radicali nei
referendum è lo stesso che pretende di vietare gli esperimenti scientifici sugli
animali. Lo dico anche per i Vescovi italiani che contavano su Fassino per
scongiurare il referendum: ebbene, ieri lo stesso Fassino ha firmato. Perché è
ormai noto che quando i radicali scuotono l'albero la Sinistra corre sempre a
raccogliere i frutti. Senza troppi scrupoli. Mai farsi illusioni su chi è stato
comunista e non ha mai rinnegato il passato.
Dunque dicevo che è stata la rossa Regione Emilia Romagna a varare una legge (la
n. 20 del 1° agosto 2002, peraltro impugnata dal Gorverno), che proclama: "La
Regione promuove la tutela degli animali dall'utilizzo a fini sperimentali".
Nessuno si rallegra degli esperimenti su topi o galline. E' purtroppo una dura
necessità.
Ma come si può vietare l'esperimento sul topo ed esigere quelli su piccoli
esseri umani indifesi? Si dirà che gli embrioni non sono uomini, ma anche la
scienza li considera esseri umani e in ogni caso - nel dubbio - dovrebbe valere
quel "principio di precauzione" che gli ecologisti hanno imposto nel mondo
quando si tratta di "proteggere" i pomodori o il granturco dalle incognite delle
biotecnologie. Varrà un bambino più del pomodoro, o no?
Possibile che l'uomo sia diventato intoccabile solo per la Chiesa? Dov'è finita
la cultura laica che si diceva umanistica? Dove sono gli allievi di Bobbio? Non
abbiamo perduto la bussola? Come si fa a non vedere tanta assurdità? Si va in
galera, con le nuove leggi, se si maltratta un cane (va bene, per carità), ma è
invece ritenuto una conquista di civiltà in tutto l'Occidente sopprimere esseri
umani che nel seno delle madri già vivono, sentono dolore, ascoltano la musica,
sorridono. Che futuro può avere una simile civiltà?
Ho apprezzato le battaglie radicali contro la pena di morte. E' giusto difendere
la vita anche del più crudele assassino, ma l'associazione radicale "Nessuno
tocchi Caino" - che fin dal nome peraltro si rifà alla Sacra Scrittura (con
buona pace della laicità) - ha senso solo se si accetta che la vita umana sia
sempre sacra e inviolabile. Sacra anche quando è la vita di un feroce criminale.
E allora perché non è sacra quella dei bambini innocenti che in Olanda si
sopprimono perché gravemente malati, oltretutto senza il loro consenso? Quei
bambini - ai quali la medicina moderna e l'amore (come ha testimoniato la
lettera di Berliri) - danno la possibilità di vivere umanamente e anche felici,
sarebbero meno meritevoli di tutela dei criminali più incalliti?
Come vedi, caro Daniele, faccio considerazioni pacate anche se amare, e non
demonizzo affatto i radicali. Anzi, faccio appello alla vostra ragionevolezza e
alla vostra laicità che v'impone di considerare la realtà senza pregiudizi e
dogmi. Perché non riconoscete il drammatico errore in cui siete incorsi, mossi
magari dalle migliori intenzioni? Veniamo al manifesto di Giovanardi. Non entro
nella diatriba. Ma mi pare che la tua risposta svicoli: che vuol dire che avete
con voi una sequela di scienziati? Credi così dogmaticamente nella Scienza da
farne una religione immacolata e infallibile?
Penso che bisogna averne un'idea più laica e critica. Leggendo un drammatico
libro di Gianni Moriani, Il secolo dell'odio, che ha impressionato pure Paolo
Mieli, si scopre che proprio la scienza ha da fare un terribile mea culpa - che
non ha ancora fatto - per quanto è accaduto fra Otto e Novecento quando "uno
stuolo di biologi ammantò di scientismo i pregiudizi razziali".
Non si parla di nazismo, ma ben prima della cultura e della politica dei paesi
occidentali più democratici, a cominciare dalla civile socialdemocrazia svedese.
Molti scienziati, scrive Moriani, dettero "nuovo fiato al crescente movimento
eugenista che porterà alla sterilizzazione di migliaia di persone, prima negli
Usa e poi in Europa, aprendo la strada alla successiva eutanasia dei più deboli
e poi allo sterminio di interi gruppi razziali considerati dal nazismo come
inferiori".
Anche lasciando stare il nazismo dobbiamo riconoscere che la scienza e la
cultura europea e americana non sono state per nulla innocenti e non possono
esigere oggi una totale assenza di vincoli etici alla ricerca sugli embrioni.
Perché vincoli etici ce ne sono in tutte le sperimentazioni scientifiche.
A questo proposito sarebbe giusto dare le informazioni più complete anche
riguardo all'attuale pratica di fecondazione assistita (permessa anche in
Italia). Perché - ad esempio - in Francia Claire Brisset, "garante per
l'infanzia", ha chiesto una moratoria su questa pratica rilevando un tasso
troppo alto di malformazioni e danni celebrali sul totale dei bambini nati da
fecondazione assistita?
Non sarebbe consigliabile più informazione e più prudenza?
Il Giornale 11.9.2004
Perché non voglio dare i figli in pasto al Gusto
e al potere
di Luigi Amicone
Neanche la compassione può giustificare la manipolabilità del'embrione.
Una risposta a Mary Warnock
Al direttore. Pur di non pagare pegno di un solo dubbio serio, una mattina
l’occidentale stanco potrebbe sorprendersi e guardarsi allo specchio e dirsi con
Malraux, senza convenienze, sconsolato, sincero,“ non c’è ideale al quale
possiamo sacrificarci, perché di tutti noi conosciamo la menzogna, noi che non
sappiamo che cosa sia la verità”. Lei invece ci obbliga a ragionare, a cercare
la “verità”, cioè la realtà, intorno alla rivoluzione riproduttiva. Meraviglia
perciò, in questo bel venticello referendario che è ripreso a fischiare dopo
l’approvazione della “legge medievale”, quanto sia scantonata o, per lo meno,
quanto non sia avvertita come esigente e stringente la sua polemica in materia
di fecondazione medicalmente assistita. Sorprende che nessuno si accorga di quei
bambini che, come Flamigni, maneggiano le atomiche come se invece che bombe
fossero bambole. Stupisce questo diffuso, sciatto, ornamentale appendere il
guantone al chiodo e fare della reticenza (invece della boxe) l’arte dello
scrivere su questioni che, dopotutto, sono la vita.
E allora, perfettamente d’accordo con lei: la questione della vita all’epoca
della sua riproducibilità tecnica è molto più gravida di conseguenze della
questione aborto, perniciosa è vero, come dice lei, però non una novità. E’ da
che mondo è mondo che l’uomo ammazza l’oggetto del suo odio e del suo amore,
questo sia da tutti saputo, c’è chi lo fa con la spada, chi con uno sguardo
amaro, chi per un imprevisto indesiderato. In breve, sembra consustanziale alla
vicenda storica degli uomini e delle donne che il debole soccomba davanti al più
forte, l’inerme davanti al clavadotato, il feto davanti alle aspirazioni umane e
alla tecnica dell’aspiratore.
Il problema posto dalla fecondazione artificiale che si vorrebbe free (non come
gli Ogm, “tolleranza zero!”, perbacco), soggetta unicamente all’umana
compassione, è irruzione di un totalmente altro dall’aborto e affini. Esso,
logicamente, come ammette con un ultimo e benvenuto “forse” la sua stimata e
pragmatica Mary Warnock (che però non cambia il corso della storia), ci porta
fino alla clonazione e ha la sua centralità nel dilemma: l’embrione umano è o
non è manipolabile? L’embrione umano è o non è passibile di possesso e di
decisione fino alle estreme propaggini della sua evoluzione da parte
dell’alleanza della potenza tecnica e del potente essereumano-
adulto-desiderante?
Possibilità e possedibilità
Giustamente lei considera la discussione su questo punto cruciale e dirompente
rispetto al problema dell’aborto, che è quisquilia sotto il profilo logico. A
ragione. Poiché la questione è: oggi, grazie ai progressi della scienza e della
tecnica, c’è gente nei laboratori che ha la possibilità di fabbricare esseri
umani con un certo colore degli occhi e un certo calore del cuore. Se il
problema è questo (e questo è), cioè la possedibilità e dunque manipolabilità
del genoma umano e la possibilità di costruire uomini e donne a dna Doc e Dop,
logicamente non ci potete venire a spiegare, “sì, è così, però non lo facciamo
oltre un certo limite di compassione alla coppia sterile o gay”; “sì, è così,
però l’eugenetica è un disastro”; “sì, è così, però non si potrebbe assecondare
una donna che fosse tanto caliente e tanto tifosa di calcio da volere undici
figli tutti come Maradona”. Perché? Perché, giustamente, Socci vi chiederebbe:
“perché, perché, perché?” Perché non oltre un certo limite, perché non Maradona?.
Perché, logicamente, il problema è: o la possibilità e possedibilità è tabù,
almeno per ciò che riguarda gli esseri umani; o altrimenti non è sopportabile
l’ingiunzione secondo cui, dato per acquisito che ciò che è in nostro potere e
nel nostro desiderio sono beni che si sposano col Bene per produrre altri beni,
non dovrebbe essere accondisceso, secondo il principio che è il Gusto sposato al
Potere ciò che decide. Per quale strana ragione dovrebbe essere un comitato
etico a discernere se il mio desiderio di avere un figlio in un certo modo e
secondo certi attributi è morale o immorale? E’ infatti quello che dicono i
famosi Bioetici Faustiani, quel che si può si deve. Anzi, è un Diritto.
Il mondo perfetto che Churchill aborriva
Vede, direttore, è talmente logico quello che stiamo dicendo, che lo sapevano
anche certi illustri intellettuali democratici dell’immediato secondo
dopoguerra. O almeno quel Dottor John Ely Burchard, Decano degli Studi
Umanistici del Massachusetts Institute of Technology, che il 31marzo 1949
accolse Wiston Churchill con tutti gli onori dovuti al baluardo anti
nazifascista in Europa, spiegando che in futuro non ci sarebbe più stato il
rischio del male, “radicale” o “banale”, perché “in futuro la scienza avrà la
capacità di controllare con precisione i pensieri dell’uomo”. Al che, Churchill
rispose “I shall be very content if my task in this world is done before that
happens”.
Il nemico di Dio è la “morale” dice Luigi Giussani. Ma dove finisce la tecnica e
dove comincia la natura?, o ancora: ma esiste ancora una natura, visto che
l’uomo l’ha plasmata e può continuare a farlo modificandola radicalmente a suo
piacimento? Ora, alle tante obiezioni che si potrebbero avanzare su questo
versante quella più decisiva mi sembra la seguente, sempre di Giussani: “Non ti
stai dando le unghie dei piedi, non ti stai dando niente, niente! Ma guarda che
ci sono poche cose così pacificanti come questa: tu sei ‘fatto da’, sei fatto da
qualcosa d’altro; tu sei quel livello della natura in cui la natura si accorge
di non farsi da sé… Io sono l’autocoscienza del mondo”. Vale a dire: ci sono,
potrei non esserci adesso – un aneurisma, un infarto, un embolo, dacci sotto con
la fantasia, fratello – c’è qualcosa a cui appartengo inesorabilmente, da cui
dipendo ontologicamente un quid, un mistero. Fratello Kafka direbbe che “le cose
comuni sono per se stesse miracoli, il palcoscenico non è affatto buio, è
inondato dalla luce del giorno. Perciò gli uomini chiudono gli occhi e vedono
così poco”. Perfino Sartre, il re del niente, in uno dei suoi rari momenti di
assenza di mal di mare, in una osservazione sociologica ma sana (giacché il suo
imprinting psicologico fu “la nausea”), ammette sopra a ogni ripiegamento su se
stesso in nome della suprema “estraneità” di cui ha lastricato una comoda
ideologia borghese, che “tutto ci viene dagli altri” e che “Essere è appartenere
a qualcuno”. E’ chiaro che quella di Giussani, e in seconda battuta quella di
Kafka, in terza quella di Sartre, non sono immediatamente notazioni su
creativismo o evoluzionismo. Il fatto che siamo stati fatti come dice la Bibbia
(“a immagine e somiglianza di Dio”) o che siamo stati buttati giù da una qualche
stella da un Padreterno remoto e capriccioso che si è divertito a prendere in
giro creazionisti e darwinisti, non c’entra nulla con un’osservazione che è
attuale, lo capisce anche un bambino, non si può non ammettere come self-evident
(John Henry Newman). E l’osservazione è che“sono fatto adesso, creato istante
per istante, non sono io che decido che il mio cuore batta, non sono io che
decido di darmi la vita in questo momento”.
Oggi si può pensare che l’uomo si impossessi anche di questa originaria
dipendenza? Sì, dobbiamo ammettere che può succedere e può succedere in questo
modo: prendete un genoma, manipolatelo come è nella richiesta del soggetto
desiderante e prenotante l’essere umano alla carta. Infine, all’uopo di
perfezionare il desiderio dominante (perché diteci se non è dominio, il massimo
del dominio, poter decidere cosa dovrà esserci e cosa no, naturalmente per il
bene suo e la tranquillità nostra, nel dna del nascituro), considerate
l’opportunità di inserire nel dna già predefinito un microchip che consenta di
bloccare - per il bene suo, della tranquillità nostra e della società borghese -
ogni tendenza giudicata “negativa” (cancro, alzheimer, pazzia, pedofilia,
aggressività…).Dunque, grazie alla decisione in favore del Gusto e del Potere,
potremmo avere un bambino a dna predefinito e, via microchip, controllato a
distanza come sarà controllata a distanza la futura casa ipertecnologica, nei
riscaldamenti, elettrodomestici, posta Internet, eccetera. Capiamo la vostra
ribellione. Per esempio: “ma va là, adesso non diciamo sciocchezze, noi non
stiamo parlando di automi, stiamo semplicemente dicendo che embrione e genoma
sono roba nostra e, dunque, roba da gestire senza se e senza ma”. Perché, cosa
stiamo dicendo, noi? Che sì, dato che voi sostenete questo, dovrete per forza
ammettere quest’altro, perché è vostra, tutta vostra la logica dell’uomo signore
di sé. Se l’embrione è mio, se l’embrione è manipolabile, se il dna è
sottomissione all’homo faber affinché si possa curare Coscioni e tutti i nostri
desideri, voi ci dovete dire perché, logicamente, non si deve anche poter
dispiegare, l’embrione, nel desiderio desiderante undici Maradona e un
telecomandato a distanza che giochi il massimo del football ed eviti l’overdose
di cocaina. Perché sarebbe odioso? E perché mai sarebbe odioso? No, signori
miei, tutto ciò sarebbe bello e buono, come dice la logica che è tutta vostra e
di quello scienziato del Mit che dice: “produrremo umanità che rimedia i mali
della natura e che non sarà mai più come Hitler, ma buona, bella, pacifica”.
L’islam potente e misericordioso della tecnica
Per fortuna, a quel tempo, noi saremo morti e voi verrete ricordati come i
fautori della schiavitù totale. E il Mistero, quel simpaticone, riderà di voi,
divenuti marziani su una terra che sarà il posto non della cura dei Coscioni,
non della pace, non della bontà, non della bellezza, ma il posto dove i marziani
si scannano tra loro. Un posto dove i nostri pronipoti – quelli rimasti
stranamente ragionevoli, realisti andranno in esilio da qualche parte, in
qualche deserto e con qualche compagnia comprendente l’ultimo prete filosofo e
l’ultimo direttore del Foglio. In qualche parte di qualche deserto dove verranno
raggiunti, presi in ostaggio e decapitati come tutti coloro che non si
sottometteranno all’islam, potente e misericordioso, della tecnica.
Luigi Amicone
P. S. Finito di scrivere mi raggiunge una notizia triste, notizia di un amico
che semplicemente è morto, semplicemente all’improvviso, semplicemente la
mattina presto dopo il festeggiamento del ventesimo di matrimonio, ed era più
giovane di noi. Marco Simi, in un appunto dai suoi amici ritrovato, scriveva:
“Gli alberi dei boschi sono come gli uomini sulla terra : non ce n’è uno che sia
uguale ad un altro. E’ stata una delle mie prime scoperte, quando giocavo a
nascondermi e a costruire capanni nelle faggete attorno alla cà. Dev’essere per
questo che rifuggo le cose tutte uguali, fatte con lo stampino”.
© il Foglio, 2 luglio 2004
Un referendum sul diritto di esistere
di Luigi
Amicone
Se il dibattito sulla fecondazione assistita
dovesse correre sui binari della difesa dei cosiddetti «valori laici» da una
parte, cattolici o religiosi dall’altra verrebbe da chiedersi: scusate, ma che
discutiamo a fare? Ognuno corra a testa bassa per la propria strada e vinca il
migliore (cioè chi ha piú potenti mezzi di comunicazione).
Ci permettiamo di suggerire: non è che forse va recuperato quel sale della
democrazia a dire il vero - oggi reso un po’ sciapito dal trionfante narcisismo
del pensiero debole - che sta nell’esercizio della ragione, qualitá
specificamente umana, capace tra l’altro di elevare la conversazione a qualcosa
di diverso dalla mera brutalitá ideologica o dal puro vuoto sofisma? Occorre
ripeterlo perché sembra che a parole tutti riconoscano che senza razionalitá non
si dia laicitá, mentre nei fatti succede e succede disgraziatamente in maniera
sempre piú pressante che sembra non ci sia piú nulla di riscontrabile
obbiettivamente dalla ragione e che, dunque, non esista altro principio da
salvaguardare se non il proprio gusto, inclinazione, desiderio, i quali vengono
poi branditi e rivendicati socialmente come diritti assoluti, un po’ come
succede con certa pedagogia alle prese coi capricci dei bambini: guai a
discuterne seriamente e, peggio ancora, mai dire «no».
Ci si obbietterá: giá, il problema e che c’è modo e modo di intendere la
ragione. Siamo d’accordo. Ma è proprio per questo che, discutendo di temi cosí
delicati e importanti come quello riguardante la vita umana all’epoca della sua
riproducibilitá tecnica, bisogna anzitutto cercare di capire sul serio i termini
della questione.
Altrimenti a che serve discutere se, tanto, ognuno ha i suoi desideri, le sue
opinioni, i suoi capricci? Ora, volendo abbozzare un argomento di discussione,
immaginiamo che al fondo della rivendicazione referendaria di «non ingerenza»
negli affari della coppia che vuole pro creare nella massima libertá consentita
dalla potenza della tecnica, ci sia l’idea che uno Stato non dovrebbe occuparsi
d’altro che di allargare lo spazio delle libertá, ritirarsi da ogni pretesa
etica, fare in modo che ogni cittadino corra verso il proprio destino come gli
pare e piace.
Un programma che noi sottoscriveremmo per intero, mentre sappiamo bene, per
esempio, che la sinistra italiana, essendo ideologicamente schizofrenica -
ultraliberista sul piano dell’etica e ultraconservatrice su tutti gli altri
piani non lo sottoscriverebbe affatto. Ma al di lá di questo, è un problema di
ragionevole libertá quello che poniamo: che libertá è l’individualismo che volta
le spalle ai dati di fatto e considera degno di attenzione, protezione e diritti
solo ed esclusivamente i propri valori, i propri desideri, la propria
disponibilitá di potenza tecnica? Siamo d’accordo o no che la ragione deve
fondarsi anzi tutto sull’esperienza e sul buon senso? Se non siamo d’accordo,
scusate, vuoi dire che stiamo camminando verso le vecchie caverne o verso le
nuove Auschwitz, perché senza realtá e senza buon sen so, se uno coltiva un
desiderio, un sogno o un’utopia, gli è sufficiente avere dalla propria parte un
certo consenso (delle leggi, della politica, della comunicazione, in una parola,
del potere) per legittimare anche il piú orrendo delitto.
Dunque, tanto per cominciare, anche in questo dibattito sulla fecondazione,
prima dei problemi nostri (di sterilitá, di tentazioni eugenetiche, di lauti
business camuffati da santa e disinteressata ricerca scientifica per dare
risposte alla sofferenza umana), comincerei coi do mandare agli amici radicali e
a quanti cercano di convincer ci che l’avere dei legittimi desideri (i figli)
autorizza automaticamente la richiesta di avere diritti assoluti sull’altro da
sè: primo, che libertá è questa che considera i propri desideri e sofferenze
come fonte esclusiva di diritto, tant’è che l’altro da sé, siccome e piccolo o
addirittura infinitesimale (e comunque non puó organizzare referendum) non ha né
di ritti né libertá di essere ció che è? Secondo, che risposta ragionevole
offrite alla domanda: ma se un embrione non è scienza e eticamente, se il feto
non è niente, quand’è che ha inizio una vita umana?
Bagatelle. Mica tanto. Per ché se ci pensate bene, oggi, in quasi tutta Europa,
noi viviamo neanche troppo allegramente in questa bella aporia: che un cane,
giustamente, non puó essere piú trattato da cane; ma un essere umano, pur con
tutto il chiacchierare che si fa di «diritti umani», chi saprebbe dire come va
trattato visto che neanche si capisce cos’è e quando una certa «cosa» puó
iniziare a essere definita «essere umano»? Guardate che nemmeno la Corte europea
per i diritti dell’Uomo osa pronunciarsi su questo punto.
Anzi la Corte europea che, converrete, dovrebbe avere almeno una qualche idea di
cosa sia l’uomo se davvero vuoi difendere «i diritti dell’Uomo», si è
recentemente (7 luglio 2004) pronunciata cosi nelle motivazioni di una sentenza
in materia di aborto: «La Corte è convinta che non sia desiderabile e perfino
possibile, allo stato attuale, rispondere in astratto alla domanda se un feto
sia una persona in base all’articolo 2 della Convenzione». Benissimo, ma ce lo
volete spiegare, una buona volta, in base all’articolo 2 della Convenzione
europea o all’articolo che volete del Partito radicale o della sinistra zapatera,
cos’è una «persona» e quanti secondi, minuti, giorni, mesi, anni, devono passare
prima che un «essere» sia riconosciuto come «umano»?
Il Giornale