A Parigi è considerato chic, ma Claire racconta con
rabbia la sua famiglia con due mamme. Claire è cresciuta con due mamme, vive in
Francia, ha ventisette anni e si è sempre sentita perduta. Martine le dice che
non deve, perché a Parigi l’omosessualità dei genitori è vista come “un fatto
chic”, e lei stessa che prima nascondeva al mondo la gayezza di suo padre, ora
la esibisce: “In certi ambienti parigini, essere cresciuti in una famiglia
diversa dalle altre è di tendenza, è qualcosa in più”. A Claire sembra “una cosa
pazzesca”, visto che ha avuto bisogno di uno psicoterapeuta, visto che per un
sacco di tempo ha temuto di diventare lesbica come le sue madri, visto che non
si è mai sentita un’eroina di Almodóvar, e oggi ha scritto un libro per provare
a capirci qualcosa temendo, come sempre, la reazione della madre (biologica).
Perché non tutti stanno perfettamente in mezzo al casino, e non per tutti c’è il
pranzo della domenica sul terrazzo di un film di Ozpetek, stoviglie e vite
colorate. “Sognavo di avere una vita banale,
quella che hanno tutti”, e piangeva davanti alle pubblicità simil MulinoBianco,
mamma papà figli cane insieme a colazione. Come Irène, che ha avuto una mamma e
diverse matrigne passate per casa, voleva i cerchietti in testa e le scarpe di
vernice e la madre la vestiva a righe e pois: “Mia madre voleva che mi facessi
notare, mentre io passavo il tempo a rasentare i muri”. L’autobiografia di
Claire Breton, giovane giornalista francese, tradotta in Italia per Sperling&Kupfer
(“Ho due mamme – Crescere in una famiglia diversa”, 15 euro), è anche
un’inchiesta sulle altre vite incasinate, quelle di figli in provetta per mamme
lesbiche, di figli naturali che a undici anni scoprono che “la zia” con cui
vivono fa delle cose nel letto con la mamma, e a scuola non sanno che dire,
allora inventano la storiella della migliore amica mollata dal fidanzato che si
è trasferita da loro, ma in un’altra stanza. Mentre la mamma e la zia pensano in
fondo non c’è problema perché c’è amore, ed Emma, a diciannove anni, ha
conosciuto il padre biologico (un donatore di seme) e ha detto al fidanzato:
“Sai, oggi ho sentito al telefono il mio sperma…”, cioè tutto quel che le resta
di un papà. Ken travestito da drag queenKatlyn non sapeva nemmeno cosa fosse un
padre, non ne aveva mai visto uno e le sue due mamme, quando giocavano tutte
assieme sul tappeto, organizzavano matrimoni tra due Barbie e provavano a
travestire Ken da drag queen, costruivano un mondo femminile senza maschi tra i
piedi. Katlyn aveva pochi anni ma voleva una cosa soltanto: che Barbie sposasse
Ken e non baciasse le altre Barbie. Ci sono anche le storie d’orgoglio, però,
c’è Emile che è nata in provetta ventitré anni fa (una delle prime adulte
dell’inseminazione artificiale), ha una mamma naturale e una coparentale, le
brillano gli occhi, si sente speciale e parla delle sue due mamme come di due
regine. Claire Breton ha parlato con ognuna di loro, e in tutte ha cercato un
dolore, magari nascosto, che somigliasse al suo: l’ha trovato nei silenzi, negli
psichiatri, nel desiderio ossessivo di una famiglia normale, nella mitomania di
Louise che a vent’anni sosteneva di conoscere Madonna o che il suo migliore
amico si era suicidato, o che suo fratello aveva la leucemia, perché era l’unico
modo che trovava per sopportare le bugie che continuava a raccontarsi su sua
madre e la matrigna, vera coppia di lesbiche cui Louise non aveva mai voluto
credere. Da qualche parte hanno scritto che la madre di Claire Breton non le
parla più, dopo che si è vista nel libro della figlia, dopo che ha letto:
“Voglio creare la famiglia che mi è mancata”, e ha scoperto le lacrime e la
fatica. Ha scoperto che il casino non è sempre allegro e a pois.
Non è mia abitudine intervenire nei dibattiti pubblici e tanto meno nelle
dispute politiche, perché non mi riconosco nei panni dell’opinionista. Avrei
avuto la tentazione di astenermi anche adesso, ma tutto quello che ho letto in
queste settimane, soprattutto la lunga testimonianza di Oriana Fallaci su queste
pagine, mi ha fatto molto riflettere e così mi è venuto il desiderio di
condividere qualche pensiero. Premetto che, sulla questione della legge,
concordo pienamente con Giuliano Amato che sosteneva la necessità di modificarla
in campo parlamentare, evitando di sottoporla a referendum. Vista la complessità
della materia era naturale pensare che questa famigerata legge 40 costituisse
solo il primo passo, ancora perfettibile, per tentare di mettere ordine in un
settore definito da tutti come Far West. Non ritengo infatti che questioni così
profonde e delicate, che toccano l’essenza più misteriosa dell’uomo, siano
adatte alla forte infiammabilità propagandistica di una parte politica o
dell’altra, di una campagna referendaria. Quando non si pensa per pensieri già
pensati, si è facili prede dell’inquietudine e del dubbio.
Il referendum, per la sua stessa essenza, bandisce ogni dubbio, e invita a un
manicheismo che nulla ha a che fare con i quesiti che questa legge cerca di
ordinare. Reputo poi puro terrorismo demagogico lo spauracchio della inevitabile
crociata antiabortista che ne seguirà. Pur essendo assolutamente contraria, per
motivi di fede, alla pratica dell’aborto, ritengo che una società civile debba
garantire alla donna la possibilità di farlo nel migliore dei modi. Passare da
infusi di prezzemolo e da tavoli di mammane a un ospedale è un irrinunciabile
segno di civiltà. Lo spettro di un prossimo referendum che vedo già occhieggiare
è invece quello sull’eutanasia, che naturalmente verrà proposta sotto una nuova
maschera scientista umanitaria: «Volete morire tra atroci sofferenze, malattie
umilianti senza sapere quando, oppure spegnervi serenamente nel vostro letto,
con i vostri cari accanto, nel momento in cui non sarete più in grado di
affrontare con dignità la vita?». Chi non resisterebbe davanti a un invito così
allettante? Per una lunga consuetudine con il mondo animale e vegetale, so che
l’unica cosa che sta ferocemente a cuore alla natura è la riproduzione. Proprio
per questo mi ha stupito il fatto che nessuno si sia chiesto perché ci sia tanta
difficoltà ad avere bambini. E questa, a mio avviso, è una domanda fondamentale.
La sterilità generatrice è il dato di fatto del nostro tempo e non è che
l’ultimo anello di una catena che ha origine molto più a monte. L'ansia, lo
stress, la competizione, l’abbondanza di pesticidi e di prodotti tossici hanno
snaturato i cicli biologici della nostra vita. La ricca, supertecnologica,
superlibertaria società occidentale è arrivata al capolinea. È una società fatta
di esseri disperati che vagano in un deserto popolato di oggetti e hanno in
mente un solo concetto: il diritto alla felicità. Dove felicità significa,
soprattutto, pieno assolvimento dei desideri, dei sogni, delle istanze di quella
cosa piccola e spesso confusa che si chiama ego. E questa felicità è sempre
qualcosa che deve ancora venire e che verrà, sempre e comunque, da qualcosa di
esterno. Come aveva profetizzato, con straordinario anticipo, il pensatore russo
Solov’ëv, la nostra è una società che si basa sulla atomizzazione. Vale a dire
che ogni gruppo politico, ogni realtà culturale, ogni scelta di vita afferma la
sua verità come totalizzante. Scomparsa l’idea che esista una verità comune a
tutti gli uomini, non restano che le verità particolari, che si dilatano, si
allargano, si allungano per tentare di trasformarsi in universali, perché il
desiderio di assolutizzazione è innato nell’essere umano. Tanto ha necessità di
assolutizzare le cose, altrettanto l’animo umano ha bisogno di trovare sempre un
capro espiatorio, un nemico al di fuori di sé, qualcuno su cui scaricare la
propria insicurezza, la propria paura della diversità, l’incertezza del proprio
orizzonte.
Bisogna aver purificato la propria mente e il proprio cuore per sapere che il
nemico è sempre dentro di noi e che il giudizio non è una forma di comprensione
e di superiorità, ma di prigionia. In questi anni, mi è capitato di accogliere a
casa mia molte persone. Persone con grave sindrome di Down, persone che venivano
da Paesi lontani, e da vite difficili, persone con gravi malattie, con
gravissimi handicap fisici o psichici, bambini che stavano morendo. Mai per un
istante mi è passato per la mente, e neppure nella loro, che sarebbe stato
meglio se non fossero venute al mondo. E, parlando nei termini della tanto
agognata felicità dei sani, devo dire che ho trovato molta più allegria, più
energia, più voglia di vivere in queste persone piuttosto che in tanti miei
conoscenti che si trascinano di cena in cena, ingolfati in conversazioni zeppe
di anatemi e di pregiudizi, che magari inseguono un po’ di serenità con decenni
di psicanalisi. Quello che questa società ha fatto dimenticare a tutti è che la
ricchezza della vita umana si manifesta nelle relazioni—nella gratuità delle
relazioni — e nella capacità di fare progetti, di superare ostacoli.
La nostra mente, col suo vortice continuo di parole, col suo saper costruire
concetti sempre più complessi, ha cancellato la verità fondante della vita, la
più semplice: ogni essere umano ha bisogno di essere accolto, amato e di amare.
Un’altra delle cose che mi ha colpito, in tutta questa campagna, è stato
l’accanimento circa il diritto della donna ad avere un figlio. Si tratta senza
dubbio di un desiderio naturale e per nessuna ragione condannabile. Ma quando
questo desiderio diventa un’ossessiva volontà di potenza, disposta a tutto pur
di compiersi, allora si trasforma in qualcosa che è la negazione della vita
stessa. Ed è anche il compimento naturale di una società che, con martellamento
ossessivo, propone—come unica realtà accettabile e fondante—quella del possesso.
Possiedo, dunque sono. Anche i figli entrano in questa logica. Si pensa che
avere un figlio, magari anche solo per metà proprio, sia un diritto
insindacabile, davanti al quale anche la nostra salute deve essere relegata in
secondo piano. Non si accettano più i limiti dell’età e della sterilità. Ci si
sottopone a qualsiasi esperimento pur di portare a termine il proprio sogno.
Una società impostata sulla comunione e non sul possesso, invece, anziché
proporre un referendum sulla modifica della legge 40 avrebbe lottato per un
accorciamento dei tempi dell’adozione, che dovrebbero essere equiparati a quelli
di una gravidanza. In nove mesi una coppia dovrebbe poter adottare un bambino,
senza l’umiliazione di anni di lungaggini, interrogatori, ridicoli controlli.
Questo sì è un vero scandalo di cui nessuno parla. La nostra è una società che,
dietro ai grandi discorsi sulla libertà e la realizzazione, sta trasformando
l’essere umano in una cosa. Dal momento che siamo cose costruibili in
laboratorio, sopprimibili quando sono avariate, cose da cui prendere i pezzi di
ricambio — pensiamo all’abominevole mercimonio di organi che avviene a spese del
più debole nei Paesi poveri— e non esseri comunque e sempre pieni di dignità,
nei quali intravedere le sembianze del fratello, il totalitarismo più aberrante
si è già realizzato. Ho accompagnato per otto anni la persona più cara che avevo
nell’oscurità dell’Alzheimer e dunque mai mi sognerei di dire che bisogna
fermare la ricerca. È giusto ed è più che nobile che l’uomo adoperi la sua
intelligenza e il suo sapere per alleviare le sofferenze dei suoi simili. La
ricerca è sacrosanta, ma sono anche convinta che si può e si deve compiere entro
parametri inviolabili di eticità, senza manipolare gli embrioni, utilizzando, ad
esempio, le staminali adulte e i cordoni ombelicali. Anche perché questa
frenesia intorno alla manipolazione dell’embrione fa sospettare che ci possa
essere sotto qualche lucrosa possibilità di brevetto.
Il martellamento colpevolizzante di questi giorni, che vorrebbe farci sentire
tutti mostri desiderosi di vedere i nostri cari morire di Alzheimer, Parkinson o
di malattie cardiovascolari, è moralmente ricattatorio oltre che falso. Perché
nasconde, dietro l’onnipotenza della scienza, una delle realtà imprescindibili
dell’uomo, quello della malattia e della morte come dati fondanti della nostra
vita. La malattia, la morte, il dolore chiedono che ci si interroghi, chiedono
di essere capiti e chiedono anche che si esercitino quelle attitudini, un tempo
tipicamente umane, della compassione e della tenerezza, dell’ascolto e
dell’accoglienza, della condivisione. Certo che riusciremo, con i progressi
della ricerca, a sconfiggere l’Alzheimer, il Parkinson e a ridurre in modo
straordinario la mortalità per cancro, ma è anche altrettanto certo che altre
malattie, ancora sconosciute, prenderanno il loro posto, perché lo stato
esistenziale dell’essere umano è quello della fragilità e della caducità.
L’ultima riflessione riguarda la tanto drammatizzata potenza manipolatrice della
Chiesa. Premetto che non sono cresciuta all’ombra di un campanile, che vengo da
una famiglia agnostica e anticlericale, ho avuto un bisnonno che ha fatto causa
al Vaticano, naturalmente perdendola e trascinando la famiglia in un gorgo di
rovina finanziaria. E pur avendo fede, mantengo dentro di me quella punta di
anticlericalismo che rende sano ogni credente. Sono molto critica su alcune
posizioni della Chiesa, in particolare quella troppo timida sulla bioetica.
«Chissà, se davvero il gene della medusa inserito nella patata può salvare
qualche persona dalla fame, perché no?». Come se le multinazionali delle
ricerche fossero delle pie donne della San Vincenzo, come se modificare il Dna,
mescolare animali e piante secondo i parametri della nostra modesta utilità non
fosse un atto altamente sacrilego e preludio di un’apocalisse peraltro già in
atto. Follia! Toccare il Dna è come toccare il nucleo dell’atomo, è preparare
catastrofi di portata inimmaginabile per quei figli e quei nipoti che tanto
caparbiamente abbiamo desiderato. Trovo che la Chiesa abbia una grande
responsabilità nel non aver saputo parlare all’uomo contemporaneo, alla sua
disperazione, nell’aver proposto, invece della ricchezza con la potenza eversiva
del suo messaggio, il moralismo edificante dei buoni sentimenti.
Ma proprio perché conosco bene la Chiesa, non riesco a scorgere, con tutta la
buona volontà, le armate minacciose e devastanti del Cardinal Ruini. Chissà,
forse, nei sotterranei del Laterano è riuscito a clonare dei cattolici perfetti,
ottusi e obbedienti come piace immaginare che siano, pronti come un esercito di
termiti a marciare e distruggere tutte le libertà civili tanto faticosamente
raggiunte nei secoli. Ma penso che anche qui si tratti di uno spauracchio
demagogico. Le chiese sono vuote o semivuote, le teste che ci sono sono per lo
più grigie. Molte parrocchie sono abbandonate, i conventi e i seminari più o
meno deserti e i preti pochi, quasi tutti anziani o stranieri. Il popolo dei
veri credenti è assolutamente minoritario. La comunità ecclesiastica sta
attraversando una crisi, a mio avviso profonda e salutare, perché il
cristianesimo, da religione socialmente imposta, sta diventando una maturata
scelta personale, testimonianza di verità e di vita in una società che, sotto il
manto dorato dell’edonismo, ci propone solo negatività, divisione e morte. Non
mi è mai capitato di incontrare, nelle persone di fede, forme di autoritarismo e
di coercizione. Mai fanatismi, esclusivismi, anatemi né scomuniche, che tanto
piacciono ai titolisti dei giornali. Ho sempre trovato invece persone in
ricerca, disponibili e aperte, capaci di comprendere la diversità e di
accoglierla. Credo che, in questi tempi, la più grande trasgressione sia proprio
essere cristiani.
La via della fede, infatti, è una straordinaria via di liberazione e di
sapienza. In questo mondo appiattito sulla banalità mediatica e sulla negazione
della persona, il cristianesimo è un cammino verso la totalità dell’essere,
verso la sua vera libertà che consiste nel fare emergere la parte divina
presente in ognuno di noi. Chi segue il cammino della fede non rincorre la
felicità saltellando qui e là come un cacciatore di farfalle, ma vive la gioia
interiore in ogni momento della sua vita, anche nei più drammatici, perché la
dimensione del regno non è quella di un ipotetico al di là, per cui si
raccolgono i punti collezionando buone azioni, ma la costruzione di ogni
istante, di ogni rapporto nella luce profonda dell’amore. La sapienza ci dice
che sono sempre due i modi di fare le cose: uno in armonia con le leggi del
creato, e uno contro. Si può edificare una casa sulla roccia, o costruirla sulla
sabbia. Esteriormente possono essere uguali, ma alle prime piogge la seconda
crollerà, provocando distruzione e morte, mentre la prima resterà in piedi,
proteggendo i suoi abitanti. Questo vale per tutte le cose. In qualsiasi
rapporto, in qualsiasi attività che noi intraprendiamo abbiamo, alla fine,
sempre e soltanto due strade davanti a noi. Si può vivere per il possesso o si
può vivere per la comunione. Si può vivere per il potere o si può vivere per
l’amore. Si può vivere con il nostro orizzonte ristretto, convinti che sia
l’assoluto o si può accettare con umiltà di avere una visione limitata, e che,
in questa visione, la vita appaia ora, come apparirà sempre, uno straordinario
mistero che, proprio in quanto tale, richiede l’assoluto rispetto. È questo il
bivio davanti a cui si trova il nostro mondo. Continuare nella follia faustiana
del tutto è possibile e lecito, o fermarsi e invertire la rotta. Distruzione e
salvezza sono entrambe nelle nostre mani. A noi sta la responsabilità della
scelta.
Per il ruolo che ricopre in quanto Ministro per le
pari opportunità e per la sua presa di posizione in merito al Referendum sulla
procreazione assistita, Stefania Prestigiacomo è ormai da diverso tempo al
centro di un interesse da parte dei media e di chi ne apprezza o meno qualità
politiche e umane.
Anche noi vogliamo, in questo spazio dedicato alla
preghiera per i nostri politici, dedicarle alcune riflessioni.
A partire dal ruolo istituzionale che il Ministro
ricopre non possiamo che sottolineare come parlare di ‘pari opportunità' fra i
due sessi non significa in alcun modo omologarne caratteristiche e finalità.
Riteniamo che garantire pari opportunità significhi
poter portare a compimento il progetto che si addice a ciascuno di noi,in quanto
uomini o in quanto donne. Nel caso della donna, a ragione, si sottolinea ormai
da anni che la tutela della maternità rappresenti una di queste opportunità: la
maternità ha un ruolo umano e sociale determinante e non può che essere
considerata un valore aggiunto che, piuttosto che causare discriminazione, deve
offrire la riflessione a un mondo troppo spesso interpretato al maschile per il
quale la donna, in quanto esperta di “maternità”, deve contribuire a livello
sociale ed esistenziale, nel mondo del lavoro come in quello della gestione
della cosa pubblica, a riequilibrare una società carente di autentica
“femminilità” (intendendo con questo termine qualcosa di molto più profondo
rispetto all’idea che essa sia esclusivamente il fascino che emana da un
ancheggiare aggraziato o da un proferire moine).
Quello che troviamo invece contraddittorio è l’idea
che la maternità sia qualcosa che sta “a parte”.
Che viene dopo.
Che ha una funzione individuale e che appartiene
solo alla sfera personale della donna.
Sempre più frequentemente, e il dibattito
referendario ce lo conferma, assistiamo alla pretesa da parte di molte donne di
diventare madri a un certo punto della loro vita, quando hanno avviato la
propria carriera e sentono che manchi qualcosa alla loro esistenza di donne, una
sorta di ciliegina sulla torta. Questo “qualcosa” si chiama figlio, letto e
vissuto come fosse un’appendice alla propria vita professionale che deve
appagare quel senso di maternità sempre più interpretata come appropriazione
dell’altro da sé: mentre da adolescenti ci si preoccupava di rivendicare
un’autonomia che ci staccasse dall’idea che noi siamo proprietà dei genitori,
all’età prossima alla menopausa si cambia registro e ci si immerge nel ruolo di
madre – padrona. E’ una contraddizione che affonda le sue radici nell’idea,
ormai sbandierata in ogni dibattito, del diritto alla maternità.
In questo spazio vogliamo ribadire che la maternità
e la paternità non sono un diritto, ma un dovere, un ruolo che nasce dal dato di
fatto che la vita è affidata, attraverso la procreazione, alla donna e all’uomo,
e che la donna ha il compito di alimentarla, di custodirla e di educarla,
insieme all’uomo, fino a renderla autonoma. I figli non appartengono a noi, noi
ne siamo solo i custodi.
Scrive Kahalil Gibran ne Il Profeta:
“E una donna che reggeva un bambino
al seno disse:
Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono figli
vostri.
Sono figli e figlie della sete che
la vita ha di sé stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma
non da voi,
E benché vivano con voi non vi
appartengono.
Potete donare loro amore ma non i
vostri pensieri:
Essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi
ma non alle loro anime:
Esse abitano la casa del domani, che
non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a
loro, ma non farli simili a voi:
La vita procede e non s'attarda sul
passato.
Voi site gli archi da cui i figli,
come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L'Arciere vede il bersaglio sul
sentiero dell'infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano
rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano
dell'Arciere;
Poiché come ama il volo della
freccia così ama la fermezza dell'arco.”
Con la nostra preghiera vorremmo che fosse proprio
sradicata dalla nostra società l’idea ambigua e deleteria che i figli siano
qualcosa da produrre, a tutti i costi in buona salute, e da “consumare”, a
nostro esclusivo beneficio, con la conseguenza che se dovessero venire male
possano essere buttati e riprodotti in un successivo tentativo.
Vogliamo per questo prendere ad esempio Maria, con
il suo “Eccomi, sono la serva del Signore”, e riproporlo a tutte le donne,
soprattutto quelle che si professano cristiane, per le quali la vita come dono è
un concetto imprescindibile dal loro essere donne e madri.
Non ho dubitato minimamente che la mia nota in
cui esprimevo la profonda convinzione che astenersi dal votare il prossimo
referendum è più che un diritto, un dovere (senza punto esclamativo)
avrebbe trovato ospitalità nell’Agenzia Radicale alla quale collaboro da
anni in piena libertà. Il suo direttore Giuseppe Rippa, Geppi per gli
amici e anche per me, è uno spirito ampiamente tollerante e liberale (il
termine “libertario” così spesso in uso non mi piace perché denota una
intransigenza al limite dell’anarchia). Io lo rispetto considerandolo un
ammirevole cavaliere dell’utopia; la sua facondia inarrestabile e la sua
abilità dialettica mi intimidiscono; la sua onestà intellettuale mi
incanta. Con la stessa franchezza dirò che mi aspettavo da lui un
commento, alla mia notarella, più convincente e meno superficiale. Non ho
difficoltà ad ammettere che la colpa possa essere stata mia perché non mi
sono spiegato bene.
Dichiaro definitivamente, per il valore che può avere la dichiarazione di
uno senza voce in capitolo come me, che rispetto con profonda sincerità le
scelte fatte dall’on. Fini, dall’on. Prestigiacomo, da Giuseppe Rippa,
Geppi per gli amici e anche per me, dalla maggioranza della redazione di
Agenzia Radicale, da tutti insomma. Ho però la curiosa pretesa di volere
rispettata la mia scelta, poiché se rispetto, senza limite alcuno le
scelte di tutti, non posso fare a meno di nutrire il medesimo rispetto per
le mie proprie.
La mia polemica nei confronti dell’on. Fini e dell’on. Prestigiacomo non
riguarda le loro opinioni degne della massima considerazione, ma il modo
con cui loro intendono farle prevalere. Potrei dire che “il modo ancor mi
offende”
Sono disposto a tollerare, anche se mi ritengo ininfluente, la collaudata
incoerenza e la fatuità di un aspirante leader che giudica il fascismo in
cui lui ha volente o nolente le radici, un male assoluto, e altre
contraddizioni alle quali del resto troppi esempi generalizzati ci hanno
abituato con l’alibi delle sofferte, legittime conversioni. Non riesco
però a digerire che per giustificare il suo punto di vista dell’ultima ora
accusi noi cattolici di azione diseducativa nel praticare l’astensione. Mi
sembra paradossale che, pur non volendo polemizzare con la Chiesa, la
accusi di essere… corruttrice di minorenni.
Quanto alla Prestigiacomo, non ho mai detto né pensato che lei si sia
fatta strumentalizzare dal Comitato per Sì. La mia affascinante
corregionaria – e lo dico a sua difesa - sa strumentalizzarsi da sé. Per
far prevalere i suoi strillati sììì (abbassi la voce per favore) non esita
a sbandierare lo spauracchio della rimessa in discussione della legge
sull’aborto, fornendo un’arma all’on. Fassino che subito l’ha fatta
propria per incendiare gli animi. In occasione del Gay Pride Day di Milano
poi, la nostra ministra, invece di scandalizzarsi per la mostruosa
esibizione di venti bambini, ciascuno orfano di due padri viventi, come
hanno fatto moltissimi, compreso Alessandro Cecchi Paone, si è doluta a
gran voce che sia stato offerto un argomento in più al partito degli
astensionisti.
Chiarisco meglio: a me non va giù, anche se non interessa a nessuno, che
invece di approfondire la complicata questione, si cerchi di affermare il
proprio punto di vista con armi improprie. Sconvolgente è poi l’improvviso
imponente schieramento di quanti, avendo criticato fino a ieri Fini e la
Prestigiacomo, oggi li esaltano. È una conversione a U che riguarda anche
il mio amico Geppi. Così va il mondo…Se si pensa che Vendola, il quale
giorni fa a Bari si accostò compunto ai sacramenti, oggi rinnega il Papa
perché non ha benedetto le coppie di fatto, il quadro è chiaro.
Questo è il relativismo da cortile nel quale siamo costretti a vivere,
figlio di quel relativismo maggiore che Papa Ratzinger combatte
coraggiosamente.
Sono felice poi di aver fatto ridere il mio amico Geppi quando – e questa
è la mia semplicissima ed esclusiva posizione sottratta ad ogni influenza
esterna – ho sostenuto che a parer mio il problema controverso della
procreazione, che affonda le radici nel mistero della vita e della morte,
non può essere oggetto di un semplicistico referendum popolare in balìa,
come si è visto, di tante superficiali emozioni. Abbiamo udito
improvvisati scienziati, filosofi, medici dei due campi dissertare nella
presunzione di aver capito tutto. Beati loro: io non ho capito molto.
Abbiamo letto le sentenze dei veri luminari con pareri diversi, spesso
diametralmente opposti. Sbagliato o ingiusto che sia il mio punto di
vista, sostengo che è il Parlamento è più abilitato ad approfondire, a
sperimentare, a correggere una legge che già c’è. Rida, rida pure il mio
amico Rippa; sono contento per lui: il riso fa buon sangue.
Quanto alla sua pretesa di chiudermi la bocca ricorrendo a Pietro Prini,
filosofo cattolico, osservo semplicemente che questi, sponsorizzato da
Vattimo, è contrastato da altri filosofi cattolici non meno grandi di lui,
come, per esempio Vittorio Mathieu. Lo scisma sommerso proposto da Prini è
stato oggetto di un vivace dibattito che lo ha messo in minoranza.
Si tratta, comunque, caro Geppi, di temi elevati che poco hanno a che fare
con le nostre povere chiacchiere su un problema molto più grande di tutti
noi.
Turi Vasile è da anni nostro collaboratore; le sue opinioni sono state da
noi rispettate e la sua nota che “inneggia” all’astensione per il voto
referendario del 12 e 13 prossimi, sulla legge 40/2004 (procreazione
assistita e ricerca scientifica), addirittura identificato come un dovere
(!), trova naturale ospitalità sulla nostra agenzia.
Si tratta di un comportamento ovvio, naturalmente legato al modo di
realizzare il nostro modello liberale di espressione e di azione.
Qualche puntualizzazione però va fatta e noi la faremo, anche per
rispettare la linea della testata e le scelte di quasi tutta la redazione
che in questo caso non solo non crede all’astensione, ma è orientata a
quattro tondi e forti SI.
Veniamo al merito della “dichiarazione di voto”.
Il mio amico Turi, stimolato dal suo tradizionale sarcasmo, cade in alcune
palesi contraddizioni che fanno apparire la sua verve più che una
spiritosa e serena espressione critica, una faziosa e tendenziosa
intenzione di parte. Nulla da eccepire sulle posizioni di parte. Noi ne
siamo la più evidente rappresentazione. A patto però che si chiarisca che
tali sono e non vengano camuffate da una retorica consistente,
reiteratamente, nel dire una cosa per farne intendere un’altra.
Non è chiaro - ad esempio – se il fatto che il “Comitato per il SI” spinga
l’On. Stefania Prestigiacomo come “gradevole effige”, sia un uso subdolo
di un soggetto “inconsapevole” e quindi un odioso modo di farla diventare
per le sue dichiarazioni (legge sull’aborto in pericolo se il referendum
non passa) “un’arma terroristica”, oppure no.
Ma allora viene da chiederci, se l’uso di questo soggetto inconsapevole
(ci scusi l’on. Prestigiacomo, ma il nostro è un mero esercizio
dialettico, non intende essere un’offesa alla sua persona) è strumentale,
non ha iniziato il premier Silvio Berlusconi ad usare questa “effige”,
forse per colmare il deserto di presenze femminili nel suo poco esaltante
governo?
Delle due l’una: o valutiamo i contenuti delle scelte che le persone fanno
e da li partiamo per un giudizio, oppure ci mettiamo a giudicare le
persone (cosa tutto sommato poco carina e molto spesso ingiusta) e le loro
presunte o reali qualità.
L’on. ministro Prestigiacomo è all’altezza della situazione e la sua
personalità politica è matura o sostanzialmente una “effige” senza
contenuti? Noi crediamo alla prima ipotesi. Ma se mai fosse vera la
seconda l’amico Turi esprima al Capo del Governo, che egli ha votato e che
dichiara di voler ancora votare, il suo disappunto per scelte inadeguate.
Turi è sferzante anche con il vice-premier Gianfranco Fini. Solo perché ha
manifestato la sua intenzione di votare e di votare tre si e un no. Dagli
all’untore. Peccato che non si sia sentito più amareggiato del fatto che
alcune squadraccie della destra hanno fatto irruzione in un Comitato per
il SI, e ne sono uscite solo con l’intervento della polizia.
Dunque Turi Vasile si astiene.
Scelta legittima, ma per carità evitiamo di affermare che ci si astiene
per scongiurare una vacatio legis! Ma quale vacatio legis, questi
referendum sono abrogativi di alcune parti della legge, quelle più
odiosamente infarcite di divieti e di umiliazioni per le donne, i malati,
i genitori che desiderano un figlio.
Circa poi il fatto che il Parlamento se ne occuperà per migliorarla, è
tutto da ridere. Innanzitutto perché abbiamo visto questo Parlamento che
legge ha fatto, poi perché se vorrà occuparsene nessuno glielo vieterà.
Sarà meglio comunque che se ne occupi avendo il Paese, con un forte esito
referendario positivo contro i famigerati divieti, indicato la strada dove
vuole andare. Sarà un modo per evitare che tentazioni egemoniche
(conquistate dalla somma di astensionisti cronici e forse inconsapevoli e
astensionisti politici – in questo caso le questioni di fede c’entrano
poco) si possano realizzare, e perché no, anche verso la legge sull’aborto
(Prestigiacomo docet!).
Circa poi il concetto di Chiesa Cattolica istituzionalizzata e Chiesa
separata, al mio amico voglio offrire un contributo di riflessione che ci
viene fornito da un grandissimo filosofo cattolico del nostro tempo:
Pietro Prini, al cui pensiero ci sentiamo totalmente vicini.
“Bisogna – scrive Prini – invece rendersi conto che siamo di fronte, come
ho già osservato, ad una specie di scisma. Non uno scisma istituzionale,
ossia tale da assumere, come avvenuto spesso in passato, la forma di una
società ecclesiale separata dalla Chiesa cattolica storicamente istituita.
È piuttosto un distacco, semplicemente nascosto, o sommerso, di molti
fedeli dalla soggezione agli insegnamenti della gerarchia ecclesiastica
della quale non si accettano più posizioni dottrinarie o pratiche
pastorali che si ritengono fuori dal tempo e dallo spazio della scienza”.
Attenzione! La Chiesa sta diffondendo un messaggio
altamente diseducativo nell’esortare cattolici e non cattolici a non votare il
referendum del 12,13 p.v. - lo afferma il nostro vice-premier detto anche il
Fini dicitore, preso nella spirale delle sue contraddizioni. In compenso la
rappresentanza dei cattolici è stata assunta ad interim dal ragazzo Capezzone,
il quale si dice certo che i fedeli dimostreranno ancora una volta il loro
anelito di libertà, come fecero schierandosi a favore del divorzio e
dell’aborto.
Così il complicato referendum sulla procreazione assistita, su cui si dividono
in modo netto scienziati e filosofi a favore del sì come del no, è stato
affidato al popolo, presumibilmente perciò più illuminato di certezze dei soloni
anche laici e dei teologi.
In questa occasione la chiesa Cattolica ha dimostrato di essere corruttrice,
oscurantista e liberticida.
Ma mi faccino il piacere! – direbbe l’immarcescibile Totò e noi con lui. Porre
su questo piano i termini di un referendum che affonda le radici nel mistero
della vita e della morte, non solo è sleale, è anche ridicolo, sia pure con la
partecipazione dell’on. Stefania Prestigiacomo la cui gradevole effigie ricorre
su tutta la grande stampa. Anche l’occhio vuole la sua parte… persino se per
guadagnarsi questo privilegio si lancia l’arma terroristica secondo cui la legge
sull’aborto è in pericolo. Con ciò si è dato inizio a una nobile staffetta dal
momento che l’on. Fassino ha raccolto la fiaccola del ricatto dalle gentili mani
delle parità opportunistiche…
Scherzi a parte, se di scherzi si può impunemente parlare con questi chiari di
luna, lo scrivente dichiara, anche se non ha voce in capitolo, che si asterrà.
Si asterrà con la semplice intenzione di non creare un vuoto, se vincessero i
referendari, una vacatio legis destinata a procurare maggiore confusione. Si
asterrà perché si augura che la delicata questione torni al Parlamento, sede più
competente a deliberare col ricorso a uno studio più approfondito e autorevole,
che corregga la attuale legge 40 anche traendo profitto dalle obiezioni che sono
intanto affiorate nel corso della campagna pro – e contro – il referendum.
Si asterrà perché, in buona fede, non saprebbe condensare in un sì o in un no
una dottrina che non possiede anche se ha fatte le elementari. Per lui astenersi
non è un diritto, è un dovere. Coraggioso, libero, sottratto alle ragioni
corruttrici della Chiesa Cattolica come all’influenza illuminante della Chiesa
Separata rappresentata dal ragazzo Capezzone.
La Conferenza Episcopale italiana ha
rifiutato il fatto che la vita venisse messa ai voti, scegliendo con coraggio la
strada dell'astensione, ed evitando così una guerra di religione tra il sì e il
no. Ha scelto di annoverare tra i suoi sostenitori anche la fila dei vacanzieri
e dei demotivati, sfidando il moralismo di coloro che, anche nella Chiesa,
volevano dalla gerarchia il comodo ruolo del «no» duro e puro. Ritenendo un
danno alla vita la cancellazione della legge, la Conferenza Episcopale ha scelto
di combattere un referendum politico coi mezzi della politica, e cioè con il
mezzo politico che distrugge i referendum come tali, cioè l'astensione. Ha
scelto di combattere l'avversario non con le proprie armi, ma con le armi
dell'avversario. A sfida politica in forma religiosa, la Cei ha risposto con
scelta religiosa in forma politica. La Cei può vincere o perdere questa
battaglia. Se la vince, si troverà di fronte a una crociata contro la Chiesa
«oscurantista», se la perde si troverà di fronte il dileggio per aver perduto.
Tuttavia, la Chiesa italiana ha fatto un gesto coraggioso e non si è mascherata
dietro la sottile ipocrisia di salvare l'anima dicendo di «no». Avrebbe avuto la
lode di tutti, compresi gli scienziati e i Radicali, ben lieti di una Chiesa che
si mette fuori gioco e non combatte con le armi del mondo: cosa che le è stata
fortemente rimproverata.
Il cardinale Ruini si è dimostrato un grande uomo di Chiesa e un grande
stratega, e lo rimarrà anche se il giorno del referendum dovesse piovere e gli
italiani non andassero al mare.
Ma quel che più conta, oltre al coraggio
del cardinale Ruini, è stato il fatto che il Papa abbia citato il referendum nel
suo intervento all'assemblea generale della Conferenza Episcopale italiana. Era
già pronta, ed è stata anche tentata, persino da D'Alema, la distinzione tra la
posizione del Papa e quella della Conferenza Episcopale, ma il testo del Papa
era troppo chiaro.
Con Papa Ratzinger la Chiesa entra in guerra contro il mondo del relativismo,
non più coperta dal velo di grande popolarità umana che avvolgeva Giovanni Paolo
II. Il Papa tedesco deve contare sul rigore delle sue analisi, con la sua
magnifica denuncia dell'ideologia dei diritti umani, con la comprensione
profonda del fatto che l'ateismo sottile e scientista del XXI secolo è ancora
più radicale e pericoloso dell'ateismo materialista e totalizzante del comunismo
del XX secolo.
Infine, se guardiamo l'opera del cardinale Ratzinger, essa è una magnifica
sintesi, un vero sillabo, degli errori del relativismo, di cui egli ha colto la
punta infuocata: in nome della relatività dell'uomo possederne il corpo in modo
assoluto, usare la sua vita come materiale per una riprogrammazione infinita.
Benedetto XVI non ha il temperamento conciliante di Benedetto XV, da cui ha
preso il nome. Ha capito che l'unico modo con cui si tiene unita la Chiesa (ed
anche le Chiese) è quello di affrontare fino in fondo la sfida all'uomo che oggi
la scienza e la tecnologia pongono.
La sua è una svolta antropologica, umana, storica e reale ben diversa da quella
fasulla della teologia post-conciliare del secolo scorso. Un Papa che sfida il
mondo.
Certo, era l'ultima cosa che potevamo
pensare da un professore di teologia di Tubinga chiamato alla cattedra di
Pietro.
Lo Spirito Santo e la storia hanno sempre capacità di sorprendere. Forse questo
coraggio eviterà, in Italia, la «zapateriade».
Negli Usa, una donna affittando il proprio utero a pagamento, ha
generato due gemelli per una coppia italiana la quale, non potendo generare,
aveva inviato per corriere alla signora due embrioni. Le storie individuali non
si giudicano. Troppi sono i segreti dell'esistenza ignoti non solo agli altri ma
persino a se stessi. Quindi lasciamo ai due genitori ciò che custodisce la loro
scelta, per occuparci della scelta in sé, già praticabile in America e non
ammessa dalla legislazione italiana.
Alla base di questa scelta non si fatica a scorgere un senso di onnipotenza, per
cui io posso fare quel che natura non mi concede. E questo grazie alla tecnica
che è in grado di realizzare il mio desiderio chiedendomi però come prezzo
quello di visualizzare il mio e l'altrui corpo come semplici macchine, alcune
delle quali forniscono la materia prima, altre il laboratorio per la sua
elaborazione.
Questo processo di materializzazione, per cui io non coincido più con il mio
corpo, ma me ne servo come di uno strumento a mia disposizione, è l'esatta
definizione della schizofrenia, dove un processo di dissociazione mi fa fare
esperienza del mio corpo come di qualcos'altro da me.
È questo un fenomeno che ciascuno di noi conosce quando si ammala, quando cioè
il corpo, invece di essere il veicolo, diventa l'ostacolo da superare per essere
al mondo. Allora a far senso non è più il mondo, ma il corpo che la malattia
trasforma da soggetto di intenzioni a oggetto d'attenzione. Lo spazio che
interessa si riduce alle dimensioni dell'organismo e il tempo al decorso della
malattia. Questa dissociazione tra il nostro io e il nostro corpo, che ogni
malattia porta inevitabilmente con sé, è il primo segno della nostra fuoriuscita
dal mondo, è un'anticipazione della morte. La stessa anticipazione che notiamo
in ogni anoressica che vive il suo corpo come un impedimento alla piena
realizzazione di sé. E perciò lo mortifica, sottoponendolo a indescrivibili
pratiche di digiuno, nell'illusione di poter realizzare l'ideale di sé solo
prescindendo dal corpo.
Questo genere di dissociazione è la stessa che troviamo alla base di tutte
quelle pratiche mediche che possono realizzare desideri di generazione solo
persuadendo che noi non siamo il nostro corpo, ma il corpo è solo una macchina a
disposizione del nostro desiderio.
No signori, non è così. Da che mondo è mondo è proprio il corpo a segnare il
limite delle nostre possibilità e dei nostri desideri. E tentare di oltrepassare
il limite significa infilarsi in quei deliri di onnipotenza dove un Io
decorporeizzato tratta il proprio corpo come si trattano le cose, maneggiandolo
e intervenendo come si maneggiano e si interviene sulle cose.
A questa mentalità materialista, tipica dell'Occidente, la cui cultura prevede
che in linea di massima ogni desiderio possa essere realizzato, persino al di là
dei limiti della materia, ha dato man forte da un lato la religione cristiana
che ha fissato nell'anima il principio dell'identità personale riducendo il
corpo a pura carne da redimere, e dall'altro la scienza medica che, per le sue
giuste esigenze di metodo, ha ridotto il "corpo" a semplice "organismo" privo di
ogni connotato egoico, di ogni valenza psichica e intenzionale, fino a
concepirlo come un qualsiasi oggetto di natura, simile in tutto e per tutto alle
altre cose che la scienza trova nel mondo e sottopone alla sua analisi in vista
dei fini che si propone.
Adottando il punto di vista scientifico, divenuto ormai mentalità comune,
ciascuno di noi finisce per concepire il proprio corpo solo come sua estraneità,
e così perde quel senso di intima appartenenza per cui non dico, quando "sono"
stanco, di "avere" un corpo stanco. Perché il corpo non è un mio "avere", ma è
il mio "essere".
E non è un prescindere dal proprio "intimo essere" parlare dei propri ovuli o
dei propri semi come di cose di cui posso "disporre", oppure del proprio utero
come di qualcosa che posso "affittare"? Se è vero, come diceva Heidegger, che
"il linguaggio parla" ciò che queste espressioni dicono non è forse quell'intima
dissociazione tra sé e il proprio corpo che riscontriamo alla base dei più gravi
squilibri mentali? Con ciò non si vuol dire che i due genitori che hanno inviato
gli embrioni in America, dove hanno affittato l'utero di una donna che li ha poi
generati, siano degli squilibrati, certo hanno dato anch'essi il loro contributo
a quella mentalità che considera il corpo un semplice strumento a disposizione
di un desiderio che non conosce limiti. È una mentalità questa molto pericolosa,
perché quando il nostro corpo è ridotto al rango di "materia prima", dite un po'
voi dove può cadere, ormai, la differenza tra l'uomo e le cose? E se questa
differenza cade, quale altro criterio abbiamo per riconoscere un uomo?
Il desiderio di un figlio
corrisponde a un istinto innato dell'essere umano, cosi come è insito nell'umana
natura l'istinto alla procreazione. Può capitare, però, che una coppia di
aspirandi genitori incontri degli ostacoli, quali sterilità e infertilità e che
il processo per dare vita a un figlio risulti più lungo e complesso. In tutto
questo, il cammino, già di per sé difficile, è ulteriormente complicato dalla
legge 40/2004 oggi argomento di scottante attualità che chiama in causa un Paese
intero dai laici al cattolici, dagli scienziati ai medici, dai politici di
destra a quelli di sinistra, ai cittadini.
Ritengo che sia una legge densa di contraddizioni, inappropriata e insensata e
che, oltretutto, rischiando di arrestare la ricerca scientifica, rischia di
rigettare l'Italia in un'oscurità medievale.
Secondo tale legge, che Iimita a 3 il numero ovociti da fecondare proibendo la
conservazione di quelli in eccesso (sui quali la ricerca scientifica potrebbe
condurre gli studi per trovare una cura a malattie come il Parkinson, la
sclerosi o il diabete), il medico è costretto a impiantare nell'utero della
donna anche embrioni malati, attenendosi al divieto di qualsiasi forma di
selezione che tale legge prevede,
mettendo rischio sia la salute del feto che quella della donna; qualora ci fosse
un ripensamento all'impianto nell'utero da parte della coppia, il medico
dovrebbe obbligare la donna a un impianto coatto.
Questa legge non solo è aberrante per la donna e per la sua dignità ma lede
anche la libertà riproduttiva individuale, un diritto che dovrebbe essere
indiscutibile in una società democratica. Ritengo che, in materia di
procreazione assistita, lo Stato (e tanto meno la Chiesa) non dovrebbe
intromettersi e credo che non spetti a una legge stabilire ciò che è giusto o
ciò che è sbagliato per la vita altrui.
La norma, inoltre, equipara i diritti dell'ovulo fecondato a quelli di una
persona in netta contraddizione con ciò che sancisce il codice civile (tali
diritti si acquisiscono al momento della nascita) e la legge sull'aborto
rivelando, a mio parere, la logica
bigotta e dottrinaria che ne ha orientato l'intera stesura.
Lo Stato, che a mio parere ha dimostrato la sua grande incompetenza nel campo
delle conoscenze scientifiche con una legge che non tutela affatto la salute
della donna, non dovrebbe entrare nella sfera privata e morale delle singole
persone
decidendo chi può usufruire della procreazione assistita (vietata ai single e
alle coppie totalmente sterili e decidendo quanti e quali embrioni possano
venire impiantati nella donna. Mi rendo anche conto, però, che il potere
politico non può disinteressarsi
completamente di questa questione ma da qui a ledere le libertà individuali ce
ne corre. Per fortuna il referendum sembra ridare speranza a tutte quelle coppie
che per avere un figlio ora ricorrono alla "procreazione turistica" e alla
clandestinità. Si voterà soprattutto per consentire la ricerca sulle cellule
staminali, per proteggere la salute delle donne e per consentire la fecondazione
eterologa Apprezzo i partiti politici che sostengono la libertà di coscienza,
disdegno gli altri.
Non condivido la predica della Chiesa che divulgando la sua interpretazione del
mondo incita all'astensione. Io voterò quattro sì e spero che tutte le persone
con un po' di buon senso facciano lo stesso.
Martina Lacerenza (studentessa)
Risposta
Ritengo doveroso rispondere a quanto espresso dalla studentessa
(!)
Lacerenza nella rubrica "L'opinione" del 1° giugno, anche se è difficile
condensare in poche righe argomenti che dovrebbero essere sviluppati in molte
pagine.
Se però la Lacerenza ha avuto un intero trafiletto a disposizione, mi si
dovrebbe consentire per par condicio almeno uno spazio analogo per confutare un
congruo numero di imprecisioni ed errori grossolani frutto di luoghi comuni e
ignoranza.
1) la legge 40/2004 non proibisce la crioconservazione degli ovociti in eccesso
bensì quella degli embrioni in eccesso rispetto ai 3 ammessi (e non è una
differenza da poco: gli ovociti sono cellule gametiche, gli embrioni sono
organismi viventi con corredo cromosomico autonomo diploide)
2) il divieto di effettuare una "diagnosi genetica" sugli embrioni da impiantare
impedisce la condotta "eugenetica" che, nonostante i distinguo e le precisazioni
dei suoi sostenitori, di fatto porta a una "selezione" prenatale (addirittura
pre-utero) dei concepiti, che non è eticamente distinguibile dalla selezione
razziale o psicofisica praticata dagli antichi Spartani sugli esseri deformi o,
più recentemente, dai medici nazisti con conseguente eliminazione dei "prodotti
biologici venuti male"
3) se è vero che la legge "mette a rischio la salute del feto" nel senso che non
impedisce la eventuale nascita di un feto portatore di malattie, è anche vero
che è molto peggio uccidere lo stesso embrione-feto per risolvere il problema
alla radice. non facendolo nascere!
4) inoltre, portando alle conseguenze estreme questo ragionamento -embrione
portatore di malattie = embrione sbagliato = embrione da distruggere) allora si
potrebbe arrivare un domani non troppo lontano a decidere di distruggere anche i
portatori di handicap psico-fisici (per non farli soffrire!), e questo in barba
alle leggi sulla tutela dei disabili e invalidi civili che tutti, anche
trasversalmente, accettiamo e riteniamo giuste in quanto espressione di una
società civile e solidaristica
5) la salute della donna sarebbe molto più danneggiata dall'inserimento in utero
di un numero maggiore di embrioni in un unico tempo (con eventuale rischio di
gravidanze plurigemellari) o dal ricorso a successive plurime inseminazioni
usando embrioni crioconservati in stand-by, senza contare che nessuno può
garantire che tali embrioni "congelati", magari utilizzati dopo anni dalla loro
creazione, siano ancora capaci di sviluppo senza problemi di anomalie genetiche
o cromosomiche
6) lo Stato e ancora di più la Chiesa non hanno il diritto di intromettersi, ma
ne hanno il dovere: lo Stato in quanto istituzione suprema deputata alla
supervisione di un regolare e armonico sviluppo della società mediante
imposizione di norme che regolino l'ordinato svolgimento della vita del consesso
civile senza che la libertà di uno vada a interferire con la libertà degli
altri, nel rispetto della morale prodotta dalla società stessa; la Chiesa in
quanto ente spirituale e comunità dei credenti perché deve dare indicazioni
chiare ed inequivocabili ai cristiani sui problemi fondamentali della vita come
pure sui comportamenti pratici da attuare nel quotidiano. Infatti la Chiesa non
impone obblighi ai cittadini italiani, ma spiega la sua posizione ai fedeli. Chi
è ateo, o appartiene a un'altra confessione o religione o è agnostico può
ignorare liberamente i dettami della Chiesa. Cosa che, per inciso, potrebbe fare
anche un cristiano ma dimostrando però incoerenza. Che significa poi "(lo Stato)
non dovrebbe
stabilire ciò che è giusto o ciò che è sbagliato per la vita altrui": la vita
dell'embrione? La vita della madre? La vita in genere? Lo Stato non deve
decidere della vita dell'embrione ma lo deve decidere la madre o magari il
medico? Attendo chiarimenti.
7) È vero che la legge stabilisce che la capacità giuridica si acquisisce alla
nascita, ma sempre la legge tutela anche i diritti del nascituro tant'è, per
esempio, che le sanzioni per le lesioni personali a una donna incinta che
producano un aborto sono sanzionate in misura maggiore rispetto alle stesse in
una donna non gravida, senza contare la teorica tutela dell'embrione-feto
espressa dalla legge 194/1978
8) la legge 40/2004 sarà bigotta ma è maturata nel corso di due legislature, una
di sinistra e una di destra, e tirare in ballo proprio adesso accuse di
bigottismo è quanto mai sospetto
9) in quanto alla ventilata possibilità di consentire la fecondazione assistita
per i singles o addirittura per gli omosessuali: ma di che stiamo parlando? Chi
dovrebbe essere inseminato e da chi? Già l'adozione per tali categorie è
vietata, e per motivi non discriminatori come farebbe intendere la nostra
studentessa "pasionaria", ma solo nell'interesse esclusivo del bambino
nascituro, che si troverebbe privato della dimensione familiare madre-padre
fondamentale per un corretto e naturale sviluppo psicologico, in quanto nel caso
del single si troverebbe senza una delle due figure
chiave (e la neuropsichiatria infantile spiega bene quali siano i problemi dei
bambini che crescono senza uno dei due genitori per il suo decesso o per una
separazione legale), nel caso di coppia omosessuale si troverebbe privo di
riferimenti genitoriali normali con conseguente confusione dei ruoli e anomalie
relazionali nello sviluppo psicosessuale.
Figuriamoci se allora ha un senso, per quelle stesse categorie cui per fortuna
(dei bambini) è preclusa dalla legge l'adozione, consentire loro di costruirsi
un bimbo in provetta tipo "acquisto al supermercato"!!!
In fin dei conti ogni cosiddetto "diritto" citato dai fautori del SI' (diritto
della donna, diritto delle coppie sterili, diritto dei singles, diritto delle
coppie gay ecc) se andiamo a ben guardare esprime solo ed esclusivamente
l'interesse assoluto, al di sopra della legge e, quel che è peggio, al di sopra
della morale, di categorie di individui, mentre nessuno dei fautori del SI'
parla o si preoccupa dei diritti dell'embrione, ridotto praticamente a un mero
oggetto (di desiderio, di consumo o che altro) di cui si disconosce
spudoratamente la caratteristica principale: di rappresentare indiscutibilmente
una vita con caratteristiche di unicità ed esclusività.
Col risultato che lo si può studiare, congelare, scongelare, impiantare,
distruggere come se fosse una coltura batterica e nulla più. Per finire quindi,
se la signora Lacerenza è convinta nel suo intimo del SI' io rispetto la sua
opinione, però che non cerchi di convincere la gente con argomenti privi di
fondamento mescolando concetti diversi in maniera confusa e imprecisa.
Il 12 e il 13 giugno prossimi saremo dunque chiamati, in base a
un referendum popolare, a pronunciarci sull’abrogazione o meno della legge
40/2004 in materia di procreazione assistita. Il cittadino, con un semplice sì o
con in semplice no, dovrà esprimere il suo giudizio su un problema che affonda
le radici nel mistero della vita; ma può, volendo, esercitare il diritto di
astenersi. Sull’argomento è sorta una vivacissima discussione nella quale si
confrontano teologi, scienziati, filosofi, giornalisti e politici, molto spesso
con invasioni di alcuni nei campi altrui e con sottili distinzioni come quella
tra potenza e atto o con motivazioni secondo le quali può sopprimersi una vita
per salvarne o correggerne un’altra.
Si tratta, in ogni modo, di una questione la cui soluzione è incerta, dibattuta
e, nonostante la presunta validità obiettiva della scienza, opinabile. Affidare
una materia così scottante a chi non possiede dottrina e cultura sufficienti per
esprimere un verdetto, senza offesa per la preparazione media degli italiani a
cui lo stesso scrivente appartiene, è iniziativa incauta e temeraria. Il
referendum è però uno strumento previsto dalla Costituzione e, pur mugugnando,
dobbiamo accettarlo quando deborda dalle nostre comuni conoscenze e competenze.
C’è da augurarsi che se ciascuno non può esprimersi secondo scienza, si pronunci
almeno secondo coscienza, conformemente con la propria formazione e, perché no?,
col proprio sentimento avendo anch’esso il diritto di entrare nell’inquietante
gioco. La prospettiva della possibilità generica della manipolazione della vita
non può infatti lasciarci indifferenti, anche perché molti segnali si
manifestano da tempo nel campo fantastico che spesso precede la realtà.
Per non andare lontano né sul difficile basti citare la commedia di Massimo
Bontempelli Minnie la Candida o il film di Ridley Scott Blade Runner secondo cui
sarebbero già tra noi esseri misteriosamente alieni, come nel primo caso, o
replicanti frutto dell’ingegneria genetica, come nel secondo. Il corpo, definito
da Novalis tempio unitario della memoria, sarebbe come tale sconsacrato e
metaforicamente privato di radici certe.
Limitiamoci, nella nostra angustia, a ripetere con enfasi che ci si attenga
almeno alla propria coscienza e buona fede e non, come è da sospettare, a motivi
funzionali, secondo convinzioni di parte o convenienze di chi, dopo aver
partecipato caldamente alla formazione della legge, voglia rimetterla in
discussione o addirittura abrogarla, per distinguersi politicamente.
Nichi Vendola, che è il condensato delle contraddizioni correnti nel nostro
Paese, si dice perplesso come cattolico, ma dichiara che voterà quattro sì
perché “così ha deciso il mio partito e la sinistra”. Il pericolo che il
referendum sia ancora una volta un pretesto, espressione di un falso scopo, è
moralmente insopportabile. Chi si astiene non confessa infine di essere incapace
a decidere, sostiene bensì di affidarsi alle regole della democrazia
parlamentare per il mantenimento di una legge perfettibile da parte, appunto,
del Parlamento che quando conviene è considerato sovrano assoluto e quando no
viene disinvoltamente privato della sua prerogativa attraverso un voto popolare
diretto.
Claudio Magris
I quesiti impliciti nella legge 40 e di conseguenza nei referendum abrogativi la
cui votazione è stata indetta per il 12 e 13 giugno sono già abbastanza
complessi perché ci si possa permettere il lusso di complicarli ulteriormente
con questioni inesistenti, quali ad esempio la pretesa contrapposizione, sui
temi in gioco, fra cattolici, o comunque credenti, e laici. Come ho avuto
occasione di scrivere ripetutamente sul Corriere negli ultimi trent’anni e come
non mi stancherò di ripetere, tale equivoca contrapposizione si fonda sulla
crassa ignoranza del significato del termine «laico». Esso non indica affatto
l’opposto di «cattolico» o di «credente» e non indica, di per sé, né un credente
né un agnostico né un ateo.
Laicità è un abito mentale, la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile
razionalmente da ciò che può essere invece solo oggetto di una fede - a
prescindere dal professarla o meno - e di distinguere le sfere di ambiti delle
diverse competenze, ciò che spetta allo Stato e ciò che spetta alla Chiesa, ciò
che compete alla legge e ciò che compete alla morale e così via. La laicità non
coincide con alcuna filosofia o ideologia, ma è l’attitudine critica ad
articolare le proprie convinzioni secondo regole e principi logici che non
possono essere condizionati, nella loro coerenza, da alcuna fede religiosa o
politica, senza cadere in un pasticcio, sempre oscurantista come tutti i
pasticci. In tal senso la cultura - anche una cultura cattolica - se è tale è
sempre laica, così come la logica - quella di San Tommaso o di un pensatore ateo
- non può non affidarsi a criteri di pura razionalità e così come la
dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un santo della Chiesa, deve
obbedire soltanto alle leggi della matematica.
Uno dei più grandi laici che ho conosciuto è Arturo Carlo Jemolo, cattolico
fervente e religiosissimo e maestro di diritto e di libertà, il quale sapeva che
il Vangelo può muovere l’animo a creare una società più giusta, ma non può
tradursi direttamente in articoli di legge, come pretendono gli aberranti
fondamentalisti d’ogni specie; coerentemente, Jemolo avversava la scuola
privata, confessionale o no. De Gasperi e Fanfani erano entrambi credenti, ma il
primo era un politico laico e il secondo no; tante volte politici anticlericali
si sono rivelati faziosi e intolleranti come i sanfedisti e dunque niente
affatto laici, perché laicità significa anzitutto tolleranza, dubbio rivolto
pure alle proprie certezze, autoironia, demistificazione di tutti gli idoli,
anche dei propri. Sulla questione dell’aborto, ad esempio, le parole più alte e
più chiare le ha dette un grande laico come Norberto Bobbio in una memorabile
intervista rilasciata a Giulio Nascimbeni sul Corriere della Sera l’8 maggio
1981. In un discorso pacato e argomentato con la sua magistrale intelligenza
logica, etica e giuridica, Bobbio sottolineava il diritto fondamentale del
concepito, si stupiva che i laici lasciassero ad altri «il privilegio e l’onore
di affermare che non si deve uccidere». Rispettoso della religione e della
Chiesa ma estraneo a quest’ultima - ebbe infatti, per sua scelta, funerali
civili - Bobbio non difendeva astrattamente la vita e ovviamente affermava il
sacrosanto diritto di non voler avere figli e di non averne ossia di non
concepire; riconosceva anche il diritto di disporre della propria vita e di
rifiutarla: «Il suicida dispone della sua singola vita. Con l’aborto si dispone
di una vita altrui».
A confondere le idee sull’aborto ha contribuito non poco - non in linea di
principio, ma nella propaganda di fatto - la Chiesa, abbinandolo indebitamente e
scorrettamente alla contraccezione (favorendo così implicitamente l’equivoco di
chi lo considera un sia pur spinto metodo contraccettivo) e parlando
retoricamente di «vita». Non è la vita che va incensata, perché è discutibile
che essa meriti ossequio; quel che è certo è che devono essere rispettati i
singoli viventi, che non hanno chiesto di nascere né meritato di morire.
Non so se venire al mondo sia un bene o no; so che si deve rispettare e tutelare
chi è venuto al mondo. La vita di un uomo è una curva ininterrotta dal momento
del concepimento a quello della morte, una curva che procede verso il
potenziamento per poi declinare verso il progressivo impoverimento biologico e
intellettuale; una parabola che è esposta alle aggressioni delle malattie, della
denutrizione, della violenza, delle carenze affettive, e non conosce soluzioni
di continuità. Fra un neonato e un uomo di vent’anni c’è più differenza di
quanto ce ne sia tra il medesimo neonato e lui stesso al settimo mese di
gestazione o fra questo settimo mese e il quarto e così via. Ciò che varia è il
rapporto affettivo e sociale che gli altri instaurano con questo essere: si è
ovviamente ben più legati a un figlio di 3 anni che a un infante nato da un’ora,
si soffre diversamente per una persona cara a seconda che muoia nel pieno delle
sue qualità e dei suoi rapporti con noi oppure in una stadio di età o di
malattia che l’abbia da tempo esclusa da ogni relazione con noi.
Ma la reazione sentimentale di un uomo non è il metro del diritto di un altro.
Sono temi su cui, trent’anni fa, scrisse un memorabile articolo Pasolini. Un
laico - credente o no - dinanzi alla formulazione di una legge non deve essere
condizionato da alcuna Chiesa, nè positivamente nè negativamente. Se la Chiesa
cattolica impone nel terzo comandamento di santificare le feste, questa, per un
credente o praticante, non è una ragione per imporre a sensi di legge di andare
a Messa. Se la Chiesa nel quarto e nel settimo comandamento condanna l’omicidio
e il furto, questa, per un ateo, non è una ragione per depennare giuridicamente
il reato di omicidio o di furto. Il laico non si scandalizza se il cardinale
Ruini o i democratici di sinistra suggeriscono di non votare a un referendum -
come il primo ha fatto a proposito di quello del prossimo 12 giugno e i secondi
hanno fatto a proposito del referendum del 15 giugno 2003 sull’articolo 18,
perché entrambi hanno diritto di parlare e di venire ascoltati o tenuti in non
cale, ma non hanno diritto di esercitare la minima pressione.
Un laico si sarebbe augurato che il Tg1 del 10 maggio scorso (ore 20), oltre a
dedicare giustamente ampio spazio al Comitato del sì ai referendum, avesse
almeno nominato il Comitato Scienza e vita, di orientamento opposto, e si augura
che le argomentazioni di Angelo Vescovi, scienziato e biologo contrario alla
manipolazione embrionale che ha ottenuto notevolissimi risultati in esperimenti
con cellule staminali adulte vengano ascoltate, anche dai media, non meno (nè
più) di quelle di rispettabili ma meno significativi prelati concordi con lui o
di quelle di Carlo Alberto Redi, scienziato su posizioni antitetiche. E un laico
si augura pure che, comunque la si pensi in merito alla liceità dell’aborto,
nessuno lo consideri una giusta misura anticrimine, come ha fatto, in un
peregrino articolo, l’illustre economista di Chicago, Steven Levitt, secondo il
quale l’aborto, eliminando bambini indesiderati, elimina future persone
destinate a diventare, causa le loro carenze affettive, criminali. Come ha
scritto sul Piccolo del 26 aprile Francesco Magris, sembra di leggere quel
racconto di Philip Dick in cui s’immagina un mondo nel quale la polizia, grazie
agli indovini, prevede i crimini futuri e punisce i loro futuri possibili autori
prima che li abbiano commessi.
Anche lo tsunami, secondo questo modo di ragionare, ha eliminato, fra le sue
vittime, probabilmente qualche possibile futuro delinquente come qualche
possibile futuro genio. Ma non è così che ragiona la ragiona laica, vale a dire
la ragione tout-court...
MILANO — La linea è chiara come l’«irrinunciabile diritto-dovere»
della Chiesa di intervenire su scelte «che decidono il futuro stesso
dell’umanità» e indicare il non voto quale mezzo più efficace per non peggiorare
una legge che è già «al limite della soglia di tollerabilità». Ma la questione,
spiega l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, non può finire con il
referendum. Disteso, l’aria serena, il cardinale parla al primo piano
dell’Arcivescovado con accenti tolleranti, spiega che le indicazioni della
Chiesa sono come quelle «di una madre a un figlio» e mette in guardia i
cattolici dalla tentazione, letteralmente «diabolica», di dividersi: «Evitino
ogni forma più o meno larvata di "reciproca scomunica"». Anche perché l’impegno
dovrà proseguire ben oltre il voto, «quella della vita è una delle sfide
principali del nostro tempo».
Che effetto le ha fatto, eminenza, il dibattito degli ultimi mesi sulla
procreazione assistita? «Rilevo che il dibattito presenta un aspetto positivo, perché attira
l’attenzione di tanti ad interessarsi di questioni di cui spesso si tace, mentre
sono importanti e decisive per ogni uomo e per la società. Devo però aggiungere
che questo dibattito non sempre è stato corretto e non sempre ha saputo
affrontare alcune questioni. Da parte di molti si è preferito parlare per
slogan, semplificando e assolutizzando alcuni aspetti, giungendo persino a
falsare i termini dei problemi in discussione. Di più: non sempre sono stati
messi in luce i valori in gioco; e, quando lo si è fatto, non si è discusso
adeguatamente il tema—importante e, per qualche verso, discriminante in ordine
ad un confronto referendario — del rapporto tra la legge morale e quella civile.
Devo dire, ancora, di alcune prese di posizione pregiudizialmente chiuse a ogni
vero e serio confronto. Così, ad esempio, la contrapposizione tra cultura
cattolica e cultura laica: la ritengo del tutto inaccettabile, perché qui in
gioco non è una "questione cattolica", ma una questione pienamente "umana". È in
gioco la vita umana, il bene fondamentale per ogni persona, sia essa cattolica o
no, credente o no, di destra o di sinistra». Che cosa risponderebbe a chi ha attaccato il cardinale Ruini, per
l’indicazione del "non voto"? «La Chiesa—se non vuole venir meno alla sua identità e missione — non può
esimersi dall’intervenire di fronte a scelte etiche e legislative di primaria
importanza come quelle che toccano la vita dell’uomo e, quindi, la sua
inviolabile dignità di persona e che decidono del futuro stesso dell’umanità.
Gli interventi del presidente della Cei scaturiscono da questo "diritto-dovere"
della Chiesa, lo esprimono e lo esercitano. Si tratta di un "diritto-dovere"
irrinunciabile che, in una società veramente libera e democratica, non può
essere soggetto a nessuna forma di limitazione, a meno di dimostrare che
l’esercitarlo sia contro il bene comune!» In questo caso, però, non ci si limitava al principio, si indicava un
comportamento... «Se si rileggono con pacatezza e onestà gli interventi del cardinale Ruini,
si nota immediatamente che essi offrono, anzitutto, gli elementi essenziali per
un giudizio etico sulla legge sottoposta a referendum. Sottolineano, poi, con
insistenza la necessità di un’informazione corretta ed equilibrata e di una
formazione davvero attenta ai valori in gioco. Dando anche voce all’indicazione
del Comitato "Scienza vita" di non partecipare al voto, affermano che "in
concreto è necessaria la più grande compattezza nell’aderire all’indicazione del
Comitato, per non favorire, sia pure involontariamente, il disegno
referendario", che consiste nel sopprimere alcune parti della legge 40, con il
risultato di peggiorarla da un punto di vista etico. Aggiungo che lo stesso
presidente della Cei, insieme con i vescovi del Consiglio permanente, ha
precisato con cura che il senso autentico di questa indicazione non è affatto
una scelta di disimpegno, ma l’esatto contrario». Sì, ma per la Chiesa è legittimo consigliare il non voto? «Questo consiglio è di per se stesso del tutto legittimo, a prescindere da
chi lo formula. Come precisano, infatti, gli esperti del diritto e come, per
altro, è stato indicato da esponenti politici di primo piano in altre occasioni
referendarie, la non partecipazione al voto nel caso dei referendumabrogativi è
una delle scelte possibili previste già nella nostra Costituzione. Il non
votare, allora, è un modo per esprimere democraticamente la propria volontà di
cittadini, che è il primo gradino della libertà democratica. Al dire dei
giuristi, nel caso dei referendum abrogativi, diversamente che nelle elezioni
amministrative e politiche, non sussiste un dovere civico di votare. Anzi, la
libera scelta di votare o di non votare è un ingrediente essenziale del congegno
referendario. Ora se il consiglio del non votare è legittimo, legittimo rimane
da chiunque venga dato: anche dalla Chiesa e, in essa, anche dai vescovi. Perché
meravigliarsene o rimanerne scandalizzati?» Forse perché viene visto come un’ingerenza? «La Chiesa è "madre e maestra", come ci ha ricordato Giovanni XXIII in una
sua famosa enciclica sociale. Come "maestra", ha il compito di "insegnare",
ossia di annunciare la verità del Vangelo e la fede con tutte le sue conseguenze
sui valori e sulle esigenze etiche dell’uomo. Come "madre", può e deve orientare
e guidare i suoi figli, indicando la strada più sicura per vivere in fedeltà al
Vangelo. E questo tanto più se la Chiesa, come vuole il Signore e quindi come è
il suo "ruolo", rimane pienamente inserita nelle vicende e nelle problematiche
del mondo, testimoniando nella società quei valori che le vengono dal Vangelo e
che sono capaci di rendere più giusta e più umana l’intera convivenza. E sono
valori che la Chiesa è chiamata a proporre in modo coerente e convincente, con
gesti e argomentazioni che sanno interrogare anche chi non è cristiano e
suscitare e favorire anche il suo consenso. È innanzitutto in questa prospettiva
di Chiesa "madre e maestra" che si pone, e dunque va letto, il consiglio
espresso dai vescovi». L'indicazione è vincolante, per un cattolico? «Per la verità, le indicazioni dei vescovi sono più di una. La prima, la più
sostanziale e vincolante, è che a partire dalla retta ragione ci sono diritti
fondamentali che vanno salvaguardati: il diritto alla vita e all’integrità
fisica di ogni essere umano, compreso l’embrione; i diritti della famiglia e del
matrimonio come istituzione; il diritto per il figlio ad essere concepito, messo
al mondo ed educato dai suoi genitori in un contesto di vita matrimoniale». Ma una legge dello Stato può assumere tali valori? «Si tratta di diritti che costituiscono dei "limiti invalicabili" oltre i
quali la legge civile, proprio in forza della propria finalizzazione al bene
comune, non può andare, senza la sua perdita di forza e di credibilità. Sono
come la "soglia di tolleranza" che non può essere oltrepassata. Se invece
venisse superata, ad essere negato sarebbe qualche cosa di intrinsecamente
essenziale alla dignità della persona umana, così come a non poter essere
ottenuto sarebbe lo stesso bene comune, cui la legge deve sempre mirare». Diceva che le indicazioni sono più d’una... «L’altra indicazione dei vescovi è che la legge 40 è una legge che "sotto
diversi e importanti profili non corrisponde all’insegnamento etico della
Chiesa, ma ha comunque il merito di salvaguardare alcuni principi e criteri
essenziali". In altre parole, è una legge la cui "soglia di tollerabilità" è già
al limite: non può, dunque, essere superata, come avverrebbe abrogando le parti
indicate nei quesiti referendari. Di qui un’altra precisa e vincolante
indicazione: questa legge non può — non deve — essere peggiorata. Ma questo
avverrebbe votando "sì" ai referendum, mentre rimarrebbero aperte come
eticamente possibili (almeno sotto il profilo teorico) le due strade del votare
"no" e del "non votare". In particolare, l’indicazione della "non partecipazione
al voto" deve dirsi "vincolante" in forza delle ragioni, di ordine "pratico e
prudenziale", che vengono portate per difenderla e promuoverla. E sono ragioni
non deboli né peregrine che molte persone del mondo scientifico, culturale,
professionale e politico — persone competenti e di diversa appartenenza non solo
partitica, ma anche culturale e religiosa —hanno illustrato in questi mesi e che
il Comitato "Scienza vita" ha cercato e continua a cercare di diffondere e di
chiarire. Nella prospettiva ecclesiale sopra ricordata, leggo l’indicazione del
"non votare" analogamente a quella che una madre — guidata da vero amore per i
figli, di cui comunque riconosce la maturità e rispetta la libertà — si sente in
dovere di dare a un proprio figlio quando è di fronte a scelte importanti,
addirittura decisive, per la sua esistenza. È un’indicazione da prendere in
grande considerazione e che solo per gravi motivi si potrebbe disattendere senza
sentirsi in qualche modo a disagio o in colpa». Cosa direbbe ai cattolici che invece vogliono votare? «Direi che non devono, con il loro voto, peggiorare la legge. Chiederei,
poi, che prendano in seria considerazione le motivazioni che accompagnano il
consiglio, da più parti espresso, di non andare a votare, esprimendo così "un
doppio no": il "no" al peggioramento di questa legge e il "no" ad un uso
dell’istituto referendario che, anche in questa occasione, sembra quanto mai
discutibile, se non addirittura guidato da inaccettabili strumentalizzazioni. Li
inviterei, ancora, ad interrogarsi sugli effetti che, nel concreto panorama
attuale delle posizioni, questa loro scelta potrebbe avere: sia in ordine al
raggiungimento del "quorum" per la validità del referendum, sia in ordine ad
un’eventuale affermazione dei "sì", che porterebbero all’inaccettabile
peggioramento della legge. Sento, infine, vivo il bisogno di rivolgere un forte
e accorato invito a tutti i cattolici: evitino ogni forma, più o meno larvata,
di "reciproca scomunica". Non è forse una tentazione "diabolica" che, se
seguita, porterebbe a deleterie e infondate "divisioni" e "lacerazioni" del
tessuto ecclesiale?» Che dice, invece, ai fedeli della sua diocesi? «Dico, anzitutto, che su questi temi è necessaria una più limpida e costante
opera di informazione e di formazione, che è parte integrante e permanente della
missione evangelizzatrice della Chiesa. Ed è, quindi, un’opera che deve
continuare anche dopo il referendum. E al riguardo tutti, con competenze e forme
diverse, dobbiamo sentirci fortemente responsabilizzati». In che senso? «Quella della vita, in realtà, è una delle "sfide" principali del nostro
tempo, anche nel nostro Paese e nella nostra comunità cristiana: accogliere,
tutelare e promuovere la vita umana di ogni persona e in tutte le sue condizioni
e fasi di sviluppo è un grave dovere morale, che ci interpella come uomini e
come cristiani. Ma, nello stesso tempo e non meno, questo è un grave dovere
civile, che ci interpella come cittadini. Lo è perché la vita fisica, per ogni
uomo e donna, costituisce il fondamento di ogni altro bene di cui l’uomo possa
godere sulla terra: la libertà, l’amore, la pace, la salute, lo sviluppo, la
cultura, le relazioni interpersonali, il benessere economico e altri ancora.
Accogliere, tutelare e promuovere la vita umana, allora, è la condizione
originaria e necessaria perché si possa realizzare il bene comune. Interessarsi
di questi problemi e partecipare attivamente a livello culturale, sociale e
politico perché— di fronte a ogni minaccia e ad una sempre più diffusa "cultura
della morte"—si affermi e si diffonda una vera "cultura della vita", è questione
di tale portata presente e futura che non può lasciare indifferente e inerte
nessuno! E nel segno della concretezza devo dire che la "partecipazione", di cui
sto parlando, chiede di esprimersi anche in questa vicenda referendaria, con
scelte precise che non portino ad un peggioramento dell’attuale legge italiana
sulla procreazione medicalmente assistita».
Maria Devigili,
È giusto un aborto per evitare di dare alla luce un figlio
in cui si sono individuati problemi di carattere genetico? Si può stabilire, in
base ad una selezione tra embrioni fecondati, quali sono “degni” di svilupparsi
e quali no? Queste sono solo alcune delle domande ipotizzabili alla luce delle
nuove possibilità offerteci dalle biotecnologie e, in particolare, dai nuovi
metodi di analisi prenatale. La possibilità di fare una selezione degli embrioni
a seconda delle qualità genetiche suona ancora come qualcosa di strano. Eppure,
i presupposti non mancano. La mappatura del genoma umano è stata dichiarata
completata nel 2000 (ad opera della Celera Genomics) e i ricercatori hanno già
individuato i singoli geni deputati all’insorgere di alcune malattie come la
fibrosi cistica e la distrofia muscolare di Duchenne. Per ora, le nuove
conoscenze genetiche hanno avuto un grande impatto più sulla ricerca stessa che
sulle persone o sulla sanità pubblica. Questo non significa che il riscontro
sulla realtà quotidiana non ci sia ancora stato. Nel febbraio del 2000 il
Presidente Clinton ha firmato un ordine esecutivo che proibisce l’utilizzo
dell’informazione genetica da parte dei datori di lavoro e delle agenzie
assicurative. Questo perché negli U.S.A i test genetici sono ormai all’ordine
del giorno tanto che si è parlato dell’eventualità di stilare una sorta di
passaporto genetico per ogni cittadino. Il rischio che qualcuno possa fare
discriminazioni in base alle probabilità di sviluppare malattie genetiche non è
poi così remoto.
L’importanza del “carattere” L’amniocentesi, così come altre forme di analisi intrauterine, consente
ormai da diversi anni di evidenziare eventuali malformazioni genetiche e molte
donne possono decidere sulla scorta dei risultati di interrompere o meno la
gravidanza. Pratiche diffuse, ma non ancora universalmente accettate. Intanto
però, nei laboratori, la ricerca fa passi da gigante, superando, di fatto, i
tempi della discussione. E anche la pratica non è tanto indietro. Lo scorso
anno, tre coppie australiane hanno ricevuto l’autorizzazione a dare alla luce
dei bambini che potrebbero diventare donatori compatibili per i loro fratellini,
colpiti da un tipo molto raro di anemia. Ancora, in Francia, grazie alla
manipolazione genetica è stato possibile far nascere un bambino privo di una
malformazione epatica che aveva già causato la morte di altri tre fratellini. E
questo solo per fare degli esempi. Ma la notizia pervenutaci lo scorso anno
dagli U.S.A ha dell’incredibile, almeno ,per chi è tradizionalmente convinto che
“non sentire” sia un handicap. Una coppia di donne sorde omosessuali ha
volontariamente scelto di generare ,grazie all’inseminazione artificiale, due
figli non udenti come loro. E’ giusto? E’ sbagliato? Ognuno ha la sua idea a
riguardo e sarebbe bello conoscere anche l’idea del nascituro al riguardo. Al
pari di opportunità molto promettenti, come il trattamento di malattie finora
incurabili, lo sviluppo biotecnologico potrebbe offrirci anche discutibili
opzioni di “eugenetica”(branca della genetica, volta a migliorare le
caratteristiche della specie umana). Come dice il filosofo e sociologo
contemporaneo Jurgen Habermas: “(…) fare shopping in un supermarket genetico è
uno scenario del futuro su cui si è a lungo incentrato il dibattito bioetico
negli U.S.A. Se non siamo sicuri di volere davvero questo tipo di eugenetica
personalizzata, dovremmo stare attenti agli sviluppi in questa direzione delle
pratiche di cui oggi si discute”.
Quelle vite “indegne di essere vissute” La genetica e la biotecnologia moderna permettono di utilizzare metodi di
eugenetica completamente nuovi, come ,appunto, la selezione prenatale basata
sulle qualità genetiche. L’eugenetica(dal greco: buona nascita) ossia lo sforzo
di migliorare la razza umana attraverso il controllo della riproduzione, è stato
ed è tuttora un aspetto controverso della ricerca biomedica.
La storia dell’eugenetica è segnata da terribili esempi di “lucidi” deliri
collettivi come fu il programma di sterilizzazione e di eliminazione , Aktion T4
il suo nome , organizzato in Germania dal regime nazista. Un programma che
mirava a “rendere puro il popolo tedesco” e ad “eliminare tutte le impurità ,
rappresentate da disabili fisici, malati mentali, persone con difetti congeniti.
Il tutto per assecondare l’idea che una società non può essere gravata dal peso
di individui non in grado di produrre, da “involucri vuoti le cui vite sono
indegne di essere vissute”, come amava definirli Hitler. Pertanto, queste
persone, non avevano il diritto di procreare né tantomeno di vivere. L’idea
nazista di eugenetica è riassunta perfettamente nelle parole di H. W. Kranz
(1897-1945) direttore dell’Istituto di Eugenetica dell’Università di Giessen:
“Esiste un numero assai elevato di persone che, pur non essendo passibili di
pena, sono da considerarsi veri e propri parassiti, scorie dell’umanità. Si
tratta di una moltitudine di disadattati che può raggiungere il milione, la cui
predisposizione ereditaria può essere debellata solo attraverso la loro
eliminazione dal processo riproduttivo” Dal 1934 al 1939 vennero sterilizzate
centinaia di migliaia di persone considerate non produttive. Non soddisfatta, la
macchina nazista passò all’eliminazione fisica della sua “zavorra umana”. Negli
anni 1940 e 1941 oltre 70.000 persone vennero uccise. Tutto all’insaputa dei
famigliari a cui per altro si mandava una cortese lettera di condoglianze.
Inoltre, non mancarono gli scienziati che approfittarono dell’ingente materiale
umano per compiere esperimenti raccapriccianti e per testare le tecniche di
sterminio che sarebbero cominciate su larga scala di lì a poco tempo. Ma
purtroppo, l’esempio nazista è solo uno dei più lampanti. Anche Paesi
insospettabilmente socialdemocratici attuarono una politica di eugenetica. Negli
Stati Uniti, in Svezia, in Canada, nei paesi dell’area scandinava le
sterilizzazioni coatte sono continuate fino agli anni ’70 ( si parla di
centinaia di migliaia di persone sterilizzate perché considerate immorali e
socialmente inadeguate). Questo, nonostante la sbandierata indignazione del
mondo “civile” nei confronti della scoperta dei crimini dell’eugenetica nazista,
nonostante che, nel 1948, molti di questi stessi Paesi avessero sottoscritto la
“Convenzione sulla prevenzione e repressione dei crimini di genocidio” nella
quale si equiparava esplicitamente la sterilizzazione alle altre forme di
sterminio. Da questo, forse, si può desumere che l’eugenetica può attecchire
anche nelle più “civili” democrazie occidentali. E’un rischio sempre presente in
una società in cui è dominante la ricerca del profitto a tutti i costi e per cui
l’ individuo vale più in termini di efficienza produttiva che di soggettiva
capacità umana.
Per la Chiesa l'embrione ha
un'anima Intervista a Bruno Forte, uno dei maggiori teologi italiani:
"In qualunque momento lo sviluppo viene interrotto violentemente per decisione
di altri viene di fatto soppressa una vita umana".
Franca Giansoldati
Città del Vaticano, 28 gen. (Apcom) - Per la Chiesa anche
l'embrione è dotato di un'anima e, pertanto, ha diritto al rispetto dovuto
all'essere umano. Uno dei più accreditati teologi italiani, monsignor Bruno
Forte, autore di decine di pubblicazioni di carattere filosofico e teologico, da
qualche mese nominato dal Papa arcivescovo di Chieti, in una intervista ad Apcom,
spiega perché per la Chiesa l'embrione va difeso.
"Persona - afferma Forte - implica la singolarità di un essere umano e la sua
capacità di relazione. L'embrione è già un essere singolare, relazionato non
solo a coloro da cui provengono le componenti originarie che lo costituiscono,
ma anche alla sorgente ultima di ogni vita, che il credente riconosce in Dio:
anche dal punto di vista strettamente biologico, l'embrione non è solo recettore
passivo, ma interagisce con il suo ambiente vitale. È caratteristica dell'essere
umano in ogni fase del suo sviluppo entrare in una rete di relazioni di
reciprocità, che comprende anche la corrispondenza alla sorgente ultima di vita
e d'amore, che è il Creatore. Pertanto sia pure in una fase molto primitiva,
l'embrione è posto in un'analoga rete di relazioni di interscambio vitale". Ma
si può affermare senza ombra di dubbio che ha un'anima? "Sì, se con questo si
intende che non è solo animato e vitale, ma che gli è anche dovuto il rispetto
da dare all'essere umano personale".
"Questo concetto -aggiunge monsignor Forte- è oggi molto più chiaro che non in
epoche precedenti grazie alla ricerca scientifica, che ha mostrato come lo
zigote possieda una propria identità individuale sin dal concepimento. E anche
se c'è totipotenzialità, non si può ignorare che l'identità individuale e la sua
capacità relazionale si vanno sviluppando man a mano".
La Chiesa non si stanca di ripetere al mondo che ogni fase della vita umana
costituisce un momento dello sviluppo unitario dell'essere personale: che cosa
comporta questa convinzione? "La conseguenza è chiara: in qualunque momento
questo sviluppo è interrotto violentemente per decisione di altri - risponde
monsignor Forte -, viene di fatto soppressa una vita umana. La differenza che
c'è tra un adulto e un bambino è evidente, ma questo non vuol dire che il
bambino sia meno persona umana dell'adulto e che sia lecito sopprimerlo. Così
come il bambino, anche un embrione nel suo iniziale sviluppo ha delle precise e
uniche potenzialità in atto di svilupparsi, un programma inscritto nei geni che
è in atto di realizzarsi (dal colore degli occhi alle potenzialità intellettive,
dalla statura alle attitudini relazionali...)".
Riguardo alla ricerca sugli embrioni e ai rischi di sconfinare nell'eugenetica
il teologo Forte ricorda che "se si afferma il principio della manipolabilità
dell'embrione, allora si apre la strada a ogni altra forma di manipolazione
sull'essere umano, perché legittimare la violenza o l'arbitrio su una fase di
sviluppo dell'essere umano non è in contraddizione con la possibilità di
esercitare la stessa violenza su altri stadi di esso".
Quanto ai milioni di embrioni criocongelati, molti dei quali in attesa di essere
distrutti, il teologo illustra che per la Chiesa cattolica la questione è
drammatica, perché si profila lo scenario di una presunta onnipotenza della
ricerca che può dare libero spazio alla volontà di dominio dell'uomo sull'uomo.
E in molti non esitano a parlare di 'genocidio' in atto. "E' il grande dramma
che lo sviluppo delle scienze in questi campi pone alla coscienza umana. Quando
si crea una banca di embrioni si pone un gravissimo problema etico".
"Purtroppo -aggiunge Forte - la scienza si è avventurata in sentieri rischiosi
con un eccesso di pregiudizio che ha fatto ritenere assoluta la disponibilità di
intervento sull'embrione. Ma per la nostra società e per il suo futuro la
questione etica qui in gioco è tutt'altro che secondaria. Non si può sostenere
che l'essere umano sia un essere umano 'minore', depotenziato, solo perché è
ancora nel grembo della madre o è in una fase iniziale del suo sviluppo. Di
fronte ad esseri umani viventi, sebbene allo stadio primordiale, è come se
ammettessimo una possibilità di selezione. Ciò che abbiamo condannato
unanimemente per la barbarie di tutte le violenze perpetrate dall'uomo
sull'uomo, ed in particolare per la tragedia dei vari genocidi che hanno
funestato il cosiddetto 'secolo breve', non si può ignorare di fronte agli
scenari che si aprono con la conservazione degli embrioni. La manipolazione di
essi va condannata fermamente e rifiutata in nome del valore assoluto e della
dignità dell'essere umano personale in ogni stadio della sua esistenza".
Caro direttore, Giuliano
Amato e Giorgio Tonini sono due persone serie. Uno è laico, ma sensibile alle
questioni di coscienza poste dai cattolici e dai laici non laicisti, non
dogmatici, cioè da noi. L’altro è cattolico, ma sensibile alle questioni poste
alla sua visione delle cose dalla società secolare, dai suoi comportamenti
concreti, e dai riflessi che la legislazione intorno a questioni di coscienza e
di cultura (e perfino di fede) possono avere sulla condizione delle donne, delle
famiglie, della scienza medica. Sono due sconfitti che non mollano la ricerca di
un compromesso che appare, forse non èma appare, fuori tempo massimo. Ci
piacciono anche per questo.
Sull’aborto, per esempio, la pensano come noi, e come noi sono usciti sconfitti,
almeno parzialmente, dalla pratica ormai trentennale dell’aborto legalizzato. È
una pratica disumana, l’aborto, ma una legge che la regoli, che impedisca
l’aborto clandestino, che affermi un drammatico primato della donna nella
gestione della maternità, è divenuta assolutamente necessaria. La sconfitta è
nelle cifre: la legalizzazione poteva essere uno strumento provvisorio di
salvezza dalla dannazione della clandestinità, e dei suoi alti costi umani, e
invece è diventata uno strumento barbarico di politica anticoncezionale.
Ciò che era un peccato contro l’umanità, dove «peccato» è in questo caso unione
perfetta di significati morali laici e fideistici, ora è pratica ambulatoriale
libera affidata alla sola volontà del soggetto, senza limiti e dunque senza
alcuna spinta culturale a superare il suo costo. Molti milioni di esseri umani
formati sono da tre decenni uccisi e scartati per le più varie ragioni, ma
sempre e tutte legate, salvo quelle strettamente terapeutiche, al desiderio e
alla volontà sovrana dell’individuo formato, accettato, ratificato come essere
sociale, e forte del suo diritto-potere, nell’indifferenza verso l’individuo
debole, senza difese naturali o legali.
Un progetto di mediazione/1. Giuliano Amato e Giorgio Tonini, parlamentari del
centrosinistra, collaborano da tempo al progetto di una mediazione sulla
fecondazione assistita, per adesso sconfitto dalla legge 40 e dal referendum che
ne vuole abrogare le parti sostanziali. Vorrebbero comprendere alcune delle
ragioni in campo: quelle non-dogmatiche, non direttamente discendenti
dall’avversione di principio alla scienza libera e alla libertà di fecondazione
artificiale, che attribuiscono alla Chiesa istituzionale, depositaria di una
dottrina che essi giudicano pre-galileiana.
Vorrebbero parlare anche a quei laici, e qui ci sentiamo direttamente tirati in
ballo, che si battono da tempo perché anche le ragioni di quella Chiesa siano
valutate e pesate, e perché la discussione sul che fare sia libera da ogni
pregiudizio, di ogni segno, e strettamente legata alla ragione che elabora le
categorie del pensiero logico, ma anche all’intuizione umana, naturale, di ciò
che è giusto e di ciò che è ingiusto alla luce di una visione non ottusa, aperta
alla terra dei desideri e al cielo delle idee, dell’uomo e del suo posto
nelmondo. Insomma, sono due persone che si pongono, nel XXI secolo della tecnica
trionfante e dei costumi liberi, il problema del limite rispetto all’uso
indiscriminato sull’altro, sugli altri, del nostro potere umano.
Ma contro quel che giudicano l’irrealismo dei divieti posti dalla legge 40,
propongono un’altra soluzione, con una proposta di legge presentata in
Parlamento e argomenti sottoscritti ieri da Amato in un lungo articolo del
Corriere della Sera. La sostanza della mediazione proposta, che ha probabili
addentellati riservati fin dentro la gerarchia cattolica, è la seguente. Punto
primo. Voi dite che la vita comincia con la fecondazione, noi non lo possiamo
negare. Non lo nega il biologo e genetista Edoardo Boncinelli, non lo nega la
scienza.
Ma il problema non è la vita, bensì il nucleo embrionale della vita, la vita
individuale, quella di un essere umano per la sostanza già formato in natura con
tutto il suo codice genetico irripetibile. Ora, affermano Amato e Tonini, la
scienza biologica e genetica ci dice che prima dell’esserci dell’embrione c’è il
pre-embrione, cioè un ovocita che ha accolto il seme fecondo ma, questione di
ore, questione di tempo, ancora non ha sviluppato quell’unione del maschile e
del femminile che definisce l’individuo e ne è il segno di realtà, di esistenza
in vita.
Amato dice che è così, e basta. Che questo è il verdetto della scienza, e
rifiutarlo è tornare a prima di Galileo. E aggiunge: se è così, che si
crioconservino gli ovociti fecondati, per poi impiantare solo e soltanto gli
embrioni necessari alla procreazione. In questo modo non si produrranno, ciò che
è anatema per i difensori della legge 40 e per una parte cospicua del pensiero
filosofico anche laico moderno, embrioni, cioè esseri umani, per la
manipolazione genetica a fini di ricerca. Sarebbe l’uovo di Colombo.
Risolverebbe senza danni per nessuno la questione del limite dei tre embrioni da
impiantare posto dalla legge 40.
Obiezione/1. Non essendo stupido né insensibile, Amato capisce che la
distinzione tra una vita umana fecondata e una vita umana personale che arriva
dopo una parentesi, una no man’s land abitata dagli ovociti non sviluppati,
dagli ootidi, è troppo sottile anche per lui.È però vero che perfino Joseph
Ratzinger, ragionando di queste cose con Ernesto Galli della Loggia, ebbe modo
di essere prudente, e anche lui distinse tra vita in generale e vita personale,
certamente vita umana. Così Amato dice: invocate il principio di precauzione,
perché vi sembra esile la base di questo ragionamento sostenuto da dati
empirici? Tenete però conto del fatto che il principio di precauzione deve
essere ragionevole: a volte precauzione significa evitare il male maggiore,
rassegnarsi a quello minore.
Il male maggiore sarebbe in questo caso impedire che il desiderio di figli abbia
il suo corso con l’aiuto della tecnica, il male minore un residuo dubbio che ci
sia continuità fra quello stadio dell’ootide, del pre-embrione, e quello
successivo, e che dunque si torni all’uso della vita umana fecondata come mezzo,
insomma alla sua negazione. La mia obiezione è semplice. Primo, inverto male
maggiore e male minore. Quel residuo dubbio sull’uso come mezzo di una vita
umana in corso di sviluppo pesa di più del desiderio di aver figli con
l’assistenza della tecnica. Secondo, nego una premessa non verificata. È infatti
poco empirico, poco galileiano, affermare che con questa legge 40, con i suoi
divieti, si impedisce la fecondazione medicalmente assistita. E i dati sulla
attività di fecondazione artificiale dopo il varo e l’esecutività della legge
dimostrano che non c’è un drammatico o anche solo rilevante calo delle natalità
ottenute con queste metodiche.
Il vero problema posto dalla legge e dal referendum abrogazionista è quello
della illimitata libertà di ricerca scientifica, costi quel che costi,
significhi quel che significhi. Secondo Amato i sostenitori della legge
argomentano in modo dogmatico, ma è vero l’opposto: sono gli abrogazionisti che
agitano una bandiera ideologica e miracolistica, qualche volta perfino una
certezza sciamanica o stregonesca nelle magnifiche sorti e progressive della
scienza. Loro vogliono inequivocabilmente: la diagnosi preimpianto sistematica,