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Intervista al
cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei dal 1991
«Abituatevi: la Chiesa parlerà
a voce alta.. Benedetto XVI non è un puro difensore della fede: ha una
mente creativa e ha fatto molto per ripensare il cristianesimo»
«Benedetto XVI non è un puro difensore della fede: ha una mente creativa e
ha fatto molto per ripensare il cristianesimo nel nostro tempo». Nella sua
prima intervista dopo il Conclave, il cardinale Camillo Ruini, presidente
della Cei dal ’91, racconta al «Corriere» come si è arrivati alla fumata
bianca dalla Cappella Sistina e delinea le nuove sfide che attendono la
Chiesa. «Bisogna abituarsi —dice —a una Chiesa che parla a voce alta
perché la situazione lo impone, perché è suo dovere prima ancora che suo
diritto».
Joseph Ratzinger e Karol Wojtyla, lui li ha conosciuti da vicino. Racconta
di avere incontrato per la prima volta «il professor Ratzinger», teologo
tedesco, nel 1970; e scommette che Benedetto XVI sarà un papa «creativo»,
tutt’altro che in difesa. Poi ricorda la lunga consuetudine con il polacco
Giovanni Paolo II, e la preoccupazione di Wojtyla per il futuro
dell’Italia. Tocca proprio al cardinale Camillo Ruini, presidente della
Cei dal 1991, uno dei grandi elettori dell’ultimo Conclave, dire che «per
la gente il problema del papa italiano o non italiano non esiste più».
Ruini spiega il significato dell’elezione di Ratzinger. Conferma la
«vicinanza» sul piano etico con il «movimento di rinascita cristiana »
negli Stati Uniti. Si dice «felice » per il «riconoscimento» che il nuovo
papa rappresenta per la Germania, a 60 anni dalla seconda guerra mondiale.
Ma soprattutto, incornicia fra i due pontificati stranieri la centralità
intatta del cattolicesimo del nostro Paese. «La voce pubblica» della Cei,
avverte, si farà sentire sempre di più. «Bisogna abituarsi», afferma Ruini
in questa intervista al Corriere, la prima dopo il Conclave, «a una
Chiesa, italiana e non, che parla a voce alta perché la situazione lo
impone; perché è suo dovere, prima ancora che suo diritto».
Eminenza, l’elezione di Papa Benedetto XVI ha suscitato entusiasmo,
maanche polemiche legate alla sua fama di «severo» difensore della fede...
«E’ stato certamente un difensore della fede, ma con grande capacità di
discernimento e di proposta. Undifensore e insieme un testimone e dunque
abbiamo un Papa preparato ad affrontare nel modo migliore la sfida più
profonda per il cristianesimo di oggi, che è quella di conservare la fede
incarnandola nella modernità».
La Germania sembra vivere la sorpresa dell’elezione come il segno di un
suo ritorno definitivo nella comunità internazionale.
«È certo un grande riconoscimento per la Germania, e ne sono felice per
questa nazione che tanto ha contribuito alla cultura e alla civiltà
europee. Benedetto XVI è il segno che i postumi della seconda guerra
mondiale sono davvero alle nostre spalle. Nutro poi una speranza: la
Germania oggi è uno dei luoghi decisivi per la sfida che la fede cristiana
deve affrontare, e può essere provvidenziale che il Papa venga da lì e sia
dunque particolarmente idoneo a testimoniare la fede in quel contesto
umano e culturale».
Senza violare il giuramento, che cosa ci può dire sull’andamento del
preconclave e del conclave?
«L’andamento del conclave, la sua rapidità e il suo risultato si possono
meglio comprendere se si tiene conto del periodo precedente: dalla
malattia del Papa alla sua morte, alla commozione che le ha accompagnate.
Un tempo di grazia, da cui è venuta una grande carica spirituale che ha
guidato il nostro lavoro».
Ricorda la prima volta che incontrò Joseph Ratzinger?
«Credo fosse il 1970. Insegnavo teologia, avevo letto "Introduzione al
cristianesimo" e "Il nuovo popolo di Dio". Invitai il professor Ratzinger
a Reggio Emilia a tenere una lezione in seminario e un incontro cittadino.
Ricordo pure che lo accompagnai a Canossa, che visitò con interesse».
Che impressione le fece?
«Un uomo di grande profondità, forza
intellettuale, sollecitudine per la fede e per la Chiesa. Gli rivolsero
molte domande a cui rispose con puntualità e franchezza. Lo rividi
parecchi anni dopo a Roma, quando diventai segretario della Cei».
Lei nel 1980 scrisse un articolo per «il Mulino» sulla nuova teologia
politica tedesca di Moltmann e Metz: l’incontro fra tradizione cristiana e
mondo moderno. E’ stato un punto di incontro con Ratzinger?
«Ciò che scrivevo allora non si discostava da quello che pensava il
teologo Ratzinger. Alcune idee mi venivano dal suo libretto "L’unità delle
nazioni". Più in generale mi sono sempre trovato in spontanea sintonia con
la linea da lui affermata, che è quella di partire dal Concilio Vaticano
II, prendendolo però nella continuità della tradizione della Chiesa e non
come rottura, per muovere da lì verso il mare aperto della cultura
contemporanea».
Lei ha conosciuto bene Giovanni Paolo II e conosce Benedetto XVI da anni.
In che cosa si somigliano e in cosa sono diversi?
«Li accomuna l’adesione a Cristo e la visione di fondo del mondo
contemporaneo. Poi ci sono i carismi e le storie personali che sono
diversi. Ma deve fare riflettere il fatto che storie così diverse possano
pienamente incontrarsi ».
Papa Wojtyla veniva da esperienze di vita piuttosto rare...
«E’ vero. Era diventato sacerdote da adulto, aveva visto la guerra,
lavorato in fabbrica, fatto la resistenza culturale clandestina, vissuto
sotto un regime comunista. Veniva da lontano, mentre Papa Ratzinger ha una
biografia più classica».
Lei come la sintetizzerebbe?
«Benedetto XVI ha vissuto tre grandi esperienze. Fino ai cinquant’anni ha
studiato e insegnato. Poi, per quattro anni, ha guidato la grande diocesi
di Monaco di Baviera. Infine è stato uno dei più stretti collaboratori di
Giovanni Paolo II, per 23 anni, che gli hanno dato una conoscenza completa
delle tematiche mondiali della Chiesa».
Tranne che per due cardinali, è stato per tutti il primo Conclave: anche
per lei. In qualche momento non ha avuto l’impressione che fosse un
consesso inesperto, spinto a far presto perché aveva addosso gli occhi del
mondo?
«Noi abbiamo il dovere del totale segreto sul Conclave. Dunque preferirei
non rispondere a questa domanda. Aggiungo solo che non c’è stata nessuna
esigenza di fare presto per motivi estrinseci. È stato importante,
piuttosto, il legame fra la malattia di Giovanni Paolo II, il preconclave
e il Conclave, come già dicevo». Una tesi sostiene che Benedetto XVI sarà
un Papa di transizione. La condivide? «Mi sentirei di escluderlo, se con
questo si intende che non lascerà grandi tracce. Credo invece che lascerà
un segno profondo. Da quanto ha detto, si capisce quanto senta la missione
della Chiesa e quanto sia determinato a promuoverla fino in fondo».
L’ha sorpresa la presenza di George Bush e di due ex presidenti
statunitensi ai funerali di Papa Wojtyla?
«No, nessuna sorpresa, mi sembrava naturale. Piuttosto, mi ha colpito la
coralità della presenza ai funerali: soprattutto la compresenza di gente
umile e potenti, nella stessa piazza, partecipando della stessa emozione».
E’ stato scritto che Benedetto XVI è l’alleato dei neoconservatori Usa e
di Bush. Al di là della forzatura polemica, ritiene che ci sia un fondo di
verità?
«L’elemento significativo mi sembra soprattutto questo: esiste nel mondo,
e in particolare negli Stati Uniti, un movimento di rinascita cristiana
che va al di là delle frontiere delle Chiese, e che sottolinea un afflato
cristiano del quale non si può non tenere conto. E’ un afflato che punta a
testimoniare e proporre la fede in Cristo e la visione cristiana
dell’uomo. Solo in questo senso, pur con tutte le differenze che esistono,
si può parlare di una vicinanza».
Nel suo libro «Nuovi segni dei tempi », lei ha scritto che sta finendo il
predominio dei popoli europei e dell’America del Nord; e che questo può
significare il ridimensionamento del cristianesimo. Papa Ratzinger può
fermarlo, o solo assecondarlo e arginarlo?
«Non credo che un Papa possa o voglia giocare un ruolo geopolitico fra
Stati. Ma può certo indirizzare il potenziale religioso e culturale della
Chiesa per mantenere e rilanciare il ruolo storico del cristianesimo,
anche in un contesto mutato. Gli strumenti sono quelli dellamissione,
dell’ecumenismo, del dialogo fra le religioni per la promozione della
pace. La Chiesa non conosce frontiere: per questo chiede la libertà
religiosa sempre, in ogni contesto. Storicamente, negli ultimi secoli il
ruolo della missione si è svolto presso i popoli di Paesi in via di
sviluppo; oggi deve rivolgersi anche a grandi nazioni che stanno entrando
in una fase di accelerato sviluppo».
A chi si riferisce?
«Ad esempio alla Cina e all’India. Non si può pensare che, avendo questi
Paesi una matrice culturale prevalentemente diversa, con loro il
cristianesimo possa avere solo rapporti per così dire "dall’esterno".
Senza farsi illusioni, credo che occorra avere nei loro confronti quell’inquietudine
missionaria di cui ha parlato il nuovo Papa». Benedetto XVI teme la
«dittatura del relativismo».
Quali sono i Paesi europei dove lei la vede più incombente?
«Credo sia incombente in tutti. C’è uno Zeitgeist, uno spirito del tempo
che soffia in quella direzione e investe anche l’Italia, dove forse, però,
la Chiesa ha più capacità di risposta. Altrove questa capacità sembra
minore».
Quali conseguenze può avere sull’Italia un secondo Papa non italiano?
«Per la gente il problema del Papa italiano o non italiano non esiste più.
Vedo una continuità affettiva tra il modo in cui gli italiani hanno amato
Giovanni Paolo II e il sentimento con cui la gente è accorsa a San Pietro
per l’elezione di Benedetto XVI o lunedì sera affollava San Paolo. Va
detto poi che Papa Ratzinger è in Italia dal 1981, e ha avuto una grande
presenza nella Chiesa e nella realtà culturale italiana ».
Dal cambiamento del Pontificato può venire qualche novità nel rapporto fra
Santa Sede e Chiesa italiana?
«Non posso fare né previsioni né anticipazioni su ciò che farà il Papa. Ma
posso dire che il rapporto dei vescovi italiani con il Papa è sempre stato
speciale, caratterizzato da profonda adesione e affettuosa vicinanza. Tale
sarà anche il nostro legame con il nuovo Pontefice».
Che cosa stava più a cuore dell’Italia, a Giovanni Paolo II?
«Il ruolo dell’Italia in Europa, in riferimento all’identità cristiana. Ci
diceva sempre: "Sappiate che la Chiesa nel mondo guarda all’Italia, avete
una grande responsabilità". La Chiesa italiana è un punto di riferimento e
una fonte di ispirazione, e di ciò deve avere sempre coscienza: anche
perché abbiamo le risorse per non subire passivamente il processo di
scristianizzazione ».
Quali risorse? Le può elencare?
«Intanto, una Chiesa radicata nel popolo, a partire dalle parrocchie. Poi,
una Chiesa unita e serena, senza divisioni di rilievo. E una popolazione
nella quale la preghiera e la pratica religiosa sono ancora diffusamente
presenti: siamo ai primi posti in Europa, pur soffrendo problemi comuni ad
altri Paesi come la crisi delle vocazioni, che in Italia comunque è un po’
meno pesante. La quarta risorsa è la voce pubblica della Chiesa italiana,
una voce importante... ».
Anche troppo, a detta di qualcuno.
«A volte sono sorpreso i o stesso dall’eco che le nostre prese di
posizione provocano sui giornali. Credo anche, però, che la voce della
Chiesa dovrà essere sempre più percepibile, a mano a mano che vengono in
questione i fondamentali della nostra cultura, dell’antropologia e
dell’etica. Nell’attuale cambiamento epocale la Chiesa, per non
rassegnarsi all’irrilevanza, deve farsi sentire e capire».
Vuol dire che non è una tendenza legata alla figura di singole
personalità,maal ruolo della Chiesa?
«Esatto. Bisogna abituarsi a una Chiesa, italiana e non, che parla a voce
alta perché la situazione lo impone; perché è suo dovere, prima ancora che
suo diritto».
Giovanni Paolo II era preoccupato per le «sorti civili» dell’Italia. Che
cosa temeva?
«Era sorpreso dalla rapidità dei cambiamenti avvenuti all’inizio degli
Anni Novanta. Temeva che andasse smarrito qualcosa dell’identità
dell’Italia, che si disperdessero energie che invece riteneva essenziali.
Era preoccupato anche che alcune inchieste giudiziarie avessero come
conseguenza una lettura unilaterale della storia italiana, e
sbilanciassero l’equilibrio fra i poteri: basta leggere la sua lettera ai
vescovi italiani del 6 gennaio 1994».
E Benedetto XVI? Del cardinale Ratzinger sembra di sapere già tutto...
«E’ vero che sappiamo molto, ma credo sia improprio limitarsi a quello che
ha detto da cardinale e dedurne che cosa dirà da Papa. Quella che ha
appena assunto è una responsabilità nuova e più ampia ed essa comporta
anche una grazia nuova».
Molti hanno percepito l’elezione del nuovo Papa come una mossa difensiva
della Chiesa cattolica...
«Gli scritti del cardinale Ratzinger nonme l’hanno mai fatto vedere come
una persona sulla difensiva. Non è un puro difensore della fede: ha una
mente creativa, e ha fatto molto per ripensare il cristianesimo nel nostro
tempo. A mio avviso, più la fede è profonda, più si può essere creativi».
Insomma, le riforme le fanno i conservatori.
«Mi permetto di usare un
linguaggio diverso: fra chi conserva la fede e chi la incarna in nuovi
contesti non c’è dicotomia, anzi».
Luigi Accattoli e Massimo Franco
29 aprile 2005
Corriere della Sera on-line
Paolo
Aragona, scrittore, writer, saggista, insegnamento religione, narrativa,
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