Riflessioni
filo cattoliche a margine del referendum del 12-13 giugno 2005
sull'abrogazione di quattro articoli della legge 40/2004 di
Paolo Aragona Una sintesi di questo articolo è stata
pubblicata sul numero 90 del bimestrale Quaderni Radicali in edicola
insieme al
quotidiano "Il Riformista" a partire dall'aprile 2005.
Innanzitutto va chiarito che
in nessun modo la Legge 40, oggetto del prossimo referendum che ne vuole
l’abrogazione, si può definire “cattolica”, in quanto si discosta notevolmente
dalla visione antropologica della Chiesa. Rilevanti sono almeno tre punti:
- la legge prevede l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita anche da
parte delle coppie di fatto (è la prima volta che una legge italiana concede
questo riconoscimento), quando per la morale cattolica la decisione di avere
figli è legittima soltanto all’interno del matrimonio;
- per la Chiesa l’apertura alla vita che rende possibile la collaborazione alla
creazione secondo il disegno di Dio, ha senso soltanto come esito dell’unione
sessuale di marito e moglie. Per cui ogni tipo di fecondazione assistita – anche
quella omologa consentita dalla Legge 40 – è moralmente illecita;
- anche se all’articolo 1 la legge garantisce i diritti “di tutti i soggetti
coinvolti, compreso il concepito”, di fatto essa propone tecniche abortive. La
fecondazione artificiale infatti comporta sistematicamente l’eliminazione di
numerosi embrioni umani.
Ribadire, nella propaganda referendaria, che questa legge è stata voluta dal
“partito del vaticano” lascia immaginare due ipotesi alternative (ma non
necessariamente): o si è profondamente impreparati o, più concretamente, si
vuole sollecitare l’anticlericalismo insito in alcuni ambiti politico-culturali
per vincere il referendum.
Sollecitare l’astensione, proprio per queste ragioni, è una scelta ancora più
coerente del votare no. Se infatti la legge, in alcuni dei suoi articoli, è
contraria alla morale cattolica, dichiarare di non volerne l’abolizione
significa, a rigor di logica, avallarne anche i contenuti contrari alla propria
morale. Astenersi è la più chiara manifestazione di come tale legge non sia
stata partorita all’interno del contesto etico e antropologico del mondo
cattolico. D’altra parte, come da più parti si è ribadito, lasciare intatta
questa legge, pur con le sue incongruenze, è solo un primo passo. Una prima
conquista riguarda infatti il riconoscimento del concepito come portatore di
diritti. Non è un mistero che su tale questione, sin dal referendum sull’aborto,
la Chiesa non abbia mai cambiato idea. Il passo successivo, nelle intenzioni dei
cattolici, riguarda il reale ripristino di tale assunto anche nella prassi
dell’aborto. E affermare di non saperlo è quantomeno un’ipocrisia. Sono 27 anni
che ogni prima domenica di febbraio, in occasione della “Giornata per la vita”,
Giovanni Paolo II, il Papa tanto amato anche da Bertinotti, dice sempre le
stesse cose.
Ed è questo che, da sempre, dà fastidio tanto da portare i più grandi
sostenitori delle garanzie libertarie, i radicali, a ipotizzare un
imbavagliamento della Chiesa cattolica circa le questioni inerenti i temi della
bioetica.
La Chiesa del silenzio La si chiamava così nel recente passato. Qualcuno nega che sia mai
esistita, d’altronde è difficile dimostrarne l’esistenza, se non testimoniandolo
direttamente, cosa alquanto rara poiché i passati regimi comunisti ne hanno
scientemente e “sapientemente” occultato le prove “viventi”. Ma la storia ormai
ce ne parla e ancora oggi, in alcuni regimi totalitari, la Chiesa del silenzio è
una realtà. Ne sono consapevoli anche i radicali che da anni fanno una battaglia
contro gli abusi che nel Vietnam del Nord il regime comunista commette contro il
popolo cattolico dei Montagnard. Così come lo sa il vice presidente del
parlamento europeo Mario Mauro, che sta portando all’attenzione delle
istituzioni europee la situazione dei diciannove vescovi e dei diciotto preti
ancora rinchiusi nelle carceri cinesi. Ma forse il vietnamita e il cinese non
sono lingue facilmente abbordabili dall’opinione pubblica occidentale e dunque
difendere la libertà di espressione religiosa in Paesi così lontani non è poi
tanto pericoloso e si fa sempre una buona figura (come quando si è più gentili
con gli ospiti che con i propri congiunti).
Quello che invece ben si capisce è il linguaggio, pacato nei toni ma determinato
nella sostanza, del card. Camillo Ruini che invita cattolici e laici a
utilizzare il referendum abrogativo, costituzionalmente previsto fin dal 1947
come diritto di espressione diretta del popolo, in una delle sue tre possibili
opzioni: l’astensione per far mancare il quorum. Tale strategia non è nuova; lo
stesso Fassino, in occasione del referendum sull’estensione delle garanzie
dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori anche alle piccole aziende,
sollecitò l’astensione proclamando che: “se un referendum è sbagliato bisogna
ridurne i danni: far mancare il quorum in modo da non pregiudicare misure
legislative che affrontino la materia”. “Anche questo atteggiamento esprime una
volontà precisa prevista dalla Costituzione”, che, infatti, “richiede un quorum
per rendere efficace il referendum”. L’astensione, quindi, non rappresenta la
rinuncia all’esercizio di un diritto, né “l’invito qualunquistico ad andare al
mare”. Si tratta, concludeva il segretario DS, di un “astensione attiva”.
Quello che si contesta è che il cosiddetto “partito d’oltretevere” sia sceso
direttamente in campo. Va precisato che il Cardinal Ruini è il presidente della
Conferenza Episcopale Italiana e che rappresenta, per questo, la Chiesa italiana
e non il Vaticano (con il quale comunque è in piena sintonia) e in quanto tale
non gli si può negare il diritto, come libera espressione della società civile e
di parte della cultura italiana, di intervenire come e quando crede. “Si può
essere in accordo o in disaccordo con la legge” – scrive Alessandro Corneli
dalle pagine de «il Giornale» del 5 marzo – “ma se si è liberali – un concetto
ben più ampio di quello di essere laici – si deve ammettere che la Chiesa ha il
diritto di dire. A salvaguardia della laica libertà di ciascuno”. Quello che
sconcerta di più è la posizione di parte del centro-sinistra che, con il
presidente dei senatori diessini Gavino Angius – secondo il quale le
dichiarazioni di Ruini “ci riportano molto indietro nel tempo, sembra di tornare
alla guerra fredda” – ritiene l’intervento della CEI a favore dell’astensione
quantomeno inopportuno mentre nel caso dell’Iraq le parole di critica alla
guerra del Papa sono state sempre utilizzate come supporto alle proprie
posizioni. Come a dire che la Chiesa quando è di supporto al regime può anche
esprimersi. L’importante è che taccia quando è in dissenso. Già qualche tempo fa
ci pensava Filippo Gentiloni, dalle colonne del Manifesto, a definire la
posizione che sarebbe più opportuna per la Chiesa: “meglio una presenza
cristiana valida e autentica, ma discreta e silenziosa”. L’obbiettivo dovrebbe
essere quello “di un’esperienza religiosa che accetti di non essere incarnata
come parte essenziale della società”.
Ma più di un secolo di dottrina sociale ha ormai insegnato ai cattolici come
popolo in cammino, e non solo a quelli rappresentati dalla, pur autorevole,
gerarchia ufficiale o dagli affiliati al pacifismo a buon mercato di don Gallo &
C, che la storia non è fatale ma si costruisce con scelte coerenti, coraggiose e
consapevoli. È di questi ultimi mesi un risveglio profondo, quasi un sussulto
che ha scosso “la base”, stufa di passività e rassegnazione ai venti altrui.
Grande protagonista di un tam tam orgoglioso e volitivo è la rete di internet,
autentica e forse unica garanzia di pluralismo, di libertà di espressione e di
verità. È attraverso la rete che articoli e posizioni di insigni studiosi, di
scienziati e filosofi, relegate nelle pagine interne dei giornali meno letti e
ignorate dai salotti televisivi più esclusivi, hanno cominciato a girare e a
informare correttamente perché non soggette alla censura delle lobbies dei
potenti. Grande diffusione, per esempio, ha avuto in rete l’articolo “Bugie
staminali” del prof. Angelo L. Vescovi, uno dei più importanti studiosi del
mondo nel campo delle cellule staminali, pubblicato da «Il Foglio» del 23
gennaio sui “problemi e le prospettive della procreazione assistita”. Ecco
alcune delle sue affermazioni: “non esistono terapie, nemmeno sperimentali, che
implichino l’impiego di cellule staminali embrionali”; “esistono numerose
terapie salvavita che rappresentano realtà cliniche importanti, quali le cure
per la leucemia, le grandi lesioni ossee, le grandi ustioni, il trapianto di
cornea. Tutte queste si basano sull’utilizzo di cellule staminali adulte”; “le
terapie cellulari per le malattie degenerative non si basano solo sul trapianto
di cellule prodotte in laboratorio. Esistono tecniche altrettanto promettenti
basate sull’attivazione delle cellule staminali nella loro sede di residenza”;
“la produzione di cellule staminali embrionali può avvenire senza passare
attraverso la produzione di embrioni”. E questa la sua conclusione: “Da quanto
descritto sopra, emerge molto chiaramente la seguente conclusione: il dibattito
riguardante la legge sulla fecondazione assistita deve avvenire in assenza delle
pressioni emotive e psicologiche che, artatamente, vengono fatte scaturire dalla
supposta inderogabile necessità di utilizzare gli embrioni umani per produrre
cellule staminali embrionali che rappresenterebbero l’unica o la migliore via
per la guarigione di molte malattie terribili e incurabili.
Questa affermazione è incauta non solo perché fondata su concetti facilmente
questionabili ma anche in relazione all’esistenza di linee di ricerca, di
sviluppo e di cure almeno altrettanto valide, molto più vicine alla messa in
opera nella clinica corrente e prive di controindicazioni etiche. Il dibattito
sulla legge deve quindi incentrarsi sugli aspetti relativi alla dignità
dell’embrione e al suo riconoscimento come vita umana a tutti gli effetti. In
questo contesto, mi permetto di concludere che, nella mia scala di valori di
laico e agnostico, il diritto alla vita dell’embrione precede inequivocabilmente
il diritto alla procreazione”.
Sconcerta che tali sue affermazioni, pur non confutate, nonostante la loro
rilevanza nel dibattito in corso, non abbiano trovato alcuna risonanza da parte
dei media principali. Anzi la campagna referendaria ha continuato a battere su
tali assunti di stampo esclusivamente emotivo che il professor Vescovi nel suo
intervento all’Accademia dei Lincei del 31 gennaio scorso ha pubblicamente
sconfessato. Se si inserisce il titolo dell’articolo pubblicato su “Il Foglio”
nel motore di ricerca di Google, vengono fuori più di cinquanta risultati. Se
poi si inseriscono il nome e il cognome dello scienziato italiano ne escono poco
meno di mille. A differenza del quotidiano “La Repubblica” che, in tempi non
sospetti, lo ha citato due volte (nel 2000 e nel 2003) e del “Corriere della
Sera” che riporta cinque righe di un suo intervento in un articolo dell’ottobre
2004 sulla ricerca sul cancro e l’apporto delle staminali. Ma di interventi
autorevoli in rete se ne trovano molti, molti di più di quelli che invadono le
colonne dei quotidiani di parte, più attenti ad accontentare “il cliente” che a
fare informazione seria e coraggiosa.
La scienza e la libertà di ricerca Nel 1665, Isaac Newton a causa di una grave epidemia di peste, è
costretto a lasciare la sua università e a rifugiarsi nella sua fattoria.
Comincia per lui un isolamento che durerà due anni. Ma due anni che, come ci
racconta la leggenda della mela che cade dall’albero, frutteranno al grande
scienziato inglese la scoperta della più importante legge della fisica, quella
della gravitazione universale.
Quale il segreto di tale rivoluzione che ci porta a dire che la scienza moderna
parte da lì, con Galileo e tutti gli altri empiristi?
La parola chiave è “osservazione”. La scienza parte dall’osservazione del
fenomeno (dal greco phainómenon: mostrarsi, apparire; nel linguaggio corrente:
qualsiasi fatto o evento suscettibile di osservazione o considerazione diretta o
indiretta, provocato o meno dall’uomo). La scienza dunque si occupa di capire i
meccanismi della realtà a partire da ciò che è reale, in quanto osservabile. Il
sostantivo ricerca, abbinato all’aggettivo “scientifica”, in tale contesto,
evidenzia ancora di più che la ricerca parte dalla natura e dalle sue leggi. Ma
qual è, nelle intenzioni dello scienziato, l’obiettivo ultimo della ricerca
scientifica? L’obiettivo della scienza è stato sin dall’inizio quello di cercare
le leggi che governano la realtà con lo scopo di utilizzare tale conoscenza per
migliorare la qualità della vita umana. Già nella medicina di Ippocrate, intesa
come scienza e dunque conoscenza dei meccanismi che regolano le attività del
corpo per la cura delle malattie, si insiste sulla finalità ultima che è ben
evidente nel giuramento antico: “In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il
sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra
l'altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi
e schiavi”.
Diverso il concetto di tecnologia e non necessariamente connesso a quello di
scienza moderna, perché precedente. La tecnologia è infatti il mezzo attraverso
il quale realizzare un determinato processo. La tecnologia la usavano anche gli
uomini primitivi per costruire le punte di freccia o per accendere il fuoco.
Niente, in questo ambito, è più “mezzo” di quanto lo sia la tecnologia. Il fine
ultimo dunque, nelle tecnologie applicate alla ricerca scientifica, rimane
sempre la conoscenza dei meccanismi che regolano la natura.
Se questo è il fine della scienza moderna, la libertà di ricerca scientifica non
potrà mai essere come una cambiale in bianco, priva di qualsiasi importo, ma
dovrà rispondere della finalità ultima: il miglioramento della qualità della
vita umana. Ma a partire dal concetto che il termine di riferimento fondante è
“vita umana” e non “qualità”. Dunque non si può pensare che la qualità della
vita di uno venga prima del diritto alla vita di un altro. Bisogna sempre
considerare quali siano i “costi” di un eventuale miglioramento prima di
intervenire. Torneremmo altrimenti alla legge della giungla dove gli interessi
del più forte tendono a sopraffare quelli del più debole. Non si capisce in
questo contesto come proprio un certo numero di coloro che hanno promosso il
referendum e che suggeriscono il principio di precauzione quando si tratta di
“tutelare” dalle biotecnologie melanzane o granoturco, non si preoccupino per
nulla di applicare lo stesso principio all’embrione, che è già un programma
biologico unico e irripetibile e che darà origine a quel bambino che desideriamo
al punto di produrlo in provetta.
Quando parliamo di qualità possiamo riferirci a diversi parametri, in parte
oggettivi e in parte soggettivi. Ma in ogni caso dobbiamo escludere di parlare
di quantità. Migliorare la qualità della vita non ha dunque una relazione
necessaria con allungarne la durata, come vorrebbero i “transumanisti” nel loro
pericolosissimo delirio di onnipotenza: “l’infanzia della razza è alla fine e
bisogna riscrivere il linguaggio di Dio”. Un proverbio recita così: meglio un
giorno da leone che cento da pecora. Sicuramente soggettivo perché si può allo
stesso modo decidere in piena consapevolezza di viverne cento da pecora. Ma la
questione rimane: per quanto si possa allungare il brodo, la morte
dell’individuo è l’ultima delle prospettive. La scienza infatti punta alla
qualità perché l’infinito non è alla sua portata in quanto “drammaticamente” non
osservabile.
Quale dunque il limite della ricerca scientifica? Il limite è insito nel suo
stesso statuto epistemologico: quando la qualità della vita umana viene
compromessa la ricerca deve essere fermata.
Fin qui si può essere d’accordo, ognuno per i suoi fini propagandistici, a
partire dall’idea che si ha della “vita umana”. Si contesta al Pontefice la sua
dichiarazione che la scienza abbia ormai dimostrato che la vita umana parte dal
suo concepimento. Giovanni Sartori, uno dei grandi “sacerdoti”, insieme a Paolo
Mieli e Enzo Biagi, del laicismo italiano, in un suo recente articolo sul
“Corriere della Sera” dichiara che tale assunto del Pontefice altro non è che
una dichiarazione di “fede” perché la ragione deve necessariamente asserire il
contrario.
Ma poi, non si capisce bene il perché, a sostegno della sua affermazione, cita
Edoardo Boncinelli (biologo): la domanda su quando “un embrione diventa persona
e gode dei diritti spettanti a una persona... è domanda che esula dalla biologia
e dalla scienza in generale”. Ma qui il buon Sartori sta parlando di persona e
non di “vita umana”. Dunque il titolo dell’articolo “la vita umana secondo
ragione”, con continui riferimenti alla logica, lascia un po’ sconcertati vista
l’autorevolezza (presunta) del guru Sartori. È evidente che la biologia non si
occupi del concetto di persona. Mentre non è evidente che non si occupi del
concetto di “vita umana”, concetto al quale Papa Woytila (filosofo e non
costituzionalista) si riferisce. Confondere il concetto di persona umana col
concetto di vita umana, se non è da ridere è comunque da piangere. La vita umana
è un concetto inerente all’aspetto biologico dell’essere, mentre la persona è in
rapporto all’ontologia e quindi, pur partendo dal biologico, si estende in tutte
le dimensioni dell’essere.
La biologia non potrà mai parlare di vita umana al di fuori delle coordinate
scientifiche di spazio e tempo, veicoli essenziali per l’osservazione
scientifica e mai potrà negarne, per rigore logico, l’origine nella fecondazione
e il termine nella morte dell’individuo: "dal punto di vista biologico, non c’è
in sostanza nessuna discontinuità dal concepimento alla nascita e oltre", sempre
per citare Boncinelli. Del concetto di persona, però, non se ne occuperà mai,
perché la persona non è osservabile secondo i suoi parametri rigorosi.
Chiamare in causa i biologi per far dire punti di vista personali è la stessa
cosa che chiamare in causa i fornai (con tutto il rispetto per la categoria) e
le pornostar (che nei salotti – escludenti più che esclusivi – ci vanno spesso,
comunque più dei ricercatori come Angelo Vescovi).
La persona umana Volendo considerare la confusione di Sartori tra vita umana e persona
solo una svista, vediamo cosa ci dice della persona, poiché indubbiamente il
concetto (che è filosofico e non biologico – è meglio ribadirlo) nel dibattito
attuale riveste un suo ruolo. Sartori afferma nel suo articolo (continuando a
saltare dal concetto di persona a quello di vita umana indifferentemente – ma
lasciamo stare) che “la vita umana comincia a diventare diversa, radicalmente
diversa da quella di ogni altro animale superiore quando comincia a rendersi
conto ”.
Sono diverse le considerazioni da fare di fronte a tale assunto. Innanzi tutto
leggiamo ‘persona’ e non ‘vita umana’ (che è un concetto ineludibilmente
biologico).
Cosa si intende, inoltre, per ‘cominciare a diventare’? Qui si sta utilizzando
il concetto del ‘divenire’ inteso come la filosofia ci impone sin dai
presocratici e cioè in un continuum senza interruzioni. È significativa e
sintetica la definizione di Borges: “Il tempo è la sostanza di cui sono fatto.
Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi
sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco”. E
quando, bontà sua, il professore ritiene di posizionare l’inizio (ma è una
contraddizione logica parlare di inizio in tale contesto di divenire) in questo
‘cominciare a’? La risposta sembra essere: quando c’è autoconsapevolezza, cioè
capacità di riflettere su se stessi. Giusto. Sembra logico (finalmente).
Vediamo un po’ allora quando e in quali situazioni si può parlare di
autocoscienza e quindi di vera ‘vita umana’, come dice Sartori (io direi
‘persona umana’). Secondo Piaget l’indistinzione dell’io dal mondo esterno e
dunque la mancanza di autocoscienza si protrae nel bambino (già nato) per i
primi mesi di vita. Dunque il bambino, secondo l’assunto di Sartori, non può
ambire alla dignità di “vita umana” (leggi persona) finché non raggiunge lo
stadio dell’ autocoscienza. In tal caso quanto diventa lecito utilizzarlo a fini
terapeutici, ad esempio per salvare un individuo adulto (e perfettamente
autocosciente) da morte certa?
Sì perché anche l’adulto va inteso come consapevole del proprio io. Altrimenti
anch’egli non può essere considerato persona. Come la mettiamo allora con i casi
giudiziari nei quali il ‘colpevole’ risulta scagionato da ogni responsabilità in
quanto ‘incapace di intendere e di volere’? Secondo quale logica
all’handicappato mentale vengono concessi ‘privilegi’ e sostegno particolari se
è inconsapevole di sé? Non sarebbe più semplice farne a meno ed eventualmente
utilizzarlo a fini terapeutici o per la ricerca scientifica? Si vede bene che la
definizione del professor Sartori non regge nemmeno alla prova del ‘buon senso’.
Un obiezione comune a tale provocazione è che si esiste in relazione agli altri.
L’handicappato (o diversamente abile, come molto ipocritamente si dice oggi,
quando poi ci si adopera, attraverso la selezione eugenetica, affinché prima o
poi la scienza produca solo “vite umane” di ottima fattura) instaura – da sé o
per i contatti fisici o psichici che i vicini hanno comunque con lui, anche se
in stato incosciente – una relazione con più soggetti. L’embrione no, a maggior
ragione se “fabbricato” in laboratorio e non “secondo natura”. Ma anche questa
spiegazione non regge perché la relazione con gli altri è, in termini
filosofici, un accidente della sostanza, senza la quale la relazione non
potrebbe essere. In parole povere prima c’è la sostanza e poi l’essere in
relazione. Se si decide, al contrario, di dare maggiore rilevanza all’aspetto
relazionale della persona e lo si assolutizza come atto costitutivo della
stessa, bisogna coerentemente ritenere che esseri umani privi di capacità
relazionale (vedi gli autistici, totalmente incapaci di entrare in rapporto con
ciò che è altro da sé, motivo per il quale non sono consapevoli nemmeno della
propria identità) non possono essere definiti persone. E, come loro, tutti i
bambini che, secondo quanto definito da Piaget, sono ancora, pur essendo “venuti
alla luce”, incapaci di distinguere il sé dall’altro (e questo ha riguardato la
fase iniziale della vita di ciascuno di noi). Potrebbe essere un modo per
legittimare l’infanticidio, purché in età precocissima. E che dire degli orfani
o di quei bambini abbandonati che non hanno avuto la fortuna di conoscere un
padre e una madre? Potremmo considerarli persone? E’ evidente che portando il
concetto alle estreme conseguenze logiche si arriva al paradosso.
In conclusione Di parole se ne stanno producendo veramente tante. Ma quante di esse
sono solo alibi – nutriti di sofismi che vogliono convincere gli ignoranti, e
contrari ad ogni buon senso – prodotti per giustificare, alla stregua dei
transumanisti, una ‘fiera degli orrori’ ad uso e consumo del solito “più forte”
nell’illusione che si possa un giorno ambire a portare i propri giorni sulla
soglia dell’infinito?
In una materia così complessa e pericolosa si può immaginare un referendum
popolare che affidi alle crocette di un questionario a ‘scelta meno che
multipla’ di un cittadino disinformato o male informato, la sorte dell’intero
genere umano?
Forse sì, ma solo in assenza di una vera democrazia. Perché in questo caso, di
sovranità popolare, non c’è neanche l’ombra.
Paolo Aragona
(tale versione ridotta è
presente nel sito anche
qui)
Nell'imminenza del Referendum qualche altra considerazione
In queste ultime settimane, quando ormai manca
meno di un mese alla data dei referendum abrogativi del 12 e 13 giugno, le
posizioni di chi sostiene la legge e di chi invece la vuole abrogare si
confermano distantissime.
Paradossale è che per non affrontare i veri temi in prospettive oneste,
gli scienziati si sono messi a fare i filosofi e qualche volta i teologi
(vedi ad esempio Umberto Veronesi sul Corriere del 15 maggio scorso)
mentre hanno lasciato che le falsità o i paradossi scientifici fossero
dichiarati dai politici o da qualche filosofo (vedi l’articolo di Giuliano
Amato, sempre sul Corriere dell’ 11 aprile a proposito della realtà del
pre-embrione).
Questo, a mio parere, la dice lunga sulle reali intenzioni del fronte del
sì, quel fronte anti-proibizionista che a più riprese ha demolito valori e
riferimenti che tenevano in piedi, pur con tutte le sue contraddizioni,
una società adulta e non una collettività adolescenziale ed emotiva come
quella nella quale stiamo costringendo a vivere i nostri figli, con la
pretesa poi che vengano su forti e saldi.
Dunque, in questa galassia ambientalista tanto adoratrice della dea Gaia
quanto demolitrice della dignità umana, il fondamento è proprio nel non
fondarsi su alcuna etica della persona. Non potendo dimostrare
biologicamente in alcun modo che l’embrione non è vita umana, non potendo
negare filosoficamente che lo sviluppo di tale vita è in una continuità
deframmentata, in un fluire ininterrotto di tempo e di materia, ci si
arrampica su false soluzioni e falsi slogan. Si stabilisce ad esempio, in
maniera del tutto arbitraria, il quando l’embrione comincia ad avere
sembianze e parvenza di dignità umana (dopo il primo trimestre di
gravidanza secondo la 194; dopo la nascita della stria primitiva del
sistema nervoso, fino a qualche tempo fa; dopo i primi 5 giorni, periodo
nel quale si possono prelevare, senza fare danno a un “inesistente” - come
lo ha definito Sartori - le cellule staminali, in questa campagna
referendaria). Così come si fa costante riferimento alla tutela della
salute della donna, negando ciò che è da anni evidente nella procedura
della fecondazione assistita e cioè che la salute della donna ne risulta
fortemente a rischio. Così come si invoca il diritto alla ricerca quando
la ricerca sta sperimentando metodi alternativi e rispettosi di tutte le
parti in gioco, questo al solo scopo di aprire la porta per una
clonazione terapeutica che introduca all’illusione di una vita biologica
eterna e all’insegna della buona salute, alla faccia dei più deboli.
Quale la regola che vige dunque in tale
confusionario contesto? Sembra prevalere proprio la regola del comodo,
dell’utile, del minor impegno a dispetto e detrimento della categoria del
giusto, che non viene neanche più considerata tale. Il giusto è relativo
ed è relativo non solo al soggetto, che già sarebbe - ed è - un vero
problema per la coesistenza sociale, ma addirittura al soggetto in
contesti e finalità differenti. Per parlar chiaro: quello che è giusto per
me oggi in tale situazione, potrebbe non esserlo per me domani quando
cambiano le mie prospettive e i miei bisogni. E questo non in merito a
questioni di poco conto - che so su una regola del campionato di calcio -
ma sul senso e le finalità ultime dell’esistenza dell’uomo! Come non
vedere in ciò un ritorno al drammatico passato che già più volte nella
storia dell’umanità ha prodotto, per ragioni allo stesso modo superficiali
e di comodo, la tratta degli schiavi, le stragi degli innocenti e i campi
di sterminio?
Paolo Aragona
Paolo
Aragona, scrittore, writer, saggista, insegnamento religione, narrativa,
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Fecondazione Assistita