Paolo Aragona, Scrittore
 

 

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I CONTRIBUTI DEL BUONSENSO

 

 

In questa pagina mi propongo di ospitare alcuni articoli del Maestro Turi Vasile, produttore, regista e scrittore siciliano, pubblicati dai principali giornali o espressamente scritti per questa pagina, soprattutto quando essi si occupano di temi politici e sociali.

 

- L’Unione boccia tutte le proposte (anche le sue) (da "Il Giornale" dell'8 febbraio 2006)
 

- Con Buttafuoco la cultura di destra torna a brillare ( da "Il Giornale" del 7 dicembre 2005)
 

- Fiction: "La santità di un Pontefice e l’idolatria degli ascolti"( da "Nuova Agenzia Radicale" del 29 novembre 2005)

- Pillola, dibattito all'insegna dell'ipocrisia (da "Il Giornale" del 24 novembre 2005)

 

- Le "quote rosa": un'offesa per le donne (da "Nuova Agenzia Radicale" del 22 novembre 2005)
 

- "Porta a Porta" è rock (da "Nuova Agenzia Radicale" dell'11 novembre 2005)

 

- Famiglia Cristiana e l'irresistibile ascesa del posteriore (da "Nuova Agenzia Radicale" del 3 novembre 2005)

 

- Quelle differenze tra il popolo del sì e la piazza dei no (da "Il Giornale" dell'11 ottobre 2005)
 

- Il paradosso italico di un comunismo ( da "Il Giornale" del 22 settembre 2005)
 

- Il respiro contraddittorio delle generazioni (da "Nuova Agenzia Radicale" del 31 agosto 2005)
 

- L’amaro teatrino del Professore (da "Il Giornale" del 18 agosto 2005)
 

- La civiltà dei Celti. “Nessuno è perfetto” (da "Nuova Agenzia Radicale" del 13 agosto 2005)
 

- La vera rivoluzione permanente (da "Il Giornale" del 7 agosto 2005)

 

- Quei morti discriminati per sesso da "Il Giornale" del 25 luglio 2005)
 

- Élites di sinistra (da "Il Giornale" del 19 luglio 2005)
 

- Con gli 007 si può salvare l’Occidente (da "Il Giornale" del 12 luglio 2005)
 

- L'argine etico (da "Il Giornale" del 27 giugno 2005)

 

- Alla deriva (da "Nuova Agenzia Radicale" del 15 giugno 2005)

 

- Quella Babele chiamata Europa (da "Il Giornale" dell' 11giugno 2005)

 

- Risposta all'amico Geppi (controreplica di Turi Vasile)

 

- Rippa risponde: caro Vasile, noi voteremo quattro SI, tondi e forti di Giuseppe Rippa (da Nuova Agenzia Radicale dell' 8.06.2005)

 -  Astenersi non è un diritto, è un dovere (da "Nuova Agenzia Radicale" dell' 8 giugno 2005)

 

- L'Italia in mutande (ma al mare) (da "Il Giornale" del 29 maggio 2005)

 

- Sulla procreazione voto di coscienza o di convenienza?  (da “Il Giornale” del 25 maggio 2005)
 

 

L’Unione boccia tutte le proposte (anche le sue)

Proviamo a immaginare quel che potrebbe accadere se alle prossime consultazioni dovesse vincere l'Unione. I rappresentanti della maggioranza del centrosinistra da quando è stata sollevata una certa perplessità sulla loro presunta superiorità morale, esortano a cambiare discorso e a discutere sui fatti. Invito rispettabile se loro avessero finalmente un programma organico da esaminare in dibattiti pubblici ed equilibrati. Fatti su cui discutere sono al momento solo le realizzazioni del governo nei suoi quattro anni e mezzo di gestione che offrono un terreno nel quale gli oppositori si muovono con indignazione permanente. La bocciatura di ciò che il Polo ha fatto rischia tuttavia di essere poco convincente per la grande maggioranza della gente, più saggia di quanto si creda, la quale non può accettare la monotona ostinazione del no a tutto, leggi e riforme nessuna esclusa, se non altro per il rispetto del calcolo delle probabilità. Anche perché l'Unione non è in grado di esporre un programma propositivo organico. Il documento redatto provvisoriamente da una parte di loro è l'elenco di una casistica, pletorico per essere organico, del resto già bocciato in molti capitoli all'interno della coalizione stessa.
Riteniamo però di avere elementi sufficienti a ipotizzare il futuro del centrosinistra basandoci su frequenti affermazioni verbali. Ecco alcuni punti del loro programma ideale: stop alle grandi imprese; rifiuto di riesaminare la proposta dell'energia nucleare; opposizione a un riconoscimento della regolarizzazione puramente civile delle coppie di fatto e dei Pacs; revisione o abolizione del Concordato; modifica dell'8 per mille alla Chiesa; divieto alle gerarchie ecclesiastiche di esprimere pubblicamente pareri sui temi della vita e della morte e sui doveri morali dell'uomo; immediato ritiro dall'Irak del nostro contingente impegnato in una missione di pace, benefica per una popolazione colpita dalla disgrazia della guerra; ripristino di alcune tassazioni sulle donazioni e le successioni; condizionamento del risparmio e del patrimonio; rifiuto di sostenere la scuola privata. L'elenco potrebbe continuare a lungo; basta l'accenno alle loro intenzioni esposte più o meno confusamente per trarre conclusioni preoccupanti dalla riduzione dei posti di lavoro per la minacciata chiusura dei cantieri destinati e da destinarsi alle grandi opere, dal persistere dello stato di soggezione ai produttori esteri di petrolio e di gas per l'opposizione come si è detto alle centrali atomiche il cui pericolo quale quello a cui siamo già esposti per la loro presenza e attualità in Paesi limitrofi al nostro è stato dalla tecnologia ridotto quasi del tutto dopo la tragedia di Cernobil. (La loro proposta positiva è il ricorso all'energia eolica, buona, a detta dei tecnici, a riscaldare l'acqua del caffè, insufficiente per alimentare le fabbriche e per salvare dal freddo le nostre case dove abbondano i vecchi...). Si profilerebbe nel nome, potenza dell'ossimoro, un progressivo oscurantismo, una provincializzazione, un parziale isolamento, un indebolimento dell'Italia nel mondo.
In ogni caso l'ipotesi esposta va corretta dalla certezza che una volta al governo, tra i componenti dell'Unione, tenuti attualmente insieme solo dal collante antiberlusconiano anche da loro confessato, esploderebbero le contraddizioni, le diversità, i contrasti, le divergenze anche dottrinali che già covano sotto le ceneri. In tal caso il Paese sarebbe esposto a continui cambiamenti, a ribaltoni, al ritorno inevitabile dei vecchi governi effimeri, il tutto col concorso involontario di certi «distinguo» di rappresentanti del Polo occupati all'affermazione del proprio partito piuttosto che all'interesse nazionale. Se qualcuno condividesse gli argomenti, anche ovvii, su esposti, forse grossolanamente e sommariamente a causa dello spazio a disposizione, rifletta prima di deporre il suo voto nell'urna.

 

 

Con Buttafuoco la cultura di destra torna a brillare

Il meritato successo editoriale del romanzo Le uova del drago, annunciato del resto dalla assidua vivace presenza di Pietrangelo Buttafuoco suo autore su periodici e quotidiani, ha riacceso con toni nuovi la polemica sulla egemonia culturale in Italia. Non sono convinto che il best seller dello scrittore siciliano abbia scatenato invidia e gelosia nella destra «piagnona» (piangere oggi sembrerebbe piuttosto prerogativa della sinistra delle lacrime). Mi pare, al contrario, che il successo di Buttafuoco sia stato il segnale di un riscatto a tutti utile; a meno che ci si voglia riferire a coloro che attribuiscono il mancato riconoscimento del loro valore solo alla forzata emarginazione. È l'alibi della meschinità di cui non è giusto fare un fenomeno generalizzante. L'egemonia culturale della sinistra è in realtà fondata sul possesso e il dominio del potere mediatico, spudoratamente attribuito a Berlusconi che in gran parte lo subisce. Egli ha ragione quando afferma che se il Polo ha il governo, loro hanno il potere in tutti i campi: l'editoria, i grandi quotidiani, anche quelli che ebbero una tradizione di equilibrante indipendenza oggi «rotta» nel più evidente e disinvolto dei modi, le televisioni (sì, persino la sua) - per non parlare della magistratura, della plutocrazia della Confindustria, della economia che ci ha condannati all'euro, del sindacalismo poco lungimirante. Tutti contro, noncuranti delle dicotomie clamorose, tenute insieme da un rigurgito falsamente viscerale che nasconde in realtà la difesa ad oltranza di interessi e privilegi minacciati. È un miracolo che Berlusconi sia riuscito a governare per tutta la legislatura battendosi su due fronti: quello interno delle ambiguità e quello esterno delle forze unite, come s'è detto, dall'oscuro istinto della conservazione ammantato di progressismo. Il miracolo è stato possibile - e spero che così sia in futuro - perché loro, pur avendone il potere, non sono riusciti a catturare l'anima della cultura nazionale, l'hanno caso mai intimidita con un ostentato e martellante complesso di superiorità. C'è da aggiungere, per amore della verità, che la mancanza di una illuminata politica culturale da parte governativa li ha favoriti.
Ha ragione Luciano Lanna quando sul Giornale si domanda se la cultura di sinistra di tutto il Novecento abbia meritato radicalmente la vantata egemonia. Egli però a dimostrazione del contrario fa nomi appartenenti quasi tutti a un particolare orientamento ideologico. Non si tiene così conto che la cultura non di sinistra ha un respiro molto più vasto e profondo grazie alle sue componenti cattoliche e liberali. Se è indiscutibile che i grandi del primo Novecento, anche se alcuni di loro proscritti o addirittura condannati a morte, furono principalmente Croce, Gentile, Soffici, Pareto, Volpe, Papini, D'Annunzio, Pirandello, tutti lontani dalla sinistra, è da tener conto dello stuolo considerevole di ingegni, cattolici e liberali, che trovarono difficoltà, anche drammatiche, per manifestarsi. Tra i primi nomi che vengono in mente colpevolmente alla rinfusa sono Satta, Morselli, Pomilio, Tomasi di Lampedusa, e non certo di sinistra, di Noventa, Olivetti, Pampaloni. Si aggiungono Betti, Fabbri, Cardarelli, Pinelli, Brancati, Flaiano, Patti, per non parlare di Quadrelli, dei filosofi Amerio, Corti, di Rosario Assunto, esteta dell'armonia e, perché no, dell'ultimo Sciascia e di Guareschi apprezzato nel mondo. Parecchi di questi furono anche celebrati e diffusi con la riduttiva sentenza di essere però di destra. Il grande fiume della cultura semi-sommersa o non privilegiata, scorre inesorabile. Non ora, ma più tardi, sarà interessante invocare una indagine approfondita sul quesito: gli intellettuali che si dichiarano di sinistra lo sono davvero, per forma e contenuto, nelle loro opere? Se il loro pensiero e il loro sentimento risultassero lontani da una filosofia di sinistra, potremmo concludere con maggiore serenità che la egemonia culturale della sinistra è, come si dice oggi, virtuale.

Fiction: "La santità di un Pontefice e l’idolatria degli ascolti"

Confesso che mi preparavo, avendo visto la prima puntata della fiction dedicata a Giovanni Paolo II, a recensirla dopo la visione della successiva, se non altro sulla base della mia esperienza del linguaggio delle immagini che ha il solo merito di essere pluriennale, ma non priva di errori e sbagliate valutazioni e perciò opinabile ma coerente con esigenze puramente teoriche e, perché no?, anche artistiche.
Avevo notato nella prima puntata un grave difetto di sceneggiatura composta di scene frazionate, senza legami tra loro e del tutto indifferenti all’itinerario interiore, rappresentabile drammaticamente, del giovane Woityla verso il sacerdozio.
Si è preferito mettere in evidenza l’aspetto mondano delle sue gite in compagnia di ragazzi e ragazze, quasi a mettere le mani avanti, con provinciale goffaggine, dall’eventuale accusa di voler essere edificanti e non “moderna” nei confronti di un futuro Papa.
Anche la sua origine di minatore è stata illustrata con due scenette didascaliche che a me hanno ricordato i lavori a regia del ministro Romita: cioè una finta.
E la fotografia indulgeva all’effettismo, con contrasti di luce e abbondanza di buio – effettismo che sul grande schermo può corrispondere a un’esigenza estetica, sul piccolo schermo è, a mio parere, meno sopportabile a causa di una diversità del linguaggio televisivo di cui si continua spesso a non tener conto.
E mi domandavo: dov’era il produttore che, come ai tempi di Cristaldi, vigilava sul prodotto e tagliava, se necessario, forte del disincanto che il regista, per motivi oserei dire genetici, spesso non può possedere?
Forse perché invece di un produttore ne ho lette cinque o sei nei titoli di testa e di coda e si sa, quot capita tot sententiae?
E dov’erano i soloni delle strutture addette alla fiction con la loro presunzione ondivaga? Essi erano presi dalle previsioni degli ascolti, dalla constatazione che oggi pontefici e santi “tirano” indipendentemente dalla sofferenza interiore illuminata dalla speranza di colmare il bisogno di Dio nelle genti.
Queste erano le mie riflessioni dopo aver visto la prima puntata. Dopo la seconda non ho più parole; sopraffatto dalla idolatria degli ascolti in auge anche nella Tv pubblica, non mi resta che la tristezza, rabbiosa però, per aver visto scene affastellate e sfuggenti, condite di qualche aneddoto da bollettino parrocchiale e di squarci di repertorio.
Dov’era il dolore, dov’era la sofferenza, dov’era l’irrequietezza che hanno caratterizzato il calvario di Giovanni Paolo II verso la santità? Loro erano impegnati a rendere, e anche male, la decadenza fisica del Pontefice per potersi occupare di altro; erano impegnati nello sforzo produttivo certamente notevole per potersi piegare all’intimità drammatica di un’anima.
Ma a che vale disporre di tanti mezzi se poi si perde l’anima?
Taccio. I milioni e milioni di telespettatori soddisfatti mi danno torto.
E le televisioni si sentiranno autorizzate a perseverare. Una volta si diceva che perseverare era diabolico, oggi è umano. Amen.

 

 

Pillola, dibattito all’insegna dell’ipocrisia

Giunto è il momento di metterti alla finestra a guardare, frenando la tua smania residua di intervenire. Ti giunge dal basso un vocìo da mercato, chi bandisce il proprio interesse particolare come un principio generale, chi nasconde il proprio egoismo gabellandolo per solidarietà, chi febbrilmente va di qua e di là come al gioco dei quattro cantoni.
Quel che fino a ieri ti coinvolgeva, oggi però ti pare cosa di poco conto. Ben altro attira la tua attenzione: polemizzano sul “pillolo”, come chiamano con incomprensibile ironia la pillola per uomini; di quella per donne sono in discussione gli effetti collaterali; mentre irrompe sulla scena la pillola del giorno dopo. Qualcuno vorrebbe mettere in discussione l'aborto ma viene zittito con sdegno e messo alla gogna. Esplode la pillola abortiva che annulla e in ogni modo attenua ogni trauma e rende però più diretta, per l'assenza del chirurgo, la responsabilità della madre che soffoca il germoglio nato nel suo seno. Con sgomento ti accorgi che stanno assassinando la vita. Tutto si muove e si evolve perché il dono fatto alle creature, quel guizzo che assicura loro la posterità, sia condizionato o bandito o soppresso. In questo senso si accetta e si promuove l'eutanasia e si esalta la omosessualità. Lo sperma e l'ovulo sono messi in custodia per essere manipolati al bisogno, tenuti prigionieri di bacheche come reperti archeologici da museo. Il fine sembra essere quello di assicurare il piacere sterile senza conseguente futuro; lo so tu vorresti gridare all'assassinio, accusino di moralismo, oggi che la virtù è risibile. Eppure non è moralismo dare voce al pericolo di una mutazione antropologica, etnologica e sociale, con l'unica consolazione, se tale può chiamarsi, della parziale scomparsa dei popoli ritenuti più evoluti e del prevalere di una egemonia dei poveri e dei miseri che non hanno rinunciato al piacere della procreazione destinata a trasmettere lo spirito attraverso la carne.
A ripensarci, faresti bene a tacere. Nessuno ti dà ascolto ora che le mode e i nuovi costumi hanno cancellato il senso del peccato, ora che tutto, o quasi tutto, è diventato un pubblico merito e l'intimità, detta ipocritamente privacy da tutelare, viene esposta ai quattro venti per trarre motivi di vanto da esempi che un tempo erano considerati colpe.
Lo so, anche tu coi tuoi peccati hai pagato il prezzo che assicura a ogni uomo la sua responsabilità e le sue libertà personali, ma non chiedevi il condono, aspiravi al perdono a riconoscimento della tua sofferta consapevolezza delle scelte sbagliate. Perciò ti sghignazzano dietro. Adulterio, poligamia, perversioni, irresponsabilità verso i figli generati con leggerezza, facilità di abortire, un tempo procuravano angoscia e spesso rimorso; oggi possono essere vissuti con allegra disinvoltura. Così fan tutti. Non considerare a che cosa possa condurre questa indulgenza plenaria per ciò che fu illecito un tempo.
Se proprio non sopporti lo spettacolo che si svolge in piazza, ritirati e chiudi la finestra. Nella tua stanza a porte chiuse è accesa la televisione che ti lega al mondo senza la tua presenza. Trasmette il volo di una navicella spaziale alla ricerca nell'immensa galassia di quella vita che si sta uccidendo sulla terra. E nella tua mente frastornata si insinua la tentazione di sottrarti all'apocalisse. Quell'astronave è forse la preparazione inconsapevole della costruzione della grande arca destinata in un lontano avvenire a portare nel cosmo la vita mortificata su una Terra ridotta a landa desolata.

 

Le “quote rosa”: un’offesa per le donne

L’iniziativa di applicare una quota rosa alle candidature parlamentari rappresenta un’autentica offesa alla dignità e alle virtù della donna; ella non può essere considerata alla stregua dell’appartenente ad una specie protetta dal rischio d’estinzione, soprattutto oggi che ha vinto la legittima battaglia per la propria emancipazione.

È passato il tempo in cui le donne dovevano superare considerevoli ostacoli e pregiudizi per affermare la loro personalità di regine, di guerriere, di patriote e di sante.
Più recentemente, poi, la loro presenza come imprenditrici, organizzatrici, scrittrici, scienziate da Premio Nobel e altro ha dilagato brillantemente.
Tra i primi nomi che vengono subito in mente, senza pretesa di essere esaurienti, quelli di Madre Teresa di Calcutta, piccola donna, animatrice di un impero della misericordia, Madre Cabrini, oscura suorina partita da Genova alla conquista dell’America a favore della difesa e della emancipazione degli emigranti, via via fino a Madame Curie, a Rita Levi Montalcini e Margherita Hack.
Sono esempi di capacità eccezionali, di intrepido coraggio, in contraddizione con il “sesso debole”, in grado di dare esempio e lezione al cosiddetto “sesso forte”.
Basta guardarsi intorno: una folla di giuriste, di insegnanti anche universitarie, di scienziate e di ricercatrici, di dottoresse in medicina, di poetesse, di scrittrici, di saggiste anima la nostra vita quotidiana, ad esse ci affidiamo con fiducia e riconoscenza.
Tutte hanno affrontato studi, sofferto esperienze, superato prove per emergere senza che siano state imposte da fredde e spesso sterili quote.
Il lamento è, per la verità, di un certo numero di donne in politica.
Esse non hanno evidentemente in sé stesse la fiducia che invece meritano; coltivano nel loro inconscio un complesso di inferiorità che non ha più motivo d’essere; accusano discriminazioni sessuali alle quali invece sanno ben reagire anche per la tutela di cui godono; si oppongono alla selezione naturale che è la legge più equa; rifiutano la meritocrazia nella quale spesso eccellono per virtù propria.
L’imposizione per legge degli incarichi del potere politico sarebbe la più umiliante delle mortificazioni, la sconfessione delle loro capacità di farsi strada da sé.
Gli uomini che accettano le “quote rosa” fanno sfoggio di un maschilismo magnanimo, generosa espressione a sua volta di un complesso di superiorità o di un cuore sensibile a qualche lacrimuccia infantile e capricciosa.
Le donne che in fondo ed inconfessatamente vorrebbero fare carriera politica per grazia ricevuta sono vittime di un inguaribile provincialismo, contro la società patriarcale in vigore in passato.
Pur comprendendo ogni proposito di rivalsa, o addirittura di vendetta, a volere essere sottili, anche nella innegabile egemonia maschile si manifestava un predominio della volontà femminile, spesso saggio e provvidenziale.
Chi scrive è pronto a testimoniare l’esistenza di un matriarcato sommerso ma determinante, in tempi non lontani, in gran parte delle famiglie siciliane.
La donna vi amministrava l’economia domestica, provvedeva eroicamente ai risparmi pur nelle diffuse ristrettezze, ma soprattutto traboccava d’amore per i figli ai quali, con tolleranza e comprensione, faceva da scudo contro eccessive intransigenze paterne.
Ella deteneva insomma il potere ma dava all’uomo l’impressione della propria sottomissione, dolce inganno dovuto alla straordinaria e nascosta capacità femminile di avere l’iniziativa in molti campi.
E oggi le donne in politica vorrebbero rinnegare la loro virtù e aspirare a sedere in Parlamento o su una poltrona ministeriale grazie ad una imposizione per legge?
Non si accorgono della meschinità della loro richiesta che non rende giustizia ai meriti personali di ciascuna?
Perché poi accontentarsi della proporzione di una a tre, quando teoricamente godono della possibilità ad elezioni avvenute di essere rappresentate in proporzioni più sostanziose?
Rispondono, strillando e persino piangendo, che la realtà le inchioda a incarichi di potere scarsi a confronto di quelli degli uomini.
Non è però responsabilità colposa e dolosa di un irriducibile maschilismo tale realtà. Nel campo specificamente politico, abbiamo esempi che dovrebbero far tacere le sostenitrici delle quote: da noi solo per fare alcuni nomi la Jotti, la Moratti, la Bonino; nel mondo Golda Meir, Margaret Thatcher, Condoleeza Rice (per di più nera) e, recentissima, Angela Merkel.
Nessuna di queste si è affermata grazie ad una legge o ad un regolamento e ha superato ogni avversità delle lobby maschili, con l’aiuto spontaneamente sentito anche degli uomini.
Non è tuttavia da attribuire ad altro, se non ad una diversità di attitudini e di vocazioni, se non si possono segnalare grandi pittrici, scultrici, musiciste.
Non parliamo poi della assenza di grandi filosofe (siamo addirittura costretti ad inventare plurali femminili inesistenti nel nostro vocabolario), senza che tutto questo significhi discriminazione preconcetta.
Significa ripartizione naturale dei talenti. Nessuna quota rosa potrebbe garantirci una “Michelangela” o una “Tiziana” o una “Mozarta” e via di seguito. Non è tuttavia da escludere che un genio al femminile esploda spontaneamente in questi campi, prima o poi.
Ci accorgiamo che la stiamo facendo grossa per un argomento da cortile, mentre gravi problemi incombono sul futuro del mondo.
Chiediamo scusa, ma tale e tanta è la nostra ammirazione e il nostro amore per le donne che ci auguriamo, forse un po’ semplicisticamente, una impennata d’orgoglio da parte loro che imponga rispetto e bandisca vittimismo e vanità.
Sarebbe una risposta virile alla debolezza di certi uomini...


 

"Porta a Porta" è rock

 

Io non vengo da Parigi come la grande opinionista Alba Parietti; non vengo nemmeno da Bergamo come il direttore di “Libero” Vittorio Feltri esperto polemista. Vengo semplicemente da Carrapipi di Sicilia. Le mie oscure origini hanno bisogno di una spiegazione: Carrapipi, oggi credo Valguarnera, era il paese natio della soubrette da strapazzo con nome francese per la sua millantata nascita a Parigi di Francia, personaggio chiave de “L’aria del continente di Nino Martoglio, cavallo di battaglia di Angelo Musco.
Questa commedia nacque, come idea, da una collaborazione con Luigi Pirandello che prima si rifiutò di riconoscerne la paternità e di scriverne i dialoghi e poi se ne pentì, se in una lettera al figlio Stefano, prigioniero della prima guerra mondiale, confessò la sua perplessità di fronte alle quindicimila lire, somma molto cospicua allora, guadagnate da Martoglio per i diritti d’autore.
Io, dunque, venendo da Carrapipi (nessuno è perfetto) ho assistito fino a notte profonda alla conversazione, a volte vivace, di illustri personaggi cosmopolitici che nell’agorà di Porta a Porta discutevano di Celentano e di libertà. Chiedo scusa ai celentarati, ma io mi sono divertito moltissimo più che a Rockpolitik che invece, al solito, mi aveva in parte annoiato.E, al solito, non mi riferisco ai contenuti fatti principalmente di banalità dette col tono aristotelico dell’ipse dixit e sottolineate da silenzi gravidi di contenuti, dimostrazione invece del vuoto pneumatico in natura.

Mi riferisco allo spettacolo, di pacchiano barocchismo disfatto, privo di ritmo e di raccordi, slegato, sottratto forse ai suoi autori tra cui peraltro figuravano nomi rispettabilissimi, frutto insomma di una drammaturgia dilettantesca. Pingitore, l’ospite di Vespa che più si intende di queste cose, ha detto argutamente che avrebbe preferito un po’ più di luce, Celentano invece ama effetti tenebrosi. E lui si nascose...
Gli altri ospiti parlavano, per quanto riguardava i contenuti, di satira. Pingitore si è affrettato a chiarire che non di satira si trattava, ma di caricatura, parodia; la satira è ben altro ma i nostri politici che se ne sono occupati non hanno alcun obbligo di essere culturalmente preparati a tanto. A meno che essi non siano così dotti da alludere non alla satira di Epicarmo, di Aristofane e di Menandro o di e Giovenale ma alla sàtura, un genere volgare composto di lazzi, musica e danze a cui nella Roma più antica, la plebe accorreva in massa disertando la rappresentazione delle commedie di Terenzio.
A proposito di preferenze massicce del pubblico, trionfanti, i sostenitori di Celentano sbandierano gli alti ascolti, come se fossero garanzia di qualità. Con questo critierio, allora, dovremmo rivalutare ignobili programmi come Il grande fratello, L’isola dei famosi, La talpa e il Bonolis che si faceva toccare il sedere al tempo di tuoi e inseriva di tanto in tanto una canzonaccia cantata da Proietti, oscena parodia di Aznavour.
Il più divertente degli ospiti di Vespa è stato Paolo Guzzanti. Egli ha dimostrato che l’innegabile virtuosismo dei suoi figli (in loro però più pariolino, dei quartieri alti) è iscritto nella scheda genetica della famiglia. L’illustre genitore è stato molto spiritoso, ha rievocato la vocazione … atavica alla parodia, ha dato prova di una sensibilità rara, scindendo, con un certo pudore, l’affetto e il legittimo orgoglio per il successo dei figli dal disaccordo ideologico.
Tra le tanti voci e qualche battibecco, ho sentito dire che la satira è di sinistra. Essa è invece tradizionalmente di destra, a partire dai citati Epicarmo e Aristofane. Quella nostra di oggi, ribadendo che non di satira si tratta, nasce tuttavia da una sinistra che con la sua avversione al nucleare a all’alta velocità e con altrei sconcertanti segnali rischia di rivelarsi conservatrice e di rubare così il ruolo alla cosiddetta Destra.
Tra le facce offerte a mezzanotte passata da Rai Uno e dal garbato Vespa, spiccava quella dell’On. Boselli, socialista affetto dalla sindrome di Stoccolma. Egli, oltre a sfornare banalità e luoghi comuni, ostentava, mentre qualche suo avversario politico parlava, quel sorriso di supponenza e di superiorità che squalifica chi lo manifesta. In questo gli somiglia l’On. Follini, sulle cui labbra aleggia spesso un sorriso sardonico di chi la sa lunghissima, e che però risulta più enigmatico di quello della Gioconda.
Con abile tempestività, Porta a Porta inseriva scene di Rockpolitik appena trasmesse, per proporre argomenti di dibattito e di discussione. Si trasformava così in un antologico programma di intrattenimento, in piena luce, senza assordanti tam tam e divagazioni sul tema. Io, carrapipano irriducibile, mi sono divertito tra l’altro alle smorfie di augusta sopportazione della Parietti, alle perorazioni un po’ confuse del direttore de La Padania di nobile origine celtica, all’evidente imbarazzo dell’americana Clarissa Burt e così via.
Mi ha divertito anche il pensiero che, dietro le quinte di Rockpolitik e di tutto questo grandissimo rumore per nulla, che chi reggeva i fili dei pupi, compresi quelli del fiero Rodomonte, è una signora intrepida titolare della società “Ciao ragazzi!”, alla quale è stata affidata di recente anche la produzione della fiction su De Gasperi!
La signora si chiama Claudia Mori, legittima moglie del Predicatore laico, e ha chiamato a dare lustro al ricordo dell’unico - lui sì veramente grande - statista d’Italia il naturista Gifuni nel ruolo principale e il regista Liliana Cavani che ormai vive di rendita.
Resta, di tutta questa panna montata, il cedimento incondizionato della Rai alle richieste e alle pretese della Ditta a conduzione familiare e filosofica intitolata a vecchi (ciao!) ragazzi, forti degli ascolti idolatrati. Io, carrapipano, avverso a tanta schiavitù grido: Viva la libertà!

 

Famiglia Cristiana e l’irresistibile ascesa del posteriore

Oggi i giornali quotidiani hanno celebrato un avvenimento epocale: il diffusissimo periodico “Famiglia Cristiana”, che ora si può acquistare nelle edicole, ma anche in chiesa, ospita finalmente un nudo integrale! Era tempo! Aspettavamo con ansia che l’importante organo paolino si adeguasse allo spogliarello generale, favorito dal riscaldarsi del clima a causa dell’Effetto Serra.
Abbiamo saputo che persino De Gasperi è desnudo: pardon! lo è, a quanto si apprende dalle cronache degli spettacoli romani, il Gifuni che ha interpretato l’austero Personaggio nella fiction televisiva diretta del famoso regista Liliana Cavani.
Pare che il grande attore mostri al naturale la sua nudità, per avvalorare la qualità e la poliedricità della sua performance in doppio petto.
Era ora perciò che “Famiglia Cristiana”, si adeguasse; e l’ha fatto con un tempismo degno di ammirazione. Conformemente agli ultimi strilli di esaltazione del posteriore, pubblica un sedere nudo, maliziosamente esibito dietro un vetro appannato e sporco.
Nella didascalia è scritto: “Un vetro appannato può anche essere poetico”.
Un certo signor Tortorella si compiace vivamente che, così, l’autorevole settimanale “si è aperto a un mondo più moderno”.
Quando non si sa come definire l’inqualificabile, si ricorre giustamente al termine “moderno” che tutto accoglie in attesa di giudizio definitivo.
Il direttore di “Famiglia Cristiana” confida nella maturità dei suoi lettori, e intanto si fa chiamare don. Perché don? La fotografia che lo ritrae è quella di un distinto signore, elegante, con cravatta probabilmente griffata.
È finito il tempo preistorico quando i preti, perché il signor Sciortino è un prete, portavano la tonaca da bagarozzo come si dice a Roma.
Oggi molti preti si travestono, hanno acquistato una disinvoltura moderna convinti di fare più proseliti come quel don Mazzi, prezzemolo gustoso nelle più varie minestre, che confessò con adorabile candore di farsi i mazzi propri.
È rimasto il Papa, Benedetto XVI, a credere che l’abito fa il monaco, così come la toga fa il giudice, la divisa il carabiniere, la maglia il giocatore di pallone e così via…
La modernità vuole invece che il prete nasconda la sua identità, nel tentativo di risultare più efficace e non, come qualche maligno può insinuare, per nascondere un possibile vuoto dell’anima e il desiderio di rientrare nella normalità perduta.
In compenso, altri gettano la maschera e si esibiscono in compiaciuti e sbandierati outing come si dice oggi modernamente.
Chi si nasconde e chi si rivela: in catechismo si chiama la comunione dei santi, nella quale i meriti degli uni compensano i demeriti degli altri. Potremmo rivolgere la domanda a don Antonio Sciortino perché ci illumini su di chi sono i meriti e di chi i demeriti. Chi è più moderno e coraggioso, oggi: chi non si vergogna delle sue idee o chi le ritiene amare come un purgante che per essere accettato ha bisogno che l’orlo del bicchiere che lo contiene sia cosparso di soavi liquori?
Ho appena scritto queste parole che qualcuno suona alla porta.
È il postino, oggi detto operatore di esercizio. Mi porge una rivista che non ho mai ordinata, un omaggio non so di chi: è FAMIGLIA CRISTIANA, ultimo numero.
Strana coincidenza. Giuro che non è un espediente narrativo, sarebbe tra l’altro banale. Sfoglio la rivista, arrivo al sedere al di là del vetro, mi sforzo di coglierne la poesia.
Poi capisco: si tratta di una pubblicità a tutta pagina, con in calce lo slogan: L’aria è vita.
È un sedere a pagamento. Mi vergogno di aver scritto tante elaborate elucubrazioni e le interrompo. Il problema è più semplice. Si tratta della diffusissima sindrome di Vespasiano. Pecunia non olet. Persino in casa di “Famiglia Cristiana”.

 

Quelle differenze tra il popolo del sì e la piazza dei no

Chi avantieri domenica è rimasto a casa ha potuto godersi per televisione due spettacoli di piazza a Roma. Il primo era molto affollato tra le braccia del doppio colonnato del Bernini, il secondo faceva il pieno con gente, bandiere, tralicci, gazebo, e palloncini galleggianti nella luce tersa del prolungamento di un ottobre scuro. Evidente però la sproporzione tra questo e quello, come tra un teatro da duecento posti e uno da mille.
In San Pietro il popolo era accorso spontaneamente al consueto appuntamento con la speranza; applaudiva con gioia e con commozione le parole del Papa che esaltava la virtù dei santi impegnati contro il male con aperto coraggio. Egli tra l'altro predicava: «La fede non si riduce a sentimento privato... ma implica la coerenza e la testimonianza anche in ambito pubblico». Tra i fedeli dell'Angelus parecchi visitatori occasionali attratti dal carisma del Pontefice, un piccolo uomo vestito di bianco e della luce della Grazia. È lecito definire quel raduno come l'assemblea del sì.
Poco lontano si svolgeva, quasi contemporaneamente, il comizio del no. «No, no, no!...» gridava Prodi bocciando tutte le iniziative, nessuna esclusa, prese dall'attuale governo dell'odiato Berlusconi. Egli rifiutava così di rispettare il calcolo delle probabilità che in una statistica seria riconosce almeno qualche cosa da salvare. Egli si affidava al suo calcolo, ansioso di contentare le numerose stecche del ventaglio che si assiepavano sul palco. Alla sua destra vigilava, a braccia conserte, un signore con un maglione, forse di cashmere, dal color verde erba che spiccava su tutti gli arcobaleni presenti in piazza. Quel dandy, arbitro di eleganza e rappresentante di poveri e di lavoratori, era Bertinotti.
Alle spalle di Prodi, Fassino molto simpatico e tenero quando non parla, controllava sottecchi il numero delle restanti pagine del discorso e da due o tre sbirciate all'orologio da polso tradiva un mal celato disagio. A ogni plaudente interruzione egli batteva le mani con delicatezza come chi lo fa per educazione, mentre Bertinotti applaudiva a mani levate come chi lo fa per claque.
Prodi sfoggiava la metamorfosi dal sorriso bonario del curato di campagna alla faccia feroce del contestatore globale. Alla finanziaria e alla riforma elettorale, temi promessi, solo limitati accenni; nella gran parte del discorso lanciava invettive accolte da acclamazioni.
Nell'affollatissimo palco dei pretendenti alle future, eventuali, cariche di potere, si distingueva la presenza di De Gasperi, non il grande statista s'intende, ma l'attore che lo ha interpretato nell'ambigua fiction diretta da Liliana Cavani. Il suo cognome fa Gifuni.
Rappresentava la categoria anche Mariangela Melato indignatissima contro il governo che ha ridotto i fondi destinati allo spettacolo. A qualcuna sono venute in mente le parole di Suso Cecchi d'Amico alla tuttologa Barbara Palombelli sul Corriere della Sera del sabato precedente: «Per far rinascere il cinema italiano... niente finanziamenti statali, nessun aiuto obbligato da parte del sistema politico...».
A chi credere: alla riconosciuta regina del cinema italiano, o alla valorosa attrice infervorata dalla passione?
Tutto sommato al duplice spettacolo domenicale molti si sono divertiti assai più che a Domenica in o a Buona domenica.


 

 

Il paradosso italico di un comunismo 

Ci sono giorni in cui, quando meno te lo aspetti, qualcuno ti apre gli occhi su tue lontane avventure chiarendotene il significato del quale non avesti del tutto consapevolezza mentre le vivevi, sia pure con ardore. Uno di quei giorni fausti è stato, per moltissimi della mia generazione, il 13 settembre scorso, quando il Corsera ha consacrato, sia pure brevemente, il merito benefico di quanti nel 1948 si impegnarono perché il comunismo non conquistasse in Italia il potere. Quelle due righe sul Corriere della Sera hanno assunto una proporzione enorme per noi cattolici che fummo il motore di quella battaglia culminante, il 18 aprile del 1948, con la clamorosa sconfitta del comunismo, perché ne è autore Luciano Violante.
Egli è uomo di indubbia intelligenza e di alto rango, anche se hanno suscitato riprovazione, almeno in una parte considerevole dell'opinione pubblica, certi suoi accanimenti giustizialisti a senso unico. Ora si dice esplicitamente orgoglioso di essere stato comunista italiano e di non nutrire «alcun rigurgito nostalgico per il comunismo dei gulag e di Pol Pot». Rinnega insomma il comunismo del Pci «schierato per molti anni dalla parte sbagliata, quella dell'Unione Sovietica» e ringrazia perciò coloro che ne determinarono la sconfitta.
Ad animare i Comitati Civici fu Luigi Gedda al cui fianco mi onoro di aver lavorato come direttore di un ufficio un po' ingenuamente battezzato Psicologico, col compito di provvedere alla propaganda elettorale con gli strumenti allora a disposizione. L'attività elettorale dei Comitati Civici durò per più di tre mesi, dal gennaio all'aprile del 1948. A ripensarla, quell'impresa ebbe del prodigioso, grazie alla eccezionalissima capacità organizzativa di Gedda, cattolico convinto di tutte le stagioni e noto scienziato nel campo della genetica.
Avere oggi, da parte di un politico di talento anche se di contraddittorio impegno, la riprova che il nostro slancio improvvisato ebbe un senso provvidenziale, dà uno spiraglio di luce a questo ultimo capitolo confuso della nostra generazione. Un pericolo tuttavia si presenta puntuale, sottovalutato e ritenuto dai più un espediente elettorale: il comunismo che non riuscì a vincere in Italia mentre dominava nel mondo la temibile potenza dell'Unione Sovietica, minaccia di affermarsi in Italia oggi che l'Urss non c'è più.
Sono i paradossi tipicamente nostri, le anomalie che spesso ci perseguitano. Questa volta a favorire il successo del comunismo potrebbe essere proprio un cattolico, «adulto», come Prodi tanto imbelle quanto bellicoso, il quale, ogni giorno, a passi che lui invano vorrebbe inavvertibili, cerca di ingraziarsi i comunisti di fatto e di nome Bertinotti e Cossutta e persino Pecoraro Scanio.
Senza di loro Prodi ritiene che la sua Unione sarebbe sconfitta e, in caso di vittoria, si illude di poterli controllare, addirittura dominare. Non si accorge di quel che accade oggi in qualche regione, come in Russia al tempo della Rivoluzione di Ottobre, dove coloro, che già lo chiamano compagno, ottenuta una mano si sono presi anche il braccio. Sull'onda della soddisfazione nata dal riconoscimento esplicito di Violante, viene irrefrenabile la voglia di incitare tutti a correre a votare quando sarà e di invitare i cattolici a ritrovare lo slancio di una volta. Ancora una volta la sorte del Paese è in pericolo e il mito di un comunismo italiano è smascherato dai programmi che affiorano, talvolta a mezza bocca, nella coltre della persistente mancanza di un programma unitario del centrosinistra, sempre più sinistra-centro.

 

 

Il respiro contraddittorio delle generazioni

Chi è stato testimone diretto di avvenimenti lontani, non ancora in parte conclusi a causa, per esempio, di un antisemitismo di ritorno, non può non aver provato un turbamento davanti allo spettacolo del XX Raduno Mondiale della Gioventù tenutosi a Colonia.
Non può essere sfuggito alla sua emozione sentire gente parlare tedesco come in passato eppure in modo diverso da quello che gli procurò angoscia e terrore, oltre che per i contenuti molto spesso incomprensibili, perché minaccioso, arrogante, esaltato. E, meraviglioso!, riscoprirlo quasi sommesso dalle labbra del Papa tra le pieghe del suo sorriso dolce intriso di mestizia, come se la tonalità fosse cambiata da allora, in virtù di una diversa chiave in testa al pentagramma.
Avevamo visto Benedetto XVI arrivare dal fiume, in battello: un piccolo punto bianco nelle visioni totali, un pescatore di anima in quelle ravvicinate sulla tolda del catamarano. Gli facevano da argini due folte ali di giovani, molti già protesi nell’acqua del rinnovato Giordano, tutti col tripudio di una gioia restituita. Quella gioia che il superstite ricorda di avere provato negli Anni Trenta raccogliendo l’invito di servire Domino in laetitia mentre intorno già imperversavano le facce feroci destinate a spegnerla; quella gioia che i giovani dell’Azione Cattolica di Luigi Gedda incoraggiavano col canto del Christus vincit, e che a Colonia è sembrata risbocciare pur in un mondo dominato dal terrore.
La visita del Pontefice alla risorta sinagoga della città ha rovesciato gli schemi di un tempo, con Lui appartenente alla generazione che espresse dal suo seno gli spietati persecutori razzisti e con gli ebrei della generazione degli inermi perseguitati. È stato sorprendente scoprire nell’uomo vestito di bianco di lingua madre tedesca la scomparsa delle croci spurie e degli elmi di acciaio e negli ospiti dal florido aspetto identificare gli scheletri dei vivi nei lager con gli occhi sbarrati per la incredulità e la paura e le occhiaie inesorabilmente vuote dei morti nelle camere a gas. Significativa la battuta di quella donna sopravvissuta a un campo di concentramento, madre del presidente della comunità ebraica di Colonia: “Mai avrei potuto immaginare che mio figlio sarebbe stato oggi a parlare col Papa”.
In verità il primo viaggio di Benedetto XVI ha reso possibile l’inimmaginabile. Nel suo discorso nella sinagoga ha raccomandato che nella riconciliazione ciascuna delle parti non rinunci alla difesa della propria identità, senza tramutarla però in attacco alla identità altrui. “Dobbiamo imparare a rispettarci a vicenda…” – e, voce dal sen sfuggita fuori del protocollo scritto, ha esclamato: “…e ad amarci!” Ad accettarci insomma così come siamo ; il che è il segreto del vero duraturo amore.
Chi poi avrebbe immaginato che l’ex crociato, bersaglio di irriducibile odio, ricevendo i rappresentanti della generazione di cui fanno parte i kamikaze avrebbe esordito; “Cari amici musulmani…” una frase che rende possibile l’assurdità di vedere un giorno un uomo vestito di bianco togliersi sulla soglia le sacre pantofole rosse ed entrare nella moschea per concedere il suo perdono, quel perdono che Lui ha già chiesto e ottenuto per i propri errori trascorsi. Potrà così lo scontro di civiltà trasformarsi in incontro di civiltà?
Le parole sulla sinagoga e le braccia aperte alla generazione di cui fanno parte gli assassini, sono queste, l’incoraggiamento alla speranza e quelle, la conferma della certezza. Ecco i veri miracoli che qualcuno, con una punta di compiaciuto sarcasmo, sostiene che non avvengano più.
Il respiro delle generazioni va, in ogni modo, rivelandosi sempre più contraddittorio e affannoso, nella perenne lotta dell’uomo con gli angeli: quelli del male e del bene o, più propriamente, dell’odio e dell’amore.


 

L’amaro teatrino del Professore

Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Poiché non sono senza peccato mi sia consentito scagliare la prima pietra anche perché si tratta di una specie di boomerang destinato a colpire me stesso. Ho infatti un senso di colpa che grava sulla mia coscienza per essermi permesso di irridere un personaggio importante con la scusa che avendo questi scelto di essere pubblico si è automaticamente offerto come bersaglio nel bene e nel male. Ringrazio chi mi dà oggi la possibilità di fare ammenda, anche se so che il mea culpa rischia di passare inosservato, soprattutto presso il diretto interessato, alto sul suo legittimo piedistallo.
Io, dunque, non sono mai riuscito a prendere sul serio l'onorevole Romano Prodi; il suo riso pressoché perenne, la sua voce ora grave ora in falsetto, i suoi ammiccamenti, quelle mossette a indici elevati, il tono da «come ti erudisco il pupo», eccetera mi distraggono dagli argomenti da lui trattati. L'onorevole bolognese è invece un monumento che la mia pochezza non è riuscita ad apprezzare. Per lui parlano i fatti: egli ha rettamente amministrato miliardi di miliardi di vecchie lire per conto dell'Iri, è stato ministro, presidente del Consiglio italiano, presidente della Commissione europea. Una coalizione inoltre variamente assortita come l'Unione sembra fare quadrato di Villafranca intorno a lui, decisa a riportarlo a Palazzo Chigi sugli scudi vittoriosi del voto popolare.
Chi sono io, oscuro pigmeo, per osare di giudicarlo appena vedo la sua faccia ridanciana sul piccolo schermo o sulla stampa?
Devo probabilmente il mio giudizio irriguardoso a una cattiva lettura. Colpa di Giovanbattista Della Porta, di cui feci conoscenza all'università con una tesi di laurea sul suo teatro, relatore l'italianista famoso e comunista eccellente Natalino Sapegno. Le commedie del napoletano, vissuto a cavallo del XVI e XVII secolo, hanno favole simili, qualcuna identica, a quelle delle tragedie di Shakespeare; ma a differenza del catastrofismo inglese, finiscono a tarallucci e vino. L'autore le definiva infatti scherzi per passatempo, essendo egli scienziato, fondatore dell'Accademia dei Lincei, progettista della camera oscura e della lanterna magica, inventore del telescopio e studioso di geometria, astrologia, psicologia e - dannazione! - fisiognomica. Fu fatale perciò che la mia curiosità giovanile mi conducesse a rovistare nei suoi trattati, principalmente in quello intitolato De Humana physiognomonia, e mi facesse appassionare a quei rilievi che precedevano di qualche secolo quelli di Lombroso. Questi, però, riteneva di poter trarre giudizi criminologici dallo studio dei tratti del viso; Della Porta si limitava esclusivamente a giudizi caratteriologici.
Da dilettante confesso di aver tentato di applicare le regole del commediografo napoletano all'immagine di Prodi. Il risultato non è stato ohimè positivo, perché la mia goffa indagine ha rilevato una fiducia superstiziosa nello spiritismo e nei gesti scaramantici e soprattutto una certa immaturità. Del resto lo stesso presidente dell'Unione ha dichiarato di essere un baby in politica, dopo però essersi definito adulto in religione. L'infantilismo è peraltro generalmente diffuso dentro tutti noi: esso, sotto l'apparenza innocente e conciliante nasconde spesso una certa perversità vendicativa. Ribadisco insomma la mia colpevolezza; autodenuncio la mia indiscrezione che mi porta a spiare nella casa altrui trascurando la mia e per di più la mia idiosincrasia dovuta forse al fatto che egli primeggia in un'area politica che non è la mia.
Ciò detto mi auguro sinceramente che alle primarie l'onorevole Prodi sia confermato sovrano assoluto dell'Unione, secondo me non c'è nessuno più degno di lui. Se fosse bocciato - e non ci credo - il suo posto potrebbe forse essere preso da un altro dei candidati in corsa: l'uomo di Stato Alfonso Pecoraro Scanio.

 

La civiltà dei Celti. “Nessuno è perfetto”

Non si finisce mai di imparare; Sapete l’ultima? Il ferragosto vuota Roma la quale per chi vi resta diventa una piccola grande città che si lascia possedere offrendo le sue bellezze nascoste durante tutto l’anno dal traffico caotico. Credevo, ingenuamente, di dover essere grato per questo miracolo all’Imperatore Augusto che, sia pure ubbidendo al culto della propria personalità, diede al mese il suo nome e vi inserì, nel giorno 15, le feste già celebrate nelle calende di settembre in onore del dio Conso. Erudizione inutile se devo dar credito alla voce che il Ferragosto sia retaggio celtico come lo sarebbero Calendimaggio, la Candelora, con l’aggiunta persino di Halloween.
Per la verità negli ultimi tempi sono sempre più frequenti i richiami alla grande civiltà celtica di cui si vantano persino riti che credevamo inchiodati nel tempo. Sento parlare di chi ha contratto “matrimonio celtico”; confesso di non conoscere la sua liturgia, ma se celtico è, druido ha da essere il sacerdote che lo celebra. Dove lo trovano?
Non avendo, ohimé, ascendenze celtiche, credo di custodire in me un complesso di inferiorità. Il effetti i Celti furono antichissimo e civilissimo popolo; anche loro venivano dalla Valle dell’Indo, origine della grande migrazione che invase l’Europa si smistò in tutto il Continente come i vari rivoli di un grande delta. I Celti si distinsero per essere coltissimi, nonostante la loro religione gli vietasse di scrivere e di leggere, nonostante, insomma, che fossero analfabeti; e il “retaggio” ancora si avverte. Essi tramandarono oralmente la loro storia, le loro leggende, come Omero, solo che non trovarono chi li trascrivesse.
Erano guerrieri eroici e valorosi e usavano mozzare la testa dei nemici, sede, per loro dell’anima di cui aspiravano di assimilare il coraggio. La loro testa era invece ben protetta da elmi, con due corna, di bronzo, e pare che benevolmente qualcuno avesse affibbiato loro l’appellativo di “cornuti nobili”. La virtù che su tutti li contraddistingueva era il loro senso di probità e di giustizia. Brenno, l’eroe celtico che conquistò Roma nel 390 a.C., ne ordinò il saccheggio, allora eticamente codificato come legittimo bottino di guerra.
Chiese inoltre, per liberare Roma della sua presenza, mille libbre d’oro. Gli parvero però poco e pretese che ve ne fossero messe su uno dei piatti della bilancia (che in seguito doveva assurgere a simbolo di equità e di giustizia) quanti potevano “bilanciare” il peso del suo gladio glorioso messo nell’altro piatto. Di qui la celebre frase: “Vae victis”, che tradotta significa “Guai ai vinti”. Alcuni storici attribuiscono a questo rastrellamento di ricchezza lo slogan oggi ricorrente di “Roma ladrona”.
Davanti a tanta fulgida memoria, io, giunto a Roma, villano dell’Estremo Sud senza poter vantare antenati di grande cultura e di grande lignaggio, mi sento un povero outsider. Alle mie spalle ci sono poveri coloni emigrati, braccianti come mio nonno, i figli di Esiodo, l’umile poeta della terra, autore tra l’altro de “Le opere e i giorni” che significa fatica e sofferenza. Quei miei lontanissimi antenati di cui porto ancora l’umile nome (basileus) fecero grande, anzi Magna, la Grecia; ma tutto ciò è poca cosa: sono e resto un terrone del Sud, come mi viene ricordato a ogni piè sospinto. Terrùn! zotico, villano, un verme di fronte a quei grandi civilizzatori cornuti e analfabeti che furono i Celti.
Ma non ho rancori; più che siceliota, mi sento – scusate la retorica… - italiano, come italiani sono i discendenti dei coltissimi, giustissimi, civilissimi Celti. Del resto: “Nessuno è perfetto”.


 

La vera rivoluzione permanente

Ai sacerdoti e al vescovo di Aosta riuniti nella chiesa di Introd, il Papa ha rivolto a braccio un discorso così importante da suggerire all'Osservatore Romano di pubblicarne il testo intero due giorni dopo.
Benedetto XVI ha illustrato le difficoltà e l'inerzia che la Chiesa incontra nel suo apostolato, come se il mondo non abbia bisogno della fede e dei valori morali del cristianesimo. I Potenti della Terra non ascoltano, in genere, la parola di Dio e sembrano uniformarsi alla tesi di Karl Marx secondo cui, se la Chiesa non è riuscita a cambiare il mondo in milleottocento anni, tanto vale fare da soli. In verità il cristianesimo è una rivoluzione ancora incompiuta ma permanente; nelle sue sublimi contraddizioni esso ammonisce il fedele che il Regno dei Cieli non è di questa terra, ma lo esorta ad agire come se il Regno dei Cieli possa realizzarsi domani.
Papa Ratzinger, dotto tra i dotti, si serve tuttavia di un linguaggio comprensibile, comunicativo. Egli individua nel Sessantotto quel tentativo di fare da sé predicato da Marx e rivelatosi invece l'ultimo fallimento di neo Illuminismo. Pretendeva di risolvere, rompendo tutti gli schemi, il disagio esistenziale derivato dall'apocalittica esperienza della Seconda Guerra mondiale ed è riuscito a generare anarchia. I suoi paladini sono oggi in maggioranza borghesi rientrati nei ranghi che trovano tuttavia possibile e godibile, fare a meno del messaggio evangelico.
Nel discorso di Introd traspare l'amarezza del pontefice. Eppure, di recente, al di fuori di ogni analisi di molte realtà apparenti, si è avuto il conforto della partecipazione di milioni e milioni di pellegrini virtuali sparsi nel mondo, rappresentati dalla gremitissima piazza San Pietro in occasione della morte di Giovanni Paolo II e della incoronazione di Benedetto XVI.
In quelle manifestazioni si avvertiva il bisogno di Dio, spesso inespresso, ma insopprimibile in eletti come in poveri di spirito, in giusti e soprattutto in peccatori per i quali il Cristo è venuto. Sembrava che ripetessero, più o meno inconsciamente: non guardare ai nostri peccati ma alla forza invincibile della nostra fede.
In opposizione alla diagnosi del Papa, trascorrendo su un piano di inevitabile meschinità, c'è da dire che gli estremisti della sinistra lamentano in Italia l'eccessiva ingerenza dei cattolici nella cosa pubblica. Questi dovrebbero limitarsi a predicare e ad attuare le conseguenze della loro fede e della loro etica religiosa, nel chiuso delle proprie strutture, parrocchie, oratori, associazioni, in nuove catacombe insomma.
È quanto ha sostenuto alla lettera tempo fa l'onorevole Marco Rizzo, al quale il fanatismo comunista vieta ogni ragionevolezza e ogni misura. Unica eccezione da lui ammessa: la partecipazione ai pellegrinaggi della pace diretti ad Assisi, al seguito di qualche sacerdote contestatore (sic!). Per il resto, anche a proposito dei grandi misteri della vita e della morte su cui tutti possono interrogarsi, i cattolici sono invece da ghettizzare, devono farsi da parte al fine di evitare l'instaurazione di uno Stato teocratico, forse per lui già in atto.
Il Papa nel suo discorso in Introd ha detto di provare sofferenza per l'attuale situazione storica, ma aggiunge che la sofferenza è uno stimolo, è l'amore senza cui non si costruisce un mondo migliore.
Nel romanzo «Il Re della Pioggia» dell'ebreo americano Saul Bellow, premio Nobel, è scolpita una frase che dovrebbe tornare alla nostra mente soprattutto nei momenti bui: «La sofferenza è l'unico mezzo per spezzare il sonno dello spirito».

 

Quei morti discriminati per sesso

Alcune notti fa un giovane viene torturato e ucciso in un parco semiabbandonato di Roma. Le cronache lo descrivono come creatura buona, generosa, pia. Una folla commossa partecipa in chiesa al suo funerale; noi, sia pure per procura, siamo lì a esprimere tutta la nostra solidarietà nel dolore. Ma non basta, due giorni dopo si accendono in suo onore centinaia di fiaccole in piazza del Campidoglio: personalità note di intellettuali, di gente dello spettacolo, della politica e persone sconosciute - espressione comunque di un campionario della civiltà civile - sono radunate ai piedi della statua equestre dell'imperatore filosofo Marco Aurelio. Perché? La spiegazione la offre uno striscione portato in corteo: «Ucciso perché gay». In verità almeno fino a questo momento l'omicida non è stato smascherato e con lui il movente dell'ignobile gesto. È presente il martire, assente il carnefice.
Ma non basta: il sindaco di Roma si reca personalmente a casa degli inconsolabili genitori per presentare le sue sentite condoglianze e noi siamo idealmente con lui, sappiamo tra l'altro che cosa significhi perdere un figlio nel pieno della sua giovinezza.
Ma non basta: il primo cittadino della capitale promette premi e manifestazioni «per tramandare il ricordo intenso di un ragazzo sensibile, della sua ricerca interiore e della sua curiosità intellettuale». Gli fa eco la proposta di intitolare il parco, teatro dell'assassinio, alla sventurata vittima e di organizzare una cerimonia di commemorazione per il prossimo 11 settembre non si capisce se in coincidenza con il crollo delle Torri Gemelle a New York.
Manca solo che una delegazione della eletta civiltà civile si rechi (forse non lo fa perché laica) sotto la finestra del Papa per chiedere la immediata beatificazione del ragazzo timorato di Dio.
Anche senza volerlo, il nostro pensiero corre a tanti giovani e ai non giovani uccisi in parchi semiabbandonati o altrove per i motivi più svariati, talvolta per il solo fatto di esistere. Forse una mano pietosa deporrà un fiore sul luogo del delitto; forse i genitori si raccoglieranno davanti alla cella dell'obitorio più fredda della stessa morte dove giace il figlio, più solo della solitudine. Per lui non verrà il sindaco della città, magari con la fascia tricolore a tracolla, a promettere di dedicare al defunto non una piazza, non una strada, non un parco ma nemmeno un vicoletto cieco. La grande stampa, evoluta e à la page, prodiga di dettagli e di titoli cubitali in certi casi non citerà nemmeno il nome dell'assassinato o gli dedicherà poche righe in una frettolosa cronaca.
Perché? Perché egli non ha avuto il privilegio di essere o di dirsi gay. Non importa. Per i suoi genitori, straziati dal dolore, egli è un figlio e basta, «nu piezzo 'e core» come direbbe Filomena Marturano. È un giovane bruciato verde in cui è stata troncata la speranza, virtù infusa in ogni creatura umana. Forse gli stessi genitori della vittima nel parco semiabbandonato di Roma, distratti da una così ostentata invadenza, si saranno in segreto rifugiati nel silenzio che è il vero rispetto della morte e nei ricordi del figlio perduto, dei suoi primi passi, della sua innocenza, dei suoi capricci, delle sue malinconie di adolescente e delle sue scelte di vita e lo penseranno lì, dove gli angeli non hanno sess
o.
 

Élites di sinistra

Il cittadino non interessato personalmente ad alcuna carriera politica ma apprensivo partecipe della fortuna della cosa pubblica al punto di sentirsi in diritto di dire la sua, era un tempo chiamato l'uomo della strada. Oggi costui ha la sensazione che in Italia non si muove foglia che la sinistra non voglia. Non è del tutto vero, ma gli esempi in cui la sinistra impone le sue scelte sono impressionanti. Per riferirsi all'ultima gara, quella della nomina del presidente della Rai, pare di assistere alla ripetizione ossessiva di «Natale in casa Cupiello». Il presepe non piace, anche se unito all'offerta delle cinque lire. D'accordo: è l'uso legittimo della legge Gasparri; ma l'uomo della strada, un po' sprovveduto, non distingue tale sottigliezza, è fermo a quel che vede e sente. Del resto la nomina della conduzione di Affari tuoi, il gioco più diseducativo che la televisione abbia mai offerto premiando la cieca fortuna senza merito, sembra una barzelletta e al momento pare che debba fare ricorso a una sorta di compromesso storico. Non è che il redivivo uomo della strada se ne meravigli più di tanto, avendo egli la sensazione che il potere sia in Italia esercitato dalla sinistra. Sinistra la grande stampa, l'intelligenza, la magistratura, sinistri ovviamente i sindacati, ma anche i poteri forti e così via, il Paese vive, forse da decenni, in balìa delle intimidazioni psicologiche e piazzaiole; esso sconta la malasorte di aver nutrito nel suo seno il più forte e il più ricco Partito comunista d'Occidente.
Attenzione: la sinistra ha il potere ma non ha il governo; quella volta che lo ha avuto approfittato di un ribaltone e nel tempo trascorso a Palazzo Chigi non ha dato prova di edificante capacità. Anche ora che, favorita dal carattere amministrativo e locale della consultazione, è riuscita a prevalere in 14 regioni sta dimostrando di considerare l'esercizio dell'autonomia regionale come un duplicato di burocrazia, di incarichi, di consulenze, di prebende, di servizi con conseguente aumento di tasse a carico dei cittadini. Perché la sinistra, forte al potere, al momento di determinanti votazioni politiche o puntualità storica non riesce ad andare al governo? L'uomo della strada presume di saperlo: i componenti e le lobby della sinistra non hanno un vero contatto con la più vasta realtà popolare che dicono di interpretare. Essi formano in maggioranza una società elitaria, salottiera, mondana, chic, popolata di parvenu del censo e dello spirito, sono borghesi consumisti il cui alibi è chiamarsi e farsi chiamare progressisti. Una situazione del genere si è verificata negli Usa; Bush avversato dalla grande stampa, dagli intellettuali, da Hollywood ha tuttavia vinto.
Serva ciò a rincuorare il centrodestra che l'Unione vorrebbe intimidire con la sua ostentata certezza di vittoria. Il popolo che non scende in piazza ma che sta alla finestra, quando uscirà di casa per andare a votare difficilmente non terrà conto dello spettacolo di prepotenza offerto dal centrosinistra capace solo di esercitare monotonamente il suo diritto di veto. I notabili del centrodestra depongano le loro ambizioni personali e lavorino insieme per evitare la restaurazione, vera mira della sedicente sinistra, se non vogliono correre il rischio di essere risospinti nel buio o nella penombra da cui essi provengono. Molti giudicheranno questi discorsi degni del bar dello Sport, perché l'uomo della strada non parla né scrive politichese. Egli forse si sbaglia, ma forse qualche volta ci azzecca come direbbe l'italianista Di Pietro.

 

Con gli 007 si può salvare l’Occidente

È giusto raccomandare o addirittura vietare che si parli di scontro di civiltà a proposito dei passati e recenti attentati in cui hanno trovato morte e disperazione vittime indiscriminate di tutte le etnie. È però innegabile che è in atto un attacco da parte del terrorismo islamico contro l'Occidente, volente o nolente giudaico-cristiano. Qualche giorno fa Mahmud Al Zahar, nuovo leader di Hamas, pur condannando gli attentati contro civili a Londra, ha rivelato, forse ingenuamente, certo velleitaristicamente, i piani ambiziosi del terrorismo islamico. Egli, in un'intervista al Corriere della Sera, prevede il trionfo finale dell'Islam le cui conseguenze saranno che degli Stati Uniti tra al massimo mezzo secolo resterà solo un vago ricordo, e che, in un meno lungo periodo, di Israele si celebrerà la sparizione dalla faccia della Terra.
Anche escludendo saggiamente lo scontro di civiltà, non è detto che l'Occidente così minacciato non debba difendersi, non con la guerra e la mobilitazione di armate, bensì affrontando, prevenendo e reprimendo i terroristi sullo stesso terreno da loro scelto, che è quello di occulti comandi strategici con piani eseguiti tatticamente da azioni pressoché individuali collegate con una trama invisibile. I carri armati, i missili, gli aerei, gli eserciti sarebbero come le famose cannonate contro moscerini sparsi.
La deformazione professionale di chi scrive lo spinge a suggerire il maggiore e concordato impiego degli 007, di agenti a cui vengano per legge attribuite licenze al limite dell'illecito, col massimo sforzo di salvaguardare le libertà civili insidiate peraltro dalle gesta incivili e sanguinarie dei terroristi.
Il cinema è spesso lo specchio che riflette i tempi contemporanei, talvolta li precede, talaltra li segue. Gli americani, perduta la guerra del Vietnam sul campo, si sono presi la rivincita sullo schermo, con i Rambo, vittoriosi eroi solitari.
James Bond potrebbe invece rappresentare il processo inverso: anticipare quel che la realtà purtroppo esige e demandare il confronto diretto alle ombre armate dalla più alta e sofisticata tecnologia in grado di prevalere sull'astuzia sommersa e sul fanatismo diabolico dei terroristi. Certo, parlare di cinema in un momento così tragico potrebbe incontrare biasimo e scetticismo: correndo questi rischi resta in ogni modo l'invito a riflettere sul massimo uso dell'Intelligence, poiché è l'intelligenza ad essere chiamata in causa e merita di essere applicata con una maggiore flessibilità, con un pragmatismo per quanto possibile corretto e con un coordinamento internazionale privo di suscettibilità particolari. Torna così la leggenda degli Orazi e Curiazi che ha interpretato nei secoli il sogno di schierare sul campo solo un numero esiguo di rappresentanti delle due parti per evitare la grande strage degli innocenti.

 

L'argine etico

 

In occasione del referendum per la procreazione assistita è sembrato talvolta che ci fosse un contrasto tra laici e cattolici; qualcuno ha voluto vedervi una sorta di guerra di religione. L'esito della consultazione si presta invece a dimostrare l'esemplare equilibrio degli italiani. Essi, in un modo o nell'altro, hanno preferito affidare al Parlamento, eletto per fare, disfare, correggere leggi, la soluzione di un problema così diversamente interpretabile anche dagli scienziati, piuttosto che pronunciarsi con una crocetta sul sì o sul no, sull'onda di emozioni e suggerimenti anche politici del momento.
Nel loro recente incontro Benedetto XVI e il presidente Ciampi hanno ribadito le rispettive competenze. Questi orgoglioso, come tutti noi cittadini, del suo impegno laico, l'altro fedele alla millenaria missione di interpretare e attuare la rivoluzione cristiana che con il libero arbitrio ha conferito all'individuo la sua responsabilità personale nel bene e nel male; il che conferma la possibile armonica convivenza dei due regni. L'affermazione del Papa invece non ha mancato di rinfocolare la critica dei referendari alla Chiesa, alla quale viene negato il diritto di dare consigli ai fedeli in una materia con implicazioni squisitamente etiche e morali. Così Benedetto XVI è stato criticato dagli stessi che, dopo averlo in precedenza salutato con favore, oggi lo rinnegano solo perché non asseconda le loro tesi. Costoro pretenderebbero un Papa a loro immagine e somiglianza, che contraddica la sua vocazione e la sua fede.
Codesto contrasto tra cattolici e laici, oltre a non esistere in termini così irriducibili, rischia di distrarci dalla deriva eugenetica che scorre nel fondo della nostra incoscienza. La sua origine potrebbe essere fissata nel corso della Seconda guerra mondiale quando l'uomo, trascinato dalla disperazione che aguzza l'ingegno, ebbe la conferma della sua possibilità di manipolare la materia e la vita. La disgregazione dell'atomo gli offrì nuove armi di distruzione anche totale, costante spada di Damocle sul collo dell'umanità; la modificazione genetica gli affidò il destino programmato delle creature sottratte alle leggi naturali. Dietro l'angolo, a nostra insaputa, aspettano, preannunciati da cinema e letteratura, i bioingegneri con le catene di montaggio già pronte per sfornare in serie tanti «ragazzi del Brasile». La dottrina di Hitler, quella di una scienza senza freni, potrebbe rappresentare la vendetta del Terzo Reich sconfitto solo sul campo.
L'inviolabilità della vita umana, al di là delle anguste recenti polemiche, dovrebbe perciò unire laici e cattolici nella sua difesa ad oltranza fin dall'accertato inizio. Il pericolo che il progresso possa uccidere il progresso non è frutto di una farneticazione apocalittica a buon mercato; casomai è un presentimento escatologico in cui l'angoscia della catastrofe si accompagna all'attesa di un nuovo ciclo. Grandi civiltà, del resto, sono morte nel passato millenario vittime del massimo sviluppo delle loro conoscenze. Gli Incas, gli Egizi, i Cinesi... Ruderi ciclopici scoperti di recente ne sono la conferma. Forse nel nostro orizzonte così dilatato è in pieno sviluppo rigoglioso l'albero della scienza che offre, seducente e tentatrice, la mela alla novella Eva perché la morda a conclusione di un'era.
Abituati a vivere nell'effimero si può ridere di queste ubbie. Anche se scarsamente abilitati a ergerci giudici di fenomeno di tanto respiro, abbiamo tuttavia diritto alla presunzione di sentirci sul filo dell'inarrestabile corrente della civiltà umana. Dobbiamo però acquistarne consapevolezza fin dalle prime avvisaglie come quelle rivelate dal recente referendum. La scienza senza argini etici e con l'alibi di solo probabili vantaggi sanitari sostituibili può portarci alle rapide destinate a travolgerci. È un'eventualità lontana, forse lontanissima. Ma perché toglierci l'illusione di vivere anche nel futuro?

 

 

Alla deriva?

Poiché su queste pagine ho sostenuto – grazie al suo liberalissimo direttore Geppi Rippa che la pensa in modo diametralmente opposto al mio – l’astensione dal voto referendario addirittura come un dovere, sento il bisogno, senza abbandonarmi a sciocchi trionfalismi, di esprimere la mia soddisfazione. Ritengo che la nostra gente abbia dato una grande prova di saggezza rinunciando a esprimere, in una questione così delicata e contraddittoria, con semplici crocette il proprio “sì o il proprio “no”. L’astensione è stata superiore a ogni aspettativa; gli abrogazionisti nel fare i conti si basano su gli astensionisti abitualmente refrattari a ogni chiamata per referendum, ma non hanno potuto appigliarsi al tempo favorevole per correre ai monti e al mare, come avrebbe voluto Enzo Biagi addirittura in un editoriale del più importante quotidiano nazionale. A questo proposito abbiamo avuto la prova che la grande stampa, tutta schierata, chi apertamente chi, in modo ancora più efficace, tra le righe, non ha influenza alcuna sull’opinione pubblica quando si tratta di decisioni importanti; né hanno impressionato gli strilli di dive e divette, di star della canzone, del cinema e della Tv che hanno creduto di poter esibire una unanime conoscenza profonda e certa di problemi su cui luminari della scienza hanno pareri, dubbi, esperienze contrastanti.
Ora che la stragrante maggioranza degli italiani ha deciso di affidare al Parlamento il compito di attuare e correggere con un serio approfondimento la Legge 40, anche tenendo conto di obiezioni venute fuori nel corso del vivace dibattito pre-elettorale, molti degli sconfitti tacciono sdegnati, altri non hanno che insulti da dedicare a noi poveri astensionisti proclamati ottusi, oscurantisti, ignoranti, retrogradi…
Personalmente sono rimasto colpito nell’udire l’on. Fassino, il meno stolto dei compagni anche se da qualche tempo perde facilmente le staffe, dichiarare con accento vibrante di aver votato “sì” “in difesa della vita”. Anch’io, per quel che valgo cioè poco o niente, mi sono astenuto per una difesa appassionata della vita. Non ho dubbi sulla mia buona fede come non mi permetto di averne su quella dell’on. Fassino, per cui, poiché nessuno dei due bara, non è possibile che abbiamo entrambi ragione: uno di noi due sbaglia. A costo di sembrare inattendibile mi auguro che sia io a sbagliare, o per lo meno a non aver chiari i vantaggi e i limiti promessi dall’autorevole uomo politico. Vorrei sbagliarmi, e ora posso confessarlo apertamente, prima sarebbe sembrato un espediente per portare acqua al mio mulino come ha fatto col suo la fotografatissima on. Prestigiacomo agitando lo spauracchio dell’aborto in pericolo; vorrei sbagliarmi ma ho l’atroce paura che sia cominciata la deriva eugenetica; il mio incubo sono i bioingegneri che attendono dietro l’angolo con le catene di montaggio già pronte per sfornare in serie “tanti ragazzi del Brasile”. La dottrina di Hitler, che è quella di una scienza senza freni, potrebbe vendicare la sconfitta del Terzo Reich sul campo. Perciò mi auguro che l’ottimismo dell’on. Fassino fughi i miei puerili fantasmi sebbene non è assurdo pensare che il progresso distruggerà il progresso. Del resto le grandi civiltà del passato millenario sono morte al culmine del loro sviluppo delle loro conoscenze. Mi pare perciò di vedere proiettarsi all’orizzonte l’albero della scienza che offre la mela seducente, brillante, rossa, tentatrice: in attesa che la novella Eva la addenti per concludere un altro ciclo.
Allentare la difesa etica può portare l’umanità sull’orlo dell’abisso: il via alla disgregazione dell’atomo è un esempio, una delle spade di Damocle sul nostro collo. Per rassicurare i nostri oppositori dirò che anch’io rido delle mie ubbie. E poi, che diritto ho io di erigermi a giudice del cammino, ohime, inarrestabile della civiltà? Purtroppo, però, non posso fare a meno, come tutti, della mia presunzione. Della quale chiedo scusa. Ma sono contento che l’Italia abbia dato una prova di coraggio: invece di destinarla a “fanalino di coda” l’esito del referendum la classifica al primo posto per la sua azione equilibratrice.

 

Quella Babele chiamata Europa

 

Lorenzo Valla sosteneva che l'unità della lingua era la prima inderogabile condizione per ogni costituenda confederazione di Stati e per la sua durata. Valla era un letterato napoletano del Quattrocento e le sue affermazioni riflettevano la sofferta ricerca di un nuovo metodo filologico e linguistico per una più rapida e corretta comunicazione.
Da allora sono passati secoli; ricordare Valla potrebbe sembrare lo sfoggio di una citazione se la storia non gli avesse dato e non gli desse pienamente ragione. Sono ancora a noi vicine nel tempo e nello spazio le improvvise disgregazioni dell'Unione Sovietica e della Federazione Jugoslava: dissolta la tirannia ideologica che teneva legati tra loro vari Stati di vari idiomi, sono subito affiorate diversità contrastanti, rese più virulente dal lungo sonno ed esplose più volte in battaglie sanguinose e in efferate vendette. Dall'altra parte, e sotto i nostri occhi, la tenuta, dopo l'iniziale scontro, degli Stati nordamericani che, pur tra tante etnie, hanno comune la lingua. Per non restare pedissequamente legati al vaticinio di un antico umanista, si può tuttavia riconoscere che la simultanea comunicazione attraverso le immagini possa parzialmente ovviare ora alla diversità della lingua, resta insuperabile però la necessaria unità del linguaggio.
Un tale cemento sognavano indubbiamente i Grandi Progettisti dell'Europa Alcide De Gasperi, Robert Schumann e Konrad Adenauer. Italia, Francia, Germania e anche Spagna e Portogallo avevano multisecolari esperienze comuni per ricordarle in un sommario e grossolano excursus dal Medio Evo al Rinascimento all'Illuminismo al Romanticismo e via di seguito fino alla dittatura abbastanza recente.
Tutti fenomeni metabolizzati secondo il genio di ciascuno, ma vissuti e sviluppati con comune fedeltà sostanziale. Della lontana origine cristiana è prudente tacere per amore di pace, visto che il trattato tra gli Stati che passa sotto il nome di Costituzione europea non ne fa volutamente cenno. E si capisce perché: l'Ue è diventata un fondaco con ingresso libero a ospiti di varia derivazione geografica ed etnica e ha nella sua lista di attesa oggi la Turchia, domani chissà...
Il povero Valla inorridirebbe davanti a tante lingue, forse più numerose di quelle che portarono Babele a rovinosa confusione. Quanto all'unità del linguaggio inutile parlarne, essendo difformi e spesso opposte la cultura, la religione, le tradizioni e le usanze degli Stati membri e degli Stati aspiranti. Apprezzabilissima l'intenzione di promuovere una universale tolleranza a condizione però che non si creino egemonie e non si alimenti rinfocolandola la brace sotto la cenere. Tanto per ripeterci: historia docet.
Gli europeisti intanto esaltano la pace che dura ormai da decenni in Europa; e l'unità monetaria, che di solito viene per ultima nei processi di unificazione nazionale e che invece in questo caso ha ottenuto la priorità, è difesa da economisti eccellenti come un collante più saldo e più duraturo della ideologia.
È una soluzione materialistica; ma così va il mondo... Anche noi meschini siamo convinti che indietro non si possa più tornare e che il più piccolo rigurgito nostalgico vada contraddetto.
Ci sorregge la speranza che questi anni di evidenti eurosacrifici ci vengano ripagati con un più equo costo della vita, con una maggiore possibilità competitiva, con un alleggerimento dell'ingranaggio burocratico europeo che oggi rischia di stritolarci.
Certo, i recentissimi no di Francia e Olanda e il conseguente espandersi di un euroscetticismo sommerso, impongono un coraggioso ripensamento e la scrittura di una vera Costituzione. Un contributo chiarificatore lo darebbe un maggiore e più fitto scambio culturale reciproco alla ricerca di ciò che ci può unire, lontano dalle divisioni faziose suggerite spesso da una politica cattiva consigliera. Sebbene sia proibito nominarlo, Dio salvi l'Europa.

 

 

Risposta all'amico Geppi (controreplica di Turi Vasile)

 


Non ho dubitato minimamente che la mia nota in cui esprimevo la profonda convinzione che astenersi dal votare il prossimo referendum è più che un diritto, un dovere (senza punto esclamativo) avrebbe trovato ospitalità nell’Agenzia Radicale alla quale collaboro da anni in piena libertà. Il suo direttore Giuseppe Rippa, Geppi per gli amici e anche per me, è uno spirito ampiamente tollerante e liberale (il termine “libertario” così spesso in uso non mi piace perché denota una intransigenza al limite dell’anarchia). Io lo rispetto considerandolo un ammirevole cavaliere dell’utopia; la sua facondia inarrestabile e la sua abilità dialettica mi intimidiscono; la sua onestà intellettuale mi incanta. Con la stessa franchezza dirò che mi aspettavo da lui un commento, alla mia notarella, più convincente e meno superficiale. Non ho difficoltà ad ammettere che la colpa possa essere stata mia perché non mi sono spiegato bene.
Dichiaro definitivamente, per il valore che può avere la dichiarazione di uno senza voce in capitolo come me, che rispetto con profonda sincerità le scelte fatte dall’on. Fini, dall’on. Prestigiacomo, da Giuseppe Rippa, Geppi per gli amici e anche per me, dalla maggioranza della redazione di Agenzia Radicale, da tutti insomma. Ho però la curiosa pretesa di volere rispettata la mia scelta, poiché se rispetto, senza limite alcuno le scelte di tutti, non posso fare a meno di nutrire il medesimo rispetto per le mie proprie.
La mia polemica nei confronti dell’on. Fini e dell’on. Prestigiacomo non riguarda le loro opinioni degne della massima considerazione, ma il modo con cui loro intendono farle prevalere. Potrei dire che “il modo ancor mi offende”
Sono disposto a tollerare, anche se mi ritengo ininfluente, la collaudata incoerenza e la fatuità di un aspirante leader che giudica il fascismo in cui lui ha volente o nolente le radici, un male assoluto, e altre contraddizioni alle quali del resto troppi esempi generalizzati ci hanno abituato con l’alibi delle sofferte, legittime conversioni. Non riesco però a digerire che per giustificare il suo punto di vista dell’ultima ora accusi noi cattolici di azione diseducativa nel praticare l’astensione. Mi sembra paradossale che, pur non volendo polemizzare con la Chiesa, la accusi di essere… corruttrice di minorenni.
Quanto alla Prestigiacomo, non ho mai detto né pensato che lei si sia fatta strumentalizzare dal Comitato per Sì. La mia affascinante corregionaria – e lo dico a sua difesa - sa strumentalizzarsi da sé. Per far prevalere i suoi strillati sììì (abbassi la voce per favore) non esita a sbandierare lo spauracchio della rimessa in discussione della legge sull’aborto, fornendo un’arma all’on. Fassino che subito l’ha fatta propria per incendiare gli animi. In occasione del Gay Pride Day di Milano poi, la nostra ministra, invece di scandalizzarsi per la mostruosa esibizione di venti bambini, ciascuno orfano di due padri viventi, come hanno fatto moltissimi, compreso Alessandro Cecchi Paone, si è doluta a gran voce che sia stato offerto un argomento in più al partito degli astensionisti.
Chiarisco meglio: a me non va giù, anche se non interessa a nessuno, che invece di approfondire la complicata questione, si cerchi di affermare il proprio punto di vista con armi improprie. Sconvolgente è poi l’improvviso imponente schieramento di quanti, avendo criticato fino a ieri Fini e la Prestigiacomo, oggi li esaltano. È una conversione a U che riguarda anche il mio amico Geppi. Così va il mondo…Se si pensa che Vendola, il quale giorni fa a Bari si accostò compunto ai sacramenti, oggi rinnega il Papa perché non ha benedetto le coppie di fatto, il quadro è chiaro.
Questo è il relativismo da cortile nel quale siamo costretti a vivere, figlio di quel relativismo maggiore che Papa Ratzinger combatte coraggiosamente.
Sono felice poi di aver fatto ridere il mio amico Geppi quando – e questa è la mia semplicissima ed esclusiva posizione sottratta ad ogni influenza esterna – ho sostenuto che a parer mio il problema controverso della procreazione, che affonda le radici nel mistero della vita e della morte, non può essere oggetto di un semplicistico referendum popolare in balìa, come si è visto, di tante superficiali emozioni. Abbiamo udito improvvisati scienziati, filosofi, medici dei due campi dissertare nella presunzione di aver capito tutto. Beati loro: io non ho capito molto. Abbiamo letto le sentenze dei veri luminari con pareri diversi, spesso diametralmente opposti. Sbagliato o ingiusto che sia il mio punto di vista, sostengo che è il Parlamento è più abilitato ad approfondire, a sperimentare, a correggere una legge che già c’è. Rida, rida pure il mio amico Rippa; sono contento per lui: il riso fa buon sangue.
Quanto alla sua pretesa di chiudermi la bocca ricorrendo a Pietro Prini, filosofo cattolico, osservo semplicemente che questi, sponsorizzato da Vattimo, è contrastato da altri filosofi cattolici non meno grandi di lui, come, per esempio Vittorio Mathieu. Lo scisma sommerso proposto da Prini è stato oggetto di un vivace dibattito che lo ha messo in minoranza.
Si tratta, comunque, caro Geppi, di temi elevati che poco hanno a che fare con le nostre povere chiacchiere su un problema molto più grande di tutti noi.

 

Rippa risponde: caro Vasile, noi voteremo quattro SI, tondi e forti

Giuseppe Rippa (Direttore di Quaderni Radicali)


Turi Vasile è da anni nostro collaboratore; le sue opinioni sono state da noi rispettate e la sua nota che “inneggia” all’astensione per il voto referendario del 12 e 13 prossimi, sulla legge 40/2004 (procreazione assistita e ricerca scientifica), addirittura identificato come un dovere (!), trova naturale ospitalità sulla nostra agenzia.
Si tratta di un comportamento ovvio, naturalmente legato al modo di realizzare il nostro modello liberale di espressione e di azione.
Qualche puntualizzazione però va fatta e noi la faremo, anche per rispettare la linea della testata e le scelte di quasi tutta la redazione che in questo caso non solo non crede all’astensione, ma è orientata a quattro tondi e forti SI.
Veniamo al merito della “dichiarazione di voto”.
Il mio amico Turi, stimolato dal suo tradizionale sarcasmo, cade in alcune palesi contraddizioni che fanno apparire la sua verve più che una spiritosa e serena espressione critica, una faziosa e tendenziosa intenzione di parte. Nulla da eccepire sulle posizioni di parte. Noi ne siamo la più evidente rappresentazione. A patto però che si chiarisca che tali sono e non vengano camuffate da una retorica consistente, reiteratamente, nel dire una cosa per farne intendere un’altra.
Non è chiaro - ad esempio – se il fatto che il “Comitato per il SI” spinga l’On. Stefania Prestigiacomo come “gradevole effige”, sia un uso subdolo di un soggetto “inconsapevole” e quindi un odioso modo di farla diventare per le sue dichiarazioni (legge sull’aborto in pericolo se il referendum non passa) “un’arma terroristica”, oppure no.
Ma allora viene da chiederci, se l’uso di questo soggetto inconsapevole (ci scusi l’on. Prestigiacomo, ma il nostro è un mero esercizio dialettico, non intende essere un’offesa alla sua persona) è strumentale, non ha iniziato il premier Silvio Berlusconi ad usare questa “effige”, forse per colmare il deserto di presenze femminili nel suo poco esaltante governo?
Delle due l’una: o valutiamo i contenuti delle scelte che le persone fanno e da li partiamo per un giudizio, oppure ci mettiamo a giudicare le persone (cosa tutto sommato poco carina e molto spesso ingiusta) e le loro presunte o reali qualità.
L’on. ministro Prestigiacomo è all’altezza della situazione e la sua personalità politica è matura o sostanzialmente una “effige” senza contenuti? Noi crediamo alla prima ipotesi. Ma se mai fosse vera la seconda l’amico Turi esprima al Capo del Governo, che egli ha votato e che dichiara di voler ancora votare, il suo disappunto per scelte inadeguate.
Turi è sferzante anche con il vice-premier Gianfranco Fini. Solo perché ha manifestato la sua intenzione di votare e di votare tre si e un no. Dagli all’untore. Peccato che non si sia sentito più amareggiato del fatto che alcune squadraccie della destra hanno fatto irruzione in un Comitato per il SI, e ne sono uscite solo con l’intervento della polizia.
Dunque Turi Vasile si astiene.
Scelta legittima, ma per carità evitiamo di affermare che ci si astiene per scongiurare una vacatio legis! Ma quale vacatio legis, questi referendum sono abrogativi di alcune parti della legge, quelle più odiosamente infarcite di divieti e di umiliazioni per le donne, i malati, i genitori che desiderano un figlio.
Circa poi il fatto che il Parlamento se ne occuperà per migliorarla, è tutto da ridere. Innanzitutto perché abbiamo visto questo Parlamento che legge ha fatto, poi perché se vorrà occuparsene nessuno glielo vieterà.
Sarà meglio comunque che se ne occupi avendo il Paese, con un forte esito referendario positivo contro i famigerati divieti, indicato la strada dove vuole andare. Sarà un modo per evitare che tentazioni egemoniche (conquistate dalla somma di astensionisti cronici e forse inconsapevoli e astensionisti politici – in questo caso le questioni di fede c’entrano poco) si possano realizzare, e perché no, anche verso la legge sull’aborto (Prestigiacomo docet!).
Circa poi il concetto di Chiesa Cattolica istituzionalizzata e Chiesa separata, al mio amico voglio offrire un contributo di riflessione che ci viene fornito da un grandissimo filosofo cattolico del nostro tempo: Pietro Prini, al cui pensiero ci sentiamo totalmente vicini.
“Bisogna – scrive Prini – invece rendersi conto che siamo di fronte, come ho già osservato, ad una specie di scisma. Non uno scisma istituzionale, ossia tale da assumere, come avvenuto spesso in passato, la forma di una società ecclesiale separata dalla Chiesa cattolica storicamente istituita. È piuttosto un distacco, semplicemente nascosto, o sommerso, di molti fedeli dalla soggezione agli insegnamenti della gerarchia ecclesiastica della quale non si accettano più posizioni dottrinarie o pratiche pastorali che si ritengono fuori dal tempo e dallo spazio della scienza”.

 

Astenersi non è un diritto, è un dovere
 

Attenzione! La Chiesa sta diffondendo un messaggio altamente diseducativo nell’esortare cattolici e non cattolici a non votare il referendum del 12,13 p.v. - lo afferma il nostro vice-premier detto anche il Fini dicitore, preso nella spirale delle sue contraddizioni. In compenso la rappresentanza dei cattolici è stata assunta ad interim dal ragazzo Capezzone, il quale si dice certo che i fedeli dimostreranno ancora una volta il loro anelito di libertà, come fecero schierandosi a favore del divorzio e dell’aborto.
Così il complicato referendum sulla procreazione assistita, su cui si dividono in modo netto scienziati e filosofi a favore del sì come del no, è stato affidato al popolo, presumibilmente perciò più illuminato di certezze dei soloni anche laici e dei teologi.
In questa occasione la chiesa Cattolica ha dimostrato di essere corruttrice, oscurantista e liberticida.
Ma mi faccino il piacere! – direbbe l’immarcescibile Totò e noi con lui. Porre su questo piano i termini di un referendum che affonda le radici nel mistero della vita e della morte, non solo è sleale, è anche ridicolo, sia pure con la partecipazione dell’on. Stefania Prestigiacomo la cui gradevole effigie ricorre su tutta la grande stampa. Anche l’occhio vuole la sua parte… persino se per guadagnarsi questo privilegio si lancia l’arma terroristica secondo cui la legge sull’aborto è in pericolo. Con ciò si è dato inizio a una nobile staffetta dal momento che l’on. Fassino ha raccolto la fiaccola del ricatto dalle gentili mani delle parità opportunistiche…
Scherzi a parte, se di scherzi si può impunemente parlare con questi chiari di luna, lo scrivente dichiara, anche se non ha voce in capitolo, che si asterrà. Si asterrà con la semplice intenzione di non creare un vuoto, se vincessero i referendari, una vacatio legis destinata a procurare maggiore confusione. Si asterrà perché si augura che la delicata questione torni al Parlamento, sede più competente a deliberare col ricorso a uno studio più approfondito e autorevole, che corregga la attuale legge 40 anche traendo profitto dalle obiezioni che sono intanto affiorate nel corso della campagna pro – e contro – il referendum.
Si asterrà perché, in buona fede, non saprebbe condensare in un sì o in un no una dottrina che non possiede anche se ha fatte le elementari. Per lui astenersi non è un diritto, è un dovere. Coraggioso, libero, sottratto alle ragioni corruttrici della Chiesa Cattolica come all’influenza illuminante della Chiesa Separata rappresentata dal ragazzo Capezzone.


 

L’Italia in mutande (ma al mare)

Di ritorno dalla campagna delle Gallie comprensive di Bruxelles, il primo pensiero di Prodi fu di correre dal capo dello Stato per dirgli, come egli stesso unilateralmente rivelò: “Presidente, ho trovato gli italiani allo stremo, per miseria e per fame”. Erano i giorni prossimi al Natale e le strade apparivano congestionate da file di macchine strombazzanti, i cui guidatori erano forse impazienti di assicurarsi sui sagrati delle chiese un posto da dove stendere la mano per l’elemosina. Invece che la cometa annunciatrice della Buona Novella, sul cielo d’Italia era apparso l’uccellaccio del malaugurio a cui si accodarono corvi della stessa nidiata. Si capì subito quali sarebbero state la strategia e la tattica con cui Prodi, invece che al riposo del guerriero, voleva dedicarsi nella sua campagna elettorale intesa a terrorizzare gli italiani e ad attirarli a sé. Pare che lo abbia consigliato a tanto un qualche persuasore occulto d’Oltreoceano specializzato in materia, per disporre di un diversivo che lo esentasse dal presentare un programma in via di elaborazione nella fabrichèta vicino a casa. Questo programma, intessuto come tela di Penelope, lo conosceremo probabilmente a elezioni avvenute; ma Cofferati ha anticipato proprio a Bologna quale sarebbe il futuro governato da loro.
Negare che la congiuntura economica in cui l’Italia ha altri compagni in Europa è grave, sarebbe falsità irresponsabile; ma tendenzioso e falso è il ritornello che il paese è ormai alla Caporetto della miseria. Io non ho dottrina né sufficiente cultura per motivare tecnicamente un parere diverso, se non opposto; non sono esperto in economia che tra l’altro mi pare scienza inesatta dal momento che si contraddice così spesso. Ho solo da offrire la testimonianza diretta, vissuta, sofferta di un appartenente alla generazione degli anni Venti per assicurare che in meno di un secolo l’Italia ha compiuto passi incredibilmente giganteschi e irreversibili sulla scia del benessere e che ha raggiunto, talvolta superato, Paesi di antica e consolidata unità nazionale. Mio nonno era uno di quei braccianti che si offrivano all’alba sulla piazza di Lentini in una specie di asta al ribasso. Io stesso ricordo di aver visto con i miei occhi di bambino la tristezza di chi rincasava per non aver ottenuto l’ingaggio sebbene fosse stato disposto ad accettare un basso compenso.
Per raccontare quello che ho visto da allora non basterebbero tutte le colonne di questo giornale. Garantisco però che il riscatto è stato costante e anche rapido, al di fuori di ogni avvicendamento politico e governativo. Il merito va’ al popolo che per virtù propria è riuscito a raggiungere un livello di vita, persino oggi viziato. Le nostre esigenze si sono progressivamente rivelate senza limiti e ci hanno spesso portato a pericolose dipendenze. Questa proliferazione eccessiva non ha bisogno della testimonianza di chi viene da lontano: le case, anche le baracche degli abusivi, si sono subito coperte di selve di antenne televisive, gli elettrodomestici di tutti i generi ottenuti a prezzi sempre più bassi hanno invaso gli spazi domestici; senza automobili, computer e cellulari parrebbe che non possiamo più vivere. I giovani sono insaziabili nell’aspirare a nuove comodità e ottenendole evidentemente se lo possono permettere. Questo è in un certo senso il destino dei parvenu.
Voglio dire con ciò che i poveri non esistono? Niente affatto; solo che il loro livello si è innalzato consentendogli l’esempio della dignità e del riserbo. Si tratta di gran parte del ceto medio, dei dipendenti a redito fisso, degli impiegati, insegnanti inclusi, privi della possibilità di disporre di più stipendi in una famiglia. Sono in genere quelli esclusi dalla dilagante economia sommersa che invece consente, per esempio all’idraulico, di passare le ferie non a Ostia ma a Città del Messico dove tornerà quest’anno. Ai miei tempi Maldive, Seychelles, Bahamas, Canarie eccetera erano solo macchie di colori sugli atlanti scolastici; noi andavamo nelle vicine spiagge libere e forse, senza saperlo, eravamo più felici.
Se oggi un alieno o outsider guardasse la nostra televisione, invece di vedervi le stampelle illustrate da The Economist per perversa assimilazione modale ai nostri disfattisti, vedrebbe lidi elegantemente affollati, transatlantici bellissimi accessibili a tutti in inclusive tour, manicaretti ammanniti a profusione sui piccoli schermi di tutte le reti, piogge di euro su chi, nei quiz, dimostra di avere un modesto livello culturale e spesso anche su chi non ne ha affatto. Avrebbe la sensazione, l’outsider, di un popolo mangione, dedito al pettegolezzo invano battezzato gossip, sfrontato esibizionista della propria privacy. Altro che catastrofe descritta al Presidente Ciampi dall’interessato reduce. Si tratta invece di moderare ed educare la nostra “ricchezza” che esiste, che c’è, sia pure un po’ troppo spensierata. Questo dovrebbe essere l’impegno concorde e comune sul piano etico pari a quello indicato dal capo dello Stato sul piano economico e industriale. Perseveri pure Prodi, se vuole, nel ruolo dello iettatore: Dal mio piccolissimo e ininfluente angolo, mi auguro con tutte le forze che porti sfortuna solo a lui e salvi il nostro popolo.

 

Sulla procreazione voto di coscienza o di convenienza?


Il 12 e il 13 giugno prossimi saremo dunque chiamati, in base a un referendum popolare, a pronunciarci sull’abrogazione o meno della legge 40/2004 in materia di procreazione assistita. Il cittadino, con un semplice sì o con in semplice no, dovrà esprimere il suo giudizio su un problema che affonda le radici nel mistero della vita; ma può, volendo, esercitare il diritto di astenersi. Sull’argomento è sorta una vivacissima discussione nella quale si confrontano teologi, scienziati, filosofi, giornalisti e politici, molto spesso con invasioni di alcuni nei campi altrui e con sottili distinzioni come quella tra potenza e atto o con motivazioni secondo le quali può sopprimersi una vita per salvarne o correggerne un’altra.
Si tratta, in ogni modo, di una questione la cui soluzione è incerta, dibattuta e, nonostante la presunta validità obiettiva della scienza, opinabile. Affidare una materia così scottante a chi non possiede dottrina e cultura sufficienti per esprimere un verdetto, senza offesa per la preparazione media degli italiani a cui lo stesso scrivente appartiene, è iniziativa incauta e temeraria. Il referendum è però uno strumento previsto dalla Costituzione e, pur mugugnando, dobbiamo accettarlo quando deborda dalle nostre comuni conoscenze e competenze.
C’è da augurarsi che se ciascuno non può esprimersi secondo scienza, si pronunci almeno secondo coscienza, conformemente con la propria formazione e, perché no?, col proprio sentimento avendo anch’esso il diritto di entrare nell’inquietante gioco. La prospettiva della possibilità generica della manipolazione della vita non può infatti lasciarci indifferenti, anche perché molti segnali si manifestano da tempo nel campo fantastico che spesso precede la realtà.
Per non andare lontano né sul difficile basti citare la commedia di Massimo Bontempelli Minnie la Candida o il film di Ridley Scott Blade Runner secondo cui sarebbero già tra noi esseri misteriosamente alieni, come nel primo caso, o replicanti frutto dell’ingegneria genetica, come nel secondo. Il corpo, definito da Novalis tempio unitario della memoria, sarebbe come tale sconsacrato e metaforicamente privato di radici certe.
Limitiamoci, nella nostra angustia, a ripetere con enfasi che ci si attenga almeno alla propria coscienza e buona fede e non, come è da sospettare, a motivi funzionali, secondo convinzioni di parte o convenienze di chi, dopo aver partecipato caldamente alla formazione della legge, voglia rimetterla in discussione o addirittura abrogarla, per distinguersi politic