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I CONTRIBUTI DEL BUONSENSO
In questa pagina mi propongo di
ospitare alcuni articoli del Maestro
Turi Vasile, produttore, regista e
scrittore siciliano, pubblicati dai principali giornali o espressamente
scritti per questa pagina, soprattutto quando essi si occupano di temi politici e sociali.
- L’Unione boccia tutte le proposte (anche le
sue) (da "Il Giornale" dell'8 febbraio 2006)
- Con Buttafuoco la cultura di destra torna a
brillare ( da "Il Giornale" del 7 dicembre 2005)
- Fiction: "La santità di un Pontefice e
l’idolatria degli ascolti"( da "Nuova Agenzia Radicale" del 29 novembre
2005)
- Pillola, dibattito all'insegna
dell'ipocrisia (da "Il Giornale" del 24 novembre 2005)
-
Le "quote rosa": un'offesa per le donne (da "Nuova Agenzia
Radicale" del 22 novembre 2005)
- "Porta a Porta" è rock (da
"Nuova Agenzia Radicale" dell'11 novembre 2005)
- Famiglia Cristiana e l'irresistibile ascesa
del posteriore (da "Nuova Agenzia Radicale" del 3 novembre 2005)
- Quelle differenze tra il popolo del sì e la
piazza dei no (da "Il Giornale" dell'11 ottobre 2005)
-
Il paradosso italico di un comunismo
( da "Il Giornale" del 22 settembre 2005)
- Il respiro contraddittorio delle
generazioni (da "Nuova Agenzia Radicale"
del 31 agosto 2005)
- L’amaro teatrino del Professore
(da "Il Giornale" del 18 agosto 2005)
- La civiltà dei Celti. “Nessuno è perfetto”
(da "Nuova Agenzia Radicale" del 13 agosto 2005)
- La
vera rivoluzione permanente (da "Il Giornale" del 7 agosto 2005)
- Quei
morti discriminati per sesso da "Il Giornale" del 25 luglio
2005)
- Élites di sinistra (da "Il Giornale" del 19
luglio 2005)
-
Con gli 007 si può salvare l’Occidente (da "Il Giornale" del 12
luglio 2005)
- L'argine etico (da "Il Giornale" del 27
giugno 2005)
-
Alla deriva (da "Nuova Agenzia Radicale" del 15 giugno 2005)
- Quella Babele chiamata Europa (da "Il Giornale" dell' 11giugno 2005)
- Risposta all'amico Geppi (controreplica di
Turi Vasile)
- Rippa risponde: caro Vasile, noi voteremo
quattro SI, tondi e forti di Giuseppe Rippa (da Nuova
Agenzia Radicale
dell' 8.06.2005)
-
Astenersi non è un diritto, è un dovere (da "Nuova Agenzia Radicale"
dell' 8 giugno 2005)
- L'Italia
in mutande (ma al mare) (da "Il Giornale" del 29 maggio 2005)
- Sulla procreazione voto di coscienza o di
convenienza? (da “Il Giornale” del 25 maggio 2005)
L’Unione boccia tutte le proposte (anche le sue)
Proviamo a immaginare quel che potrebbe
accadere se alle prossime consultazioni dovesse vincere l'Unione. I
rappresentanti della maggioranza del centrosinistra da quando è stata
sollevata una certa perplessità sulla loro presunta superiorità morale,
esortano a cambiare discorso e a discutere sui fatti. Invito rispettabile
se loro avessero finalmente un programma organico da esaminare in
dibattiti pubblici ed equilibrati. Fatti su cui discutere sono al momento
solo le realizzazioni del governo nei suoi quattro anni e mezzo di
gestione che offrono un terreno nel quale gli oppositori si muovono con
indignazione permanente. La bocciatura di ciò che il Polo ha fatto rischia
tuttavia di essere poco convincente per la grande maggioranza della gente,
più saggia di quanto si creda, la quale non può accettare la monotona
ostinazione del no a tutto, leggi e riforme nessuna esclusa, se non altro
per il rispetto del calcolo delle probabilità. Anche perché l'Unione non è
in grado di esporre un programma propositivo organico. Il documento
redatto provvisoriamente da una parte di loro è l'elenco di una casistica,
pletorico per essere organico, del resto già bocciato in molti capitoli
all'interno della coalizione stessa.
Riteniamo però di avere elementi sufficienti a ipotizzare il futuro del
centrosinistra basandoci su frequenti affermazioni verbali. Ecco alcuni
punti del loro programma ideale: stop alle grandi imprese; rifiuto di
riesaminare la proposta dell'energia nucleare; opposizione a un
riconoscimento della regolarizzazione puramente civile delle coppie di
fatto e dei Pacs; revisione o abolizione del Concordato; modifica dell'8
per mille alla Chiesa; divieto alle gerarchie ecclesiastiche di esprimere
pubblicamente pareri sui temi della vita e della morte e sui doveri morali
dell'uomo; immediato ritiro dall'Irak del nostro contingente impegnato in
una missione di pace, benefica per una popolazione colpita dalla disgrazia
della guerra; ripristino di alcune tassazioni sulle donazioni e le
successioni; condizionamento del risparmio e del patrimonio; rifiuto di
sostenere la scuola privata. L'elenco potrebbe continuare a lungo; basta
l'accenno alle loro intenzioni esposte più o meno confusamente per trarre
conclusioni preoccupanti dalla riduzione dei posti di lavoro per la
minacciata chiusura dei cantieri destinati e da destinarsi alle grandi
opere, dal persistere dello stato di soggezione ai produttori esteri di
petrolio e di gas per l'opposizione come si è detto alle centrali atomiche
il cui pericolo quale quello a cui siamo già esposti per la loro presenza
e attualità in Paesi limitrofi al nostro è stato dalla tecnologia ridotto
quasi del tutto dopo la tragedia di Cernobil. (La loro proposta positiva è
il ricorso all'energia eolica, buona, a detta dei tecnici, a riscaldare
l'acqua del caffè, insufficiente per alimentare le fabbriche e per salvare
dal freddo le nostre case dove abbondano i vecchi...). Si profilerebbe nel
nome, potenza dell'ossimoro, un progressivo oscurantismo, una
provincializzazione, un parziale isolamento, un indebolimento dell'Italia
nel mondo.
In ogni caso l'ipotesi esposta va corretta dalla certezza che una volta al
governo, tra i componenti dell'Unione, tenuti attualmente insieme solo dal
collante antiberlusconiano anche da loro confessato, esploderebbero le
contraddizioni, le diversità, i contrasti, le divergenze anche dottrinali
che già covano sotto le ceneri. In tal caso il Paese sarebbe esposto a
continui cambiamenti, a ribaltoni, al ritorno inevitabile dei vecchi
governi effimeri, il tutto col concorso involontario di certi «distinguo»
di rappresentanti del Polo occupati all'affermazione del proprio partito
piuttosto che all'interesse nazionale. Se qualcuno condividesse gli
argomenti, anche ovvii, su esposti, forse grossolanamente e sommariamente
a causa dello spazio a disposizione, rifletta prima di deporre il suo voto
nell'urna.
Con
Buttafuoco la cultura di destra torna a brillare
Il meritato successo editoriale del romanzo Le
uova del drago, annunciato del resto dalla assidua vivace presenza di
Pietrangelo Buttafuoco suo autore su periodici e quotidiani, ha riacceso
con toni nuovi la polemica sulla egemonia culturale in Italia. Non sono
convinto che il best seller dello scrittore siciliano abbia scatenato
invidia e gelosia nella destra «piagnona» (piangere oggi sembrerebbe
piuttosto prerogativa della sinistra delle lacrime). Mi pare, al
contrario, che il successo di Buttafuoco sia stato il segnale di un
riscatto a tutti utile; a meno che ci si voglia riferire a coloro che
attribuiscono il mancato riconoscimento del loro valore solo alla forzata
emarginazione. È l'alibi della meschinità di cui non è giusto fare un
fenomeno generalizzante. L'egemonia culturale della sinistra è in realtà
fondata sul possesso e il dominio del potere mediatico, spudoratamente
attribuito a Berlusconi che in gran parte lo subisce. Egli ha ragione
quando afferma che se il Polo ha il governo, loro hanno il potere in tutti
i campi: l'editoria, i grandi quotidiani, anche quelli che ebbero una
tradizione di equilibrante indipendenza oggi «rotta» nel più evidente e
disinvolto dei modi, le televisioni (sì, persino la sua) - per non parlare
della magistratura, della plutocrazia della Confindustria, della economia
che ci ha condannati all'euro, del sindacalismo poco lungimirante. Tutti
contro, noncuranti delle dicotomie clamorose, tenute insieme da un
rigurgito falsamente viscerale che nasconde in realtà la difesa ad
oltranza di interessi e privilegi minacciati. È un miracolo che Berlusconi
sia riuscito a governare per tutta la legislatura battendosi su due
fronti: quello interno delle ambiguità e quello esterno delle forze unite,
come s'è detto, dall'oscuro istinto della conservazione ammantato di
progressismo. Il miracolo è stato possibile - e spero che così sia in
futuro - perché loro, pur avendone il potere, non sono riusciti a
catturare l'anima della cultura nazionale, l'hanno caso mai intimidita con
un ostentato e martellante complesso di superiorità. C'è da aggiungere,
per amore della verità, che la mancanza di una illuminata politica
culturale da parte governativa li ha favoriti.
Ha ragione Luciano Lanna quando sul Giornale si domanda se la cultura di
sinistra di tutto il Novecento abbia meritato radicalmente la vantata
egemonia. Egli però a dimostrazione del contrario fa nomi appartenenti
quasi tutti a un particolare orientamento ideologico. Non si tiene così
conto che la cultura non di sinistra ha un respiro molto più vasto e
profondo grazie alle sue componenti cattoliche e liberali. Se è
indiscutibile che i grandi del primo Novecento, anche se alcuni di loro
proscritti o addirittura condannati a morte, furono principalmente Croce,
Gentile, Soffici, Pareto, Volpe, Papini, D'Annunzio, Pirandello, tutti
lontani dalla sinistra, è da tener conto dello stuolo considerevole di
ingegni, cattolici e liberali, che trovarono difficoltà, anche
drammatiche, per manifestarsi. Tra i primi nomi che vengono in mente
colpevolmente alla rinfusa sono Satta, Morselli, Pomilio, Tomasi di
Lampedusa, e non certo di sinistra, di Noventa, Olivetti, Pampaloni. Si
aggiungono Betti, Fabbri, Cardarelli, Pinelli, Brancati, Flaiano, Patti,
per non parlare di Quadrelli, dei filosofi Amerio, Corti, di Rosario
Assunto, esteta dell'armonia e, perché no, dell'ultimo Sciascia e di
Guareschi apprezzato nel mondo. Parecchi di questi furono anche celebrati
e diffusi con la riduttiva sentenza di essere però di destra. Il grande
fiume della cultura semi-sommersa o non privilegiata, scorre inesorabile.
Non ora, ma più tardi, sarà interessante invocare una indagine
approfondita sul quesito: gli intellettuali che si dichiarano di sinistra
lo sono davvero, per forma e contenuto, nelle loro opere? Se il loro
pensiero e il loro sentimento risultassero lontani da una filosofia di
sinistra, potremmo concludere con maggiore serenità che la egemonia
culturale della sinistra è, come si dice oggi, virtuale.
Fiction: "La santità di un Pontefice e l’idolatria degli ascolti"
Confesso che mi preparavo, avendo visto la prima puntata della fiction
dedicata a Giovanni Paolo II, a recensirla dopo la visione della
successiva, se non altro sulla base della mia esperienza del linguaggio
delle immagini che ha il solo merito di essere pluriennale, ma non priva
di errori e sbagliate valutazioni e perciò opinabile ma coerente con
esigenze puramente teoriche e, perché no?, anche artistiche.
Avevo notato nella prima puntata un grave difetto di sceneggiatura
composta di scene frazionate, senza legami tra loro e del tutto
indifferenti all’itinerario interiore, rappresentabile drammaticamente,
del giovane Woityla verso il sacerdozio.
Si è preferito mettere in evidenza l’aspetto mondano delle sue gite in
compagnia di ragazzi e ragazze, quasi a mettere le mani avanti, con
provinciale goffaggine, dall’eventuale accusa di voler essere edificanti e
non “moderna” nei confronti di un futuro Papa.
Anche la sua origine di minatore è stata illustrata con due scenette
didascaliche che a me hanno ricordato i lavori a regia del ministro
Romita: cioè una finta.
E la fotografia indulgeva all’effettismo, con contrasti di luce e
abbondanza di buio – effettismo che sul grande schermo può corrispondere a
un’esigenza estetica, sul piccolo schermo è, a mio parere, meno
sopportabile a causa di una diversità del linguaggio televisivo di cui si
continua spesso a non tener conto.
E mi domandavo: dov’era il produttore che, come ai tempi di Cristaldi,
vigilava sul prodotto e tagliava, se necessario, forte del disincanto che
il regista, per motivi oserei dire genetici, spesso non può possedere?
Forse perché invece di un produttore ne ho lette cinque o sei nei titoli
di testa e di coda e si sa, quot capita tot sententiae?
E dov’erano i soloni delle strutture addette alla fiction con la loro
presunzione ondivaga? Essi erano presi dalle previsioni degli ascolti,
dalla constatazione che oggi pontefici e santi “tirano” indipendentemente
dalla sofferenza interiore illuminata dalla speranza di colmare il bisogno
di Dio nelle genti.
Queste erano le mie riflessioni dopo aver visto la prima puntata. Dopo la
seconda non ho più parole; sopraffatto dalla idolatria degli ascolti in
auge anche nella Tv pubblica, non mi resta che la tristezza, rabbiosa
però, per aver visto scene affastellate e sfuggenti, condite di qualche
aneddoto da bollettino parrocchiale e di squarci di repertorio.
Dov’era il dolore, dov’era la sofferenza, dov’era l’irrequietezza che
hanno caratterizzato il calvario di Giovanni Paolo II verso la santità?
Loro erano impegnati a rendere, e anche male, la decadenza fisica del
Pontefice per potersi occupare di altro; erano impegnati nello sforzo
produttivo certamente notevole per potersi piegare all’intimità drammatica
di un’anima.
Ma a che vale disporre di tanti mezzi se poi si perde l’anima?
Taccio. I milioni e milioni di telespettatori soddisfatti mi danno torto.
E le televisioni si sentiranno autorizzate a perseverare. Una volta si
diceva che perseverare era diabolico, oggi è umano. Amen.
Pillola, dibattito
all’insegna dell’ipocrisia
Giunto è il momento di metterti alla finestra
a guardare, frenando la tua smania residua di intervenire. Ti giunge dal
basso un vocìo da mercato, chi bandisce il proprio interesse particolare
come un principio generale, chi nasconde il proprio egoismo gabellandolo
per solidarietà, chi febbrilmente va di qua e di là come al gioco dei
quattro cantoni.
Quel che fino a ieri ti coinvolgeva, oggi però ti pare cosa di poco conto.
Ben altro attira la tua attenzione: polemizzano sul “pillolo”, come
chiamano con incomprensibile ironia la pillola per uomini; di quella per
donne sono in discussione gli effetti collaterali; mentre irrompe sulla
scena la pillola del giorno dopo. Qualcuno vorrebbe mettere in discussione
l'aborto ma viene zittito con sdegno e messo alla gogna. Esplode la
pillola abortiva che annulla e in ogni modo attenua ogni trauma e rende
però più diretta, per l'assenza del chirurgo, la responsabilità della
madre che soffoca il germoglio nato nel suo seno. Con sgomento ti accorgi
che stanno assassinando la vita. Tutto si muove e si evolve perché il dono
fatto alle creature, quel guizzo che assicura loro la posterità, sia
condizionato o bandito o soppresso. In questo senso si accetta e si
promuove l'eutanasia e si esalta la omosessualità. Lo sperma e l'ovulo
sono messi in custodia per essere manipolati al bisogno, tenuti
prigionieri di bacheche come reperti archeologici da museo. Il fine sembra
essere quello di assicurare il piacere sterile senza conseguente futuro;
lo so tu vorresti gridare all'assassinio, accusino di moralismo, oggi che
la virtù è risibile. Eppure non è moralismo dare voce al pericolo di una
mutazione antropologica, etnologica e sociale, con l'unica consolazione,
se tale può chiamarsi, della parziale scomparsa dei popoli ritenuti più
evoluti e del prevalere di una egemonia dei poveri e dei miseri che non
hanno rinunciato al piacere della procreazione destinata a trasmettere lo
spirito attraverso la carne.
A ripensarci, faresti bene a tacere. Nessuno ti dà ascolto ora che le mode
e i nuovi costumi hanno cancellato il senso del peccato, ora che tutto, o
quasi tutto, è diventato un pubblico merito e l'intimità, detta
ipocritamente privacy da tutelare, viene esposta ai quattro venti per
trarre motivi di vanto da esempi che un tempo erano considerati colpe.
Lo so, anche tu coi tuoi peccati hai pagato il prezzo che assicura a ogni
uomo la sua responsabilità e le sue libertà personali, ma non chiedevi il
condono, aspiravi al perdono a riconoscimento della tua sofferta
consapevolezza delle scelte sbagliate. Perciò ti sghignazzano dietro.
Adulterio, poligamia, perversioni, irresponsabilità verso i figli generati
con leggerezza, facilità di abortire, un tempo procuravano angoscia e
spesso rimorso; oggi possono essere vissuti con allegra disinvoltura. Così
fan tutti. Non considerare a che cosa possa condurre questa indulgenza
plenaria per ciò che fu illecito un tempo.
Se proprio non sopporti lo spettacolo che si svolge in piazza, ritirati e
chiudi la finestra. Nella tua stanza a porte chiuse è accesa la
televisione che ti lega al mondo senza la tua presenza. Trasmette il volo
di una navicella spaziale alla ricerca nell'immensa galassia di quella
vita che si sta uccidendo sulla terra. E nella tua mente frastornata si
insinua la tentazione di sottrarti all'apocalisse. Quell'astronave è forse
la preparazione inconsapevole della costruzione della grande arca
destinata in un lontano avvenire a portare nel cosmo la vita mortificata
su una Terra ridotta a landa desolata.
Le “quote rosa”:
un’offesa per le donne
L’iniziativa di applicare una quota rosa alle
candidature parlamentari rappresenta un’autentica offesa alla dignità e
alle virtù della donna; ella non può essere considerata alla stregua
dell’appartenente ad una specie protetta dal rischio d’estinzione,
soprattutto oggi che ha vinto la legittima battaglia per la propria
emancipazione.
È passato il tempo in cui le donne dovevano superare considerevoli
ostacoli e pregiudizi per affermare la loro personalità di regine, di
guerriere, di patriote e di sante.
Più recentemente, poi, la loro presenza come imprenditrici,
organizzatrici, scrittrici, scienziate da Premio Nobel e altro ha dilagato
brillantemente.
Tra i primi nomi che vengono subito in mente, senza pretesa di essere
esaurienti, quelli di Madre Teresa di Calcutta, piccola donna, animatrice
di un impero della misericordia, Madre Cabrini, oscura suorina partita da
Genova alla conquista dell’America a favore della difesa e della
emancipazione degli emigranti, via via fino a Madame Curie, a Rita Levi
Montalcini e Margherita Hack.
Sono esempi di capacità eccezionali, di intrepido coraggio, in
contraddizione con il “sesso debole”, in grado di dare esempio e lezione
al cosiddetto “sesso forte”.
Basta guardarsi intorno: una folla di giuriste, di insegnanti anche
universitarie, di scienziate e di ricercatrici, di dottoresse in medicina,
di poetesse, di scrittrici, di saggiste anima la nostra vita quotidiana,
ad esse ci affidiamo con fiducia e riconoscenza.
Tutte hanno affrontato studi, sofferto esperienze, superato prove per
emergere senza che siano state imposte da fredde e spesso sterili quote.
Il lamento è, per la verità, di un certo numero di donne in politica.
Esse non hanno evidentemente in sé stesse la fiducia che invece meritano;
coltivano nel loro inconscio un complesso di inferiorità che non ha più
motivo d’essere; accusano discriminazioni sessuali alle quali invece sanno
ben reagire anche per la tutela di cui godono; si oppongono alla selezione
naturale che è la legge più equa; rifiutano la meritocrazia nella quale
spesso eccellono per virtù propria.
L’imposizione per legge degli incarichi del potere politico sarebbe la più
umiliante delle mortificazioni, la sconfessione delle loro capacità di
farsi strada da sé.
Gli uomini che accettano le “quote rosa” fanno sfoggio di un maschilismo
magnanimo, generosa espressione a sua volta di un complesso di superiorità
o di un cuore sensibile a qualche lacrimuccia infantile e capricciosa.
Le donne che in fondo ed inconfessatamente vorrebbero fare carriera
politica per grazia ricevuta sono vittime di un inguaribile
provincialismo, contro la società patriarcale in vigore in passato.
Pur comprendendo ogni proposito di rivalsa, o addirittura di vendetta, a
volere essere sottili, anche nella innegabile egemonia maschile si
manifestava un predominio della volontà femminile, spesso saggio e
provvidenziale.
Chi scrive è pronto a testimoniare l’esistenza di un matriarcato sommerso
ma determinante, in tempi non lontani, in gran parte delle famiglie
siciliane.
La donna vi amministrava l’economia domestica, provvedeva eroicamente ai
risparmi pur nelle diffuse ristrettezze, ma soprattutto traboccava d’amore
per i figli ai quali, con tolleranza e comprensione, faceva da scudo
contro eccessive intransigenze paterne.
Ella deteneva insomma il potere ma dava all’uomo l’impressione della
propria sottomissione, dolce inganno dovuto alla straordinaria e nascosta
capacità femminile di avere l’iniziativa in molti campi.
E oggi le donne in politica vorrebbero rinnegare la loro virtù e aspirare
a sedere in Parlamento o su una poltrona ministeriale grazie ad una
imposizione per legge?
Non si accorgono della meschinità della loro richiesta che non rende
giustizia ai meriti personali di ciascuna?
Perché poi accontentarsi della proporzione di una a tre, quando
teoricamente godono della possibilità ad elezioni avvenute di essere
rappresentate in proporzioni più sostanziose?
Rispondono, strillando e persino piangendo, che la realtà le inchioda a
incarichi di potere scarsi a confronto di quelli degli uomini.
Non è però responsabilità colposa e dolosa di un irriducibile maschilismo
tale realtà. Nel campo specificamente politico, abbiamo esempi che
dovrebbero far tacere le sostenitrici delle quote: da noi solo per fare
alcuni nomi la Jotti, la Moratti, la Bonino; nel mondo Golda Meir,
Margaret Thatcher, Condoleeza Rice (per di più nera) e, recentissima,
Angela Merkel.
Nessuna di queste si è affermata grazie ad una legge o ad un regolamento e
ha superato ogni avversità delle lobby maschili, con l’aiuto
spontaneamente sentito anche degli uomini.
Non è tuttavia da attribuire ad altro, se non ad una diversità di
attitudini e di vocazioni, se non si possono segnalare grandi pittrici,
scultrici, musiciste.
Non parliamo poi della assenza di grandi filosofe (siamo addirittura
costretti ad inventare plurali femminili inesistenti nel nostro
vocabolario), senza che tutto questo significhi discriminazione
preconcetta.
Significa ripartizione naturale dei talenti. Nessuna quota rosa potrebbe
garantirci una “Michelangela” o una “Tiziana” o una “Mozarta” e via di
seguito. Non è tuttavia da escludere che un genio al femminile esploda
spontaneamente in questi campi, prima o poi.
Ci accorgiamo che la stiamo facendo grossa per un argomento da cortile,
mentre gravi problemi incombono sul futuro del mondo.
Chiediamo scusa, ma tale e tanta è la nostra ammirazione e il nostro amore
per le donne che ci auguriamo, forse un po’ semplicisticamente, una
impennata d’orgoglio da parte loro che imponga rispetto e bandisca
vittimismo e vanità.
Sarebbe una risposta virile alla debolezza di certi uomini...
"Porta a Porta" è rock
Io non vengo da Parigi come la grande
opinionista Alba Parietti; non vengo nemmeno da Bergamo come il direttore
di “Libero” Vittorio Feltri esperto polemista. Vengo semplicemente da
Carrapipi di Sicilia. Le mie oscure origini hanno bisogno di una
spiegazione: Carrapipi, oggi credo Valguarnera, era il paese natio della
soubrette da strapazzo con nome francese per la sua millantata nascita a
Parigi di Francia, personaggio chiave de “L’aria del continente di Nino
Martoglio, cavallo di battaglia di Angelo Musco.
Questa commedia nacque, come idea, da una collaborazione con Luigi
Pirandello che prima si rifiutò di riconoscerne la paternità e di
scriverne i dialoghi e poi se ne pentì, se in una lettera al figlio
Stefano, prigioniero della prima guerra mondiale, confessò la sua
perplessità di fronte alle quindicimila lire, somma molto cospicua allora,
guadagnate da Martoglio per i diritti d’autore.
Io, dunque, venendo da Carrapipi (nessuno è perfetto) ho assistito fino a
notte profonda alla conversazione, a volte vivace, di illustri personaggi
cosmopolitici che nell’agorà di Porta a Porta discutevano di Celentano e
di libertà. Chiedo scusa ai celentarati, ma io mi sono divertito
moltissimo più che a Rockpolitik che invece, al solito, mi aveva in parte
annoiato.E, al solito, non mi riferisco ai contenuti fatti principalmente
di banalità dette col tono aristotelico dell’ipse dixit e sottolineate da
silenzi gravidi di contenuti, dimostrazione invece del vuoto pneumatico in
natura.
Mi riferisco allo spettacolo, di pacchiano barocchismo disfatto, privo di
ritmo e di raccordi, slegato, sottratto forse ai suoi autori tra cui
peraltro figuravano nomi rispettabilissimi, frutto insomma di una
drammaturgia dilettantesca. Pingitore, l’ospite di Vespa che più si
intende di queste cose, ha detto argutamente che avrebbe preferito un po’
più di luce, Celentano invece ama effetti tenebrosi. E lui si nascose...
Gli altri ospiti parlavano, per quanto riguardava i contenuti, di satira.
Pingitore si è affrettato a chiarire che non di satira si trattava, ma di
caricatura, parodia; la satira è ben altro ma i nostri politici che se ne
sono occupati non hanno alcun obbligo di essere culturalmente preparati a
tanto. A meno che essi non siano così dotti da alludere non alla satira di
Epicarmo, di Aristofane e di Menandro o di e Giovenale ma alla sàtura, un
genere volgare composto di lazzi, musica e danze a cui nella Roma più
antica, la plebe accorreva in massa disertando la rappresentazione delle
commedie di Terenzio.
A proposito di preferenze massicce del pubblico, trionfanti, i sostenitori
di Celentano sbandierano gli alti ascolti, come se fossero garanzia di
qualità. Con questo critierio, allora, dovremmo rivalutare ignobili
programmi come Il grande fratello, L’isola dei famosi, La talpa e il
Bonolis che si faceva toccare il sedere al tempo di tuoi e inseriva di
tanto in tanto una canzonaccia cantata da Proietti, oscena parodia di
Aznavour.
Il più divertente degli ospiti di Vespa è stato Paolo Guzzanti. Egli ha
dimostrato che l’innegabile virtuosismo dei suoi figli (in loro però più
pariolino, dei quartieri alti) è iscritto nella scheda genetica della
famiglia. L’illustre genitore è stato molto spiritoso, ha rievocato la
vocazione … atavica alla parodia, ha dato prova di una sensibilità rara,
scindendo, con un certo pudore, l’affetto e il legittimo orgoglio per il
successo dei figli dal disaccordo ideologico.
Tra le tanti voci e qualche battibecco, ho sentito dire che la satira è di
sinistra. Essa è invece tradizionalmente di destra, a partire dai citati
Epicarmo e Aristofane. Quella nostra di oggi, ribadendo che non di satira
si tratta, nasce tuttavia da una sinistra che con la sua avversione al
nucleare a all’alta velocità e con altrei sconcertanti segnali rischia di
rivelarsi conservatrice e di rubare così il ruolo alla cosiddetta Destra.
Tra le facce offerte a mezzanotte passata da Rai Uno e dal garbato Vespa,
spiccava quella dell’On. Boselli, socialista affetto dalla sindrome di
Stoccolma. Egli, oltre a sfornare banalità e luoghi comuni, ostentava,
mentre qualche suo avversario politico parlava, quel sorriso di supponenza
e di superiorità che squalifica chi lo manifesta. In questo gli somiglia
l’On. Follini, sulle cui labbra aleggia spesso un sorriso sardonico di chi
la sa lunghissima, e che però risulta più enigmatico di quello della
Gioconda.
Con abile tempestività, Porta a Porta inseriva scene di Rockpolitik appena
trasmesse, per proporre argomenti di dibattito e di discussione. Si
trasformava così in un antologico programma di intrattenimento, in piena
luce, senza assordanti tam tam e divagazioni sul tema. Io, carrapipano
irriducibile, mi sono divertito tra l’altro alle smorfie di augusta
sopportazione della Parietti, alle perorazioni un po’ confuse del
direttore de La Padania di nobile origine celtica, all’evidente imbarazzo
dell’americana Clarissa Burt e così via.
Mi ha divertito anche il pensiero che, dietro le quinte di Rockpolitik e
di tutto questo grandissimo rumore per nulla, che chi reggeva i fili dei
pupi, compresi quelli del fiero Rodomonte, è una signora intrepida
titolare della società “Ciao ragazzi!”, alla quale è stata affidata di
recente anche la produzione della fiction su De Gasperi!
La signora si chiama Claudia Mori, legittima moglie del Predicatore laico,
e ha chiamato a dare lustro al ricordo dell’unico - lui sì veramente
grande - statista d’Italia il naturista Gifuni nel ruolo principale e il
regista Liliana Cavani che ormai vive di rendita.
Resta, di tutta questa panna montata, il cedimento incondizionato della
Rai alle richieste e alle pretese della Ditta a conduzione familiare e
filosofica intitolata a vecchi (ciao!) ragazzi, forti degli ascolti
idolatrati. Io, carrapipano, avverso a tanta schiavitù grido: Viva la
libertà!
Famiglia Cristiana e l’irresistibile ascesa del posteriore
Oggi i giornali quotidiani hanno celebrato un
avvenimento epocale: il diffusissimo periodico “Famiglia Cristiana”, che
ora si può acquistare nelle edicole, ma anche in chiesa, ospita finalmente
un nudo integrale! Era tempo! Aspettavamo con ansia che l’importante
organo paolino si adeguasse allo spogliarello generale, favorito dal
riscaldarsi del clima a causa dell’Effetto Serra.
Abbiamo saputo che persino De Gasperi è desnudo: pardon! lo è, a quanto si
apprende dalle cronache degli spettacoli romani, il Gifuni che ha
interpretato l’austero Personaggio nella fiction televisiva diretta del
famoso regista Liliana Cavani.
Pare che il grande attore mostri al naturale la sua nudità, per avvalorare
la qualità e la poliedricità della sua performance in doppio petto.
Era ora perciò che “Famiglia Cristiana”, si adeguasse; e l’ha fatto con un
tempismo degno di ammirazione. Conformemente agli ultimi strilli di
esaltazione del posteriore, pubblica un sedere nudo, maliziosamente
esibito dietro un vetro appannato e sporco.
Nella didascalia è scritto: “Un vetro appannato può anche essere poetico”.
Un certo signor Tortorella si compiace vivamente che, così, l’autorevole
settimanale “si è aperto a un mondo più moderno”.
Quando non si sa come definire l’inqualificabile, si ricorre giustamente
al termine “moderno” che tutto accoglie in attesa di giudizio definitivo.
Il direttore di “Famiglia Cristiana” confida nella maturità dei suoi
lettori, e intanto si fa chiamare don. Perché don? La fotografia che lo
ritrae è quella di un distinto signore, elegante, con cravatta
probabilmente griffata.
È finito il tempo preistorico quando i preti, perché il signor Sciortino è
un prete, portavano la tonaca da bagarozzo come si dice a Roma.
Oggi molti preti si travestono, hanno acquistato una disinvoltura moderna
convinti di fare più proseliti come quel don Mazzi, prezzemolo gustoso
nelle più varie minestre, che confessò con adorabile candore di farsi i
mazzi propri.
È rimasto il Papa, Benedetto XVI, a credere che l’abito fa il monaco, così
come la toga fa il giudice, la divisa il carabiniere, la maglia il
giocatore di pallone e così via…
La modernità vuole invece che il prete nasconda la sua identità, nel
tentativo di risultare più efficace e non, come qualche maligno può
insinuare, per nascondere un possibile vuoto dell’anima e il desiderio di
rientrare nella normalità perduta.
In compenso, altri gettano la maschera e si esibiscono in compiaciuti e
sbandierati outing come si dice oggi modernamente.
Chi si nasconde e chi si rivela: in catechismo si chiama la comunione dei
santi, nella quale i meriti degli uni compensano i demeriti degli altri.
Potremmo rivolgere la domanda a don Antonio Sciortino perché ci illumini
su di chi sono i meriti e di chi i demeriti. Chi è più moderno e
coraggioso, oggi: chi non si vergogna delle sue idee o chi le ritiene
amare come un purgante che per essere accettato ha bisogno che l’orlo del
bicchiere che lo contiene sia cosparso di soavi liquori?
Ho appena scritto queste parole che qualcuno suona alla porta.
È il postino, oggi detto operatore di esercizio. Mi porge una rivista che
non ho mai ordinata, un omaggio non so di chi: è FAMIGLIA CRISTIANA,
ultimo numero.
Strana coincidenza. Giuro che non è un espediente narrativo, sarebbe tra
l’altro banale. Sfoglio la rivista, arrivo al sedere al di là del vetro,
mi sforzo di coglierne la poesia.
Poi capisco: si tratta di una pubblicità a tutta pagina, con in calce lo
slogan: L’aria è vita.
È un sedere a pagamento. Mi vergogno di aver scritto tante elaborate
elucubrazioni e le interrompo. Il problema è più semplice. Si tratta della
diffusissima sindrome di Vespasiano. Pecunia non olet. Persino in casa di
“Famiglia Cristiana”.
Quelle
differenze tra il popolo del sì e la piazza dei no
Chi avantieri domenica è rimasto a casa ha
potuto godersi per televisione due spettacoli di piazza a Roma. Il primo
era molto affollato tra le braccia del doppio colonnato del Bernini, il
secondo faceva il pieno con gente, bandiere, tralicci, gazebo, e
palloncini galleggianti nella luce tersa del prolungamento di un ottobre
scuro. Evidente però la sproporzione tra questo e quello, come tra un
teatro da duecento posti e uno da mille.
In San Pietro il popolo era accorso spontaneamente al consueto
appuntamento con la speranza; applaudiva con gioia e con commozione le
parole del Papa che esaltava la virtù dei santi impegnati contro il male
con aperto coraggio. Egli tra l'altro predicava: «La fede non si riduce a
sentimento privato... ma implica la coerenza e la testimonianza anche in
ambito pubblico». Tra i fedeli dell'Angelus parecchi visitatori
occasionali attratti dal carisma del Pontefice, un piccolo uomo vestito di
bianco e della luce della Grazia. È lecito definire quel raduno come
l'assemblea del sì.
Poco lontano si svolgeva, quasi contemporaneamente, il comizio del no.
«No, no, no!...» gridava Prodi bocciando tutte le iniziative, nessuna
esclusa, prese dall'attuale governo dell'odiato Berlusconi. Egli rifiutava
così di rispettare il calcolo delle probabilità che in una statistica
seria riconosce almeno qualche cosa da salvare. Egli si affidava al suo
calcolo, ansioso di contentare le numerose stecche del ventaglio che si
assiepavano sul palco. Alla sua destra vigilava, a braccia conserte, un
signore con un maglione, forse di cashmere, dal color verde erba che
spiccava su tutti gli arcobaleni presenti in piazza. Quel dandy, arbitro
di eleganza e rappresentante di poveri e di lavoratori, era Bertinotti.
Alle spalle di Prodi, Fassino molto simpatico e tenero quando non parla,
controllava sottecchi il numero delle restanti pagine del discorso e da
due o tre sbirciate all'orologio da polso tradiva un mal celato disagio. A
ogni plaudente interruzione egli batteva le mani con delicatezza come chi
lo fa per educazione, mentre Bertinotti applaudiva a mani levate come chi
lo fa per claque.
Prodi sfoggiava la metamorfosi dal sorriso bonario del curato di campagna
alla faccia feroce del contestatore globale. Alla finanziaria e alla
riforma elettorale, temi promessi, solo limitati accenni; nella gran parte
del discorso lanciava invettive accolte da acclamazioni.
Nell'affollatissimo palco dei pretendenti alle future, eventuali, cariche
di potere, si distingueva la presenza di De Gasperi, non il grande
statista s'intende, ma l'attore che lo ha interpretato nell'ambigua
fiction diretta da Liliana Cavani. Il suo cognome fa Gifuni.
Rappresentava la categoria anche Mariangela Melato indignatissima contro
il governo che ha ridotto i fondi destinati allo spettacolo. A qualcuna
sono venute in mente le parole di Suso Cecchi d'Amico alla tuttologa
Barbara Palombelli sul Corriere della Sera del sabato precedente: «Per far
rinascere il cinema italiano... niente finanziamenti statali, nessun aiuto
obbligato da parte del sistema politico...».
A chi credere: alla riconosciuta regina del cinema italiano, o alla
valorosa attrice infervorata dalla passione?
Tutto sommato al duplice spettacolo domenicale molti si sono divertiti
assai più che a Domenica in o a Buona domenica.
Il paradosso italico di un
comunismo
Ci sono giorni in cui, quando meno te lo
aspetti, qualcuno ti apre gli occhi su tue lontane avventure chiarendotene
il significato del quale non avesti del tutto consapevolezza mentre le
vivevi, sia pure con ardore. Uno di quei giorni fausti è stato, per
moltissimi della mia generazione, il 13 settembre scorso, quando il
Corsera ha consacrato, sia pure brevemente, il merito benefico di quanti
nel 1948 si impegnarono perché il comunismo non conquistasse in Italia il
potere. Quelle due righe sul Corriere della Sera hanno assunto una
proporzione enorme per noi cattolici che fummo il motore di quella
battaglia culminante, il 18 aprile del 1948, con la clamorosa sconfitta
del comunismo, perché ne è autore Luciano Violante.
Egli è uomo di indubbia intelligenza e di alto rango, anche se hanno
suscitato riprovazione, almeno in una parte considerevole dell'opinione
pubblica, certi suoi accanimenti giustizialisti a senso unico. Ora si dice
esplicitamente orgoglioso di essere stato comunista italiano e di non
nutrire «alcun rigurgito nostalgico per il comunismo dei gulag e di Pol
Pot». Rinnega insomma il comunismo del Pci «schierato per molti anni dalla
parte sbagliata, quella dell'Unione Sovietica» e ringrazia perciò coloro
che ne determinarono la sconfitta.
Ad animare i Comitati Civici fu Luigi Gedda al cui fianco mi onoro di aver
lavorato come direttore di un ufficio un po' ingenuamente battezzato
Psicologico, col compito di provvedere alla propaganda elettorale con gli
strumenti allora a disposizione. L'attività elettorale dei Comitati Civici
durò per più di tre mesi, dal gennaio all'aprile del 1948. A ripensarla,
quell'impresa ebbe del prodigioso, grazie alla eccezionalissima capacità
organizzativa di Gedda, cattolico convinto di tutte le stagioni e noto
scienziato nel campo della genetica.
Avere oggi, da parte di un politico di talento anche se di contraddittorio
impegno, la riprova che il nostro slancio improvvisato ebbe un senso
provvidenziale, dà uno spiraglio di luce a questo ultimo capitolo confuso
della nostra generazione. Un pericolo tuttavia si presenta puntuale,
sottovalutato e ritenuto dai più un espediente elettorale: il comunismo
che non riuscì a vincere in Italia mentre dominava nel mondo la temibile
potenza dell'Unione Sovietica, minaccia di affermarsi in Italia oggi che
l'Urss non c'è più.
Sono i paradossi tipicamente nostri, le anomalie che spesso ci
perseguitano. Questa volta a favorire il successo del comunismo potrebbe
essere proprio un cattolico, «adulto», come Prodi tanto imbelle quanto
bellicoso, il quale, ogni giorno, a passi che lui invano vorrebbe
inavvertibili, cerca di ingraziarsi i comunisti di fatto e di nome
Bertinotti e Cossutta e persino Pecoraro Scanio.
Senza di loro Prodi ritiene che la sua Unione sarebbe sconfitta e, in caso
di vittoria, si illude di poterli controllare, addirittura dominare. Non
si accorge di quel che accade oggi in qualche regione, come in Russia al
tempo della Rivoluzione di Ottobre, dove coloro, che già lo chiamano
compagno, ottenuta una mano si sono presi anche il braccio. Sull'onda
della soddisfazione nata dal riconoscimento esplicito di Violante, viene
irrefrenabile la voglia di incitare tutti a correre a votare quando sarà e
di invitare i cattolici a ritrovare lo slancio di una volta. Ancora una
volta la sorte del Paese è in pericolo e il mito di un comunismo italiano
è smascherato dai programmi che affiorano, talvolta a mezza bocca, nella
coltre della persistente mancanza di un programma unitario del
centrosinistra, sempre più sinistra-centro.
Il respiro
contraddittorio delle generazioni
Chi è stato testimone diretto di avvenimenti
lontani, non ancora in parte conclusi a causa, per esempio, di un
antisemitismo di ritorno, non può non aver provato un turbamento davanti
allo spettacolo del XX Raduno Mondiale della Gioventù tenutosi a Colonia.
Non può essere sfuggito alla sua emozione sentire gente parlare tedesco
come in passato eppure in modo diverso da quello che gli procurò angoscia
e terrore, oltre che per i contenuti molto spesso incomprensibili, perché
minaccioso, arrogante, esaltato. E, meraviglioso!, riscoprirlo quasi
sommesso dalle labbra del Papa tra le pieghe del suo sorriso dolce intriso
di mestizia, come se la tonalità fosse cambiata da allora, in virtù di una
diversa chiave in testa al pentagramma.
Avevamo visto Benedetto XVI arrivare dal fiume, in battello: un piccolo
punto bianco nelle visioni totali, un pescatore di anima in quelle
ravvicinate sulla tolda del catamarano. Gli facevano da argini due folte
ali di giovani, molti già protesi nell’acqua del rinnovato Giordano, tutti
col tripudio di una gioia restituita. Quella gioia che il superstite
ricorda di avere provato negli Anni Trenta raccogliendo l’invito di
servire Domino in laetitia mentre intorno già imperversavano le facce
feroci destinate a spegnerla; quella gioia che i giovani dell’Azione
Cattolica di Luigi Gedda incoraggiavano col canto del Christus vincit, e
che a Colonia è sembrata risbocciare pur in un mondo dominato dal terrore.
La visita del Pontefice alla risorta sinagoga della città ha rovesciato
gli schemi di un tempo, con Lui appartenente alla generazione che espresse
dal suo seno gli spietati persecutori razzisti e con gli ebrei della
generazione degli inermi perseguitati. È stato sorprendente scoprire
nell’uomo vestito di bianco di lingua madre tedesca la scomparsa delle
croci spurie e degli elmi di acciaio e negli ospiti dal florido aspetto
identificare gli scheletri dei vivi nei lager con gli occhi sbarrati per
la incredulità e la paura e le occhiaie inesorabilmente vuote dei morti
nelle camere a gas. Significativa la battuta di quella donna sopravvissuta
a un campo di concentramento, madre del presidente della comunità ebraica
di Colonia: “Mai avrei potuto immaginare che mio figlio sarebbe stato oggi
a parlare col Papa”.
In verità il primo viaggio di Benedetto XVI ha reso possibile
l’inimmaginabile. Nel suo discorso nella sinagoga ha raccomandato che
nella riconciliazione ciascuna delle parti non rinunci alla difesa della
propria identità, senza tramutarla però in attacco alla identità altrui.
“Dobbiamo imparare a rispettarci a vicenda…” – e, voce dal sen sfuggita
fuori del protocollo scritto, ha esclamato: “…e ad amarci!” Ad accettarci
insomma così come siamo ; il che è il segreto del vero duraturo amore.
Chi poi avrebbe immaginato che l’ex crociato, bersaglio di irriducibile
odio, ricevendo i rappresentanti della generazione di cui fanno parte i
kamikaze avrebbe esordito; “Cari amici musulmani…” una frase che rende
possibile l’assurdità di vedere un giorno un uomo vestito di bianco
togliersi sulla soglia le sacre pantofole rosse ed entrare nella moschea
per concedere il suo perdono, quel perdono che Lui ha già chiesto e
ottenuto per i propri errori trascorsi. Potrà così lo scontro di civiltà
trasformarsi in incontro di civiltà?
Le parole sulla sinagoga e le braccia aperte alla generazione di cui fanno
parte gli assassini, sono queste, l’incoraggiamento alla speranza e
quelle, la conferma della certezza. Ecco i veri miracoli che qualcuno, con
una punta di compiaciuto sarcasmo, sostiene che non avvengano più.
Il respiro delle generazioni va, in ogni modo, rivelandosi sempre più
contraddittorio e affannoso, nella perenne lotta dell’uomo con gli angeli:
quelli del male e del bene o, più propriamente, dell’odio e dell’amore.
L’amaro teatrino del Professore
Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Poiché non sono senza peccato
mi sia consentito scagliare la prima pietra anche perché si tratta di una
specie di boomerang destinato a colpire me stesso. Ho infatti un senso di
colpa che grava sulla mia coscienza per essermi permesso di irridere un
personaggio importante con la scusa che avendo questi scelto di essere
pubblico si è automaticamente offerto come bersaglio nel bene e nel male.
Ringrazio chi mi dà oggi la possibilità di fare ammenda, anche se so che
il mea culpa rischia di passare inosservato, soprattutto presso il diretto
interessato, alto sul suo legittimo piedistallo.
Io, dunque, non sono mai riuscito a prendere sul serio l'onorevole Romano
Prodi; il suo riso pressoché perenne, la sua voce ora grave ora in
falsetto, i suoi ammiccamenti, quelle mossette a indici elevati, il tono
da «come ti erudisco il pupo», eccetera mi distraggono dagli argomenti da
lui trattati. L'onorevole bolognese è invece un monumento che la mia
pochezza non è riuscita ad apprezzare. Per lui parlano i fatti: egli ha
rettamente amministrato miliardi di miliardi di vecchie lire per conto
dell'Iri, è stato ministro, presidente del Consiglio italiano, presidente
della Commissione europea. Una coalizione inoltre variamente assortita
come l'Unione sembra fare quadrato di Villafranca intorno a lui, decisa a
riportarlo a Palazzo Chigi sugli scudi vittoriosi del voto popolare.
Chi sono io, oscuro pigmeo, per osare di giudicarlo appena vedo la sua
faccia ridanciana sul piccolo schermo o sulla stampa?
Devo probabilmente il mio giudizio irriguardoso a una cattiva lettura.
Colpa di Giovanbattista Della Porta, di cui feci conoscenza all'università
con una tesi di laurea sul suo teatro, relatore l'italianista famoso e
comunista eccellente Natalino Sapegno. Le commedie del napoletano, vissuto
a cavallo del XVI e XVII secolo, hanno favole simili, qualcuna identica, a
quelle delle tragedie di Shakespeare; ma a differenza del catastrofismo
inglese, finiscono a tarallucci e vino. L'autore le definiva infatti
scherzi per passatempo, essendo egli scienziato, fondatore dell'Accademia
dei Lincei, progettista della camera oscura e della lanterna magica,
inventore del telescopio e studioso di geometria, astrologia, psicologia e
- dannazione! - fisiognomica. Fu fatale perciò che la mia curiosità
giovanile mi conducesse a rovistare nei suoi trattati, principalmente in
quello intitolato De Humana physiognomonia, e mi facesse appassionare a
quei rilievi che precedevano di qualche secolo quelli di Lombroso. Questi,
però, riteneva di poter trarre giudizi criminologici dallo studio dei
tratti del viso; Della Porta si limitava esclusivamente a giudizi
caratteriologici.
Da dilettante confesso di aver tentato di applicare le regole del
commediografo napoletano all'immagine di Prodi. Il risultato non è stato
ohimè positivo, perché la mia goffa indagine ha rilevato una fiducia
superstiziosa nello spiritismo e nei gesti scaramantici e soprattutto una
certa immaturità. Del resto lo stesso presidente dell'Unione ha dichiarato
di essere un baby in politica, dopo però essersi definito adulto in
religione. L'infantilismo è peraltro generalmente diffuso dentro tutti
noi: esso, sotto l'apparenza innocente e conciliante nasconde spesso una
certa perversità vendicativa. Ribadisco insomma la mia colpevolezza;
autodenuncio la mia indiscrezione che mi porta a spiare nella casa altrui
trascurando la mia e per di più la mia idiosincrasia dovuta forse al fatto
che egli primeggia in un'area politica che non è la mia.
Ciò detto mi auguro sinceramente che alle primarie l'onorevole Prodi sia
confermato sovrano assoluto dell'Unione, secondo me non c'è nessuno più
degno di lui. Se fosse bocciato - e non ci credo - il suo posto potrebbe
forse essere preso da un altro dei candidati in corsa: l'uomo di Stato
Alfonso Pecoraro Scanio.
La civiltà dei Celti.
“Nessuno è perfetto”
Non si finisce mai di imparare; Sapete l’ultima? Il
ferragosto vuota Roma la quale per chi vi resta diventa una piccola grande
città che si lascia possedere offrendo le sue bellezze nascoste durante
tutto l’anno dal traffico caotico. Credevo, ingenuamente, di dover essere
grato per questo miracolo all’Imperatore Augusto che, sia pure ubbidendo
al culto della propria personalità, diede al mese il suo nome e vi inserì,
nel giorno 15, le feste già celebrate nelle calende di settembre in onore
del dio Conso. Erudizione inutile se devo dar credito alla voce che il
Ferragosto sia retaggio celtico come lo sarebbero Calendimaggio, la
Candelora, con l’aggiunta persino di Halloween.
Per la verità negli ultimi tempi sono sempre più frequenti i richiami alla
grande civiltà celtica di cui si vantano persino riti che credevamo
inchiodati nel tempo. Sento parlare di chi ha contratto “matrimonio
celtico”; confesso di non conoscere la sua liturgia, ma se celtico è,
druido ha da essere il sacerdote che lo celebra. Dove lo trovano?
Non avendo, ohimé, ascendenze celtiche, credo di custodire in me un
complesso di inferiorità. Il effetti i Celti furono antichissimo e
civilissimo popolo; anche loro venivano dalla Valle dell’Indo, origine
della grande migrazione che invase l’Europa si smistò in tutto il
Continente come i vari rivoli di un grande delta. I Celti si distinsero
per essere coltissimi, nonostante la loro religione gli vietasse di
scrivere e di leggere, nonostante, insomma, che fossero analfabeti; e il
“retaggio” ancora si avverte. Essi tramandarono oralmente la loro storia,
le loro leggende, come Omero, solo che non trovarono chi li trascrivesse.
Erano guerrieri eroici e valorosi e usavano mozzare la testa dei nemici,
sede, per loro dell’anima di cui aspiravano di assimilare il coraggio. La
loro testa era invece ben protetta da elmi, con due corna, di bronzo, e
pare che benevolmente qualcuno avesse affibbiato loro l’appellativo di
“cornuti nobili”. La virtù che su tutti li contraddistingueva era il loro
senso di probità e di giustizia. Brenno, l’eroe celtico che conquistò Roma
nel 390 a.C., ne ordinò il saccheggio, allora eticamente codificato come
legittimo bottino di guerra.
Chiese inoltre, per liberare Roma della sua presenza, mille libbre d’oro.
Gli parvero però poco e pretese che ve ne fossero messe su uno dei piatti
della bilancia (che in seguito doveva assurgere a simbolo di equità e di
giustizia) quanti potevano “bilanciare” il peso del suo gladio glorioso
messo nell’altro piatto. Di qui la celebre frase: “Vae victis”, che
tradotta significa “Guai ai vinti”. Alcuni storici attribuiscono a questo
rastrellamento di ricchezza lo slogan oggi ricorrente di “Roma ladrona”.
Davanti a tanta fulgida memoria, io, giunto a Roma, villano dell’Estremo
Sud senza poter vantare antenati di grande cultura e di grande lignaggio,
mi sento un povero outsider. Alle mie spalle ci sono poveri coloni
emigrati, braccianti come mio nonno, i figli di Esiodo, l’umile poeta
della terra, autore tra l’altro de “Le opere e i giorni” che significa
fatica e sofferenza. Quei miei lontanissimi antenati di cui porto ancora
l’umile nome (basileus) fecero grande, anzi Magna, la Grecia; ma tutto ciò
è poca cosa: sono e resto un terrone del Sud, come mi viene ricordato a
ogni piè sospinto. Terrùn! zotico, villano, un verme di fronte a quei
grandi civilizzatori cornuti e analfabeti che furono i Celti.
Ma non ho rancori; più che siceliota, mi sento – scusate la retorica… -
italiano, come italiani sono i discendenti dei coltissimi, giustissimi,
civilissimi Celti. Del resto: “Nessuno è perfetto”.
La vera rivoluzione permanente
Ai sacerdoti e al vescovo di Aosta riuniti nella chiesa di Introd, il Papa
ha rivolto a braccio un discorso così importante da suggerire
all'Osservatore Romano di pubblicarne il testo intero due giorni dopo.
Benedetto XVI ha illustrato le difficoltà e l'inerzia che la Chiesa
incontra nel suo apostolato, come se il mondo non abbia bisogno della fede
e dei valori morali del cristianesimo. I Potenti della Terra non
ascoltano, in genere, la parola di Dio e sembrano uniformarsi alla tesi di
Karl Marx secondo cui, se la Chiesa non è riuscita a cambiare il mondo in
milleottocento anni, tanto vale fare da soli. In verità il cristianesimo è
una rivoluzione ancora incompiuta ma permanente; nelle sue sublimi
contraddizioni esso ammonisce il fedele che il Regno dei Cieli non è di
questa terra, ma lo esorta ad agire come se il Regno dei Cieli possa
realizzarsi domani.
Papa Ratzinger, dotto tra i dotti, si serve tuttavia di un linguaggio
comprensibile, comunicativo. Egli individua nel Sessantotto quel tentativo
di fare da sé predicato da Marx e rivelatosi invece l'ultimo fallimento di
neo Illuminismo. Pretendeva di risolvere, rompendo tutti gli schemi, il
disagio esistenziale derivato dall'apocalittica esperienza della Seconda
Guerra mondiale ed è riuscito a generare anarchia. I suoi paladini sono
oggi in maggioranza borghesi rientrati nei ranghi che trovano tuttavia
possibile e godibile, fare a meno del messaggio evangelico.
Nel discorso di Introd traspare l'amarezza del pontefice. Eppure, di
recente, al di fuori di ogni analisi di molte realtà apparenti, si è avuto
il conforto della partecipazione di milioni e milioni di pellegrini
virtuali sparsi nel mondo, rappresentati dalla gremitissima piazza San
Pietro in occasione della morte di Giovanni Paolo II e della incoronazione
di Benedetto XVI.
In quelle manifestazioni si avvertiva il bisogno di Dio, spesso
inespresso, ma insopprimibile in eletti come in poveri di spirito, in
giusti e soprattutto in peccatori per i quali il Cristo è venuto. Sembrava
che ripetessero, più o meno inconsciamente: non guardare ai nostri peccati
ma alla forza invincibile della nostra fede.
In opposizione alla diagnosi del Papa, trascorrendo su un piano di
inevitabile meschinità, c'è da dire che gli estremisti della sinistra
lamentano in Italia l'eccessiva ingerenza dei cattolici nella cosa
pubblica. Questi dovrebbero limitarsi a predicare e ad attuare le
conseguenze della loro fede e della loro etica religiosa, nel chiuso delle
proprie strutture, parrocchie, oratori, associazioni, in nuove catacombe
insomma.
È quanto ha sostenuto alla lettera tempo fa l'onorevole Marco Rizzo, al
quale il fanatismo comunista vieta ogni ragionevolezza e ogni misura.
Unica eccezione da lui ammessa: la partecipazione ai pellegrinaggi della
pace diretti ad Assisi, al seguito di qualche sacerdote contestatore
(sic!). Per il resto, anche a proposito dei grandi misteri della vita e
della morte su cui tutti possono interrogarsi, i cattolici sono invece da
ghettizzare, devono farsi da parte al fine di evitare l'instaurazione di
uno Stato teocratico, forse per lui già in atto.
Il Papa nel suo discorso in Introd ha detto di provare sofferenza per
l'attuale situazione storica, ma aggiunge che la sofferenza è uno stimolo,
è l'amore senza cui non si costruisce un mondo migliore.
Nel romanzo «Il Re della Pioggia» dell'ebreo americano Saul Bellow, premio
Nobel, è scolpita una frase che dovrebbe tornare alla nostra mente
soprattutto nei momenti bui: «La sofferenza è l'unico mezzo per spezzare
il sonno dello spirito».
Quei morti discriminati per
sesso
Alcune notti fa un giovane viene torturato e ucciso in un parco
semiabbandonato di Roma. Le cronache lo descrivono come creatura buona,
generosa, pia. Una folla commossa partecipa in chiesa al suo funerale;
noi, sia pure per procura, siamo lì a esprimere tutta la nostra
solidarietà nel dolore. Ma non basta, due giorni dopo si accendono in suo
onore centinaia di fiaccole in piazza del Campidoglio: personalità note di
intellettuali, di gente dello spettacolo, della politica e persone
sconosciute - espressione comunque di un campionario della civiltà civile
- sono radunate ai piedi della statua equestre dell'imperatore filosofo
Marco Aurelio. Perché? La spiegazione la offre uno striscione portato in
corteo: «Ucciso perché gay». In verità almeno fino a questo momento
l'omicida non è stato smascherato e con lui il movente dell'ignobile
gesto. È presente il martire, assente il carnefice.
Ma non basta: il sindaco di Roma si reca personalmente a casa degli
inconsolabili genitori per presentare le sue sentite condoglianze e noi
siamo idealmente con lui, sappiamo tra l'altro che cosa significhi perdere
un figlio nel pieno della sua giovinezza.
Ma non basta: il primo cittadino della capitale promette premi e
manifestazioni «per tramandare il ricordo intenso di un ragazzo sensibile,
della sua ricerca interiore e della sua curiosità intellettuale». Gli fa
eco la proposta di intitolare il parco, teatro dell'assassinio, alla
sventurata vittima e di organizzare una cerimonia di commemorazione per il
prossimo 11 settembre non si capisce se in coincidenza con il crollo delle
Torri Gemelle a New York.
Manca solo che una delegazione della eletta civiltà civile si rechi (forse
non lo fa perché laica) sotto la finestra del Papa per chiedere la
immediata beatificazione del ragazzo timorato di Dio.
Anche senza volerlo, il nostro pensiero corre a tanti giovani e ai non
giovani uccisi in parchi semiabbandonati o altrove per i motivi più
svariati, talvolta per il solo fatto di esistere. Forse una mano pietosa
deporrà un fiore sul luogo del delitto; forse i genitori si raccoglieranno
davanti alla cella dell'obitorio più fredda della stessa morte dove giace
il figlio, più solo della solitudine. Per lui non verrà il sindaco della
città, magari con la fascia tricolore a tracolla, a promettere di dedicare
al defunto non una piazza, non una strada, non un parco ma nemmeno un
vicoletto cieco. La grande stampa, evoluta e à la page, prodiga di
dettagli e di titoli cubitali in certi casi non citerà nemmeno il nome
dell'assassinato o gli dedicherà poche righe in una frettolosa cronaca.
Perché? Perché egli non ha avuto il privilegio di essere o di dirsi gay.
Non importa. Per i suoi genitori, straziati dal dolore, egli è un figlio e
basta, «nu piezzo 'e core» come direbbe Filomena Marturano. È un giovane
bruciato verde in cui è stata troncata la speranza, virtù infusa in ogni
creatura umana. Forse gli stessi genitori della vittima nel parco
semiabbandonato di Roma, distratti da una così ostentata invadenza, si
saranno in segreto rifugiati nel silenzio che è il vero rispetto della
morte e nei ricordi del figlio perduto, dei suoi primi passi, della sua
innocenza, dei suoi capricci, delle sue malinconie di adolescente e delle
sue scelte di vita e lo penseranno lì, dove gli angeli non hanno sesso.
Élites
di sinistra
Il cittadino non interessato personalmente ad
alcuna carriera politica ma apprensivo partecipe della fortuna della cosa
pubblica al punto di sentirsi in diritto di dire la sua, era un tempo
chiamato l'uomo della strada. Oggi costui ha la sensazione che in Italia
non si muove foglia che la sinistra non voglia. Non è del tutto vero, ma
gli esempi in cui la sinistra impone le sue scelte sono impressionanti.
Per riferirsi all'ultima gara, quella della nomina del presidente della
Rai, pare di assistere alla ripetizione ossessiva di «Natale in casa
Cupiello». Il presepe non piace, anche se unito all'offerta delle cinque
lire. D'accordo: è l'uso legittimo della legge Gasparri; ma l'uomo della
strada, un po' sprovveduto, non distingue tale sottigliezza, è fermo a
quel che vede e sente. Del resto la nomina della conduzione di Affari
tuoi, il gioco più diseducativo che la televisione abbia mai offerto
premiando la cieca fortuna senza merito, sembra una barzelletta e al
momento pare che debba fare ricorso a una sorta di compromesso storico.
Non è che il redivivo uomo della strada se ne meravigli più di tanto,
avendo egli la sensazione che il potere sia in Italia esercitato dalla
sinistra. Sinistra la grande stampa, l'intelligenza, la magistratura,
sinistri ovviamente i sindacati, ma anche i poteri forti e così via, il
Paese vive, forse da decenni, in balìa delle intimidazioni psicologiche e
piazzaiole; esso sconta la malasorte di aver nutrito nel suo seno il più
forte e il più ricco Partito comunista d'Occidente.
Attenzione: la sinistra ha il potere ma non ha il governo; quella volta
che lo ha avuto approfittato di un ribaltone e nel tempo trascorso a
Palazzo Chigi non ha dato prova di edificante capacità. Anche ora che,
favorita dal carattere amministrativo e locale della consultazione, è
riuscita a prevalere in 14 regioni sta dimostrando di considerare
l'esercizio dell'autonomia regionale come un duplicato di burocrazia, di
incarichi, di consulenze, di prebende, di servizi con conseguente aumento
di tasse a carico dei cittadini. Perché la sinistra, forte al potere, al
momento di determinanti votazioni politiche o puntualità storica non
riesce ad andare al governo? L'uomo della strada presume di saperlo: i
componenti e le lobby della sinistra non hanno un vero contatto con la più
vasta realtà popolare che dicono di interpretare. Essi formano in
maggioranza una società elitaria, salottiera, mondana, chic, popolata di
parvenu del censo e dello spirito, sono borghesi consumisti il cui alibi è
chiamarsi e farsi chiamare progressisti. Una situazione del genere si è
verificata negli Usa; Bush avversato dalla grande stampa, dagli
intellettuali, da Hollywood ha tuttavia vinto.
Serva ciò a rincuorare il centrodestra che l'Unione vorrebbe intimidire
con la sua ostentata certezza di vittoria. Il popolo che non scende in
piazza ma che sta alla finestra, quando uscirà di casa per andare a votare
difficilmente non terrà conto dello spettacolo di prepotenza offerto dal
centrosinistra capace solo di esercitare monotonamente il suo diritto di
veto. I notabili del centrodestra depongano le loro ambizioni personali e
lavorino insieme per evitare la restaurazione, vera mira della sedicente
sinistra, se non vogliono correre il rischio di essere risospinti nel buio
o nella penombra da cui essi provengono. Molti giudicheranno questi
discorsi degni del bar dello Sport, perché l'uomo della strada non parla
né scrive politichese. Egli forse si sbaglia, ma forse qualche volta ci
azzecca come direbbe l'italianista Di Pietro.
Con gli 007 si può
salvare l’Occidente
È giusto raccomandare o addirittura vietare
che si parli di scontro di civiltà a proposito dei passati e recenti
attentati in cui hanno trovato morte e disperazione vittime indiscriminate
di tutte le etnie. È però innegabile che è in atto un attacco da parte del
terrorismo islamico contro l'Occidente, volente o nolente
giudaico-cristiano. Qualche giorno fa Mahmud Al Zahar, nuovo leader di
Hamas, pur condannando gli attentati contro civili a Londra, ha rivelato,
forse ingenuamente, certo velleitaristicamente, i piani ambiziosi del
terrorismo islamico. Egli, in un'intervista al Corriere della Sera,
prevede il trionfo finale dell'Islam le cui conseguenze saranno che degli
Stati Uniti tra al massimo mezzo secolo resterà solo un vago ricordo, e
che, in un meno lungo periodo, di Israele si celebrerà la sparizione dalla
faccia della Terra.
Anche escludendo saggiamente lo scontro di civiltà, non è detto che
l'Occidente così minacciato non debba difendersi, non con la guerra e la
mobilitazione di armate, bensì affrontando, prevenendo e reprimendo i
terroristi sullo stesso terreno da loro scelto, che è quello di occulti
comandi strategici con piani eseguiti tatticamente da azioni pressoché
individuali collegate con una trama invisibile. I carri armati, i missili,
gli aerei, gli eserciti sarebbero come le famose cannonate contro
moscerini sparsi.
La deformazione professionale di chi scrive lo spinge a suggerire il
maggiore e concordato impiego degli 007, di agenti a cui vengano per legge
attribuite licenze al limite dell'illecito, col massimo sforzo di
salvaguardare le libertà civili insidiate peraltro dalle gesta incivili e
sanguinarie dei terroristi.
Il cinema è spesso lo specchio che riflette i tempi contemporanei,
talvolta li precede, talaltra li segue. Gli americani, perduta la guerra
del Vietnam sul campo, si sono presi la rivincita sullo schermo, con i
Rambo, vittoriosi eroi solitari.
James Bond potrebbe invece rappresentare il processo inverso: anticipare
quel che la realtà purtroppo esige e demandare il confronto diretto alle
ombre armate dalla più alta e sofisticata tecnologia in grado di prevalere
sull'astuzia sommersa e sul fanatismo diabolico dei terroristi. Certo,
parlare di cinema in un momento così tragico potrebbe incontrare biasimo e
scetticismo: correndo questi rischi resta in ogni modo l'invito a
riflettere sul massimo uso dell'Intelligence, poiché è l'intelligenza ad
essere chiamata in causa e merita di essere applicata con una maggiore
flessibilità, con un pragmatismo per quanto possibile corretto e con un
coordinamento internazionale privo di suscettibilità particolari. Torna
così la leggenda degli Orazi e Curiazi che ha interpretato nei secoli il
sogno di schierare sul campo solo un numero esiguo di rappresentanti delle
due parti per evitare la grande strage degli innocenti.
L'argine
etico
In occasione del referendum per la
procreazione assistita è sembrato talvolta che ci fosse un contrasto tra
laici e cattolici; qualcuno ha voluto vedervi una sorta di guerra di
religione. L'esito della consultazione si presta invece a dimostrare
l'esemplare equilibrio degli italiani. Essi, in un modo o nell'altro,
hanno preferito affidare al Parlamento, eletto per fare, disfare,
correggere leggi, la soluzione di un problema così diversamente
interpretabile anche dagli scienziati, piuttosto che pronunciarsi con una
crocetta sul sì o sul no, sull'onda di emozioni e suggerimenti anche
politici del momento.
Nel loro recente incontro Benedetto XVI e il presidente Ciampi hanno
ribadito le rispettive competenze. Questi orgoglioso, come tutti noi
cittadini, del suo impegno laico, l'altro fedele alla millenaria missione
di interpretare e attuare la rivoluzione cristiana che con il libero
arbitrio ha conferito all'individuo la sua responsabilità personale nel
bene e nel male; il che conferma la possibile armonica convivenza dei due
regni. L'affermazione del Papa invece non ha mancato di rinfocolare la
critica dei referendari alla Chiesa, alla quale viene negato il diritto di
dare consigli ai fedeli in una materia con implicazioni squisitamente
etiche e morali. Così Benedetto XVI è stato criticato dagli stessi che,
dopo averlo in precedenza salutato con favore, oggi lo rinnegano solo
perché non asseconda le loro tesi. Costoro pretenderebbero un Papa a loro
immagine e somiglianza, che contraddica la sua vocazione e la sua fede.
Codesto contrasto tra cattolici e laici, oltre a non esistere in termini
così irriducibili, rischia di distrarci dalla deriva eugenetica che scorre
nel fondo della nostra incoscienza. La sua origine potrebbe essere fissata
nel corso della Seconda guerra mondiale quando l'uomo, trascinato dalla
disperazione che aguzza l'ingegno, ebbe la conferma della sua possibilità
di manipolare la materia e la vita. La disgregazione dell'atomo gli offrì
nuove armi di distruzione anche totale, costante spada di Damocle sul
collo dell'umanità; la modificazione genetica gli affidò il destino
programmato delle creature sottratte alle leggi naturali. Dietro l'angolo,
a nostra insaputa, aspettano, preannunciati da cinema e letteratura, i
bioingegneri con le catene di montaggio già pronte per sfornare in serie
tanti «ragazzi del Brasile». La dottrina di Hitler, quella di una scienza
senza freni, potrebbe rappresentare la vendetta del Terzo Reich sconfitto
solo sul campo.
L'inviolabilità della vita umana, al di là delle anguste recenti
polemiche, dovrebbe perciò unire laici e cattolici nella sua difesa ad
oltranza fin dall'accertato inizio. Il pericolo che il progresso possa
uccidere il progresso non è frutto di una farneticazione apocalittica a
buon mercato; casomai è un presentimento escatologico in cui l'angoscia
della catastrofe si accompagna all'attesa di un nuovo ciclo. Grandi
civiltà, del resto, sono morte nel passato millenario vittime del massimo
sviluppo delle loro conoscenze. Gli Incas, gli Egizi, i Cinesi... Ruderi
ciclopici scoperti di recente ne sono la conferma. Forse nel nostro
orizzonte così dilatato è in pieno sviluppo rigoglioso l'albero della
scienza che offre, seducente e tentatrice, la mela alla novella Eva perché
la morda a conclusione di un'era.
Abituati a vivere nell'effimero si può ridere di queste ubbie. Anche se
scarsamente abilitati a ergerci giudici di fenomeno di tanto respiro,
abbiamo tuttavia diritto alla presunzione di sentirci sul filo
dell'inarrestabile corrente della civiltà umana. Dobbiamo però acquistarne
consapevolezza fin dalle prime avvisaglie come quelle rivelate dal recente
referendum. La scienza senza argini etici e con l'alibi di solo probabili
vantaggi sanitari sostituibili può portarci alle rapide destinate a
travolgerci. È un'eventualità lontana, forse lontanissima. Ma perché
toglierci l'illusione di vivere anche nel futuro?
Alla deriva?
Poiché su queste pagine ho sostenuto – grazie
al suo liberalissimo direttore Geppi Rippa che la pensa in modo
diametralmente opposto al mio – l’astensione dal voto referendario
addirittura come un dovere, sento il bisogno, senza abbandonarmi a
sciocchi trionfalismi, di esprimere la mia soddisfazione. Ritengo che la
nostra gente abbia dato una grande prova di saggezza rinunciando a
esprimere, in una questione così delicata e contraddittoria, con semplici
crocette il proprio “sì o il proprio “no”. L’astensione è stata superiore
a ogni aspettativa; gli abrogazionisti nel fare i conti si basano su gli
astensionisti abitualmente refrattari a ogni chiamata per referendum, ma
non hanno potuto appigliarsi al tempo favorevole per correre ai monti e al
mare, come avrebbe voluto Enzo Biagi addirittura in un editoriale del più
importante quotidiano nazionale. A questo proposito abbiamo avuto la prova
che la grande stampa, tutta schierata, chi apertamente chi, in modo ancora
più efficace, tra le righe, non ha influenza alcuna sull’opinione pubblica
quando si tratta di decisioni importanti; né hanno impressionato gli
strilli di dive e divette, di star della canzone, del cinema e della Tv
che hanno creduto di poter esibire una unanime conoscenza profonda e certa
di problemi su cui luminari della scienza hanno pareri, dubbi, esperienze
contrastanti.
Ora che la stragrante maggioranza degli italiani ha deciso di affidare al
Parlamento il compito di attuare e correggere con un serio approfondimento
la Legge 40, anche tenendo conto di obiezioni venute fuori nel corso del
vivace dibattito pre-elettorale, molti degli sconfitti tacciono sdegnati,
altri non hanno che insulti da dedicare a noi poveri astensionisti
proclamati ottusi, oscurantisti, ignoranti, retrogradi…
Personalmente sono rimasto colpito nell’udire l’on. Fassino, il meno
stolto dei compagni anche se da qualche tempo perde facilmente le staffe,
dichiarare con accento vibrante di aver votato “sì” “in difesa della
vita”. Anch’io, per quel che valgo cioè poco o niente, mi sono astenuto
per una difesa appassionata della vita. Non ho dubbi sulla mia buona fede
come non mi permetto di averne su quella dell’on. Fassino, per cui, poiché
nessuno dei due bara, non è possibile che abbiamo entrambi ragione: uno di
noi due sbaglia. A costo di sembrare inattendibile mi auguro che sia io a
sbagliare, o per lo meno a non aver chiari i vantaggi e i limiti promessi
dall’autorevole uomo politico. Vorrei sbagliarmi, e ora posso confessarlo
apertamente, prima sarebbe sembrato un espediente per portare acqua al mio
mulino come ha fatto col suo la fotografatissima on. Prestigiacomo
agitando lo spauracchio dell’aborto in pericolo; vorrei sbagliarmi ma ho
l’atroce paura che sia cominciata la deriva eugenetica; il mio incubo sono
i bioingegneri che attendono dietro l’angolo con le catene di montaggio
già pronte per sfornare in serie “tanti ragazzi del Brasile”. La dottrina
di Hitler, che è quella di una scienza senza freni, potrebbe vendicare la
sconfitta del Terzo Reich sul campo. Perciò mi auguro che l’ottimismo
dell’on. Fassino fughi i miei puerili fantasmi sebbene non è assurdo
pensare che il progresso distruggerà il progresso. Del resto le grandi
civiltà del passato millenario sono morte al culmine del loro sviluppo
delle loro conoscenze. Mi pare perciò di vedere proiettarsi all’orizzonte
l’albero della scienza che offre la mela seducente, brillante, rossa,
tentatrice: in attesa che la novella Eva la addenti per concludere un
altro ciclo.
Allentare la difesa etica può portare l’umanità sull’orlo dell’abisso: il
via alla disgregazione dell’atomo è un esempio, una delle spade di Damocle
sul nostro collo. Per rassicurare i nostri oppositori dirò che anch’io
rido delle mie ubbie. E poi, che diritto ho io di erigermi a giudice del
cammino, ohime, inarrestabile della civiltà? Purtroppo, però, non posso
fare a meno, come tutti, della mia presunzione. Della quale chiedo scusa.
Ma sono contento che l’Italia abbia dato una prova di coraggio: invece di
destinarla a “fanalino di coda” l’esito del referendum la classifica al
primo posto per la sua azione equilibratrice.
Quella Babele chiamata Europa
Lorenzo Valla sosteneva che l'unità della
lingua era la prima inderogabile condizione per ogni costituenda
confederazione di Stati e per la sua durata. Valla era un letterato
napoletano del Quattrocento e le sue affermazioni riflettevano la sofferta
ricerca di un nuovo metodo filologico e linguistico per una più rapida e
corretta comunicazione.
Da allora sono passati secoli; ricordare Valla potrebbe sembrare lo
sfoggio di una citazione se la storia non gli avesse dato e non gli desse
pienamente ragione. Sono ancora a noi vicine nel tempo e nello spazio le
improvvise disgregazioni dell'Unione Sovietica e della Federazione
Jugoslava: dissolta la tirannia ideologica che teneva legati tra loro vari
Stati di vari idiomi, sono subito affiorate diversità contrastanti, rese
più virulente dal lungo sonno ed esplose più volte in battaglie sanguinose
e in efferate vendette. Dall'altra parte, e sotto i nostri occhi, la
tenuta, dopo l'iniziale scontro, degli Stati nordamericani che, pur tra
tante etnie, hanno comune la lingua. Per non restare pedissequamente
legati al vaticinio di un antico umanista, si può tuttavia riconoscere che
la simultanea comunicazione attraverso le immagini possa parzialmente
ovviare ora alla diversità della lingua, resta insuperabile però la
necessaria unità del linguaggio.
Un tale cemento sognavano indubbiamente i Grandi Progettisti dell'Europa
Alcide De Gasperi, Robert Schumann e Konrad Adenauer. Italia, Francia,
Germania e anche Spagna e Portogallo avevano multisecolari esperienze
comuni per ricordarle in un sommario e grossolano excursus dal Medio Evo
al Rinascimento all'Illuminismo al Romanticismo e via di seguito fino alla
dittatura abbastanza recente.
Tutti fenomeni metabolizzati secondo il genio di ciascuno, ma vissuti e
sviluppati con comune fedeltà sostanziale. Della lontana origine cristiana
è prudente tacere per amore di pace, visto che il trattato tra gli Stati
che passa sotto il nome di Costituzione europea non ne fa volutamente
cenno. E si capisce perché: l'Ue è diventata un fondaco con ingresso
libero a ospiti di varia derivazione geografica ed etnica e ha nella sua
lista di attesa oggi la Turchia, domani chissà...
Il povero Valla inorridirebbe davanti a tante lingue, forse più numerose
di quelle che portarono Babele a rovinosa confusione. Quanto all'unità del
linguaggio inutile parlarne, essendo difformi e spesso opposte la cultura,
la religione, le tradizioni e le usanze degli Stati membri e degli Stati
aspiranti. Apprezzabilissima l'intenzione di promuovere una universale
tolleranza a condizione però che non si creino egemonie e non si alimenti
rinfocolandola la brace sotto la cenere. Tanto per ripeterci: historia
docet.
Gli europeisti intanto esaltano la pace che dura ormai da decenni in
Europa; e l'unità monetaria, che di solito viene per ultima nei processi
di unificazione nazionale e che invece in questo caso ha ottenuto la
priorità, è difesa da economisti eccellenti come un collante più saldo e
più duraturo della ideologia.
È una soluzione materialistica; ma così va il mondo... Anche noi meschini
siamo convinti che indietro non si possa più tornare e che il più piccolo
rigurgito nostalgico vada contraddetto.
Ci sorregge la speranza che questi anni di evidenti eurosacrifici ci
vengano ripagati con un più equo costo della vita, con una maggiore
possibilità competitiva, con un alleggerimento dell'ingranaggio
burocratico europeo che oggi rischia di stritolarci.
Certo, i recentissimi no di Francia e Olanda e il conseguente espandersi
di un euroscetticismo sommerso, impongono un coraggioso ripensamento e la
scrittura di una vera Costituzione. Un contributo chiarificatore lo
darebbe un maggiore e più fitto scambio culturale reciproco alla ricerca
di ciò che ci può unire, lontano dalle divisioni faziose suggerite spesso
da una politica cattiva consigliera. Sebbene sia proibito nominarlo, Dio
salvi l'Europa.
Risposta
all'amico Geppi (controreplica di Turi Vasile)
Non ho dubitato minimamente che la mia nota in
cui esprimevo la profonda convinzione che astenersi dal votare il prossimo
referendum è più che un diritto, un dovere (senza punto esclamativo)
avrebbe trovato ospitalità nell’Agenzia Radicale alla quale collaboro da
anni in piena libertà. Il suo direttore Giuseppe Rippa, Geppi per gli
amici e anche per me, è uno spirito ampiamente tollerante e liberale (il
termine “libertario” così spesso in uso non mi piace perché denota una
intransigenza al limite dell’anarchia). Io lo rispetto considerandolo un
ammirevole cavaliere dell’utopia; la sua facondia inarrestabile e la sua
abilità dialettica mi intimidiscono; la sua onestà intellettuale mi
incanta. Con la stessa franchezza dirò che mi aspettavo da lui un
commento, alla mia notarella, più convincente e meno superficiale. Non ho
difficoltà ad ammettere che la colpa possa essere stata mia perché non mi
sono spiegato bene.
Dichiaro definitivamente, per il valore che può avere la dichiarazione di
uno senza voce in capitolo come me, che rispetto con profonda sincerità le
scelte fatte dall’on. Fini, dall’on. Prestigiacomo, da Giuseppe Rippa,
Geppi per gli amici e anche per me, dalla maggioranza della redazione di
Agenzia Radicale, da tutti insomma. Ho però la curiosa pretesa di volere
rispettata la mia scelta, poiché se rispetto, senza limite alcuno le
scelte di tutti, non posso fare a meno di nutrire il medesimo rispetto per
le mie proprie.
La mia polemica nei confronti dell’on. Fini e dell’on. Prestigiacomo non
riguarda le loro opinioni degne della massima considerazione, ma il modo
con cui loro intendono farle prevalere. Potrei dire che “il modo ancor mi
offende”
Sono disposto a tollerare, anche se mi ritengo ininfluente, la collaudata
incoerenza e la fatuità di un aspirante leader che giudica il fascismo in
cui lui ha volente o nolente le radici, un male assoluto, e altre
contraddizioni alle quali del resto troppi esempi generalizzati ci hanno
abituato con l’alibi delle sofferte, legittime conversioni. Non riesco
però a digerire che per giustificare il suo punto di vista dell’ultima ora
accusi noi cattolici di azione diseducativa nel praticare l’astensione. Mi
sembra paradossale che, pur non volendo polemizzare con la Chiesa, la
accusi di essere… corruttrice di minorenni.
Quanto alla Prestigiacomo, non ho mai detto né pensato che lei si sia
fatta strumentalizzare dal Comitato per Sì. La mia affascinante
corregionaria – e lo dico a sua difesa - sa strumentalizzarsi da sé. Per
far prevalere i suoi strillati sììì (abbassi la voce per favore) non esita
a sbandierare lo spauracchio della rimessa in discussione della legge
sull’aborto, fornendo un’arma all’on. Fassino che subito l’ha fatta
propria per incendiare gli animi. In occasione del Gay Pride Day di Milano
poi, la nostra ministra, invece di scandalizzarsi per la mostruosa
esibizione di venti bambini, ciascuno orfano di due padri viventi, come
hanno fatto moltissimi, compreso Alessandro Cecchi Paone, si è doluta a
gran voce che sia stato offerto un argomento in più al partito degli
astensionisti.
Chiarisco meglio: a me non va giù, anche se non interessa a nessuno, che
invece di approfondire la complicata questione, si cerchi di affermare il
proprio punto di vista con armi improprie. Sconvolgente è poi l’improvviso
imponente schieramento di quanti, avendo criticato fino a ieri Fini e la
Prestigiacomo, oggi li esaltano. È una conversione a U che riguarda anche
il mio amico Geppi. Così va il mondo…Se si pensa che Vendola, il quale
giorni fa a Bari si accostò compunto ai sacramenti, oggi rinnega il Papa
perché non ha benedetto le coppie di fatto, il quadro è chiaro.
Questo è il relativismo da cortile nel quale siamo costretti a vivere,
figlio di quel relativismo maggiore che Papa Ratzinger combatte
coraggiosamente.
Sono felice poi di aver fatto ridere il mio amico Geppi quando – e questa
è la mia semplicissima ed esclusiva posizione sottratta ad ogni influenza
esterna – ho sostenuto che a parer mio il problema controverso della
procreazione, che affonda le radici nel mistero della vita e della morte,
non può essere oggetto di un semplicistico referendum popolare in balìa,
come si è visto, di tante superficiali emozioni. Abbiamo udito
improvvisati scienziati, filosofi, medici dei due campi dissertare nella
presunzione di aver capito tutto. Beati loro: io non ho capito molto.
Abbiamo letto le sentenze dei veri luminari con pareri diversi, spesso
diametralmente opposti. Sbagliato o ingiusto che sia il mio punto di
vista, sostengo che è il Parlamento è più abilitato ad approfondire, a
sperimentare, a correggere una legge che già c’è. Rida, rida pure il mio
amico Rippa; sono contento per lui: il riso fa buon sangue.
Quanto alla sua pretesa di chiudermi la bocca ricorrendo a Pietro Prini,
filosofo cattolico, osservo semplicemente che questi, sponsorizzato da
Vattimo, è contrastato da altri filosofi cattolici non meno grandi di lui,
come, per esempio Vittorio Mathieu. Lo scisma sommerso proposto da Prini è
stato oggetto di un vivace dibattito che lo ha messo in minoranza.
Si tratta, comunque, caro Geppi, di temi elevati che poco hanno a che fare
con le nostre povere chiacchiere su un problema molto più grande di tutti
noi.
Rippa risponde: caro Vasile, noi voteremo quattro SI, tondi e forti
Giuseppe Rippa (Direttore di
Quaderni Radicali)
Turi Vasile è da anni nostro collaboratore; le sue opinioni sono state da
noi rispettate e la sua nota che “inneggia” all’astensione per il voto
referendario del 12 e 13 prossimi, sulla legge 40/2004 (procreazione
assistita e ricerca scientifica), addirittura identificato come un dovere
(!), trova naturale ospitalità sulla nostra agenzia.
Si tratta di un comportamento ovvio, naturalmente legato al modo di
realizzare il nostro modello liberale di espressione e di azione.
Qualche puntualizzazione però va fatta e noi la faremo, anche per
rispettare la linea della testata e le scelte di quasi tutta la redazione
che in questo caso non solo non crede all’astensione, ma è orientata a
quattro tondi e forti SI.
Veniamo al merito della “dichiarazione di voto”.
Il mio amico Turi, stimolato dal suo tradizionale sarcasmo, cade in alcune
palesi contraddizioni che fanno apparire la sua verve più che una
spiritosa e serena espressione critica, una faziosa e tendenziosa
intenzione di parte. Nulla da eccepire sulle posizioni di parte. Noi ne
siamo la più evidente rappresentazione. A patto però che si chiarisca che
tali sono e non vengano camuffate da una retorica consistente,
reiteratamente, nel dire una cosa per farne intendere un’altra.
Non è chiaro - ad esempio – se il fatto che il “Comitato per il SI” spinga
l’On. Stefania Prestigiacomo come “gradevole effige”, sia un uso subdolo
di un soggetto “inconsapevole” e quindi un odioso modo di farla diventare
per le sue dichiarazioni (legge sull’aborto in pericolo se il referendum
non passa) “un’arma terroristica”, oppure no.
Ma allora viene da chiederci, se l’uso di questo soggetto inconsapevole
(ci scusi l’on. Prestigiacomo, ma il nostro è un mero esercizio
dialettico, non intende essere un’offesa alla sua persona) è strumentale,
non ha iniziato il premier Silvio Berlusconi ad usare questa “effige”,
forse per colmare il deserto di presenze femminili nel suo poco esaltante
governo?
Delle due l’una: o valutiamo i contenuti delle scelte che le persone fanno
e da li partiamo per un giudizio, oppure ci mettiamo a giudicare le
persone (cosa tutto sommato poco carina e molto spesso ingiusta) e le loro
presunte o reali qualità.
L’on. ministro Prestigiacomo è all’altezza della situazione e la sua
personalità politica è matura o sostanzialmente una “effige” senza
contenuti? Noi crediamo alla prima ipotesi. Ma se mai fosse vera la
seconda l’amico Turi esprima al Capo del Governo, che egli ha votato e che
dichiara di voler ancora votare, il suo disappunto per scelte inadeguate.
Turi è sferzante anche con il vice-premier Gianfranco Fini. Solo perché ha
manifestato la sua intenzione di votare e di votare tre si e un no. Dagli
all’untore. Peccato che non si sia sentito più amareggiato del fatto che
alcune squadraccie della destra hanno fatto irruzione in un Comitato per
il SI, e ne sono uscite solo con l’intervento della polizia.
Dunque Turi Vasile si astiene.
Scelta legittima, ma per carità evitiamo di affermare che ci si astiene
per scongiurare una vacatio legis! Ma quale vacatio legis, questi
referendum sono abrogativi di alcune parti della legge, quelle più
odiosamente infarcite di divieti e di umiliazioni per le donne, i malati,
i genitori che desiderano un figlio.
Circa poi il fatto che il Parlamento se ne occuperà per migliorarla, è
tutto da ridere. Innanzitutto perché abbiamo visto questo Parlamento che
legge ha fatto, poi perché se vorrà occuparsene nessuno glielo vieterà.
Sarà meglio comunque che se ne occupi avendo il Paese, con un forte esito
referendario positivo contro i famigerati divieti, indicato la strada dove
vuole andare. Sarà un modo per evitare che tentazioni egemoniche
(conquistate dalla somma di astensionisti cronici e forse inconsapevoli e
astensionisti politici – in questo caso le questioni di fede c’entrano
poco) si possano realizzare, e perché no, anche verso la legge sull’aborto
(Prestigiacomo docet!).
Circa poi il concetto di Chiesa Cattolica istituzionalizzata e Chiesa
separata, al mio amico voglio offrire un contributo di riflessione che ci
viene fornito da un grandissimo filosofo cattolico del nostro tempo:
Pietro Prini, al cui pensiero ci sentiamo totalmente vicini.
“Bisogna – scrive Prini – invece rendersi conto che siamo di fronte, come
ho già osservato, ad una specie di scisma. Non uno scisma istituzionale,
ossia tale da assumere, come avvenuto spesso in passato, la forma di una
società ecclesiale separata dalla Chiesa cattolica storicamente istituita.
È piuttosto un distacco, semplicemente nascosto, o sommerso, di molti
fedeli dalla soggezione agli insegnamenti della gerarchia ecclesiastica
della quale non si accettano più posizioni dottrinarie o pratiche
pastorali che si ritengono fuori dal tempo e dallo spazio della scienza”.
Astenersi non è un
diritto, è un dovere
Attenzione! La Chiesa sta diffondendo un
messaggio altamente diseducativo nell’esortare cattolici e non cattolici a
non votare il referendum del 12,13 p.v. - lo afferma il nostro
vice-premier detto anche il Fini dicitore, preso nella spirale delle sue
contraddizioni. In compenso la rappresentanza dei cattolici è stata
assunta ad interim dal ragazzo Capezzone, il quale si dice certo che i
fedeli dimostreranno ancora una volta il loro anelito di libertà, come
fecero schierandosi a favore del divorzio e dell’aborto.
Così il complicato referendum sulla procreazione assistita, su cui si
dividono in modo netto scienziati e filosofi a favore del sì come del no,
è stato affidato al popolo, presumibilmente perciò più illuminato di
certezze dei soloni anche laici e dei teologi.
In questa occasione la chiesa Cattolica ha dimostrato di essere
corruttrice, oscurantista e liberticida.
Ma mi faccino il piacere! – direbbe l’immarcescibile Totò e noi con lui.
Porre su questo piano i termini di un referendum che affonda le radici nel
mistero della vita e della morte, non solo è sleale, è anche ridicolo, sia
pure con la partecipazione dell’on. Stefania Prestigiacomo la cui
gradevole effigie ricorre su tutta la grande stampa. Anche l’occhio vuole
la sua parte… persino se per guadagnarsi questo privilegio si lancia
l’arma terroristica secondo cui la legge sull’aborto è in pericolo. Con
ciò si è dato inizio a una nobile staffetta dal momento che l’on. Fassino
ha raccolto la fiaccola del ricatto dalle gentili mani delle parità
opportunistiche…
Scherzi a parte, se di scherzi si può impunemente parlare con questi
chiari di luna, lo scrivente dichiara, anche se non ha voce in capitolo,
che si asterrà. Si asterrà con la semplice intenzione di non creare un
vuoto, se vincessero i referendari, una vacatio legis destinata a
procurare maggiore confusione. Si asterrà perché si augura che la delicata
questione torni al Parlamento, sede più competente a deliberare col
ricorso a uno studio più approfondito e autorevole, che corregga la
attuale legge 40 anche traendo profitto dalle obiezioni che sono intanto
affiorate nel corso della campagna pro – e contro – il referendum.
Si asterrà perché, in buona fede, non saprebbe condensare in un sì o in un
no una dottrina che non possiede anche se ha fatte le elementari. Per lui
astenersi non è un diritto, è un dovere. Coraggioso, libero, sottratto
alle ragioni corruttrici della Chiesa Cattolica come all’influenza
illuminante della Chiesa Separata rappresentata dal ragazzo Capezzone.
L’Italia in mutande (ma al mare)
Di ritorno dalla campagna delle Gallie comprensive di
Bruxelles, il primo pensiero di Prodi fu di correre dal capo dello Stato
per dirgli, come egli stesso unilateralmente rivelò: “Presidente, ho
trovato gli italiani allo stremo, per miseria e per fame”. Erano i giorni
prossimi al Natale e le strade apparivano congestionate da file di
macchine strombazzanti, i cui guidatori erano forse impazienti di
assicurarsi sui sagrati delle chiese un posto da dove stendere la mano per
l’elemosina. Invece che la cometa annunciatrice della Buona Novella, sul
cielo d’Italia era apparso l’uccellaccio del malaugurio a cui si
accodarono corvi della stessa nidiata. Si capì subito quali sarebbero
state la strategia e la tattica con cui Prodi, invece che al riposo del
guerriero, voleva dedicarsi nella sua campagna elettorale intesa a
terrorizzare gli italiani e ad attirarli a sé. Pare che lo abbia
consigliato a tanto un qualche persuasore occulto d’Oltreoceano
specializzato in materia, per disporre di un diversivo che lo esentasse
dal presentare un programma in via di elaborazione nella fabrichèta vicino
a casa. Questo programma, intessuto come tela di Penelope, lo conosceremo
probabilmente a elezioni avvenute; ma Cofferati ha anticipato proprio a
Bologna quale sarebbe il futuro governato da loro.
Negare che la congiuntura economica in cui l’Italia ha altri compagni in
Europa è grave, sarebbe falsità irresponsabile; ma tendenzioso e falso è
il ritornello che il paese è ormai alla Caporetto della miseria. Io non ho
dottrina né sufficiente cultura per motivare tecnicamente un parere
diverso, se non opposto; non sono esperto in economia che tra l’altro mi
pare scienza inesatta dal momento che si contraddice così spesso. Ho solo
da offrire la testimonianza diretta, vissuta, sofferta di un appartenente
alla generazione degli anni Venti per assicurare che in meno di un secolo
l’Italia ha compiuto passi incredibilmente giganteschi e irreversibili
sulla scia del benessere e che ha raggiunto, talvolta superato, Paesi di
antica e consolidata unità nazionale. Mio nonno era uno di quei braccianti
che si offrivano all’alba sulla piazza di Lentini in una specie di asta al
ribasso. Io stesso ricordo di aver visto con i miei occhi di bambino la
tristezza di chi rincasava per non aver ottenuto l’ingaggio sebbene fosse
stato disposto ad accettare un basso compenso.
Per raccontare quello che ho visto da allora non basterebbero tutte le
colonne di questo giornale. Garantisco però che il riscatto è stato
costante e anche rapido, al di fuori di ogni avvicendamento politico e
governativo. Il merito va’ al popolo che per virtù propria è riuscito a
raggiungere un livello di vita, persino oggi viziato. Le nostre esigenze
si sono progressivamente rivelate senza limiti e ci hanno spesso portato a
pericolose dipendenze. Questa proliferazione eccessiva non ha bisogno
della testimonianza di chi viene da lontano: le case, anche le baracche
degli abusivi, si sono subito coperte di selve di antenne televisive, gli
elettrodomestici di tutti i generi ottenuti a prezzi sempre più bassi
hanno invaso gli spazi domestici; senza automobili, computer e cellulari
parrebbe che non possiamo più vivere. I giovani sono insaziabili
nell’aspirare a nuove comodità e ottenendole evidentemente se lo possono
permettere. Questo è in un certo senso il destino dei parvenu.
Voglio dire con ciò che i poveri non esistono? Niente affatto; solo che il
loro livello si è innalzato consentendogli l’esempio della dignità e del
riserbo. Si tratta di gran parte del ceto medio, dei dipendenti a redito
fisso, degli impiegati, insegnanti inclusi, privi della possibilità di
disporre di più stipendi in una famiglia. Sono in genere quelli esclusi
dalla dilagante economia sommersa che invece consente, per esempio
all’idraulico, di passare le ferie non a Ostia ma a Città del Messico dove
tornerà quest’anno. Ai miei tempi Maldive, Seychelles, Bahamas, Canarie
eccetera erano solo macchie di colori sugli atlanti scolastici; noi
andavamo nelle vicine spiagge libere e forse, senza saperlo, eravamo più
felici.
Se oggi un alieno o outsider guardasse la nostra televisione, invece di
vedervi le stampelle illustrate da The Economist per perversa
assimilazione modale ai nostri disfattisti, vedrebbe lidi elegantemente
affollati, transatlantici bellissimi accessibili a tutti in inclusive
tour, manicaretti ammanniti a profusione sui piccoli schermi di tutte le
reti, piogge di euro su chi, nei quiz, dimostra di avere un modesto
livello culturale e spesso anche su chi non ne ha affatto. Avrebbe la
sensazione, l’outsider, di un popolo mangione, dedito al pettegolezzo
invano battezzato gossip, sfrontato esibizionista della propria privacy.
Altro che catastrofe descritta al Presidente Ciampi dall’interessato
reduce. Si tratta invece di moderare ed educare la nostra “ricchezza” che
esiste, che c’è, sia pure un po’ troppo spensierata. Questo dovrebbe
essere l’impegno concorde e comune sul piano etico pari a quello indicato
dal capo dello Stato sul piano economico e industriale. Perseveri pure
Prodi, se vuole, nel ruolo dello iettatore: Dal mio piccolissimo e
ininfluente angolo, mi auguro con tutte le forze che porti sfortuna solo a
lui e salvi il nostro popolo.
Sulla
procreazione voto di coscienza o di convenienza?
Il 12 e il 13 giugno prossimi saremo dunque chiamati, in base a
un referendum popolare, a pronunciarci sull’abrogazione o meno della legge
40/2004 in materia di procreazione assistita. Il cittadino, con un semplice sì o
con in semplice no, dovrà esprimere il suo giudizio su un problema che affonda
le radici nel mistero della vita; ma può, volendo, esercitare il diritto di
astenersi. Sull’argomento è sorta una vivacissima discussione nella quale si
confrontano teologi, scienziati, filosofi, giornalisti e politici, molto spesso
con invasioni di alcuni nei campi altrui e con sottili distinzioni come quella
tra potenza e atto o con motivazioni secondo le quali può sopprimersi una vita
per salvarne o correggerne un’altra.
Si tratta, in ogni modo, di una questione la cui soluzione è incerta, dibattuta
e, nonostante la presunta validità obiettiva della scienza, opinabile. Affidare
una materia così scottante a chi non possiede dottrina e cultura sufficienti per
esprimere un verdetto, senza offesa per la preparazione media degli italiani a
cui lo stesso scrivente appartiene, è iniziativa incauta e temeraria. Il
referendum è però uno strumento previsto dalla Costituzione e, pur mugugnando,
dobbiamo accettarlo quando deborda dalle nostre comuni conoscenze e competenze.
C’è da augurarsi che se ciascuno non può esprimersi secondo scienza, si pronunci
almeno secondo coscienza, conformemente con la propria formazione e, perché no?,
col proprio sentimento avendo anch’esso il diritto di entrare nell’inquietante
gioco. La prospettiva della possibilità generica della manipolazione della vita
non può infatti lasciarci indifferenti, anche perché molti segnali si
manifestano da tempo nel campo fantastico che spesso precede la realtà.
Per non andare lontano né sul difficile basti citare la commedia di Massimo
Bontempelli Minnie la Candida o il film di Ridley Scott Blade Runner secondo cui
sarebbero già tra noi esseri misteriosamente alieni, come nel primo caso, o
replicanti frutto dell’ingegneria genetica, come nel secondo. Il corpo, definito
da Novalis tempio unitario della memoria, sarebbe come tale sconsacrato e
metaforicamente privato di radici certe.
Limitiamoci, nella nostra angustia, a ripetere con enfasi che ci si attenga
almeno alla propria coscienza e buona fede e non, come è da sospettare, a motivi
funzionali, secondo convinzioni di parte o convenienze di chi, dopo aver
partecipato caldamente alla formazione della legge, voglia rimetterla in
discussione o addirittura abrogarla, per distinguersi politic |